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	<title>ArcheoRivista - rivista di archeologia</title>
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		<title>Napoli. Acqua sugli affreschi di San Giovanni a Carbonara</title>
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		<pubDate>Tue, 22 May 2012 09:23:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Speranza Ambrosio</dc:creator>
				<category><![CDATA[degrado e rischi]]></category>

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		<description><![CDATA[La denuncia è partita grazie a un gruppo di visitatori alla Chiesa di San Giovanni a Carbonara a Napoli che, guidati da un giovane studente residente in città e intenzionato a farne conoscere le bellezze, quando si sono trovati nella Cappella Caracciolo del Sole, non hanno potuto nascondere lo sconcerto misto all’imbarazzo. Sugli affreschi raffiguranti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><img class="alignnone size-full wp-image-12440" title="san-giovanni-carbonara" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/05/san-giovanni-carbonara.jpg" alt="Acqua sugli affreschi di San Giovanni a Carbonara" width="281" height="324" /></p>
<p align="JUSTIFY">La denuncia è partita grazie a un gruppo di visitatori alla <strong>Chiesa di San Giovanni a Carbonara a Napoli </strong>che, guidati da un giovane studente residente in città e intenzionato a farne conoscere le bellezze, quando si sono trovati nella <strong>Cappella Caracciolo del Sole</strong>, non hanno potuto nascondere lo sconcerto misto all’imbarazzo.</p>
<p align="JUSTIFY">Sugli affreschi raffiguranti le <strong>Vite degli Eremiti</strong>, opera di <strong>Leonardo da Besozzo, </strong>c’erano evidenti macchie d’acqua colate da una grondaia attraverso una finestra a ogiva priva di vetro sovrastante le preziose pitture del ‘400. Sembra che prima della segnalazione fatta dai visitatori ci fossero stati già dei sopralluoghi, ma la cronica mancanza di fondi impedisce la normale manutenzione dell’edificio sacro come di tante altri a Napoli spesso chiusi o aperti solo in circostanze particolari. Solo per le chiese più note e più interessate da grandi flussi turistici (<strong>San Lorenzo Maggiore </strong>o <strong>San Domenico Maggiore</strong>), la manutenzione è più attenta e ordinaria.</p>
<p align="JUSTIFY">La mobilitazione per gli affreschi di San Giovanni a Carbonara è stata istantanea e addirittura si era promossa una colletta per dotare l’antica finestra della cappella di un vetro. Il Comune di Napoli ha inviato dei tecnici per un primo sopralluogo e per assicurare un veloce intervento per restituire il colore perduto agli affreschi. Perché questo avvenga il più in fretta possibile, l’<strong>Associazione Amici di Capodimonte </strong>si è impegnata a dare il proprio contributo alla causa. Intanto il vetro dovrà essere collocato in tempi relativamente brevi e per questo si collocherà un’impalcatura all’esterno dell’edificio.</p>
<p align="JUSTIFY">La Chiesa di San Giovanni a Carbonara, il termine <em>carbonarius </em>richiama un antico luogo di raccolta dei rifiuti, fu costruita tra il 1343 e il 1418 per poi divenire luogo di sepoltura degli ultimi sovrani della casata angioina. Vi si accede attraverso uno scalone opera di <strong>Ferdinando Sanfelice. </strong>Gli spazi interni offrono un susseguirsi di sotterranei, cripte e importanti monumenti funebri come quello che la regina <strong>Giovanna II d’Angiò </strong>fece costruire per il fratello, il re <strong>Ladislao di Durazzo</strong>, passato alla storia per aver tentato di unificare l’Italia e per essere morto a Perugia nel 1414 durante una festa dai contorni poco chiari. Altro monumento funebre è quello che si trova proprio nella Cappella Caracciolo e dedicato sempre dalla regina Giovanna II alla memoria del suo amante questa volta: <strong>Ser Gianni Caracciolo, </strong>gran siniscalco del regno. La sovrana si rivolse ad <strong>Andrea da Firenze </strong>per la realizzazione del monumento che terminò il lavoro nel 1428. Degli affreschi degli Eremiti e delle <strong>Storie mariane </strong>si occuparono Leonardo da Besozzo e <strong>Perrinetto di Benevento</strong>, lasciando ai posteri gli esempi più belli di pittura napoletana del ‘400.</p>
<p align="JUSTIFY">Un aneddoto, infine, sulla strada su cui sorge la chiesa. Per tutto il Medioevo, chi vi si recava per sfidarsi a duello, aveva assicurata la piena immunità. Testimone diretto di uno scontro fu il poeta <strong>Francesco Petrarca.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">
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		<title>Classe (Ra). Riprendono gli scavi del condotto sommerso</title>
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		<pubDate>Sat, 19 May 2012 10:23:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia subacquea]]></category>
		<category><![CDATA[scavi]]></category>

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		<description><![CDATA[Sabato 12 e domenica 13 maggio 2012 sono riprese le operazioni di scavo archeologico subacqueo del condotto sommerso di Via Romea Vecchia a Classe (Ra) che proseguiranno tutti i fine settimana di maggio e di giugno, promosse dal Gruppo Archeologico Ravennate, dopo aver considerato il dibattito aperto nelle settimane scorse relativamente allo stato e alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-12437" title="condotto sommerso di Via Romea Vecchia a Classe" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/05/condotto-sommerso-di-Via-Romea-Vecchia-a-Classe.jpg" alt="" width="600" height="450" /></p>
<p>Sabato 12 e domenica 13 maggio 2012 <strong>sono riprese le operazioni di scavo archeologico subacqueo del condotto sommerso di Via Romea Vecchia a Classe</strong> (Ra) che proseguiranno tutti i fine settimana di maggio e di giugno, promosse dal Gruppo Archeologico Ravennate, dopo aver considerato il dibattito aperto nelle settimane scorse relativamente allo stato e alla situazione delle aree archeologiche ravennate e ai progetti in corso, con il “Cantiere aperto nella Classe dei primi secoli d.C.”. queste giornate archeologiche si propongono di far vivere e condividere un’esperienza nello scavo del condotto sommerso di Classe, incominciato circa 25 anni fa (riportate alla luce più di quattrocento cassette di testimonianze, in corso due tesi di laurea, insieme al recupero, consolidamento e restauro di monete e legni), e di mostrare ai visitatori la realtà e il paesaggio di Classe all’epoca dell’impero romano.</p>
<p>Durante le giornate di sabato e domenica i volontari del Gruppo daranno dimostrazione del loro lavoro, calandosi nella struttura sommersa, setacciando il materiale archeologico, esaminando accuratamente i reperti per individuarne le caratteristiche e la datazione. Tutti saranno disponibili a spiegare, raccontare e condividere la conoscenza e le esperienze acquisite in questi anni di scavo a Classe. Inoltre, un’area specifica sarà allestita all’interno del cantiere per garantire la massima sicurezza ai visitatori, che così potranno interagire con lo scavo senza rischi. Presso il sito di scavo potranno essere ammirate le testimonianze recuperate e una piccola esposizione con pannelli della storia del condotto.</p>
<p>L’iniziativa è promossa e condotta dai volontari del Gruppo Ravennate Archeologico ed è possibile grazie all’autorizzazione e alla Direzione della Soprintendenza Archeologica dell’Emilia-Romagna ed alla disponibilità della Fondazione RavennAntica e della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna.</p>
<p><em>(fonte foto archeobo.arti.beniculturali.it)</em></p>
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		<title>Ucraina. Scoperte le origini dell&#8217;addomesticamento del cavallo</title>
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		<pubDate>Sat, 19 May 2012 10:17:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca & studi]]></category>

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		<description><![CDATA[L’origine del cavallo domestico risale a circa centosessanta mila anni fa, è stata unica (e non complessa, come si è pensato fino ad ora) e proviene dalle steppe euroasiatiche occidentali, mentre la sua diffusione nel mondo sarebbe cominciata dal territorio che corrisponde all’attuale Ucraina. Lo studio, effettuato da un’equipe di ricercatori del Dipartimento di Zoologia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-12435" title="origini-addomesticamento-cavallo" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/05/origini-addomesticamento-cavallo.jpg" alt="Ucraina. Scoperte le origini dell'addomesticamento del cavallo" width="600" height="435" /></p>
<p>L’origine del cavallo domestico risale a circa centosessanta mila anni fa, è stata unica (e non complessa, come si è pensato fino ad ora) e proviene dalle steppe euroasiatiche occidentali, mentre la sua diffusione nel mondo sarebbe cominciata dal territorio che corrisponde all’attuale Ucraina. Lo studio, effettuato da un’equipe di ricercatori del Dipartimento di Zoologia dell’Università di Cambridge e presentata sulla rivista «Pnas», spiega che le zone della moderna Ucraina, del Kazakhstan e della Russia occidentale avrebbero accolto i primi nuclei di cavalli domestici. E non è un caso se nell&#8217;area ricade anche la patria dei cosacchi, una popolazione famosa per la sua abilità equestre.</p>
<p>Da anni gli scienziati dibattono sul problema dell’addomesticamento del cavallo, che secondo alcune ipotesi sarebbe potuto anche essere multiplo, visto che molte linee materne mostravano un corredo genetico diverso. Invece, gli esperti, grazie a un database contenente 300 campioni genetici equini, hanno stabilito una sola origine dell’Equus ferus, nelle steppe eurasiatiche occidentali, che nella diffusione di questo animale in Eurasia, ha fatto registrare parecchi incroci, soprattutto con cavalle allo stato brado, da parte degli allevatori. E così si spiegherebbero le diverse linee genetiche materne.</p>
<p>La più antica specie del cavallo “moderno”, denominato Equus stenonis, tornò alla luce in Italia, e si ritiene originato dal Plesippus tra la fine del Terziario e l&#8217;inizio del Quaternario. Nello stesso periodo nell&#8217;America meridionale il Plesippus si stava evolvendo nell’Hippidion, un animale dalle gambe relativamente corte, con un naso piuttosto lungo che visse a lungo nelle pampa sudamericane, ma alla fine si estinse. Anche tutti gli altri cavalli nordamericani si estinsero, verosimilmente a causa di una malattia infettiva; nondimeno si pensa che gli uomini possano avergli dato la caccia fino all&#8217;estinzione, poiché la comparsa dell&#8217;uomo in America è avvenuta all&#8217;incirca nella stessa epoca che vide l&#8217;estinzione di gran parte dei grandi mammiferi americani. Infatti il cavallo ricomparve in America solo alla fine del XV secolo sulle imbarcazioni degli esploratori europei.</p>
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		<title>Gran Bretagna. Stonehenge risuonava come una cattedrale cristiana</title>
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		<pubDate>Sat, 19 May 2012 10:14:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>
		<category><![CDATA[Stonehenge]]></category>

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		<description><![CDATA[Una ricerca durata quattro anni proverebbe che il magico sito inglese aveva caratteristiche acustiche fondate non sull&#8217;eco ma sul riverbero, che creava un effetto simile a quello delle chiese cristiane. Per l’uomo del Neolitico camminare a Stonehenge rappresentava un’esperienza “acustica” simile a quella avvertita quando si passeggia lungo una cattedrale. È l’ipotesi di una équipe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-12433" title="Stonehenge-sonorita" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/05/Stonehenge-sonorita.jpg" alt="Stonehenge " width="600" height="438" /></p>
<p>Una ricerca durata quattro anni proverebbe che il magico sito inglese aveva caratteristiche acustiche fondate non sull&#8217;eco ma sul riverbero, che creava un effetto simile a quello delle chiese cristiane. Per l’uomo del Neolitico camminare a Stonehenge rappresentava un’esperienza “acustica” simile a quella avvertita quando si passeggia lungo una cattedrale. È l’ipotesi di una équipe di studiosi dell&#8217;Università di Salford che negli ultimi quattro anni sta analizzando le proprietà acustiche del famoso sito per scoprire dati che possano rivelare il mistero dell’antico monumento.</p>
<p>Secondo questa teoria, il luogo magico custodito dai monoliti reagirebbe all&#8217;attività acustica in una maniera che doveva sembrare incredibilmente nuova agli uomini che vivevano cinque mila anni fa: vibrazioni e riverberi che producevano un suono sconosciuto e impossibile da udire altrove, che rimbalzava e cresceva. Non un&#8217;eco ma un effetto riverbero di un secondo, analogo a quello che si percepisce nelle cattedrali che per l&#8217;uomo del Neolitico rappresentava verosimilmente un&#8217;esperienza sonora e soprattutto religiosa. Lo studio ha portato alla realizzazione di una simulazione audio in 3D che consente, grazie a un sistema di 64 canali sonori e voci, di riprodurre in modo accurato e coinvolgente come Stonhenge “suonava”.</p>
<p>La datazione del visitatissimo sito, patrimonio dell’umanità, indica che la realizzazione del monumento fu incominciata attorno al 3100 a.C. e si concluse attorno al 1600 a.C. e permette di scartare alcune ipotesi sulla sua costruzione, come la più popolare che vede nei Druidi gli artefici dell’opera. Tuttavia la civiltà dei Celti, che fondò il sacerdozio dei Druidi, si sviluppò soltanto dopo il 300 a.C. Inoltre, è poco credibile che i costoro avessero usato il sito per i sacrifici, visto che eseguivano molti dei loro rituali nei boschi o in montagna, luoghi più adeguati di un campo aperto per le loro cerimonie. Invece, il fatto che i Romani sbarcarono per la prima volta sull’isola quando Giulio Cesare condusse una spedizione nel 55 a.C, nega l’ipotesi di Inigo Jones, condivisa anche da altri, secondo cui Stonehenge ricorderebbe un tempio romano.</p>
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		<title>Ercolano. Riaffiora un tetto romano intatto</title>
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		<pubDate>Sat, 19 May 2012 10:13:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia romana]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Sino a qualche tempo fa lo strumento più efficace per capire come erano edificati e ornati i tetti delle abitazioni dei patrizi romani era rappresentano dai dipinti di Pompei. Ma nell’ambito degli ultimi scavi effettuati nell’antica città vesuviana nell’ambito di “Herculaneum Conservation Project” è venuto alla luce presso l’antica spiaggia di Ercolano un tetto di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-12430" title="ercolano-3" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/05/ercolano-3.jpg" alt="" width="600" height="451" /></p>
<p>Sino a qualche tempo fa lo strumento più efficace per capire come erano edificati e ornati i tetti delle abitazioni dei patrizi romani era rappresentano dai dipinti di Pompei. Ma nell’ambito degli ultimi scavi effettuati nell’antica città vesuviana nell’ambito di “Herculaneum Conservation Project” è venuto alla luce presso l’antica spiaggia di Ercolano un tetto di legno, conservato perfettamente, che avrà parecchio da insegnarci sulle pratiche di costruzione e sulle tecniche stilistiche di riferimento in uso nella prima età imperiale. La scoperta è avvenuta nel 2010 e l’anno scorso il preziosissimo reperto edile è stato spostato e conservato, adesso sarà restaurato nell’attesa di essere mostrato in anteprima al pubblico nel 2013 a Londra, pezzo forte della grande esposizione che il British Museum sta allestendo su Pompei ed Ercolano. Ma dell&#8217;importanza del ritrovamento si è già occupato il convegno ospitato il 7 maggio scorso dall&#8217;Accademia britannica di Roma.</p>
<p>Questa interessantissima scoperta è avvenuta quasi per caso quando, tra il 2009 e il 2010, i ricercatori dell&#8217;Herculaneum Conservation Project – il progetto di conservazione del sito archeologico campano sovvenzionato dal ricco americano David W. Packard – stavano lavorando alle tubazioni per il drenaggio, un&#8217;operazione eseguita sull&#8217;antica spiaggia ma utile alla messa in sicurezza dell&#8217;intera Ercolano. Nel corso degli scavi emersero le fognature della città romana, reperto singolare e importante delle antiche competenze urbanistiche. Ma venne alla luce anche un tetto ligneo a cassettoni che, secondo gli archeologi, proverrebbe dalla vicina Casa del rilievo di Telefo, ubicata nell&#8217;insula orientalis I.</p>
<p>Non si tratta del primo tetto romano scoperto in assoluto poiché nei siti vesuviani furono individuati alcuni tetti o parti di essi ai tempi degli scavi diretti da Amadeo Maiuri e oggi custoditi nei magazzini della Soprintendenza di Napoli e Pompei. Nessuno di questi, però, ci è pervenuto nello stesso stato di conservazione di quello recentemente venuto alla luce a Ercolano, con un cassettonato praticamente integro e perfino i pigmenti degli ornamenti cromatici originali. La superficie in legno decorata a cassettoni, secondo gli esperti, costituirebbe il quaranta per cento della struttura di copertura delle antiche domus. La scoperta è importante anche per quanto concerne la stratificazione in cui si sono imbattuti gli studiosi che testimonia come il tetto venne scoperchiato durante l’eruzione del 79 d.C.: prima hanno trovato la struttura, poi il cassettonato, le tegole e infine la sabbia.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-12431" title="ercolano-4" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/05/ercolano-4.jpg" alt="" width="600" height="451" /></p>
<p>Il manufatto architettonico è stato conservato in un appropriato contenitore climatizzato, coinvolgendo un équipe altamente specializzata che includeva dai chimici ai conservatori. Al momento sono in corso i restauri, sempre pagati dal progetto Hcp, e chi vorrà vedere il tetto, dovrà aspettare il 2013 e volare fino a Londra. Il tetto, infatti, sarà collocato all’interno di una grande esposizione sul sito archeologico vesuviano che il British Museum allestirà a partire da marzo dell&#8217;anno prossimo. Si tratterà di una mostra che, soprattutto per quanto riguarda la parte dedicata a Ercolano, racconterà la vita quotidiana di duemila anni fa.</p>
<p>Il ritrovamento di tetto e antiche fognature possono essere considerate l&#8217;ennesimo successo della fondazione filantropica diretta dal figlio del cofondatore del colosso dell&#8217;informatica Hp e presidente del Packard humanities institute, organizzazione senza scopo di lucro con sede in California che partecipa alla conservazione del patrimonio archeologico, storico e cinematografico mondiale. Dal 2001 ad oggi, Packard junior ha investito sedici milioni e i risultati del suo lavoro sono evidenti: due terzi di Ercolano sono visitabili, incluso il decumano massimo che offre un percorso multisensoriale adatto ai disabili; le coperture degli edifici nell&#8217;ottanta per cento dei casi sono state aggiustate o sostituite, così come è stata ristrutturata la rete fognaria antica per gestire la dispersione delle acque meteoriche, prima cagione di degrado e possibili crolli.</p>
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		<title>Pisa. L’Oman si racconta all&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Sat, 19 May 2012 10:10:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia vicino oriente]]></category>
		<category><![CDATA[mostre]]></category>

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		<description><![CDATA[Dal 6 giugno al 7 luglio 2012 il Museo nazionale di San Matteo a Pisa, ospita “Oman, il paese di Sindbad il marinaio”, una affascinante esposizione nata dalla stabile collaborazione tra l&#8217;Università degli Studi di Pisa e l&#8217;Office of the Advisor to H.M. the Sultan for Cultural Affairs di Muscat, con la collaborazione della Soprintendenza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone  wp-image-12427" title="oman-lancio" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/05/oman-lancio.jpg" alt="L’Oman si racconta all'Italia " width="600" height="254" /></p>
<p>Dal 6 giugno al 7 luglio 2012 il Museo nazionale di San Matteo a Pisa, ospita “Oman, il paese di Sindbad il marinaio”, una affascinante esposizione nata dalla stabile collaborazione tra l&#8217;Università degli Studi di Pisa e l&#8217;Office of the Advisor to H.M. the Sultan for Cultural Affairs di Muscat, con la collaborazione della Soprintendenza per i Beni Culturali di Pisa. Per parte italiana, l’esposizione è stata curata da Alessandra Avanzini, direttore del Dipartimento di Scienze Storiche del Mondo Antico dell&#8217;Ateneo pisano e coordinatrice di alcuni importanti progetti di respiro europeo. La scelta di Pisa come sede di questa importante iniziativa non è casuale: infatti, è stato proprio l&#8217;Ateneo pisano a coordinare l&#8217;estesa campagna di scavo nell&#8217;area portuale di Khor Rori e nella fortezza di Salut.</p>
<p>L&#8217;Oman, Sultanato situato nella parte sud orientale della Penisola Arabica, ha una storia ricchissima, tradizioni secolari e una natura incontaminata. Da sempre collegamento tra Oriente e Occidente, fin dall&#8217;antichità ha svolto un ruolo chiave nello scambio di merci, persone, idee e culture, costituendo un punto di intermediazione culturale e commerciale con i paesi sull&#8217;Oceano Indiano, la Cina, il Mediterraneo. La mostra si propone di diffondere la conoscenza della cultura e della natura di questo paese al grande pubblico, per mezzo di un viaggio ideale nella sua storia. A partire dall&#8217;incantevole mito di re Salomone che in soli dieci giorni fece costruire dieci mila canali che fertilizzarono il paese e resero coltivabili le sue terre, per passare poi alla storia più antica in cui si racconta anche del commercio del rame nel terzo millennio, quando l&#8217;Oman era conosciuto con il nome di Magan, e dello straordinario sito di Salut.</p>
<p>Ma l&#8217;Oman è famoso anche come paese dell&#8217;incenso: la sua passata fortuna è infatti dovuta in parte al fatto che sul suo territorio cresce una delle più preziose varietà della preziosa resina. Il commercio dell’incenso va ricollegato alla storia di due importanti porti, Khor Rori ed Al Balid che saranno illustrati grazie a fotografie, ricostruzioni e reperti provenienti dagli ultimi scavi archeologici. I siti di provenienza sono stati dichiarati Patrimonio dell&#8217;Umanità dall&#8217;Unesco: Khor Rori, indagata dalla spedizione archeologica dell&#8217;Università di Pisa, si è rivelata importante strategicamente nelle operazioni commerciali tra Mediterraneo ed India; di Al Balid, importante scalo sulla costa meridionale del paese, narra anche Marco Polo che si ferma nel corso del suo viaggio verso la Cina.</p>
<p>L&#8217;integrazione fra paesaggio, archeologia e insediamenti in esposizione sarà documentato da importanti testimonianze ritrovate nelle diverse campagne di scavo e dalle fotografie dei monumentali e dell&#8217;ambiente naturale, dei prodotti e risorse naturali, e degli scali e delle rotte commerciali che hanno reso l&#8217;Oman una zona da sempre strategica. La mostra propone, quindi, un viaggio nel tempo e nei luoghi, sotto un cielo stellato, seguendo le costellazioni che gli antichi navigatori utilizzavano per orientarsi lungo le rotte che trovavano in questa terra di magia e di antichissima storia un porto sicuro.</p>
<p>“Oman, il paese di Sindbad il marinaio”. Pisa, Museo di San Matteo, 6 giugno &#8211; 7 luglio 2012. Mostra promossa dall&#8217;Università degli Studi di Pisa e dall&#8217;Office of the Advisor to H.M. the Sultan for Cultural Affairs di Muscat. A cura di Alessandra Avanzini. Orario:8,30 &#8211; 19, 30, festivi 8,30 &#8211; 13,30. Ingresso al Museo e alla Mostra: interi euro 5 ridotti euro 2,50. Per informazioni e prenotazioni: tel. 050.541865</p>
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		<title>Turchia, Tushan. Individuata tavoletta con iscrizioni cuneiformi in una lingua sconosciuta</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 10:17:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Lattanzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia vicino oriente]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Un gruppo di archeologi ha recentemente trovato la prova dell’esistenza di un’antica lingua sconosciuta; si tratta di una tavoletta in argilla con iscrizioni cuneiformi dissotterrata in passato tra le rovine di un palazzo risalente ad almeno 2.800 anni fa, in Turchia, e studiata attualmente in Gran Bretagna. Questo ritrovamento risulta essere particolarmente importante in ambito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-12406" title="tavola-lingua-sconosciuta" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/05/tavola-lingua-sconosciuta.jpg" alt="tavoletta con iscrizioni cuneiformi in una lingua sconosciuta " width="380" height="570" /></p>
<p>Un gruppo di archeologi ha recentemente trovato la prova dell’esistenza di un’antica lingua sconosciuta; si tratta di una <strong>tavoletta in argilla</strong> con iscrizioni cuneiformi dissotterrata in passato tra le rovine di un palazzo risalente ad almeno 2.800 anni fa, in Turchia, e studiata attualmente in Gran Bretagna.</p>
<p>Questo ritrovamento risulta essere particolarmente importante in ambito archeologico perché potrebbe aiutare a risalire alle origini etniche di alcuni dei primi “barbari” della storia, ossia tribù di montagna che, in quelle remotissime epoche, approfittavano delle prime grandi civilizzazioni e culture della Mesopotamia, nell’area che oggi si chiama Iraq.</p>
<p>La prova dell’esistenza di una lingua che è andata perduta per tantissimo tempo, probabilmente parlata da un popolo finora sconosciuto proveniente dai monti Zagros, nella parte occidentale dell’Iran, è stata scoperta da un archeologo dell’<strong>Università di Cambridge</strong>. Il professore ha decifrato una tavoletta di argilla incisa con una scrittura antica, scoperta da un gruppo di scavo internazionale all’interno di un palazzo di un governatore assiro nell’antica città di <strong>Tushan</strong>, nel sud-est della <strong>Turchia</strong>.</p>
<p>La tavoletta riporta i nomi di sessanta donne, probabilmente prigioniere di guerra o vittime di un programma assiro di deportazione. Senza dubbio, quanto l’archeologo di Cambridge, il professor John MacGinnis, ha iniziato ad esaminare nel dettaglio ogni nome, si rese conto che dei sessanta nomi, almeno quarantacinque non avevano alcuna assonanza con le migliaia di antichi nomi mediorientali già conosciuti dagli storici e dagli eruditi.</p>
<p>Dato che gli antichi nomi mediorientali nella maggior parte dei casi sono composti e combinati, nella loro completezza o in forma abbreviata, con vocaboli di uso comune presi dalla lingua corrente, la natura unica dei misteriosi quarantacinque nomi riportati nella tavoletta viene considerata dagli studiosi come prova inconfutabile dell’esistenza di una lingua finora sconosciuta.</p>
<p>Il testo riportato nella tavoletta di argilla originariamente faceva parte dell’archivio del palazzo, utilizzato dai funzionari imperiali assiri in loco per tenere traccia delle proprie decisioni amministrative, politiche ed economiche.</p>
<p>Le sessanta donne (che includono anche quelle con nomi scritti nella lingua sconosciuta), con tutta probabilità erano state deportate dalle autorità del palazzo per qualche motivazione di carattere economico (probabilmente, per un’attività artigianale femminile come la tessitura). Di fatto, il testo inciso nella tavoletta dice che alcune di loro erano in via di assegnazione presso alcuni villaggi della zona.</p>
<p>I nomi nelle donne, che rappresentano la prova di una lingua andata perduta, includono “Ushimanay”, “Alagahnia”, “Irsakinna” e “Bisoonoomay”. Attualmente, gli archeologi e gli esperti di linguistica sono impegnati a esaminare attentamente i misteriosi nomi per cercare di capire se l’ordine delle lettere o la loro frequenza abbiano qualche similitudine o siano in qualche modo relazionate con le lingue antiche che si conoscono finora.</p>
<p>Sembra che le quarantacinque donne provengano da qualche zona centrale o settentrionale dei monti Zagros, visto che si tratta dell’unica area in cui gli assiri erano militarmente attivi nel momento a cui risalirebbe la tavoletta, e in cui le lingue parlate nell’epoca ci sono ancora per la maggior parte sconosciute.</p>
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		<title>Londra. Scoperta la prima prova dell’esistenza di un bordello nel I secolo</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 09:20:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Lattanzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia romana]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[I fangosi fondali del Tamigi restituiscono la prima testimonianza dell’esistenza di un bordello a Londra nel I secolo. Un disco metallico simile a una moneta romana, che probabilmente è stata utilizzato da un lussurioso legionario, è stato ritrovato sulle rive del Tamigi, nella zona ovest di Londra vicino a Putney Bridge. Realizzato in bronzo e più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-12384" title="gettone-romano-bordello" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/05/gettone-romano-bordello.jpg" alt="Londra. Scoperta la prima prova dell’esistenza di un bordello nel I secolo" width="500" height="429" /></p>
<p>I fangosi fondali del <strong>Tamigi</strong> restituiscono la prima testimonianza dell’esistenza di un bordello a Londra nel I secolo.</p>
<p>Un <strong>disco metallico</strong> simile a una moneta romana, che probabilmente è stata utilizzato da un lussurioso legionario, è stato ritrovato sulle rive del <strong>Tamigi</strong>, nella zona ovest di Londra vicino a Putney Bridge. Realizzato in bronzo e più piccolo di una moneta da dieci centesimi, il gettone ritrovato rappresenta un uomo e una donna uniti nell’intimità di un atto sessuale. Gli storici credono che si tratti della prima testimonianza di un bordello romano che sia mai stata trovata in Inghilterra.</p>
<p>Il gettone è stato ritrovato nel fango, dove dev’essere rimasto per quasi 2000 anni fino a che non è stato dissotterrato da un archeologo amatoriale (Regis Cursan, di 37 anni) con il suo metal detector portatile. Sul retro del gettone è rappresentato il numero XIIII, che secondo alcuni esperti potrebbe indicare che il suo titolare ha speso più di 14 monete romane per comprarlo, ossia l’equivalente di sette forme di pane o lo stipendio giornaliero di un operaio del I° secolo d.C.. Molto probabilmente, chi possedeva il gettone l’ha consegnato a una schiava sessuale in cambio dell’atto rappresentato sulla moneta stessa.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-12385" title="gettone-romano-bordello-scopritore" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/05/gettone-romano-bordello-scopritore.jpg" alt="Londra. Scoperta la prima prova dell’esistenza di un bordello nel I secolo" width="600" height="388" /></em><br />
<em> Lo scopritore con il prezioso e curioso reperto, nel luogo del ritrovamento.</em></p>
<p>Il gettone è stato donato al Museo di Londra, dove sarà esposto per i prossimi tre mesi. La curatrice del Museo, Caroline McDonald, ha dichiarato che si tratta di un reperto unico nel suo genere in Inghilterra; pezzi di questo tipo, infatti, sono stati ritrovati in tutto l’impero Romano, ma mai in Inghilterra.</p>
<p>Gli storici suggeriscono che la raffigurazione molto esplicita dell’atto sessuale sulle monete era dovuta a una mancanza della conoscenza del latino da parte della popolazione. In più, questo tipo di gettone veniva utilizzato per evitare che il denaro vero finisse direttamente nelle mani delle schiave sessuali. Bisogna, infine, anche considerare che utilizzare monete con l’immagine dell’imperatore Tiberio in un bordello era considerata, ai tempi, una pratica illegale.</p>
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		<title>Paesi Baschi, Oiasso. Trovata una lucerna romana del I secolo con scene erotiche</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 09:18:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Lattanzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia romana]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[La demolizione di un edifico ha portato alla luce l’esistenza di una grande quantità di reperti archeologici nei dintorni di San Juan, nei Paesi Baschi, tra cui una interessante lucerna a olio decorata con scene erotiche. Cristina Laborda, delegata delle Opere del concistorio irunese, e Mertxe Urteaga, direttrice del Museo Romano di Oiasso, hanno recentemente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-12379" title="Roma 1" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/05/Roma-1.jpg" alt="oiasso, lucerna con scene erotiche" width="466" height="261" /></p>
<p>La demolizione di un edifico ha portato alla luce l’esistenza di una grande quantità di reperti archeologici nei dintorni di San Juan, nei Paesi Baschi, tra cui una interessante lucerna a olio decorata con scene erotiche. Cristina Laborda, delegata delle Opere del concistorio irunese, e Mertxe Urteaga, direttrice del Museo Romano di Oiasso, hanno recentemente presentato al pubblico i risultati delle loro ricerche.</p>
<p>La lampada è stata ritrovata proprio dietro a dove era ubicata, fino al 15 di marzo, l&#8217;edificio della Visera. Una volta demolita la costruzione, uno dei tanti lavori che si stanno portando a termine nei dintorni di San Juan, sono stati effettuati alcune indagini archeologiche eseguite per mezzo di sonde che non avevano portato alcun risultato. Nonostante l’assenza di risultati le indagini sono proseguite e, proprio quando si stava portando a termine l’ultima fase del movimento di terra, è stata trovata una zona meno compatta, nella quale è stato effettuato il ritrovamento.</p>
<p>Quello che è stato trovato era il seminterrato del soggiorno di una residenza romana, che misurava tre metri di lunghezza, 1.5 metri di larghezza e, per ora, solo 80 centimetri di profondità. Si tratta dei resti di una residenza che potrebbe essere anteriore al I secolo d.C.. Al suo interno sono state trovate numerose vestigia di epoca romana, come frammenti di ceramica di discrete dimensioni, una moneta e un frammento di una lampada.</p>
<p>Mertxe Urteaga ha spiegato che non è una prassi abituale, quella di realizzare lavori con un programma archeologico associato, però in questo caso è stato fatto e proprio grazie a ciò si sono potuti individuare e dissotterrare questi resti. L’archeologa Pia Alkain si è occupata di tutto il processo che ha portato al ritrovamento. Secondo le prime indagini condotte con le sonde, infatti, sembrava che non ci fossero resti, per quello non erano stati programmati dei veri e propri scavi, ma solo un “controllo archeologico”. Controllo che ha portato alla scoperta di questa grande cavità piena di reperti. Rispetto all’epoca a cui risalirebbero le vestigia, l’archeologa ha spiegato che non si sa esattamente a che epoca risale il seminterrato, mentre già si sa che gli oggetti che vi sono stati ritrovati risalgono al I secolo d.C..</p>
<p>L’Alkain ha elencato tutto quello che è stato ritrovato: una moneta di cui non si distingue l’incisione ma che potrò essere correttamente identificata una volta che sarà stata ripulita, i resti di una lampada ad olio decorata con raffigurazioni erotiche e numerosi frammenti di ceramica.</p>
<p>Questa scoperta va ad aggiungersi a quella avvenuta nel marzo del 2010, sempre a San Juan. I resti ritrovati in quell’epoca erano la testimonianza di un’operazione urbanistica del I secolo, una gande opera di riurbanizzazione che risale a quasi 2000 anni fa in cui sono stati spianati i rilievi e sono state riempite le cavità per poter ottenere un grande spazio ben livellato nei quali sono stati ordinatamente ricavati i quartieri e i viali del centro urbano di Oiasso.</p>
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		<title>Bulgaria. Scoperto un vaso greco con raffigurazioni di scene erotiche particolari</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 09:13:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Lattanzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia greca]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Un gruppo di archeologi bulgari hanno recentemente scoperto a Sozopol, una città del mar Nero, un’antico vaso greco con decorazioni che raffigurano scene erotiche. Il manufatto, definito &#8220;anfora&#8221; dagli scopritori, è stato ritrovato nel corso degli scavi lungo i resti della muraglia difensiva della costa del mar Nero, tra le rovine del monastero di San [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-12376" title="Bulgaria 1" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/05/Bulgaria-1.jpg" alt="vaso greco con raffigurazioni di scene erotiche " width="500" height="281" /></p>
<p>Un gruppo di archeologi bulgari hanno recentemente scoperto a <strong>Sozopol</strong>, una città del mar Nero, un’antico vaso greco con decorazioni che raffigurano scene erotiche. Il manufatto, definito &#8220;anfora&#8221; dagli scopritori, è stato ritrovato nel corso degli scavi lungo i resti della muraglia difensiva della costa del mar Nero, tra le rovine del monastero di San Nicola di Mira.</p>
<p>Il reperto è stato individuato negli strati che risalgono a un periodo compreso tra la fine del secolo VII e la metà del secolo VI a.C., ha dichiarato alla stampa il professor Bozhidar Dimitrov, direttore del Museo Nazionale di Storia della Bulgaria, che ha descritto la scena erotica raffigurata sull’anfora come una rappresentazione di sesso di gruppo.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-12377" title="sozopol" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/05/sozopol.jpg" alt="vaso greco con raffigurazioni di scene erotiche " width="600" height="573" /><br />
<em>Il luogo della scoperta </em></p>
<p>Questo vaso, che purtroppo è stato ritrovato rotto in diversi frammenti, presenta raffigurazioni di una situazione erotica molto estrema. Vi si osservano chiaramente, infatti, vari individui privi di abiti, tra cui anche bambini e bambine, ed essi sono raffigurati mentre praticano atti sessuali in maniera davvero poco ortodossa. Dimitrov ha dichiarato che si tratta della prima volta in cui si ritrovano raffigurazioni antiche di scene erotiche in Bulgaria. Il professore, infatti, ha dichiarato che si tratta di scene molto rare, e che tra le migliaia di anfore antiche ritrovate in Bulgaria questa è la prima e per ora anche l’unica con questo tipo di decorazione.</p>
<p>In Grecia, al contrario, sono stati ritrovati moltissimi reperti di questo tipo, in quanto gli antichi greci erano soliti considerare il sesso alla stregua di un vero e proprio dono degli dei. È stata la prima chiesa cristiana, infatti, a proclamare quello che è o non è ammesso all’interno del sesso.</p>
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		<title>Tiscali. Parte il progetto di riqualificazione del villaggio preistorico</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 09:02:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[restauri]]></category>

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		<description><![CDATA[Ubicato sulla cima del monte Tiscali, l’insediamento archeologico formato da un centinaio di ambienti è un simbolo della cultura e dell’identità storica e archeologica della Sardegna. Proprio per preservare e tutelare questo patrimonio collettivo la Regione sta intervenendo in aiuto delle amministrazioni locali per promuovere e facilitare interventi volti alla riqualificazione e alla valorizzazione paesaggistica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-12371" title="tiscali" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/05/tiscali.jpg" alt="Tiscali" width="600" height="400" /></p>
<p>Ubicato sulla cima del monte <strong>Tiscali</strong>, l’insediamento archeologico formato da un centinaio di ambienti è un simbolo della cultura e dell’identità storica e archeologica della Sardegna. Proprio per preservare e tutelare questo patrimonio collettivo la Regione sta intervenendo in aiuto delle amministrazioni locali per promuovere e facilitare interventi volti alla riqualificazione e alla valorizzazione paesaggistica e per consentire ai Sardi di usufruire delle bellezze dei posti più antichi dell’isola, ricchi di storia e tradizione.</p>
<p>Grazie a fondi dell’Assessorato regionale dell’Urbanistica attinenti alle verifiche del 2011 del servizio Tutela Paesaggistica per le Province di Nuoro e Ogliastra, la sovvenzione che andrà al comune di Dorgali permetterà la realizzazione delle scalinate e il posizionamento della segnaletica insieme alle panchine di legno. Inoltre, la somma potrebbe permettere l’allestimento di un percorso di visita del villaggio che consenta ai visitatori di apprezzare le antiche bellezze del sito.</p>
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		<title>Lipari. Eolie di scena dall’età del bronzo ad oggi</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 08:59:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[mostre]]></category>

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		<description><![CDATA[Sabato 14 aprile 2012 è stata inaugurata nella Chiesa di Santa Caterina di Lipari la mostra “Contaminazioni. Dall’età del bronzo alle collezioni artistiche eoliane moderne e contemporanee”, che sarà visitabile fino al 9 giugno e consiste in una singolare esposizione di testimonianze archeologiche inedite affiancate da opere di collezionisti eoliani. Le astrazioni dell’Accardi, la colomba [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-12367" title="lipari-mostra-contaminazioni" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/05/lipari-mostra-contaminazioni.jpg" alt="mostra “Contaminazioni. Dall’età del bronzo alle collezioni artistiche eoliane moderne e contemporanee" width="400" height="313" /></p>
<p>Sabato 14 aprile 2012 è stata inaugurata nella Chiesa di Santa Caterina di Lipari la mostra “Contaminazioni. Dall’età del bronzo alle collezioni artistiche eoliane moderne e contemporanee”, che sarà visitabile fino al 9 giugno e consiste in una singolare esposizione di testimonianze archeologiche inedite affiancate da opere di collezionisti eoliani. Le astrazioni dell’Accardi, la colomba di Picasso, le incisioni di Arnaldo Pomodoro insieme alle quali possono essere ammirati prestigiosi e inediti reperti archeologici quali la coppa dell’età del Bronzo antico scoperta nell’insediamento di Filo Braccio a Filicudi durante la campagna di scavi del 2009 e sulla quale un ignoto artista preistorico ha rappresentato una serie di imbarcazioni. Il filo conduttore che lega il tutto sono le Eolie, la loro storia e il loro mare.</p>
<p>L’esposizione, organizzata dal Museo Archeologico Luigi Bernabò Brea, è stata allestita di Michele Bellamy Postiglione, Maria Clara Martinelli e Michele Benfari con un’operazione curatoriale insolita per presentare due sezioni speculari e coerenti di opere d’arte moderna e contemporanea insieme a preziose testimonianze archeologiche. Oltre agli artisti già citati, è possibile ammirare le opere di Piero Dorazio, Rosario Bruno, Mario Sironi, Piero Guccione, Giuseppe Uncini, Renato Guttuso, Filippo de Pisis, Franco Gulino, Elio Marchegiani e molti altri ancora. L’obiettivo della mostra è quello di creare un dialogo sinergico attraverso stili di arte e periodi diversi, avvicinati dall’intento di descrivere e raccontare fatti e storie legate direttamente all’arcipelago eoliano.</p>
<p>INFO<br />
“Contaminazioni. Dall’età del bronzo alle collezioni artistiche eoliane moderne e contemporanee”<br />
Museo Archeologico Bernabò Brea – Lipari (Me)<br />
Orari visite, tutti i giorni 9-13, 15-19<br />
Ingresso gratuito<br />
Tel. 090 9880174<br />
<a href="parco.archeo.eolie@regione.sicilia.it"> parco.archeo.eolie@regione.sicilia.it</a></p>
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