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	<title>ArcheoRivista - rivista di archeologia &#187; anfore</title>
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		<title>Italia, Isola dell’Asinara – avviato il progetto “Operazione Reale”</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Aug 2009 18:49:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia subacquea]]></category>
		<category><![CDATA[storia romana]]></category>
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		<description><![CDATA[Le migliaia di anfore riportate alla luce dal fondale marino prospiciente al molo di Cala Reale (Isola dell’Asinara) verranno documentate, recuperate e sistemate grazie al progetto “Operazione Reale”, nato dalla collaborazione tra la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Sardegna e il Parco Nazionale dell’Asinara e realizzato grazie ai fondi del Ministero dell’Ambiente e della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le migliaia di <strong>anfore</strong> riportate alla luce dal fondale marino prospiciente al molo di <strong>Cala Reale</strong> (Isola dell’Asinara) verranno documentate, recuperate e sistemate grazie al progetto “Operazione Reale”, nato dalla collaborazione tra la <strong>Soprintendenza per i Beni Archeologici della Sardegna</strong> e il <strong>Parco Nazionale dell’Asinara</strong> e realizzato grazie ai fondi del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.<span id="more-1641"></span> </p>
<p>L’imbarcazione, che trasportava un carico di <strong>anfore</strong> contenenti salsa di pesce (che i Romani chiamavano “<strong>garum</strong>”) dalla <strong>Lusitania</strong> (oggi, Portogallo) affondò, fra il quarto e il quinto secolo d.C., per via degli scogli e delle secche che si trovano all’entrata della Cala</p>
<p>Il sito archeologico era già conosciuto negli anni Novanta del XX secolo ed era stato indagato in quattro campagne di scavo subacqueo susseguenti (l’ultima avvenuta nell’estate del 2002). Dopodiché si decise di lasciare la maggior parte dei reperti sul fondale marino per preservare integralmente le loro caratteristiche.</p>
<p>Nel corso degli anni, i funzionari della Soprintendenza sarda, che si occupano della salvaguardia dell’area, hanno riscontrato che il traghetto che fa spola tra Porto Torres e Asinara provocava lo spostamento dei rivestimenti collocati a tutela delle <strong>anfore</strong> e il parziale deterioramento dell’area archeologica, anche per via della bassa profondità – sei metri dalla superficie del mare – alla quale si trovano i reperti.</p>
<p>A questo punto, la sola soluzione praticabile per garantire il collegamento con l’Isola dell’Asinara e preservare al meglio i reperti archeologici è quella di trasferire il sito archeologico in un’area della Cala distante dalle manovre dei traghetti.</p>
<p>Benché il progetto verrà portato a termine nel mese di settembre 2009, sono già stati spostati numerosi frammenti, fondi e orli delle anfore in questione. Il programma è innovativo e sperimentale e può essere realizzato per via dell’interessamento del Ministero per i Beni e le attività Culturali e per la presenza dell’Area Marina Protetta. Inoltre, un percorso di visita subacquea, che verrà attrezzato anche per i visitatori diversamente abili, è già stato progettato dall’Ente Parco.</p>
<p>Il progetto vede il coinvolgimento di diverse professionalità, sia da parte della Soprintendenza per i Beni Archeologici che per il Parco Nazionale. Per la prima a progettare e dirigere i lavori sarà la dottoressa <strong>Gabriella Gasperetti</strong>, ad occuparsi della sicurezza per la progettazione sarà il geometra <strong>Giuseppe Grafitti</strong> e per l’esecuzione il geometra <strong>Costantino Cubeddu</strong>; collaboreranno al progetto anche gli assistenti tecnici <strong>Antonio Serra</strong>, <strong>Antonino Secchi</strong>, <strong>Antonio Chessa</strong>, l’operatore <strong>Antonio Fiori</strong> e il fotografo <strong>Giuseppe Rassu</strong>. Invece, per il secondo ente partecipano il dottor <strong>Carlo Forteleone</strong> (direttore), il dottor <strong>Silvio Vetrano</strong> (commissario straordinario), l’ingegner <strong>Pietro Paolo Congiatu</strong> (responsabile del procedimento). Infine, il dottor <strong>Luca Angius</strong> si occuperà della documentazione scientifica, mentre il signor <strong>Costantino Scotto</strong> della sicurezza delle immersioni; la <strong>Ditta napoletana Lucci Salvatore</strong>, qualificata negli scavi archeologici, si eseguirà i lavori.</p>
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		<title>Italia, Filicudi – I Carabinieri recuperano alcune anfore romane</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Jun 2009 07:51:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[furti e recuperi]]></category>
		<category><![CDATA[storia romana]]></category>
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		<description><![CDATA[Nuovo recupero in Sicilia dei militari del Nucleo Tutela patrimonio culturale: trovate cinque anfore d’epoca romana databili al primo secolo dopo Cristo. I reperti probabilmente appartengono a un’imbarcazione naufragata nella zona.  L’indagine è stata avviata in seguito ad alcune segnalazioni inerenti a un’attività illecita di scavi nel mare dell’Isola di Filicudi (Arcipelago delle Eolie). Le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nuovo recupero</strong> in Sicilia dei militari del <strong>Nucleo Tutela patrimonio culturale</strong>: trovate cinque <strong>anfore</strong> d’epoca romana databili al primo secolo dopo Cristo. I reperti probabilmente appartengono a un’imbarcazione naufragata nella zona.<span id="more-1150"></span> </p>
<p>L’indagine è stata avviata in seguito ad alcune segnalazioni inerenti a un’attività illecita di scavi nel mare dell’<strong>Isola di Filicudi </strong>(Arcipelago delle Eolie). Le <strong>anfore</strong> erano state sottratte al loro sito originario e nascoste in una cavità naturale.</p>
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		<title>Italia, Ragusa – ladri profanano il sito archeologico vicino al Museo di Kamarina</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Feb 2009 08:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia greca]]></category>
		<category><![CDATA[furti e recuperi]]></category>
		<category><![CDATA[redazionale]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>
		<category><![CDATA[storia pre-romana]]></category>
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		<description><![CDATA[In seguito a una segnalazione giunta dalla sala operativa, i militari della compagnia di Ragusa hanno prestato il loro intervento sul sito archeologico limitrofo al Museo di Kamarina, presso Santa Croce Camerina. Arrivati sul luogo del crimine, i finanzieri, dopo aver effettuato una veloce perlustrazione, hanno trovato diversi frammenti di creta facenti parte di un’anfora, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In seguito a una segnalazione giunta dalla sala operativa, i militari della compagnia di Ragusa hanno prestato il loro intervento sul sito archeologico limitrofo al Museo di Kamarina, presso Santa Croce Camerina.<span id="more-246"></span></p>
<p>Arrivati sul luogo del crimine, i finanzieri, dopo aver effettuato una veloce perlustrazione, hanno trovato diversi frammenti di creta facenti parte di un’anfora, abbandonati per terra, che credibilmente, i tombaroli avevano trascurato e frantumato.</p>
<p>La perizia, che è stata chiesta dalla Soprintendenza Beni culturali, ha verificato che il reperto sequestrato dai finanzieri è riconducibile a un’anfora di fattura greco-italica risalente al quarto secolo avanti Cristo: evidenti sono un pezzetto del fondo a forma di puntale cilindrico e altri vari pezzetti del corpo cilindrico.</p>
<p>La consegna dei reperti sequestrati al Museo archeologico di Kamarina è stata disposta dall’autorità giudiziaria.</p>
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		<title>Portogallo, Peniche &#8211; naufragio romano nelle acque dell’Atlantico</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jan 2009 10:20:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[redazionale]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>
		<category><![CDATA[storia romana]]></category>
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		<description><![CDATA[Una nave inesistente, numerosi frammenti trasportati in maniera incessante dalla corrente e un gabbiano che, in solitudine, osserva la scena, accovacciato sopra a un muricciolo di fronte al mare: sembrerebbero gli ingredienti che compongono un romanzo giallo oppure una delle molte leggende che circolano sul mar Mediterraneo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una nave inesistente, numerosi frammenti trasportati in maniera incessante dalla corrente e un gabbiano che, in solitudine, osserva la scena, accovacciato sopra a un muricciolo di fronte al mare: sembrerebbero gli ingredienti che compongono un romanzo giallo oppure una delle molte leggende che circolano sul mar Mediterraneo.<span id="more-104"></span></p>
<p>Invece, costituiscono l’argomento di cui si occupano quotidianamente gli studiosi di archeologia dell’Università della città di Coimbra, presso la quale opera, già da diversi anni, malgrado la sua giovane età, Alessia Amato (originaria di Molfetta), dottore di ricerca per quanto riguarda l’Archeologia Navale Islamica.</p>
<p>Ricomponiamo i pezzi del puzzle archeologico: un’imbarcazione è naufragata, in epoca augustea, mentre trasportava dei vasi fatti di terracotta contenenti olio d’oliva dal Portogallo meridionale alla Britannia, ovvero l’odierna Gran Bretagna. Però, la nave non si trova. Quindi? Torniamo indietro: in base alle segnalazioni fatte da un pescatore locale, gli studiosi dell’Università di Coimbra, qualche anno fa, incominciarono a esplorare il tratto di mate sul quale si affaccia Peniche, nel territorio sud-occidentale del Portogallo.</p>
<p>Le indicazioni risultarono veritiere e furono rinvenuti oltre 5 mila frammenti di vasi in terracotta “Haltern 70”, usati per trasportare olio e altri, attinenti, invece, a un altro tipo di vaso, denominato “sigillata italica”. È proprio quest’ultima traccia che permette di collocare la data del naufragio all’epoca augustea (dal 25 avanti Cristo al 15 dopo Cristo), circoscrivendo le datazioni iniziali.</p>
<p>Per di più, l’ingente quantità di frammenti trovati permette anche di risalire ad alcune delle caratteristiche della nave misteriosa: un’imbarcazione leggera, che non superava le quindici tonnellate, che si frantumò sulle rocce che affiorano pericolosamente nel tratto di oceano davanti a una costa scoscesa.</p>
<p>Così, i frammenti, preziose e uniche prove del naufragio, sono ripescati, puliti e desalinizzati: un’operazione lunga, delicata e paziente, che permette la ricomposizione del disegno, della storia, della vita che si cela dietro e all’interno di quei vasi spezzati. Questo è ciò che rende interessante il lavoro degli studiosi di archeologia del mondo, qualsiasi civiltà essi analizzino: comporre il puzzle, pezzo per pezzo, fino a mettere insieme il disegno originale.</p>
<p>Però, il puzzle sottomarino, è molto più complicato da ricomporre. Le onde muovano in continuazione la sabbia, con essa, i cocci delle anfore e pure i riferimenti che gli studiosi piantano per segnare la collocazione dei reperti. Inoltre, bisogna lavorare a testa in giù per evitare di smuovere l’acqua, affinché non si perda nulla, nemmeno un particolare.</p>
<p>Anche il più piccolo dettaglio può muovere il cursore immaginario posto sulla linea del tempo o narrarci di qualcuno che in epoche passate, magari poco tempo dopo l’affondamento, essendo a conoscenza del carico sepolto nelle profondità dell’oceano, si è immerso per raschiare le pregiate resine che ricoprivano dall’interno le anfore di terracotta per ottenere materia da riusare. Le tracce lasciate da questo sconosciuto sono palesi e produce un certo effetto vederle, nitide, sopra a un frammento ritrovato. E poi, si continua a ricostruire il puzzle e si ricostruisce, tratteggiandola, un vaso da soli due frammenti che ne rivelano il volume e la forma originali.</p>
<p>A gli inesperti di archeologia può parer piuttosto strano, oppure curioso, questa operazione di cesellamento, lenta, delicata e complessa. Soltanto una passione congenita, quale è quella della Dottoressa Alessia Amato o quella degli esperti della sua squadra, può fornire una spiegazione alla testardaggine nel voler scoprire cosa accadde in quel tratto di oceano, al di là delle Colonne d’Ercole, oltre le quali, si sa, noi mortali non possiamo andare.</p>
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		<title>Italia, Taranto – area archeologica marina ridotta a cantiere abusivo</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jan 2009 11:59:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[furti e recuperi]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>
		<category><![CDATA[storia pre-romana]]></category>
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		<description><![CDATA[I sub dei Carabinieri del comune di Taranto hanno terminato l’operazione investigativa a più di cinquanta metri sott’acqua ove il 14 ottobre scorso vennero segnalati due individui per il crimine di possesso di beni culturali appartenenti allo Stato italiano. Il lavoro specialistico ha permesso la collocazione sicura delle anfore restate incrostate sul fondale insieme all’intera merce della nave, il recupero di quelle restate esposte e rubabili in maniera più facile e l’accertamento del danno effettivo provocato all’importante sito archeologico, formato da un ingente deposito di anfore, che, il furto ha praticamente dimezzato e sventrato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I sub dei Carabinieri del comune di Taranto hanno terminato l’operazione investigativa a più di cinquanta metri sott’acqua ove il 14 ottobre scorso vennero segnalati due individui per il crimine di possesso di beni culturali appartenenti allo Stato italiano. Il lavoro specialistico ha permesso la collocazione sicura delle anfore restate incrostate sul fondale insieme all’intera merce della nave, il recupero di quelle restate esposte e rubabili in maniera più facile e l’accertamento del danno effettivo provocato all’importante sito archeologico, formato da un ingente deposito di anfore, che, il furto ha praticamente dimezzato e sventrato.<span id="more-83"></span></p>
<p>I ladri, usando strumenti di fortuna, come zappe, scalpelli, martelli, aste pesanti, picconi e rastrelli, di sicuro non adatti a simili lavori quando questi sono autorizzati, che ora sono stati sequestrati dai Carabinieri sommozzatori, hanno infranto l’integrità dell’area archeologica che da più di 2 millenni era serbata sotto uno strato di incrostazione marina, trasformandola in un cantiere. Difatti, oltre 15 anfore, integralmente rinvenute dai sommozzatori, si trovavano in prossimità al sito già pulite e separate dal resto del mucchio.</p>
<p>È probabile che il gruppo di anfore, oramai praticamente ridotto a metà dalla detrazione di trentotto di esse scoperte dentro a un deposito che in precedenza, a causa di un camuffamento naturale, appariva mimetizzato con le rocce e la configurazione tipica del fondo, sia stato in modo ulteriore guastato e manipolato poiché il terreno è oramai diventato friabile perciò perfino removibile semplicemente con un pennello.</p>
<p>La manovra di Polizia conclusasi il 14 ottobre 2008 si è rivelata importantissima poiché ha bloccato un’operazione di depredazione che certamente, se fosse continuata nel tempo, avrebbe potuto causare danneggiamenti ancora più grevi e insanabili al valore culturale e storico dell’area archeologica, perché quasi certamente i malfattori sarebbero arrivati a saccheggiare anche le testimonianze della nave che portava le anfore. </p>
<p>Mesto finale che avrebbe “strappato” all’Archeologia navale, come scienza basilare che si occupa dello studio del trasporto via mare nel periodo antico sotto l’aspetto sia geografico che storico, tutte le possibilità di compiere ricerche approfondite e sistematiche a proposito di quei fondali marini.</p>
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		<title>Italia, Messina – i Carabinieri portano alla luce una coppia di anfore risalenti al terzo secolo avanti Cristo</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jan 2009 20:02:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia greca]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>
		<category><![CDATA[storia pre-romana]]></category>
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		<description><![CDATA[Alcuni resti del periodo greco-italico sono stati portati alla luce dai Carabinieri del comune Milazzo, in provincia di Messina: il recupero è avvenuto nei pressi dell’Arcipelago delle isole Eolie. I reperti sono il collo di un’anfora con manici e un’anfora completa, trasferiti da persone ignote in un’area vicina a quella segnalata dalla Sovrintendenza del mare.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Alcuni resti del periodo greco-italico sono stati portati alla luce dai Carabinieri del comune Milazzo, in provincia di Messina: il recupero è avvenuto nei pressi dell’Arcipelago delle isole Eolie. I reperti sono il collo di un’anfora con manici e un’anfora completa, trasferiti da persone ignote in un’area vicina a quella segnalata dalla Sovrintendenza del mare.<span id="more-43"></span></p>
<p>I Carabinieri hanno recuperato le due anfore, databili all’epoca graco-italica (terzo secolo avanti Cristo) e le hanno affidate ai dipendenti della Sovrintendenza. Per di più, i militari hanno verificato la presenza di altri resti che la Sovrintendenza aveva già rilevato e che vanno ancora recuperati.</p>
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