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	<title>ArcheoRivista - rivista di archeologia</title>
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		<title>Bologna. La bellezza femminile nelle medaglie del Museo Archeologico</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 13:28:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[mostre]]></category>
		<category><![CDATA[storia rinascimentale]]></category>

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		<description><![CDATA[Da domenica 19 febbraio 2012, l’Atrio del Museo Civico Archeologico di Bologna ospiterà una piccola sezione delle medaglie, analizzate da Nicol Ranci nella sua tesi di laurea: “Capillamenti Dignitas. L’acconciatura femminile nelle medaglie del XV e XVI secolo della Collezione del Museo Civico Archeologico di Bologna”. L’indagine si è focalizzata sullo studio delle acconciature presenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11713" title="mostra-medaglie" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/mostra-medaglie.jpg" alt="Bologna. La bellezza femminile nelle medaglie del Museo Archeologico" width="434" height="335" /></p>
<p>Da domenica 19 febbraio 2012, l’Atrio del <strong>Museo Civico Archeologico di Bologna</strong> ospiterà una piccola sezione delle medaglie, analizzate da Nicol Ranci nella sua tesi di laurea: “Capillamenti Dignitas. L’acconciatura femminile nelle medaglie del XV e XVI secolo della Collezione del Museo Civico Archeologico di Bologna”. L’indagine si è focalizzata sullo studio delle acconciature presenti nella produzione medaglistica del Quattrocento e del Cinquecento, con riferimento particolare ai reperti della collezione bolognese, quale testimonianza non solamente di tendenze e di mode, ma anche di implicazioni antropologiche, sociali e storiche, espresse nell’atto dell’acconciarsi.</p>
<p>Negli ultimi tempi si sta assistendo a uno sviluppo degli studi dedicati alla storia della moda e, più in generale, del costume, a conferma di quanto tali tipi di ricerche possano collaborare all’individuazione della cronologia di opere pittoriche e scultoree. Un nuovo modo per interpretare e leggere la medaglia, opera artistica prodotto di quel periodo straordinario che fu il Rinascimento. Realizzate con il chiaro intento di commemorare i personaggi rappresentati, le loro imprese e le loro virtù, le medaglie ci consentono oggi di narrare storie antiche o di raccontare, in questo caso, di donne, più o meno famose, la cui immagine, accuratamente cesellata nel bronzo, è stata tramandata fino a noi.</p>
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		<title>Asti. Dopo quasi mezzo secolo tornano in mostra gli Etruschi</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 13:27:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia etrusca]]></category>
		<category><![CDATA[mostre]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo quasi cinquant’anni, il Piemonte torna ad ospitare una grande mostra dedicata agli Etruschi, anello culturale di congiunzione tra il Mediterraneo e l’Europa celtica. “ETRUSCHI. L’ideale eroico e il vino lucente” svelerà al pubblico una preziosa selezione di manufatti etruschi e greci poco conosciuti, provenienti dalle principali collezioni etrusche italiane, tra cui quella dei Musei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11711" title="estruschi" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/Mostra-Etruschi-Palazzo-Mazzetti-Asti.jpg" alt="Asti. Dopo quasi mezzo secolo tornano in mostra gli Etruschi " width="600" height="848" /></p>
<p>Dopo quasi cinquant’anni, il Piemonte torna ad ospitare <strong>una grande mostra dedicata agli Etruschi</strong>, anello culturale di congiunzione tra il Mediterraneo e l’Europa celtica. “ETRUSCHI. L’ideale eroico e il vino lucente” svelerà al pubblico una preziosa selezione di manufatti etruschi e greci poco conosciuti, provenienti dalle principali collezioni etrusche italiane, tra cui quella dei Musei Vaticani. L’esposizione, curata da Alessandro Mandolesi e Maurizio Sannibale, è voluta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, con il sostegno scientifico con i Musei Vaticani, la collaborazione della Regione Piemonte e il contributo, con importanti prestiti, di importanti istituzioni museali e culturali italiane.</p>
<p>L’evento sarà inaugurato sabato 17 marzo 2012 e ospitato, fino al 15 luglio, ad Asti, presso Palazzo Mazzetti. La scelta di Asti come sede della mostra non è casuale: infatti, sarà esposto in anteprima l’<strong>elmo crestato villanoviano in bronzo</strong>, occultato per secoli nelle acque del Tanaro e scoperto alla fine del XIX secolo. L’elmo simboleggia il primo contatto tra gli Etruschi e la civiltà della vallata del Tanaro e offrirà un punto di partenza per approfondire i contatti più antichi tra il Mediterraneo orientale e greco e l’Occidente etrusco, con inevitabili riflessi nell’Italia settentrionale e nell’Europa celtica. I poemi di Omero saranno il filo conduttore che accompagnerà i visitatori lungo la prima parte dell’esposizione, nello stesso modo in cui gli stessi racconti trasmisero nuovi ideali di vita alle aristocrazie italiche e etrusche.</p>
<p>L’elmo di Asti è databile all’inizio del primo millennio avanti Cristo e risale al periodo villanoviano, civiltà italiana dell’età del Ferro in cui riconosciamo i primi Etruschi, rappresentata dal rito funerario crematorio e dalla forte prerogativa guerriera dei personaggi di potere. Vicino ai guerrieri villanoviani – contraddistinti da armi e accessori legati al possesso del cavalo – compaiono le mogli, qualificate dal cinturone di bronzo, lavorato finemente, dagli ornamenti personali e dal fuso, simbolo della signora filatrice. La bevanda preferita da queste antiche famiglie è un tipico vino italico ottenuto già nell’età del Bronzo dalla vite vinifera silvestre e bevuto in grosse tazze d’impasto.</p>
<p>I contatti con l’Oriente, allacciati attorno al secolo VIII avanti Cristo, portò sulle tavole della nobiltà etrusca nuovi contenitori e vasi, e la moda di consumare vino raffinato. Le famiglie più importantisi legano strettamente con i Fenici e i Greci, tanto da assimilare alcune tematiche figurative e modelli culturali. Con l’avviamento alla scrittura e la diffusione di una nuova maniera di banchettare e di un’eroica ideologia funeraria, nasce un nuovo stile di vita aristocratico che cambierà profondamente l’aspetto della società italica.</p>
<p>L’esposizione si divide in due sezioni. La prima racconta l’importazione dell’ideale eroico e dei costumi omerici in Etruria, per mezzo di una serie di tematiche – mito, commercio, atletismo, cura del corpo, oplitismo, costume – che contraddistinguono le prime fasi della cultura etrusca. Con la diffusione dei poemi omerici nella penisola italiana cambia l’autorappresentazione dei personaggi più autorevoli della comunità etrusca che ora perseguono l’ideale del principe-eroe e si qualificano, oltre che per l’abilità militare, anche per le grandi ricchezze accumulate e le usanze cerimoniali.</p>
<p>La seconda parte della mostra si apre con il banchetto, nelle sue varie rappresentazioni: servizi di pregio, suppellettili e suggestive immagini di scultura e pittura illustrano la pratica del banchetto tra gli Etruschi. Questo tema è illustrato dalla ricostruzione originale di una sepoltura a camera dipinta, con una bellissima scena conviviale del secolo V avanti Cristo, che offre ai visitatori la possibilità di ammirare un ambiente affrescato. Inoltre, per la prima volta dopo il ritrovamento ottocentesco, si potrà visitare riunificato il sarcofago dei Vipinana da Tuscania, con la rappresentazione del defunto gozzovigliante sul coperchio e l’immagine del mito di Niobidi sulla cassa.</p>
<p>La mostra si chiude con una rarità espositiva: un omaggio al rapporto tra Etruschi e Savoia e al gusto artistico all’etrusca diffuso in Europa tra XVIII e XIX secolo. È, infatti, esposto il lussuoso gabinetto etrusco del Castello di Racconigi, voluto da re Carlo Alberto e realizzato da Pelagio Palagi.</p>
<p>Asti, Palazzo Mazzetti<br />
17 marzo &#8211; 15 luglio 2012, da martedì a domenica h 9.30 – 19.30, lunedì chiuso.<br />
Info contenuti mostra: Tel. 335-6175139 – E-mail: <a href="etruschi@fondazionecrasti.it" target="_blank">etruschi@fondazionecrasti.it</a>.<br />
Info e Prenotazioni: Tel. 02-43353522 – E-mail: <a href="servizi@civita.it" target="_blank">servizi@civita.it</a>.<br />
Biglietti:<br />
9,00 intero.<br />
7,00 ridotto gruppi, minori di 18 e maggiori di 65 anni, titolari di apposite convenzioni.<br />
3,00 ridotto speciale scuole.<br />
Sito-web della mostra (in corso di attivazione): <a href="www.etruschiadasti.it" target="_blank">www.etruschiadasti.it</a>.<br />
Palazzo Mazzetti: <a href="www.palazzomazzetti.it" target="_blank">www.palazzomazzetti.it</a>.</p>
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		<title>Intervista al professor Edoardo D’Angelo</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 13:25:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Carta d&#8217;identità Università: Napoli Suor Orsola Benincasa Nome del corso: Archeologia e Scienze dell’Antichità e del Medioevo Competenze didattiche: (LM) Anno di istituzione: 2009 (prima era una Specialistica) Numero di docenti (2008): circa 25 Numero di iscritti (2008): circa 100 Sede principale: Napoli, via S, Caterina 37 Recapiti: Napoli, via S, Caterina 37 D Oltre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-11709" title="professor Edoardo D’Angelo" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/professor-Edoardo-D’Angelo.jpg" alt="professor Edoardo D’Angelo" width="100" height="93" /></strong></p>
<p><strong>Carta d&#8217;identità</strong></p>
<ul>
<li>Università: Napoli Suor Orsola Benincasa</li>
<li>Nome del corso: Archeologia e Scienze dell’Antichità e del Medioevo</li>
<li>Competenze didattiche: (LM)</li>
<li>Anno di istituzione: 2009 (prima era una Specialistica)</li>
<li>Numero di docenti (2008): circa 25</li>
<li>Numero di iscritti (2008): circa 100</li>
<li>Sede principale: Napoli, via S, Caterina 37</li>
<li>Recapiti: Napoli, via S, Caterina 37</li>
</ul>
<p><strong>D Oltre all&#8217;insegnamento, quali sono i principali progetti in corso?</strong><br />
R L’Ateneo ha operato, nell’ambito dell’archeologia postclassica, su diversi fronti. Per molti anni il centro delle attività è stato costituito dall’abbazia di San Vincenzo al Volturno, in Molise, uno dei più grandi siti altomedievali europei. Dallo studio di questo “giacimento” è scaturita una copiosa produzione scientifica, che ha interessato, oltre all’ambito prettamente archeologico, in tutte le sue declinazioni, anche quelli degli studi storici e storico-artistici. Contemporaneamente, da quasi un decennio si lavora all’esplorazione del grande castello di Rupe Canina, che divenne celebre in età normanna per essere stato feudo della famiglia dei conti di Alife che, per molti anni, tennero testa a re Ruggero II d’Altavilla.</p>
<p>Per quanto riguarda l’area mediterranea occorre ricordare il progetto di ricerca “Monastiraki”, che nasce da una collaborazione che l’Ateneo ha messo in essere negli ultimi anni con l’Archaeological Institute of Cretological Studies per lo studio archeologico e l’applicazione di nuovi strumenti di tecnologia avanzata al complesso protopalaziale di Monastiraki a Creta (Grecia).  Sulla base di una convenzione con la Soprintendenza di Trapani e il Comune di Pantelleria si ricorda il progetto di scavo e ricerca protostorica presso il sito di Mursia sull’isola di Pantelleria (Trapani).</p>
<p>Infine, un progetto fortemente collegato con il territorio di appartenenza dell’ Ateneo: il “Progetto Vivara”, che prevede ricerche archeologiche di terra e subacquee a Procida-Vivara. Tutti i reperti provenienti dall’isola di Vivara sono oggetto di studio e analisi presso i laboratori dell’Ateneo.  Tale progetto è finalizzato ad un’unica azione globale di valorizzazione di un’isola caratterizzata dalla presenza di eccezionali testimonianze dell’età del Bronzo in uno con gli aspetti più suggestivi della natura.</p>
<p>Si segnala anche l’importanza del prosieguo del progetto di ricerca scientifica nell’area di Pompei con lo scavo condotto dal Prof. Pappalardo e dal Dott. Grimaldi nell’area del giardino della Casa di Marco Fabio Rufo a Pompei in Convenzione con la Soprintendenza Archeologica di Pompei. Le ricerche condotte sul campo sono ora in corso di pubblicazione e nel futuro si amplierà lo spettro dell’intervento con altri saggi che verranno condotte nelle adiacenti case del Bracciale d’Oro e di Maras Castricio.</p>
<p>Tali progetti, già oggetto di varie pubblicazioni e comunicazioni a convegni internazionali, si affiancano al lavoro e alla presenza svolto sul campo dal Centro Internazionale per gli Studi Pompeiani “Amedeo Maiuri” dell’Ateneo che sta svolgendo, in accordo con il Comune di Pompei, un ruolo importante nella rivalutazione dell’area a Nord degli scavi di Pompei (CISP).</p>
<p><strong>D E quelli per il futuro?</strong><br />
R Il laboratorio di Archeologia Tardoantica e Medievale, da quattro anni basato a Piedimonte Matese presso la sede della Società Storica del Medio Volturno, sta ampliando ed approfondendo il suo sguardo sul ricchissimo orizzonte archeologico dell’Alto Casertano, ed in particolare della Valle del Volturno: stiamo avviando un promettente progetto di indagine presso l’abbazia del SS.Salvatore di San Salvatore Telesino (BN), che fu luogo ove, nel XII secolo, dimorarono personaggi del calibro di S. Anselmo di Canterbury e del cronista Alessandro di Telese. A Pompei la ricerca sul campo continuerà nei modi e nei tempi già precedentemente esplicitati con l’ausilio ed il supporto didattico del CISP per permettere la formazione dei nostri studenti in una delle aree archeologiche più importanti al mondo.</p>
<p><strong>D Il progetto già realizzato che è il vostro “fiore all&#8217;occhiello”?</strong><br />
R Fra i diversi risultati, vale la pena ricordare soprattutto il volume sul Molise preromanico e romanico che vedrà la luce nel 2012 per i tipi della Jaca Book, all’interno della prestigiosa collana “Patrimonio Artistico Italiano”. L’Ateneo Suor Orsola si è impegnato a promuovere e diffondere la cultura della qualità, attraverso una adeguata pianificazione, gestione e controllo di tutte le attività di ricerca. Nel 2006 questo processo si è concluso con successo con la certificazione UNI EN ISO 9001: 2008 per “formazione, progettazione e ricerca nel campo delle scienze e tecniche applicate all’archeologia e del restauro attraverso l’attività di laboratorio”. Con tale certificazione il Laboratorio di Scienze e Tecniche applicate all’ Archeologia, afferente al CdL Magistrale in Archeologia e Scienze dell’Antichità e del Medioevo, testimonia il suo impegno nella ricerca, nell’attività di formazione e nella progettazione a tutto vantaggio per i discenti. L’obiettivo raggiunto costituisce dunque il tangibile riconoscimento del lavoro efficiente, trasparente e funzionale che il Laboratorio sta svolgendo in questi ultimi anni nell’ambito del Corso di Laurea in Archeologia e Scienze dell’Antichità e del Medioevo.</p>
<p>L’Ateneo Suor Orsola si è impegnato a promuovere e diffondere la cultura della qualità, attraverso una adeguata pianificazione, gestione e controllo di tutte le attività di ricerca. Nel 2006 questo processo si è concluso con successo con la certificazione UNI EN ISO 9001: 2008 per “formazione, progettazione e ricerca nel campo delle scienze e tecniche applicate all’archeologia e del restauro attraverso l’attività di laboratorio”. Con tale certificazione il Laboratorio di Scienze e Tecniche applicate all’ Archeologia, afferente al CdL Magistrale in Archeologia e Scienze dell’Antichità e del Medioevo, testimonia il suo impegno nella ricerca, nell’attività di formazione e nella progettazione a tutto vantaggio per i discenti. L’obiettivo raggiunto costituisce dunque il tangibile riconoscimento del lavoro efficiente, trasparente e funzionale che il Laboratorio sta svolgendo in questi ultimi anni nell’ambito del Corso di Laurea in Archeologia e Scienze dell’Antichità e del Medioevo.</p>
<p>La presenza dell’Ateneo nell’area archeologica di Pompei tra il 2004 ed il 2007 ha dato la possibilità a più di 500 studenti di formarsi sul campo mediante il loro periodo di frequnza e partecipazione alle attività di scavo e ricerca condotte nell’area dal Prof. Pappalardo e dal Dott. Grimaldi. Ciò ha portato ad una costante formazione degli studenti sul delicato tema della conservazione in relazione allo scavo e alla tutela e fruizione di un bene chiuso al pubblico quale quello della Casa di Marco Fabio Rufo.</p>
<p>In più in collaborazione con l’Università di Tokyo si è giunti ad una prima vera monografia delle case occupanti l’area dell’Insula Occidentalis a Pompei con in più la pubblicazione per la prima volta di oltre 1000 fotografie a colori degli apparati decorativi ancora visibili in queste dimore, operazione questa che funge da memoria per lo stato di conservazione di una delle aree più belle di Pompei non accessibili dal pubblico visitatore.</p>
<p>Il CISP ha invece il merito di conservare e preservare sul territorio la memoria degli scavi e delle ricerche ivi condotte attraverso la conservazione di parte della Biblioteca di Amedeo Maiuri, fonfo sottoposto a vincolo.</p>
<p><strong>D Avete collaborazioni con altri enti e istituzioni italiani?</strong><br />
R Il Laboratorio di Archeologia Tardoantica e Medievale tradizionalmente collabora in primo luogo con gli Enti territoriali, con i quali costruisce progetti per la valorizzazione del patrimonio archeologico e monumentale postclassico. Ma meritano di essere ricordate le collaborazioni con l’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e con la Scuola Speciale per Archivisti e Bibliotecari della “Sapienza” di Roma, per l’edizione degli inediti di Vincenzo Federici, lo studioso che pubblicò l’edizione critica del Chronicon Vulturnense, la principale fonte sulla storia di San Vincenzo al Volturno.</p>
<p><strong>D E con enti e istituzioni stranieri?</strong><br />
R Si è appena avviata la nostra collaborazione con il progetto europeo del Corpus dell’Architettura Religiosa dell’Europa (secoli IV – XI), per il censimento di tutte le presenze monumentali cristiane del territorio della Campania. In questi ultimi anni si è dato vita a un programma di sviluppo per i rapporti di cooperazione internazionale, nel settore delle tecnologie avanzate dei beni culturali archeologici, volto soprattutto ai Paesi del Mediterraneo. Tra questi si ricorda l’accordo di collaborazione scientifica con l’Università di Cordoba (Spagna). Nell’area pompeiana poi la collaborazione stretta riguarda non solo gli enti locali ma soprattutto Università internazionali quali quelle di Tokyo, Alicante, Valencia, e si sta lavorando per una collaborazione con l’Università di Cincinnati negli USA.</p>
<p><strong>D Qual è il rapporto con le Soprintendenze?</strong><br />
R L’interazione con le Soprintendenze nel nostro campo è ineludibile. La sua efficacia dipende molto dalle specificità delle condizioni dei singoli contesti in cui si opera. Lo sforzo è comunque sempre quello di operare in condizioni di massima collaborazione. Gli scavi archeologici sono realizzati sulla base di specifici accordi di collaborazione con le Soprintendenze Archeologiche di riferimento territoriale.</p>
<p><strong>D Quali sono i processi di formazione sul campo per gli allievi?</strong><br />
R Pur nelle crescenti difficoltà degli ultimi anni, cerchiamo sempre di offrire agli studenti il più ampio ventaglio di opportunità formative, che spaziano dall’apprendimento delle tecniche di gestione, documentazione ed edizione dello scavo archeologico, alla conoscenza diretta delle fonti scritte utili per la contestualizzazione storica dei siti medievali, allo studio delle diverse classi di reperti. Incoraggiamo gli studenti più volenterosi a seguire l’attività del laboratorio anche oltre quanto strettamente previsto dalla “contabilità” dei crediti, affinché sia loro reso possibile partecipare nel modo più completo alla costruzione ed allo sviluppo dei nostri progetti di ricerca.</p>
<p>Attraverso la costituzione di poli territoriali strettamente connessi con scavi archeologici di terra e di mare e la creazione di laboratori dedicati alle scienze e tecniche applicate all’archeologia, agli studenti è data la possibilità di acquisire e sperimentare tutte le tecniche legate allo scavo archeologico e allo studio dei reperti. L’impostazione metodologica ha previsto, quindi, l’alternanza di diversi momenti fra loro correlati: formazione-sperimentazione-ricerca, nella convinzione che soltanto la diretta conduzione di un’attività di analisi e di elaborazione progettuale può garantire l’effettiva acquisizione di competenze. L’impegno didattico e formativo ha previsto anche la realizzazione di laboratori sul campo, con l’uso di strumentazione diagnostica portatile, per affrontare questioni archeometriche, analisi bioarcheologiche e di studio del territorio. Numerosi studenti-laureandi hanno preso parte alle nostre ricerche e spesso hanno partecipato alla presentazione e pubblicazione dei risultati.</p>
<p>Attraverso la costituzione di poli territoriali strettamente connessi con scavi archeologici di terra e di mare e la creazione di laboratori dedicati alle scienze e tecniche applicate all’archeologia, agli studenti è data la possibilità di acquisire e sperimentare tutte le tecniche legate allo scavo archeologico e allo studio dei reperti. L’impostazione metodologica ha previsto, quindi, l’alternanza di diversi momenti fra loro correlati: formazione-sperimentazione-ricerca, nella convinzione che soltanto la diretta conduzione di un’attività di analisi e di elaborazione progettuale può garantire l’effettiva acquisizione di competenze. L’impegno didattico e formativo ha previsto anche la realizzazione di laboratori sul campo, con l’uso di strumentazione diagnostica portatile, per affrontare questioni archeometriche, analisi bioarcheologiche e di studio del territorio. Numerosi studenti-laureandi hanno preso parte alle nostre ricerche e spesso hanno partecipato alla presentazione e pubblicazione dei risultati.</p>
<p><strong>D Ricorrete a sponsor o finanziatori a progetto?</strong><br />
R Seguire questo percorso oggi è assolutamente prioritario, soprattutto quando i progetti di ricerca impattano direttamente sul territorio e devono essere costruiti con i rappresentanti delle comunità che vi abitano e che vedono in essi opportunità di valorizzazione del proprio patrimonio storico.</p>
<p><strong>D Come gestite la divulgazione del vostro lavoro verso il grande pubblico?</strong><br />
R Come anticipavo nella risposta alla domanda precedente, questo è un aspetto cui ho sempre attribuito la massima rilevanza. Nel 2007, ad esempio, la costruzione di una “docufiction” su San Vincenzo al Volturno, realizzata con l’applicazione delle tecnologie della ricostruzione 3D del sito archeologico, ci è valsa il premio per la migliore realizzazione didattica al II Festival Internazionale del Cinema Archeologico di Roma. Su questa scia, ancora nel 2011 abbiamo fatto approdare sulle pagine di “Archeo” i risultati degli scavi per la riscoperta del Criptoportico romano di Alife.<br />
L’Ateneo è dotato di un ufficio stampa e, quindi, le principali attività svolte dal Corso di Laurea sono sempre divulgate sul sito WEB dell’Ateneo e riprese dagli organi di stampa. Ricordiamo, quale esempio di promozione dell’incontro tra ricerca e comunicazione, la realizzazione della manifestazione “Archeologia e Media” svolta al Suor Orsola nel 2009. Sono presenti molti contributi e comunicati stampa relativi ai nostri interventi anche i ambito pompeiano con anche l’utilizzo di intere pagine della cultura su testate giornalistiche nazionali oltre ovviamente a comunicazioni di ambito scientifico internazionale.</p>
<p><strong>D Il vostro rapporto con la stampa?</strong><br />
R Da incrementare sempre, con lo spirito di raggiungere il grande pubblico attraverso vettori selezionati e di qualità. È di fine dicembre 2011 un’ampia pagina dedicataci dal “Mattino” di Napoli sui risultati degli scavi di Rupe Canina e, più in generale, del Laboratorio di Archeologia Tardoantica e Medievale.</p>
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		<title>Rignano Garganico. Tentato furto nella Grotta Paglicci, a rischio crollo</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 13:22:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[degrado e rischi]]></category>
		<category><![CDATA[preistoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Il sito paleolitico di Grotta Paglicci, a Rignano Garganico (Fg), è stato vittima di un tentativo di furto con scasso. Dalla segnalazione presentata ai Carabinieri, alla Soprintendenza Archeologica della Puglia e al Comune da un’associazione locale si evince che nel corso di una visita di perlustrazione della zona attorno al sito preistorico, tre appassionati di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11706" title="furto-grotta-paglicci" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/furto-grotta-paglicci.jpg" alt="" width="600" height="486" /></p>
<p>Il sito paleolitico di <strong>Grotta Paglicci</strong>, a <strong>Rignano Garganico</strong> (Fg), è stato vittima di un tentativo di furto con scasso. Dalla segnalazione presentata ai Carabinieri, alla Soprintendenza Archeologica della Puglia e al Comune da un’associazione locale si evince che nel corso di una visita di perlustrazione della zona attorno al sito preistorico, tre appassionati di archeologia abbiano rilevato un buco nella parete in cemento armato che salvaguarda l’entrata all’area degli scavi. Per fortuna, le massicce strutture di ferro hanno impedito ai tombaroli di proseguire.</p>
<p>Grazie al recente interessamento del <strong>Centro Studi Paglicci</strong> era stato lanciato un allarme a livello nazionale attraverso il Tg3 e il Tg2 sulla condizione di degrado e di abbandono della grotta preistorica, che come tutti sappiamo, ha restituito negli ultimi quarant’anni oltre quarantacinquemila testimonianze paleolitiche, databili in un periodo di tempo che oscilla tra i cinquecentomila e gli undicimila anni fa. I servizi andati in onda sulle due reti nazionali segnalavano proprio la necessità di mettere in sicurezza un simile tesoro, lamentando i ripetuti furti e i crolli di una larga area della caverna.</p>
<p>L’assoluta indifferenza delle istituzioni locali, regionali e nazionali, nei confronti di una testimonianza di importanza internazionale, è evidenziata anche dagli estensori della denuncia, spedita anche al Comando Carabinieri TPC di Roma. Ci si lamenta, soprattutto, del governo comunale che non avrebbe mosso un dito per risolvere la questione esproprio e tentare di venire in possesso della zona per occuparsi della sua ristrutturazione e della sua tutela.</p>
<p>A causa delle pericolose condizioni in cui verte la grotta, anche gli scavi sono stati interrotti e gli archeologi dell’Università di Siena si sono trovati impossibilitati a continuare il proprio lavoro di ricerca. La Pubblica Amministrazione ha comunicato che invierà i proprio operatori per tappare il foro, ma sarebbe necessario programmare un sopralluogo per appurare l’eventuale intrusione dei ladri, che potrebbero aver danneggiato irreparabilmente questo bene dal valore immane.</p>
<p><strong>Informazioni</strong></p>
<p><a href="http://www.paglicci.net" target="_blank">www.paglicci.net</a></p>
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		<title>Turchia, Karkemish. Dopo un secolo tornano i riflettori sulla celebre città hittita</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 13:18:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia vicino oriente]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca & studi]]></category>
		<category><![CDATA[scavi]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono ripresi qualche mese fa, dopo quasi cento anni di stop, i lavori di scavo archeologico sul sito di Karkemish, la famosa città ittita, edificata su un importante guado dell’Eufrate, vicino al contemporaneo confine tra Siria e Turchia, ricordata nelle tavolette di Ebla del terzo millennio avanti Cristo e menzionata anche nella Bibbia, annientata nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignnone  wp-image-11703" title="Karkemish" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/Karkemish.jpg" alt="Karkemish" width="600" height="545" /></strong></p>
<p><strong>Sono ripresi qualche mese fa</strong>, dopo quasi cento anni di stop,<strong> i lavori di scavo archeologico sul sito di Karkemish</strong>, la famosa città ittita, edificata su un importante guado dell’Eufrate, vicino al contemporaneo confine tra Siria e Turchia, ricordata nelle tavolette di Ebla del terzo millennio avanti Cristo e menzionata anche nella Bibbia, annientata nel 717 avanti Cristo dall’esercito assiro di Sargon II e dallo stesso popolo ricostruita. In questa città Nabuccodonosor arrestò nel 605 avanti Cristo la conquista egiziana e in epoca romana essa tornò a fiorire.</p>
<p>Tra 1911 e 1920 Karkemish venne interessata dalla prima spedizione archeologica, diretta dal British Museum, a cui partecipò il famoso T.E. Lawrence, ma lo scavo fu subito abbandonato e, con l’indipendenza della Turchia, l’antico insediamento fu dimenticati e occupato da un’area di interesse militare turco, totalmente off limits per i civili, studiosi inclusi. Oggi, una missione italo-turca è tornata sul campo allo scopo di realizzare in loco un parco archeologico e di restituire l’area alla fruizione e alla ricerca. Infatti, gli atenei di Istanbul, Bologna e Gaziantep hanno avviato una collaborazione per valorizzare la plurimillenaria storia di questo sito.</p>
<p>Il sito di Karkemish conserva delle rovine imponenti: una vasta zona che si estende per oltre 90 ettari, circondata da mura che raggiungono i venti metri, un’acropoli fortificata che protegge una città con templi e palazzi, strade commemorative, una ricca necropoli. L’equipe italo-turca ha individuato la fase archeologica corrispondente alla distruzione assira del VI secolo avanti Cristo, mentre i resti della città romana in superficie celano al di sotto le tracce delle città costruire in questo sito strategico.</p>
<p>Una delle scoperte più importanti di questa prima missione archeologica è un altissimo monolite di basalto, rivestito completamente di iscrizioni in geroglifico luvio, caratteri idrografico-sillabici che celano una lingua di origine indoeuropea, decodificata da David Hawkins della British Academy. La stele, che riporta una dedica regale al dio Sole alato, effigiato nella parte superiore della rappresentazione, risale al 980 avanti Cristo, un’epoca ancora sconosciuta della storia di Karkemish.</p>
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		<title>Napoli. Dalle terme di via Terracina un progetto di sviluppo</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 21:10:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar De Simone</dc:creator>
				<category><![CDATA[politica dei beni culturali]]></category>

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		<description><![CDATA[Terme di via Terracina. Ambienti interni del complesso termale Il complesso termale di Via Terracina Un complesso termale rinvenuto nel 1939 durante gli scavi per la costruzione della Mostra d’Oltremare, ci svela l’antico volto del quartiere partenopeo di Fuorigrotta. L’edificio datato al II secolo d.C. mostrò da subito il suo ottimo stato di conservazione e la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-11688" title="Terme via Terracina" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/Terme-via-Terracina.jpg" alt="Terme di via Terracina. Ambienti interni del complesso termale" width="600" height="418" /><br />
Terme di via Terracina. Ambienti interni del complesso termale</em></p>
<h2>Il complesso termale di Via Terracina</h2>
<p>Un complesso termale rinvenuto nel 1939 durante gli scavi per la costruzione della Mostra d’Oltremare, ci svela l’antico volto del quartiere partenopeo di Fuorigrotta. L’edificio datato al II secolo d.C. mostrò da subito il suo ottimo stato di conservazione e la raffinatezza delle sue decorazioni. L’importante struttura era collocata laddove i viandanti provenienti da Neapolis e diretti a Puteoli trovavano ristoro dalle fatiche del lungo viaggio.</p>
<p>Ambienti realizzati in epoche successive – corridoio e tabernae – concedevano la possibilità ai mercanti tra un bagno e l’altro, di intrattenere anche relazioni commerciali.</p>
<p>In buone condizioni si presentano ancora oggi il <em>frigidarium</em> (ambiente riservato ai bagni freddi) il vestibolo e le latrine, associati ai mosaici di pregiata fattura realizzati in tessere bianche con cornice nera che caratterizzano questi ambienti, e che purtroppo non risultano essere in ottime condizioni a causa delle intemperie e degli agenti atmosferici cui sono esposti.</p>
<p>Il tema principale – di questi mosaici &#8211; riguarda l’incontro e le nozze di Anfitrite e <em>Poseidon</em>, a cui prendono parte tutte le creature appartenenti al mondo marino come i delfini le nereidi ed i tritoni.</p>
<p>Partendo dall’ingresso e giungendo alla <em>latrina</em>, si incontra il primo mosaico figurativo demarcato da un abside che &#8211; nelle linee orizzontali rappresentanti le onde marine &#8211; lascia scorgere due delfini, mentre più in basso una figura risulta difficilmente identificabile, probabilmente un Grifo di mare.</p>
<p>La raffigurazione del vestibolo poi, descrive la scena di una nereide seduta sulla coda di un giovane tritone in cui in basso a sinistra appare un delfino ed ai lati superiori due amorini.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-11689" title="Mosaico Tritone e Nereide" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/Mosaico-Tritone-e-Nereide.jpg" alt="Terme di via Terracina. Ambienti interni del complesso termale" width="240" height="272" /><br />
Il mosaico del vestibolo, con </em><em>Tritone e Nereide </em></p>
<p>Certamente più complesso è il mosaico quadrangolare del <em>Frigidarium</em>, a figure nere su fondo bianco, in cui vi è rappresentato un corteo di animali mitici seguiti e cavalcati da personaggi antropomorfi, arricchito da rappresentazioni di delfini posti ai quattro lati.</p>
<p>Il complesso – realizzato interamente in opera vittata laterizia e reticolata &#8211; doveva essere posto su più livelli, come testimonia una gradinata che conduce ad ambienti ormai perduti per sempre e che in parte furono distrutti a causa delle costruzioni moderne.</p>
<p>Il sito posto ai margini dell’attuale via Terracina ad oggi non è valorizzato ed il suo decadimento è dovuto anche alla scarsa conoscenza che ne ha la comunità circostante.</p>
<p>C’è però un progetto nato lo scorso settembre che prende il nome di “Roots Discovery” che ha raccolto la sfida della valorizzazione di questo sito e che mira a restituire alla cittadinanza la propria identità culturale.</p>
<h3>Cos’è “Roots Discovery”</h3>
<p>“Roots Discovery obiettivo terme” nasce con lo scopo di rivalutare e rendere fruibile a tutti i visitatori interessati il sito archeologico delle terme romane di via Terracina, e restituire alla cittadinanza coscienza ed identità storica.</p>
<p>Questa idea però, prevede anche la creazione di una associazione (che prenderà presumibilmente il nome di Roots Discovery) volta a promuovere progetti di <em>social innovation</em> applicati al patrimonio culturale, in modo da sensibilizzare i cittadini rendendoli consapevoli, responsabili ed attivi nella gestione e nella tutela del patrimonio archeologico a disposizione.</p>
<p>Sembra quindi palesarsi all’orizzonte un cambio di marcia rispetto alle politiche sociali e gestionali della cultura Napoletana, ed è proprio questo che pensa la Dott.Ssa Carla Cecere dell’associazione Napoli Città Visibile (tra i promotori del progetto assieme agli studenti della Federico II del corso di laurea magistrale in organizzazione e gestione del patrimonio culturale ed ambientale, Confprofessioni, ed il circolo Ilva Bagnoli) che commenta così: “L&#8217;idea di fondo è quella di innovare il modo di pensare le politiche di gestione, tutela e valorizzazione del patrimonio culturale, sviluppando realtà autosostenibili e replicabili in diversi contesti”.</p>
<p>Una “rivoluzione culturale” quindi, che mira a rendere i cittadini più dinamici all’interno del proprio quartiere e che li inquadra in un progetto &#8211; ad ampio raggio &#8211; curato e diretto dall’equipe diretta dal Prof. Stefano Consiglio.</p>
<p>L’intero programma è stato presentato il giorno 19 dicembre 2011 presso la sede della <strong>fondazione forum 2013</strong>, sita all’interno dell’ex asilo Filangieri registrando un gran numero di partecipanti tra cui: il direttore generale della <strong>fondazione forum 2013</strong> – Francesco Caruso, il presidente del Polo delle Scienze Umane e Sociali Università Federico II – Prof. Marco Rusciano, ed altre rappresentanze di fondazioni ed enti come Confprofessioni, Città della Scienza, Mostra d’Oltremare, ed associazioni archeologiche come “Viviamo l’Archeologia” ed il “GAN” (Gruppo Archeologico Napoletano).</p>
<p>Si attende dunque questo cambiamento tanto atteso e l’elaborazione di un calendario di attività che preveda almeno 60 giorni di apertura del sito previsti per il 2012.</p>
<p>La volontà e la passione di un gruppo di giovani archeologi, conservatori, e manager della cultura in collaborazione con la cittadinanza ed i più autorevoli enti territoriali, sembra essere la marcia vincente per l’innovazione culturale che dal quartiere di Fuorigrotta vuole espandersi a tutta la città di Napoli.</p>
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		<title>Roma. Senza fondi è a rischio la manutenzione ordinaria dell’archeologia</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 10:58:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[redazionale]]></category>

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		<description><![CDATA[Potrebbe interrompersi da un giorno all’altro la manutenzione dei siti archeologici che rendono celebre Roma: Colosseo, Domus Aurea, Palatino, appia Antica, Terme di Caracalla e ville imperiale sono a rischio. I seicento funzionari della Soprintendenza speciale per i Beni archeologici di Roma e Ostia Antica denunciano con una missiva aperta a Lorenzo Ornaghi, Ministro dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11682" title="Roma, Fori Imperiali, tempio di Saturno" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/manutenzione-archeologia-roma.jpg" alt="" width="600" height="400" /></p>
<p>Potrebbe <strong>interrompersi</strong> da un giorno all’altro la<strong> manutenzione dei siti archeologici</strong> che rendono celebre <strong>Roma</strong>: Colosseo, Domus Aurea, Palatino, appia Antica, Terme di Caracalla e ville imperiale sono a rischio. I seicento funzionari della Soprintendenza speciale per i Beni archeologici di Roma e Ostia Antica denunciano con una missiva aperta a Lorenzo Ornaghi, Ministro dei Beni culturali, la paralisi dell’archeologia romana, con conseguenti rischi per le strutture tutelare, le imprese e i visitatori, e chiedono di accelerare la nomina nel nuovo Soprintendente archeologico.</p>
<p>I dipendenti della Soprintendenza capitolina confidano nel Ministro e nel Segretario generale affinché riformino al più presto un ufficio amministrativo in grado di gestire la situazione. La lettera spiega la ragione dell’urgenza: «Non c&#8217;è tempo da perdere: siamo alla paralisi delle attività amministrative e contabili, a rischio la manutenzione delle strutture tutelate, i servizi ai visitatori e i pagamenti attesi dalle imprese». Gli operatori della Soprintendenza aspettano da due settimane il nuovo Soprintendente che si troverebbe a gestire uffici amministrativi ridotti a miseria e spingono per la sua scelta tra gli archeologi di più alta professionalità tecnico-scientifica e chiedono di dotare immantinente l’Ufficio di un adeguato numero di funzionari amministrativi competenti.</p>
<p>L’apprensione dei dipendenti della Soprintendenza di Roma è dovuta alla paralisi delle attività amministrative e contabili poiché l’Ufficio si vede così bloccata l’autonomia finanziaria e l’amministrazione dei trentadue milioni di euro all’anno con i quali è solito affrontare la salvaguardia delle strutture antiche e offrire servizi per milioni di turisti. Invece, riprendendo le parole della lettera: «Lo stato di criticità è destinato a penalizzare non solo le strutture tutelate e i visitatori ma anche, in un momento di forte crisi economica, le imprese e i professionisti che lavorano per la Soprintendenza determinando, in prospettiva, ritardi nell’erogazione di servizi all’utenza e possibili, progressive chiusure di aree archeologiche e sedi museali». La Soprintendenza si affida, quindi, al Ministro e al Segretario Generale perché la dotino di una struttura amministrativa competente e capace di collaborare alle attività istituzionali dell’Istituto, eliminando i perduranti freni che ostacolano un’azione che risulti efficace ed efficiente.</p>
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		<title>Montereggi. Nuove sorprese emergono dagli scavi sull’insediamento etrusco</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 10:57:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia etrusca]]></category>
		<category><![CDATA[scavi]]></category>

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		<description><![CDATA[Ottiene importanti risultati scientifici, come era già successo negli anni precedenti, la settima campagna di scavo sull’abitato etrusco di Montereggi (Fi), nel comune di Capraia e Limite, conclusasi nell’ottobre 2011 e condotta dal Museo Archeologico di Montelupo, in collaborazione con il comune di Capraia e Limite e in accordo con l’Università di Siena. Dopo la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11679" title="montelupo1" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/montelupo1.jpg" alt="" width="600" height="400" /></p>
<p>Ottiene importanti risultati scientifici, come era già successo negli anni precedenti, la settima <strong>campagna di scavo</strong> sull’abitato etrusco di <strong>Montereggi</strong> (Fi), nel comune di <strong>Capraia</strong> e <strong>Limite</strong>, conclusasi nell’ottobre 2011 e condotta dal <strong>Museo Archeologico di Montelupo</strong>, in collaborazione con il comune di Capraia e Limite e in accordo con l’Università di Siena. Dopo la scoperta, effettuata l’anno scorso, di una lastra con l’immagine di una donna, giacente sul fondo della vasca per la raccolta dell’acqua piovana, anche gli scavi del 2011 hanno riservato sorprese di grande interesse scientifico che fanno del sito di Montereggi un luogo interessante per lo studio dell’età etrusca.</p>
<p>Infatti, l’ultima campagna di scavo ha indagato un pozzo, situato nel settore orientale del pianoro superiore dell’abitato. La struttura era stata individuata precedentemente e parzialmente scavata: gli archeologi avevano incontrato un riempimento di pietre e laterizi. In seguito, giunti alla profondità di nove metri e mezzo, è finalmente emerso un piano di grandi tegole che celava la parte superiore di un grande dolium, appositamente staccata e collocata a coprire un’altra superficie.</p>
<p>Rimosse le pesanti parti dell’orcio, i ricercatori hanno individuato inaspettatamente dei resti umani. Si tratta dello scheletro completo di un uomo, collocata nel pozzo, probabilmente già morto, dopo esser stato inserito in un sacco-sudario. Sotto ai resti sono emersi alcuni vasi destinati al consumo di vino che conservano al loro interno una significativa quantità di resina per renderli impermeabili. Attualmente, lo scheletro è custodito presso il Laboratorio di Antropologia umana della Soprintendenza Archeologica per la Toscana, dove verrà restaurato e analizzato per verificare tutte le informazioni utili alla conoscenza della sua identità genetica, come il DNA, e alla definizione dell’evento che ha portato alla sua morte.</p>
<p>Sappiamo che le leggi proibivano rigorosamente di seppellire resti umani in area urbana e non esistono casi noti relativi alla sepoltura di un uomo in un pozzo. Inoltre, la particolarità delle sepoltura – copertura di nove metri e mezzo di pietre, successiva sistemazione – sembra indicare eloquentemente la volontà di tenere il corpo del defunto ben fermo. Il letto di ceramiche da vino sul quale era stato posizionato il corpo testimonia una strana successione di fatti: cioè, un generoso banchetto collettivo che anticipò la deposizione del defunto. L’indagine del pozzo è stata ripresa dopo il breve stop autunnale, necessario per il riordino dei materiali, per terminarne lo svuotamento e scoprire infine cosa si nasconde sotto alla sepoltura. Poiché le analisi e il restauro richiedono alcuni mesi di lavoro, si pensa di esporre i resti umani e i reperti trovati al disotto di essi presso il Museo Archeologico di Montelupo nel corso dell’estate 2012.</p>
<p><strong>Gli scavi hanno permesso di approfondire la conoscenza dell’insediamento etrusco di Montereggi, la cui importanza scientifica è ormai assodata.</strong> L’indagine dell’abitato, infatti, ha accertato l’esistenza di una vera e propria urbanizzazione, imposta al centro abitato sin dalla metà del terzo secolo avanti Cristo. In quell’epoca fu sistemato definitivamente, in base al modelle delle “grandi case” della città etrusca costruita vicino a Marzabotto, la costruzione che occupa l’intero settore nordoccidentale del piano superiore di Montereggi, facendone coincidere i lati orientale e meridionale con gli assi viari principali, definiti nell’urbanistica romana cardo e decumano. A quest’ultimo, che percorre l’insediamento in direzione est-ovest, fu assegnata una larghezza di otto metri, dimensione impiegata spesso nella fondazione di centri urbani. Riproponendo la conformazione tradizionale degli abitati antichi, inoltre, nel luogo d’incontro tra il cardo e il decumano si schiude uno spiazzo, nel quale è facilmente riconoscibile il foro dell’insediamento, a confermare puntualmente la traccia della forma urbana, scelta per l’abitato preesistente e risalente a VI-V secolo avanti Cristo.</p>
<p>La datazione del più antico impianto urbano ellenistico si può ricavare dalla lastra con immagine femminile, ritrovata sul fondo della cisterna nel 2010. L’analisi del reperto comparirà in un’opera collettiva, stampata dalla Soprintendenza Archeologica per la Toscana in onore di Francesco Nicosia, che ha datato il manufatto alla metà del terzo secolo e ne ha confermato l’origine magnogreca, da attribuire presumibilmente ad artisti provenienti dalle città della Puglia. L’iconografia della lastra evidenzia temi che applicati e sviluppati con la diffusione dell’ellenismo, ancora in età romana. La presenza di apporti culturali di questo tipo a Montereggi avverte di una possibile soluzione che lega l’urbanistica etrusca, e quella romana, a influenze culturali ellenistiche di origine magnogreca.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Intervista a Edoardo Borzatti von Löwenstern</title>
		<link>http://www.archeorivista.it/0011663_intervista-a-edoardo-borzatti-von-lowenstern/</link>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 11:05:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Todisco</dc:creator>
				<category><![CDATA[interviste]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.archeorivista.it/?p=11663</guid>
		<description><![CDATA[Il prof. Borzatti (a destra) con lo sceicco locale Carta di identità Nome e cognome: Edoardo Borzatti von Löwenstern. Qualifica: Ex Professore Associato presso il Dipart. di Biologia Evoluzionistica. Univers. di FI. Professione: Attualmente collocato a riposo. Recapito: Via Fra’ Giovanni Angelico 18 - Firenze &#8211; eborvonlow@libero.it &#8211; ecoquat@unifi.it Qual è il suo percorso formativo-professionale? Maturità classica poi laurea [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><em><img class="alignnone size-full wp-image-11664" title="Borzatti" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/Borzatti.jpg" alt="il prof. Borzatti - a destra - con lo sceicco locale" width="350" height="225" /></em><br />
<em>Il prof. Borzatti (a destra) con lo sceicco locale</em></p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Carta di identità</strong></p>
<ul>
<li>
<div align="JUSTIFY"><strong>Nome e cognome:</strong> Edoardo Borzatti von Löwenstern.</div>
</li>
<li>
<div align="JUSTIFY"><strong>Qualifica:</strong> Ex Professore Associato presso il Dipart. di Biologia Evoluzionistica. Univers. di FI.</div>
</li>
<li>
<div align="JUSTIFY"><strong>Professione:</strong> Attualmente collocato a riposo.</div>
</li>
<li>
<div align="JUSTIFY"><strong>Recapito:</strong> Via Fra’ Giovanni Angelico 18 - Firenze &#8211; <a href="mailto:eborvonlow@libero.it">eborvonlow@libero.it</a> &#8211; <a href="mailto:ecoquat@unifi.it">ecoquat@unifi.it</a></div>
</li>
</ul>
<p align="JUSTIFY"><strong>Qual è il suo percorso formativo-professionale?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Maturità classica poi laurea in Scienze Geologiche.</p>
<p align="JUSTIFY">Libera docenza in Paleontologia Umana. Assistente di Ruolo all’Università. di Firenze dal 1967 al 1980.</p>
<p align="JUSTIFY">Prof. Associato dal 1980 per l’insegnamento della Paleontologia Umana nel corso di laurea in Scienze Naturali (Univ. di Firenze).</p>
<p align="JUSTIFY">Direttore dell’Istituto di Antropologia dell’Università di Firenze dal 1985 al 1988.</p>
<p align="JUSTIFY">Fondatore nel 1979 del periodico annuale “Studi per l’Ecologia del Quaternario”, tutt’oggi Editore e Direttore Responsabile. Ha condotto scavi e ricerche in molte località italiane; ho organizzato missioni di ricerca in Terra del Fuoco (Argentina), in Afghanistan, nel Sahara algerino, in Giordania. Ho organizzato cinque Mostre documentarie su argomenti circa le mie ricerche.</p>
<p align="JUSTIFY">Ho all’attivo 180 fra libri ed articoli pubblicati, oltre ai 340 prodotti dal mio gruppo di lavoro. Mi è stata conferita la cittadinanza onoraria di Atella, la “Torre d’oro” dall’EPT di Puglia. Una grotta di recente scoperta e due specie di animali nuovi per la scienza sono stati dedicati al mio nome. Ho realizzato una base (di 310 mq coperti) per ospitare i ricercatori italiani nel deserto della Giordania meridionale.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Di cosa si occupa attualmente?</strong></p>
<ul>
<li>
<div align="JUSTIFY">Ricerche in Basilicata (Atella, PZ): esplorazione del Bacino di Atella e scavi stratigrafici nel sito Acheuleano antico del Cimitero di Atella.</div>
</li>
<li>
<div align="JUSTIFY">Indagini esplorative nel territorio del Sannio (BN).</div>
</li>
<li>
<div align="JUSTIFY">Ricerche interdisciplinari nei deserti della Giordania meridionale e allestimento del museo Antropologico-Naturalistico in territorio beduino. Preferisco non disperdere la mia attenzione su interessi a “macchie di leopardo”, che in genere realizzano percezioni episodiche, ma difficilmente consentono delle conoscenze complete ed organiche su un dato argomento.</div>
</li>
</ul>
<p align="JUSTIFY"><strong>Per quali enti o istituzioni lavora?</strong></p>
<ul>
<li>
<div align="JUSTIFY">Ricerche sul terreno su incarico del Museo Archeologico Provinciale di Potenza.</div>
</li>
<li>
<div align="JUSTIFY">Ricerche sul terreno su incarico del Comune di S. Lorenzello (BN).</div>
</li>
</ul>
<p align="JUSTIFY"><strong>Il progetto più importante di cui si è occupato?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Le ricerche nel Bacino di Atella, PZ, in Italia (38 missioni) e le ricerche interdisciplinari nei deserti della Giordania meridionale (50 missioni). Sono comunque due punti di arrivo conseguiti in seguito ad esperienze di diversa natura, maturate in molti anni di lavoro sul terreno ed in laboratorio.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Cosa pensa dello stato attuale della ricerca sia archeologica che antropologica in Italia?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">A causa delle difficoltà economiche nazionali ogni iniziativa risulta difficilmente realizzabile. Comunque, sia per l’una che per l’altra disciplina, è in atto un pervasivo declino delle ricerche e della loro stessa incisività, connesso indiscutibilmente all’opinabile gestione delle poche risorse da parte delle Commissioni ad essa preposte ed al disimpegno di molti ricercatori, se non anche alla stessa preparazione di questi ultimi dal momento che molto spesso le loro carriere sono legate più a favoritismi clientelari che a meriti culturali.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Cosa dovremmo imparare dall’estero e cosa possiamo insegnare noi a loro?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Dall’estero europeo dovremmo emulare quel senso di dignità nazionale che da parte nostra oggi è quasi smarrito: a parer mio poco possiamo insegnare se non a comunità orientali ancora in via di sviluppo, verso le quali comunque molti ricercatori sembrano provare poco entusiasmo.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Qual è l’obiettivo delle sue ricerche attuali?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Un faticoso tentativo di tener alto il prestigio culturale del nostro paese, non solo attraverso i risultati scientifici realizzati o da realizzare, ma anche mediante corretti rapporti umani con le popolazioni di Stati nostri amici. Inoltre la necessità di migliorare la conoscenza di certe problematiche le quali, se anche non volte ad applicazioni materialmente utili, possono in ogni caso migliorare la nostra maturità intellettuale ed ampliare quelle conoscenze che da sempre costituiscono l’oggetto di una attività scientifica.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Come è organizzato e cosa studia esattamente il Centro Studi per l’Ecologia del Quaternario?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">A me fa capo attualmente il “Laboratorio di Ecologia del Quaternario”; dal “Centro Studi per l’Ecologia del Quaternario” mi sono dimesso nel 1989 perché la sua sede materiale (al Circeo, nel Lazio) risultava troppo lontana dal nostro centro operativo di ricerche. A Firenze lo abbiamo sostituito con la fondazione del GIRQUA (Gruppo Italiano per le Ricerche sul Quaternario).</p>
<p align="JUSTIFY">Il “Laboratorio di E. Q. è rappresentato da un gruppo di lavoro al quale aderiscono studenti universitari, tecnici e specialisti oltre che cultori della materia. Le tematiche delle indagini sono essenzialmente naturalistiche, paleontologiche, paleo-antropologiche e antropologiche. Dal punto di vista finanziario tutte le ricerche di laboratorio, oltre ad alcune sul terreno (Giordania), sono assolutamente auto-finanziate.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Le sue ricerche e i suoi scavi sul suolo italiano a cosa hanno portato?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Le mie ricerche in Italia, unitamente al gruppo che con me lavora, si sono andate incentrando sulle caratteristiche comportamentali di <em>Homo erectus (H. antecessor) </em>che rappresenta il più antico abitatore della nostra penisola (da 1 milione di anni a 100.000 anni fa circa). Di questo ominide si conosceva una sfocata attività venatoria vicariata normalmente dall’esercizio di un probabile sciacallaggio nei confronti di animali disabilitati e dall’utilizzo vero e proprio di carcasse di animali già morti, la lavorazione monotona e rozza della pietra volta a disarticolare la carne dalle prede, la capacità di frammentare le loro ossa, la facoltà di accendere il fuoco.</p>
<p align="JUSTIFY">Le ricerche nel territorio di Atella, ove la sua presenza è ben testimoniata, hanno posto in luce una serie di altre facoltà psichiche sconosciute che fanno di questo essere un uomo di gran lunga più emancipato del suo discendente, l’uomo di Neanderthal. Si sono trovate le prove tangibili di una sua specializzazione nella caccia ai pachidermi (soprattutto all’elefante antico uno dei più grandi mammiferi terrestri mai vissuti) esercitata costringendo un membro del branco, previamente isolato, ad impantanarsi nelle melme di un lago. Adoperava in questa attività (a guisa di arma ad “effetto morale”) una pietra leggera (radiolarite porosa), che lanciava contro la preda con il solo scopo di disorientarla; era solito rifornirsi di questo tipo di pietra in un affioramento che aveva scoperto a più di un km di distanza dalle rive del lago; prima di usarle era solito appiattire intenzionalmente le pietre in modo che, lanciate facendole roteare, potessero acquisire una gittata maggiore e mantenere la direzione di lancio. Alla morte dell’animale, irrimediabilmente invischiato nelle melme, interveniva nella macellazione mediante degli strumenti preparati con la tecnica tradizionale, ma elaborati poi sulla carcassa mediante tre procedure specializzate fino ad oggi assolutamente sconosciute agli studiosi.</p>
<p align="JUSTIFY">Per prede meno grandi ed impegnative e forse anche per difendersi da incontri con animali predatori, quest’uomo portava con se una specie di mazza snodata realizzata con delle pietre rese, mediante un accurato intervento tecnico, di forma poliedrica sub-sferoidale, legate insieme ad una piccola asta di legno: non sono mai state trovate testimonianze di altri tipi di arma. Anche se non vi siano prove tangibili non appare aleatoria l’ipotesi che durante la caccia ai pachidermi ci fosse un concorso di più individui: pianificazione della battuta, esperienza, previsione della riuscita dell’impresa ed infine valutazione del prodotto venatorio in relazione al numero di persone da sfamare. A tutto ciò deve aggiungersi l’esperienza nella pratica della macellazione, la spartizione delle parti dell’animale secondo gerarchie imposte nelle comunità di cacciatori, la possibile conservazione delle carni stesse non fruite sul posto ed asportate rapidamente prima dell’arrivo di grandi predatori attratti dalla carcassa. Una serie di attitudini che in definitiva ha convinto i ricercatori di essere di fronte alla testimonianza di vere e proprie strutture sociali, anche se primitive. Ulteriori indagini mirano attualmente al ritrovamento di eventuali resti ossei di questo cacciatore che abbiamo battezzato ”Uomo di Atella”: malgrado nulla sia stato fino ad ora ritrovato nei territori sottoposti a studio, si conosce tuttavia la sua morfologia somatica grazie ai resti fossili coevi recuperati in altre località italiane ed europee. Non va dimenticato il fatto che fino ad oggi alcune filosofie religiose, proprio a causa della sua apparente primitività, avevano relegato questa umanità al di fuori dell’ambito umano, almeno per quanto riguarda la sua spiritualità: questa avrebbe avuto inizio solo a partire dall’uomo di Neanderthal (100.000 anni or sono).</p>
<h3 align="JUSTIFY">Le ricerche in Giordania</h3>
<p align="JUSTIFY"><strong><img class="alignnone size-full wp-image-11666" title="Giordania, deserto di Wadi Rum, pietra topografica di Jebel Amud" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/Wadi-Rum028.jpg" alt="Wadi Rum, pietra topografica di Jebel Amud" width="600" height="749" /></strong></p>
<p align="JUSTIFY"><strong>La Giordania sembra che possa riservare molte sorprese future a livello culturale. Quanto ancora c’è da lavorare a riguardo?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Quando ci si impegna a risolvere un problema, di qualsiasi natura esso sia, si apre la strada a una serie infinita di altri problemi: prevedere la fine di una ricerca diviene allora davvero difficile.</p>
<p align="JUSTIFY">In Giordania le ricerche erano iniziate con lo scopo di studiare la morfologia culturale dei beduini, la sua origine e la sua evoluzione: alla fine ci siamo trovati impegnati in più di una cinquantina di tematiche fra loro rigorosamente correlate e che alla fine hanno richiesto l’intervento di oltre quaranta fra specialisti e tecnici di varie discipline scientifiche ed umanistiche. Non v’è dubbio che il Vicino Oriente sia la culla delle nostre civiltà: le sue conquiste iniziate circa 10.000 anni fa daranno alla fine origine alle grandi civiltà del Bacino del Mediterraneo (Egiziana, Greca e Romana). Il lavoro iniziato dalle nostre missioni può considerarsi solo una prima fase di quanto ancora rimane da fare.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>La Giordania come tutela il proprio patrimonio culturale?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Il suo patrimonio culturale, almeno per quanto riguarda i beni materiali da noi messi in luce, non è particolarmente rilevante: altra cosa se ci si riferisce al patrimonio, soprattutto archeologico, sul quale lavorano specialisti di tutte le nazioni.</p>
<p align="JUSTIFY">Purtroppo la Giordania è tormentata da gravi problemi sociali e finanziari: i suoi funzionari mostrano un alto senso di responsabilità e un grande impegno personale nel curare l’ingente patrimonio culturale in attivo incremento.</p>
<p align="JUSTIFY">Deterioramento dovuto al tempo, saccheggio da parte di collezionisti e vandalismo fine a se stesso (come dappertutto avviene) possono con difficoltà essere arginati. Non avendo poi mezzi finanziari per le ricerche, il governo giordano affida a stranieri ogni iniziativa: questi poi, esaurite le loro indagini sul terreno, non si curano più di quanto abbandonano ad un destino purtroppo prevedibile.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Com’è il suo rapporto con le tribù locali?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">E’ stato ed è tuttora ottimo: se così non fosse stato non avrei potuto lavorare in territori desertici che i beduini ritengono di loro proprietà. I beduini stessi mi hanno donato la terra per fabbricare la base italiana a Disi (2000 mq), mi hanno consentito di esplorare il territorio senza alcuna interferenza, mi hanno aiutato come hanno potuto nella ricerca stessa. Questo mi ha permesso di ripagarli portando a conoscenza internazionale il loro territorio ed il patrimonio storico-naturalistico in esso presente, innescando così un turismo in continuo incremento, cosa che ha nettamente migliorato le condizioni economiche delle famiglie alle quali il pascolo ormai non prometteva più alcun futuro. Si è così andato instaurando un rapporto di grande amicizia e di stima reciproca non solo nei miei riguardi, ma soprattutto verso tutti gli italiani recepiti quasi come dei fratelli.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Quali possono essere l’importanza e il contributo archeologico, antropologico e paleontologico della “mappa” di pietra di Jabel Amud?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Se devo essere sincero non ho mai dato particolare rilevanza alla scoperta della “mappa” di Jebel Amud: questa rappresenta solo la testimonianza di un particolare rapporto fra il mondo beduino pastorale e quello degli antichi agricoltori calcolitici, che dal 5000 circa al 3000 a. C. sono vissuti nella regione, quando il clima più umido permise loro di esercitare una economia di tipo misto (agricoltura ed allevamento di bovini). La mappa con ogni probabilità permetteva ai beduini il controllo del pagamento, da parte degli agricoltori, di una tassa (<em>khone)</em> atta ad esentarli da eventuali razzie: certamente una testimonianza materiale interessante per la sua precisa realizzazione e la sua stessa antichità, che suscita nei visitatori di oggi della curiosità, ma che ha una relativa risultanza scientifica dal momento che questo tipo di rapporto, fra sedentari e nomadi, era già storicamente noto. Almeno altre due mappe di questo tipo sono state individuate, come era dopotutto prevedibile, in aree al di fuori di quelle strettamente rappresentate dalla mappa di Jebel Amud.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>E dei petroglifi del Wadi Rum?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Molto più importante risulta invece la produzione rupestre (incisioni e pitture) dispersa in tutto il territorio. Non è il frutto di impegni volti ad un godimento spirituale, come può essere una espressione artistica in genere: si tratta di vere e proprie comunicazioni fatte da chi, vivendo isolato nei deserti ed in continuo spostamento, non aveva niente altro da utilizzare all’infuori delle rocce per poter mantenere in qualche modo una relazione con i propri simili.</p>
<p align="JUSTIFY">Nata circa 8000 anni fa in forma di espressioni pittografiche di stile naturalistico-veristico, questa produzione, essenzialmente beduina, fu destinata presto a trasmettere non solo notizie facilmente descrivibili, ma anche dei concetti astratti soprattutto in ambito cultuale (propiziazione, ringraziamento, fertilità, protezione, ecc.): furono così elaborati progressivamente dei veri e propri ideogrammi, dipinti sulle rocce in ocra rossa o con altri coloranti. In poco tempo queste simbologie finirono inevitabilmente con lo standardizzarsi fino a dare origine ai caratteri di una scrittura meglio organizzata: in questo modo, proprio fra quelle genti dalle quali questo tipo di comunicazione si era sviluppato, nasceva la prima scrittura alfabetica!</p>
<p align="JUSTIFY">Mentre le incisioni rupestri sono rappresentate nel territorio da almeno 20.000 figurazioni che attraversano tutti i tempi, le pitture ideogrammatiche sono presenti in più di 320 siti databili fra il 4800 ed il 2000 a. C.: rappresentano una realtà unica al mondo, se non altro perché da queste, attraverso un processo di acrofonia, peraltro noto nella letteratura archeologica, si originerà nel giro di pochi secoli il Tamudico, scrittura alfabetico-fonogrammatica in tempi di gran lunga precedenti quelli della scritture Cuneiformi sumeriche o Demotico-Ieratico-Geroglifiche egiziane legate ancora ad una struttura di tipo sillabico. Più evoluta e diffusa su un’area estremamente ampia, l’esperienza Tamudica contrasterà le suddette scritture relegandole nei territori dei relativi imperi in cui erano nate e nei quali erano usate e per ciò stesso destinate a seguirli nella loro stessa fine senza lasciare alcuna discendenza: si estenderà presto su un territorio sconfinato (Vicino Oriente, Africa centro settentrionale, Bacino del Mediterraneo) assumendo nel corso di un lungo tempo delle prevedibili varianti che caratterizzeranno alla fine le scritture di oggi, siano esse le nostre occidentali che quelle arabe.</p>
<p align="JUSTIFY">Questa ipotesi sollevata dalle ricerche effettuate per circa 40 anni, resta la più originale e la più stimolante per gli studi futuri: tuttavia è inutile ricordare che nulla risulta definitivamente sicuro in queste tematiche le quali, proprio per le infinite variabili che in genere vi sono presenti, non possono raggiungere facilmente delle verità di natura matematica. Solo il concorso di più indagini e discipline in stretta correlazione fra loro potrà apportare altri contributi alla risoluzione di un problema che, per quanto mi concerne, ho voluto solamente proporre.</p>
<p align="JUSTIFY">Termino così questo sintetico intervento solo su alcune delle ricerche alle quali ho dedicato buona parte della mia vita: su tutte non è possibile a meno di non riscrivere un’opera che forse non avrei neppure il tempo di terminare! La bibliografia prodotta è assolutamente esauriente riguardo agli impegni miei e del gruppo da me coordinato; a essa rimando chi avesse interesse di continuare questo tipo di indagini.</p>
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		<title>Siberia, Altai. Scoperto il cane addomesticato più antico</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 13:18:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Il ritrovamento del cranio di un cane risalente a circa 33.000 anni fa, avvenuto in una caverna situata nelle montagne dell’Altai, in Siberia, è la chiara e più antica evidenza di un’antica pratica di addomesticamento degli animali da parte dell&#8217;uomo, in questo caso dei cani. Insieme a quelli ritrovati in precedenza in una caverna in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11661" title="cane-domestico-altai-2" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/cane-domestico-altai-2.jpg" alt="Siberia. Scoperto il cane addomesticato più antico" width="600" height="200" /></p>
<p>Il ritrovamento del <strong>cranio</strong> di un <strong>cane</strong> risalente a circa<strong> 33.000 anni fa</strong>, avvenuto in una caverna situata nelle montagne dell’Altai, in <strong>Siberia</strong>, è la chiara e più antica evidenza di un’antica pratica di addomesticamento degli animali da parte dell&#8217;uomo, in questo caso dei cani.</p>
<p>Insieme a quelli ritrovati in precedenza in una caverna in Belgio, questi resti indicano chiaramente che l’addomesticamento dei cani è stata una pratica avviatasi autonomamente in diverse zone geografiche e che ha avuto luogo non nello stesso momento storico, ma in diverse fasi. Questo vuol dire che i migliori amici degli uomini possono avere origini da antenati diversi, contrariamente a quello che invece sostengono le verifiche del DNA fatte sino a oggi.</p>
<p>Secondo quanto affermato da un team di ricercatori dell’Università dell’Arizona, entrambi i cani, ossia quello siberiano e quello belga, sono stati identificati come specie addomesticate in base alle loro caratteristiche morfologiche. Questa affermazione si basa sul fatto che i lupi hanno il muso lungo e sottile, con i denti non ravvicinati, mentre il processo di addomesticazione ha portato (con il passare del tempo) all’accorciamento del muso, all’ampliamento della mandibola e all’avvicinamento dei denti.</p>
<p>Tra l’altro, il cranio ritrovato nelle montagne della Siberia è straordinariamente ben conservato, cosa che ha permesso agli archeologi di poter effettuare delle misurazioni molto accurate e da diverse angolazioni del cranio, dei denti e della mandibola.</p>
<p>I ricercatori, che hanno utilizzato l’acceleratore dell’Università dell’Arizona per poter arrivare a una datazione precisa del cranio ritrovato in Siberia, hanno anche aggiunto che ci sono prove sufficienti del fatto che si tratti di un animale domestico, anche se la cosa più curiosa è che non sembra essere un possibile antenato dei cani contemporanei.</p>
<p>I resti di questo animale sono stati ubicati, cronologicamente parlando, poco prima dell’ultima glaciazione, ossia quindi tra 26.000 e 19.000 anni fa, quando le distese di ghiaccio avevano raggiunto la loro massima estensione e avevano modificato in modo estremamente drammatico la vita degli esseri umani e degli animali. E sembra che né il lignaggio del cane belga né quello del cane siberiano siano riusciti a sopravvivere a un’era tanto spietata dal punto di vista della qualità della vita.</p>
<p>Senza dubbio, i due crani indicano chiaramente che l’addomesticamento dei cani da parte degli esseri umani è una pratica che si è verificata in diverse occasione nel corso della storia, e in diverse località geografiche: questa affermazione potrebbe voler dire che i cani del giorno d’oggi potrebbero avere diversi avi diversi invece che un unico antenato comune come si ipotizza da più parti.</p>
<p>Secondo i ricercatori, il fatto più interessante è che solitamente, ed erroneamente, si tende a pensare che l’addomesticamento nei tempi antichi sia stato circoscritto ad animali che, come mucche, pecore e capre, avessero qualche utilità come fonti di cibo o di pelliccia da utilizzare per gli indumenti. I cani, invece, sono stati addomesticati non perché fossero in grado di diventare fornitori di un qualche tipo di “prodotto”, ma come animali da compagnia, di aiuto nella caccia e, non per ultimo, per la maggiore protezione indivuduale in un periodo in cui la vita certo non doveva essere facile. E sono stati addomesticati prima di qualsiasi altro animale simile.</p>
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		<title>Quadrato del Sator: nuove ipotesi interpretative</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 15:01:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Todisco</dc:creator>
				<category><![CDATA[ricerca & studi]]></category>
		<category><![CDATA[storia medievale]]></category>

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		<description><![CDATA[Nuove ipotesi di interpretazione del Sator Le interpretazioni della frase sibillina del Sator sono frutto della ricerca dell’autore che, per correttezza, ha ritenuto doveroso fornire comunque una bibliografia sull’argomento. Per le precedenti interpretazioni si veda l’articolo sul Sator in Archeoguida. La diffusione della misteriosa frase latina “sator arepo tenet opera rotas” non trova ancora interpretazioni univocamente riconosciute [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11656" title="Capestrano (AQ, chiesa medievale di San Pietro ad Oratorium, il Quadrato Magico" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/sator05.jpg" alt="sator arepo tenet opera rotas" width="600" height="394" /></p>
<h2>Nuove ipotesi di interpretazione del Sator</h2>
<p>Le interpretazioni della frase sibillina del Sator sono frutto della ricerca dell’autore che, per correttezza, ha ritenuto doveroso fornire comunque una bibliografia sull’argomento. Per le precedenti interpretazioni si veda l’articolo sul Sator in Archeoguida.</p>
<p>La diffusione della misteriosa frase latina “<em>sator arepo tenet opera rotas</em>” non trova ancora interpretazioni univocamente riconosciute dalla comunità scientifica a causa della sua polivalenza di inquadramento sociale (in ambito sia mistico-religioso sia laico-profano), cronologico (attestato dal I al XVI secolo) e geografico (Italia, Francia, Spagna, Ungheria, Inghilterra).</p>
<p>La storia del “Quadrato del Sator” sembrerebbe risalire al primo impero romano quindi ascrivibile in un contesto in cui il cristianesimo in Europa era tutt’altro che la religione preponderante. L’ambiente in cui nacque il suo messaggio iniziatico fu quasi sicuramente quello pagano forse con alcuni influssi di stampo giudaico-cristiano.</p>
<p>La continuazione d’uso di questo schema grafico associato ad un motto-messaggio potrebbe essere avvenuta in un contesto come quello dell’Europa cristiana, sia laica sia clericale, con un travisamento o rinnovato utilizzo del significato morale che la frase riverberava nella società romana più o meno colta.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-11655" title="Schema classico del quadrato del Sator" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/ipotesisator01.jpeg" alt="Schema classico del quadrato del Sator" width="250" height="251" /></em><br />
<em>Schema classico del quadrato del Sator</em></p>
<p>Le seguenti ipotesi interpretative considerano la possibilità che la parola AREPO sia di origine greca.</p>
<h3>ipotesi del “seminatore-guerriero”</h3>
<p>è possibile che il breve motto fosse nato con l’intento di elogiare lo stile di vita dell’uomo dedito al lavoro dei campi ma anche alla difesa della patria quindi un contadino-guerriero come quello della società romana fino alla riforma militare del generale Mario (II-I secolo a.C.).</p>
<p>A tale proposito, per ottenere una non facile palindromia con 25 lettere, sarebbe stato inserito come secondo vocabolo l’aggettivo greco “àreios” ovvero “guerresco, bellicoso” in caratteri greci maiuscoli: APEIOΣ / APEIOC formato da sei lettere e in seguito ridotto a cinque nel seguente modo:</p>
<p>APEIOC &gt; APEPC &gt; APEPO &gt; AREPO</p>
<p>Nel primo passaggio la I e la O si sarebbero fuse in un’unica lettera graficamente simile alla P.</p>
<p>Nel secondo passaggio il sigma finale, C, avrebbe visto mutare di poco la propria forma divenendo una O.</p>
<p>Nel terzo passaggio, esclusivamente per motivi di palindromia, alla P si sarebbe aggiunta una linea per ottenere R. AREPO così diverrebbe il palindromo di OPERA da un originale aggettivo greco inserito in una frase latina, frutto di un’operazione erudita non estranea alla sfera intellettuale romana (basti pensare che anche Seneca nel I secolo d.C. avrebbe fatto uso, non raramente, di termini greci nei propri scritti; il <em>Trattato del Sublime</em> “<em>Perì Hypseos</em>” fu redatto nel greco del I secolo d.C. così come anche i “Dialoghi con sé stesso” di Marco Aurelio, II secolo d.C.).</p>
<p>Il più famoso esempio mitico del contadino-guerriero è un eroe illustre della Roma della prima Repubblica, Lucio Cincinnato, forse ispiratore del motto nato in un periodo sanguinoso, fra Repubblica e Impero, in cui era stata caldeggiata da Augusto la ripresa della morale e del mito.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-11657" title="“Cincinnato abbandona l'aratro per diventare dittatore”, di Juan Antonio Ribera (1779-1860)" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/ipotesisator02.jpg" alt="“Cincinnato abbandona l'aratro per diventare dittatore”, di Juan Antonio Ribera (1779-1860)" width="600" height="444" /></em><br />
<em>“Cincinnato abbandona l&#8217;aratro per diventare dittatore”, di Juan Antonio Ribera (1779-1860)</em></p>
<h3>ipotesi α privativo + aggettivo</h3>
<p>altrettanto possibile è la derivazione di AREPO da α privativa unita all’aggettivo greco ρέπων “<em>rèpon</em>” (da <em>rèpo</em> = inclinarsi, piegarsi) o πέπων “<em>pèpon</em>” (maturo). In entrambi i casi le lettere totali con alfa sarebbero sei e, sempre per motivi di palindromia e di spazio, si sarebbe tralasciata l’ultima lettera portando ai seguenti passaggi:</p>
<p>alfa + <em>rèpo(n)</em> = AREΠΩ &gt; AREPΩ &gt; AREPO</p>
<p>alfa + <em>pèpo(n)</em> = AΠEΠΩ &gt; APEPΩ &gt; AREPO</p>
<p>In ambedue le situazioni la lettura è in chiave spirituale, associabile all’ambiente cristiano, e con la prima parola si indicherebbe il seminatore che non si fa piegare/sottomettere dalle fatiche della vita così come il cristiano non deve soccombere di fronte alle tentazioni mentre nel secondo campo semantico il rimando è alla giovane età di Cristo morto sulla croce e quindi “non ancora maturo” ovvero “giovane”.</p>
<p>In entrambi i casi è stato necessario un forte adattamento dai caratteri greci maiuscoli a quelli latini maiuscoli.</p>
<p>Non si esclude un passaggio dalla prima ipotesi (seminatore-guerriero) alla seconda nella fase di transizione da paganesimo a cristianesimo.</p>
<h3>Bibliografia</h3>
<ul>
<li>GUARDUCCI M. 1965, <em>Il misterioso “Quadrato Magico”, l’interpretazione di Jérome Carcopino e documenti nuovi</em> in <em>Rivista di archeologia classica</em>, XVII, pp. 219-270.</li>
<li>GWYN GRIFFITHS J. 1971, <em>&#8216;Arepo&#8217; in the Magic &#8216;Sator&#8217; Square&#8217;</em> in <em>The Classical Review</em>, vol XXI.</li>
<li>IANNELLI N. 2009, Sator – <em>Epigrafe del culto delle sacre origini di Roma &#8211; la genesi e il significato del quadrato magico svelati nella teoria della correlazione astronomica</em>, Foggia.</li>
<li>PALMIERI R. 2003,<em> L’enigma di Sator, incontri di archeologia</em>. Conferenza tenutasi nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli, 10 maggio 2003.</li>
</ul>
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		<title>Roma. La Uil ritira l&#8217;esposto sul finanziamento Tod&#8217;s per il Colosseo</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 13:32:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[restauri]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 18 marzo 2011 la Uil beni culturali aveva presentato a magistratura e Corte dei conti un esposto sul contratto di sponsorizzazione dell’Anfiteatro Flavio, firmato dal Ministero dei Beni culturali e dalla Tod’s. La presa di posizione della Uil aveva scatenato un caos mediatico e, nelle ultime settimane, il sindaco Gianni Alemanno si era sentito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11652" title="Colosseo 171" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/Colosseo-171.jpg" alt="" width="600" height="450" /></p>
<p>Il 18 marzo 2011 la Uil beni culturali aveva presentato a magistratura e Corte dei conti un esposto sul contratto di sponsorizzazione dell’Anfiteatro Flavio, firmato dal Ministero dei Beni culturali e dalla Tod’s. La presa di posizione della Uil aveva scatenato un caos mediatico e, nelle ultime settimane, il sindaco Gianni Alemanno si era sentito aggredito dai media, invitando la Uil a fare un passo indietro.</p>
<p>Il sindacato fa ora un passo indietro, sottolineando la sua storica attività nella tutela del Patrimonio Culturale. L’esposto non era contro il restauro del Colosseo, spiega la Segreteria Nazionale, che la Uil pensa vada restaurato come gli altri Beni culturali presenti a Roma e, più in generale, su tutto il territorio italiano, ma voleva attirare l’attenzione dei media e dei soggetti istituzionali che, invece di controllare i profili di legittimità di un accordo che tutt’ora non è stato reso pubblico, hanno attaccato la Uil Beni e Attività Culturali, accreditandogli la colpa dello stop del restauro del monumento.</p>
<p>L’esposto non può fermare i lavori di restauro del Colosseo perché la Soprintendenza speciale all’Archeologia di Roma disporrebbe di risorse sufficienti ad apprestare interventi, almeno quelli più urgenti. I dati resi noti dalla verifica effettuata dal Mibac e pubblicati nella circolare n. 11 del 9 gennaio segnalano che la Soprintendenza, in data 30 novembre 2011, possedeva nelle sue casse 82.720.008,78 milioni di euro. Questo implica che ad oggi esistono le condizioni per intraprendere tutte quelle azioni di tutela del Colosseo. Inoltre, alla stessa data nei bilanci speciali delle Direzioni Regionali, Soprintendenze, Istituti, Biblioteche e Archivi vi erano 536.266.773,37 milioni di euro che si addizionano ai conteggi di Tesoreria Unica per 181.750.209,07 milioni di euro. L’importo significativo ammonterebbe dunque a oltre 717 milioni di euro.</p>
<p>Va ovviamente verificato quanto di questi capitali sono già stati investiti da parte delle Direzioni Regionali, delle Soprintendenze e degli Istituti speciali. Il Ministro dovrebbe verificare le capacità di esborso delle numerose articolazioni del Ministero e accertare quali risorse rimangano in giacenza per immetterle nei circuiti territoriali, in modo da imprimere una spinta alle difficoltà di occupazione e di lavoro. Nello specifico caso del Colosseo, considerato lo spessore delle risorse disponibili, bisognerebbe effettuare urgentemente e in maniera trasparente un controllo. Per evitare future rappresentazioni distorte e fantasiose della realtà e non alimentare ulteriori sospetti verso un esercizio sempre lineare e corretto dell’attività sindacale, la Uil Beni e Attività Culturali ha ritirato l’esposto, inoltrato il 18 marzo 2011 alla Repubblica e alla Corte dei Conti.</p>
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