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	<title>ArcheoRivista - rivista di archeologia &#187; venerdi di ArcheoRivista</title>
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		<title>L&#8217;Aquila e il Dragone a Palazzo Venezia: i segreti di due imperi</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Feb 2011 11:32:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Romano Maria Levante</dc:creator>
				<category><![CDATA[mostre]]></category>
		<category><![CDATA[venerdi di ArcheoRivista]]></category>
		<category><![CDATA[villa romana]]></category>

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		<description><![CDATA[La visita, avvenuta il 31 gennaio 2011, del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, alla mostra di Palazzo Venezia “I due Imperi. L’Aquila e il Dragone”, ha portato di nuovo alla ribalta l’esposizione romana a pochi giorni dalla chiusura prevista per il 6 febbraio 2011. Sono esposte dal 19 novembre 2010, 450 reperti per lo più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La visita, avvenuta il <em><strong>31 gennaio 2011</strong></em>, del presidente della Repubblica <strong>Giorgio Napolitano</strong>, alla mostra di <em><strong>Palazzo Venezia</strong></em> <strong>“I due Imperi. L’Aquila e il Dragone”,</strong> ha portato di nuovo alla ribalta l’esposizione romana a pochi giorni dalla chiusura prevista per il <em><strong>6 febbraio 2011.</strong></em> Sono esposte <em><strong>dal 19 novembre 2010</strong></em>, <strong>450 reperti per lo più archeologici </strong>romani e cinesi, che consentono di percorrere diversi secoli di storia di due imperi millenari: e non soltanto sotto il profilo artistico, ma anche e soprattutto sotto quello del costume e della società, con particolare riguardo alla vita di tutti i giorni, rivissuta negli utensili primitivi ma ingegnosi dei progenitori italici e cinesi, e ai loro culti.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-7269" title="I due imperi, l'Aquila e il Dragone" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/02/Presepi-Bianco-238.jpg" alt="I due imperi, l'Aquila e il Dragone" width="600" height="404" /><span id="more-7266"></span></p>
<p><strong>La visita del presidente Napolitano e delle altre autorità</strong></p>
<p>Erano presenti l’ambasciatore cinese in Italia, <strong>Ding Wei,</strong> il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio <strong>Gianni Letta</strong> e quello ai beni culturali <strong>Francesco Maria Giro</strong>, nonché il direttore generale per la Valorizzazione del patrimonio culturale, <strong>Mario Resca,</strong> e la soprintendente del Polo Museale Romano, <strong>Rossella Vodret</strong>, che dirige il museo di Palazzo Venezia, degno di una visita apposita per le sue collezioni permanenti, dove ora c’è una mostra veramente straordinaria.</p>
<p>Un momento diremmo coraggioso è stata l’apertura da parte di <strong>Resca </strong>dello storico “balcone” su <em>Piazza Venezia,</em> quello dei discorsi alle adunate oceaniche, segnandone lo “sdoganamento” dopo che per decenni la balaustra monumentale era stata coperta da un drappo che disturbava l’equilibrio della facciata. Il drappo è rimosso da anni, quelli per le mostre sono distanziati; solo ora è venuta l’apertura in una circostanza solenne come la visita del capo dello Stato, così la luce è entrata nella <em>Sala del Mappamondo </em>sulla mostra, e possiamo dire che vi è rientrata pure la storia più recente.</p>
<p>Il <strong>sottosegretario Giro </strong>ha definito l’esposizione “una grande cavalcata nella storia in grado di accomunare i due più importanti Imperi, quello romano e le dinastie cinesi <em>Qin e Han </em>dal <em>II secolo a.C.</em> al <em>IV secolo d.C.”</em>. Ed è andato oltre, parlando degli accordi tra il nostro <em>Ministero per i beni e le Attività culturali</em> e le competenti autorità cinesi per le manifestazioni dell’<em>Anno della Cultura Cinese</em> in corso in Italia, come avemmo modo di indicare a suo tempo; ha anche citato il progetto museale, cui è interessata l’Italia, di <em>piazza Tien An Men,</em> luogo storico anch’esso, aggiungiamo, divenuto simbolo della ribellione a un’altra dittatura mediante l’immagine del cittadino inerme con la busta della spesa in mano che ferma la colonna di carri armati, vero eroe senza alcuna retorica.</p>
<p>Il progetto citato è il restauro e la riapertura del grande museo che dà sulla piazza, uno dei maggiori al mondo con 192 mila metri quadri di spazio espositivo nel quale ci sarà anche un <em>museo statale della civiltà e cultura italiana,</em> con “una vetrina delle testimonianze storico-artistiche che si sono sviluppate nel territorio della penisola”. A <em>Palazzo Venezia </em>sarà offerto uno spazio stabile per un <em>museo statale della civiltà e cultura cinese</em>, dopo la mostra: un gemellaggio più che una reciprocità.</p>
<p>Sulle iniziative comuni si è soffermato il <strong>direttore generale Resca, </strong>che da tempo è impegnato direttamente, anche con visite e colloqui in Cina, per rafforzare gli scambi culturali e di amicizia in una “strategia di promozione turistico-commerciale, asse importante su cui deve puntare il nostro Paese”. Riferendosi alle iniziative dell’<em>Anno della Cultura Cinese</em> ha ricordato i festeggiamenti del Capodanno tra il 2 e il 3 febbraio 2011 per l’ingresso nell’<em>anno del Coniglio</em>, con giochi pirotecnici in molte piazze italiane e spettacoli tradizionali cinesi, quali le danze del dragone e dei tamburi.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-7270" title="I due imperi, l'Aquila e il Dragone" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/02/Presepi-Bianco-233.jpg" alt="I due imperi, l'Aquila e il Dragone" width="600" height="452" /></p>
<p><strong>La mostra di Palazzo Venezia</strong></p>
<p>La mostra di <strong>Palazzo Venezia</strong> presenta intanto il fascino del grande edificio che rivela un giardino interno &#8211; non quello immediatamente visibile ma un lato riservato &#8211; di grande bellezza, oltre alla “cordonata” elicoidale sulla quale si sale tra gli imponenti pilastri e le austere murature come se si andasse ancora a cavallo; per giungere alla maestosa <em>Sala del Mappamondo </em>dove la grande esposizione inizia a rivelare la sua imponenza. Non si pensa più alla sede che ne fece il regime, c’è la Soprintendenza per il patrimonio Storico-Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della Città di Roma, diretta dalla <strong>Vodret;</strong> ora c’è l’importante mostra su <em><strong>“L’Aquila .e il Dragone”</strong></em>, che celebra <em><strong>I due imperi</strong></em><strong>;</strong><em><strong> </strong></em>nel 2009 <em><strong>“La mente di Leonardo”</strong></em> celebrava il genio italico.</p>
<p>Vediamo, dunque, questi due imperi, i più grandi della storia dell’umanità: quello di <em>Roma </em>e le dinastie cinesi <em>Qin e Han </em>dal <em>II avanti Cristo al IV dopo Cristo</em> in un confronto virtuale: l<em><strong>’“Aquila” romana</strong></em> riempie di sé le prime due sale, seguite da due sale in cui si “esibisce” il <em><strong>“Dragone” cinese.</strong></em></p>
<p>Nessuna commistione, nessun “corpo a corpo”, si studiano a distanza seppure ravvicinata; l’eccezionalità è data dal fatto che questa volta le due civiltà sono mostrate insieme, pur se la distanza nel tempo e nello spazio è immensa; l’esposizione segue quella milanese, ma la sensazione della “prima volta” resta, anche perchè l’allestimento è diverso, nell’altra le sale erano alternate. Prima di <em>Milano </em>era stata a <em>Pechino</em> e a<em> Luoyang,</em> è in movimento dal luglio 2009; curatore per l’Italia <strong>Stefano De Caro</strong>, direttore generale per le Antichità del MiBAC, per la Cina <strong>Xu Pingfang</strong> responsabile dell’Istituto di ricerca e archeologica e della Società Cinese di Archeologia.</p>
<p>Pur nelle loro radicali differenze dei due imperi, come stili di vita e forme di espressione, c’è un motivo comune: l’esigenza di governare e difendere territori vastissimi senza contraccolpi interni e di provvedere a quanto necessario a popoli molto diversi sul piano materiale e su quello culturale.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-7271" title="I due imperi, l'Aquila e il Dragone" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/02/Presepi-Bianco-231.jpg" alt="I due imperi, l'Aquila e il Dragone" width="600" height="452" /></p>
<p><strong>L’Aquila romana si presenta con grandi sculture e una grande storia</strong></p>
<p>L’<em><strong>“Aquila”</strong></em> si presenta per prima nella grande <em>Sala del Mappamondo</em>, ma non nella forma brandita alla testa delle quadrate legioni, semmai è raffigurata su una modesta mensola lapidea. E’ una presenza virtuale la sua, non per questo meno efficace: colpisce subito l’“adunata” &#8211; ci viene questa reminiscenza dopo l’apertura del “balcone” &#8211; di gruppi scultorei nella parte centrale, ne abbiamo contati poco meno di venti; tutt’intorno si estendono le vetrine con i reperti più piccoli.</p>
<p>Le <em><strong>sculture</strong></em> per lo più sono di grandi dimensioni e in varie forme, singole e multiple, maschili e muliebri, di indubbio fascino: Roma mostra la sua arte. Spicca la grande statua di marmo di Adone, alta oltre due metri e mezzo, del II secolo d. C., il gruppo statuario di Artemide e Ifigenia, stessa epoca, alto poco meno di due metri, come la vicina statua di Venere Pudica e Afrodite da Sinuessa e di un Pescatore negro; supera questa altezza il Principe Giulio-Claudio. E poi il gruppo di Mitra che uccide il toro, del III secolo d. C., un culto che si diffuse tra le forze armate favorito dalla loro varia provenienza, è presente in molti ipogei romani; le dimensioni sono minori, intorno al metro di altezza, come la statua di Ercole, mentre le statue di una Vestale Massima e di Iside sono un po’ più alte, così quelle di Dioniso e di Omphale. Non mancano teste marmoree, di Augusto e Traiano, busti di un centurione e di un legionario di età traianea; di Pan e Satiro, Sileno e Dioniso. C’è anche una statua femminile funeraria in tufo alta due metri.</p>
<p>I tanti reperti di ogni tipo nelle vetrine lungo le pareti documentano gli aspetti basilari della Repubblica e poi dell’Impero, trasmettendone la storia attraverso tracce significative.</p>
<p>E’ un periodo storico affascinante, inizia con due secoli di Repubblica, dal 200 al 30 avanti Cristo allorché c’è la svolta: le istituzioni repubblicane dopo la vittoria su Antonio e Cleopatra conferiscono ad <em><strong>Ottaviano Augusto</strong></em> poteri assoluti: l’Imperio militare senza limiti e la Potestà tribunizia anch’essa a vita, poi nel 12 a.C il Pontificato massimo, in definitiva le supreme autorità civili e religiose. Non basta, <em>Virgilio</em> ne esalta le origini divine come discendente di <em>Enea,</em> figlio di Venere, progenitore di <em>Romolo e Remo</em>; l’era di prosperità e pace fu celebrata nell’<em>Ara Pacis</em> del 13 a.C., dal titolo di <em>princeps</em> si passò a quello di<em> imperator</em> con Vespasiano dal 69 al 79 d.C.</p>
<p>Soffermandoci sulle immagini e sulle iscrizioni tornano a fluire gli eventi della politica come se si ripercorresse il filmato a ritroso nel tempo. Nell’organizzazione centralizzata, tenendo conto delle diverse fasi storiche, troviamo che la città ha il ruolo primario nel fornire servizi agli abitanti, come mostrano i reperti esposti, 250 solo per la parte romana, una massa ingente divisa in sezioni, ciascuna espressiva di un aspetto della vita di allora, <em>tra la Repubblica e l’Impero.</em></p>
<p>Si pensava ai bisogni materiali con l’approvvigionamento di merci favorito dalla rete di strade che venivano costruite e dallo sviluppo delle rotte marittime, tra i porti di Ostia e Pozzuoli e quelli del Mediterraneo orientale: Mileto e Alessandria, Rodi ed Efeso, fino a Delo nelle Cicladi.</p>
<p>Mentre ai cittadini comuni si cercava di assicurare il necessario, i ceti abbienti della società romana ostentavano i simboli della ricchezza e del potere: vediamo esposti gioielli e lussuosi servizi da tavola per i banchetti e gli arredi delle eleganti dimore nelle quali c’erano ricche decorazioni ad affreschi e mosaici e imponenti sculture. I relativi modelli si diffondevano poi nell’impero.</p>
<p><img class="alignnone size-large wp-image-7272" title="I due imperi, l'Aquila e il Dragone" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/02/Presepi-Bianco-246-496x600.jpg" alt="I due imperi, l'Aquila e il Dragone" width="496" height="600" /></p>
<p><strong>Una cavalcata tra i 250 reperti di vita quotidiana</strong></p>
<p>I soli nomi delle sezioni rappresentano una cavalcata nel mondo romano, attraverso i diversi aspetti della vita pubblica e privata dei cittadini, tenendo conto della sterminata vastità dell’impero che forniva di continuo apporti e stimoli. Citiamo sulla base di rapidi appunti i temi fondamentali: salute e igiene, spettacoli e giochi pubblici, otium e cultura, commercio, agricoltura e pesca, apparati decorativi domestici e arredi della tavola, sfera femminile e “ornamenti della matrona”, potere politico e religione, sepoltura e culti, moneta e scrittura. Infine la sezione “verso l’Oriente” che ci avvicina all’altro impero mediante i contatti che si svolgevano sulla “via della seta”.</p>
<p>Iniziando con le prime sezioni, vediamo i resti di tubature per <em>approvvigionare e smaltire l’acqua:</em> la pompa idraulica e la <em>fistola aquaria plumbea</em>, il sifone e la cassetta di derivazione, la valvola idraulica e la bocca di fontana a testa di pantera. Sono tutti nomi di reperti esposti, volutamente non li evidenziamo per rendere la fluidità della ricostruzione storica della via di allora.</p>
<p>Seguono i modelli di anfiteatro, precisamente quello campano, e utensili o <em>immagini dei giochi </em>come l’elmo e il corno gladiatorio con gli schinieri, la statua di un giovane attore e di un pugilatore, il mosaico con busto di atleta. E poi un serie di dadi da gioco in osso, anche uno truccato, e di pedine per lo più circolari con figure di delfino, kronos e pesce; più una lastra con tavole da gioco.</p>
<p>Dagli oggetti per il divertimento a quelli per le <em>attività lavorative</em>: rastrelli e roncole, zappe e peso con filo a piombo, calibro e compasso; poi reperti di prodotti agricoli restituiti da Pompei, fave e mandorle, olive e fichi, datteri e carrube. Per la pesca troviamo esposti diversi ami e forcine per reti.</p>
<p>Si passa di meraviglia in meraviglia nel vedere l’astuccio con <em>strumenti chirurgici</em>, la cassettina per medicinali e lo <em>speculum </em>vaginale quadrivalve, siamo al I secolo d. C.!</p>
<p>Negli <em>arredi e attrezzature domestiche</em> abbiamo i lari a coppie e i bruciaprofumi, mentre spiccano pentole in terracotta e padelle in bronzo, coppe e piatti, mensole e brocche, casseruole e crateri, mestolo e patera, bicchiere e imbuto, bottiglie monoansate; e tante lucerne per lo più <em>monolichne</em>.</p>
<p><em>Frammenti di affresco</em> con prospettive architettoniche sono esposti in bell’evidenza, vediamo una figura femminile danzante. Le pitture parietali di secondo stile pompeiano ci fanno entrare di più nell’arredo di dimore patrizie: figure di Atena, Pegaso e Bellerofonte, di Calliope e Fenice, di Alessandro e Rossane, tutte da Pompei; Alcesti e Admeto, e Medaglione con cervo da Ercolano.</p>
<p>La <em>sfera femminile </em>è ben rappresentata con busti e ritratti e anche con gli oggetti di uso comune come pettine e specchio, aghi e fusi, collane e anelli, pendenti e orecchini: ci si sbizzarrisce nelle forme, dalla rosa al pesce, e nei materiali, anche oro e smeraldi. Non mancano gli amuleti dalle forme più svariate, dalla Medusa alla piramide, dall’animale alla <em>“manus obscena”</em>. Interessanti le bambole e i giocattoli, ricordiamo la tenerissima <em>“Crepereia”</em>, esposta tanti anni orsono, trovata in un corredo funerario tra le braccia di una bambina inumata, qui ce ne sono di meno appariscenti.</p>
<p>E dato che siano giunti ai <em>reperti funerari</em>, precisiamo che la maggior parte di quelli espressivi della vita sono stati trovati nelle tombe. Attinenti direttamente al culto, oltre alla grande statua femminile già citata, abbiamo l’urna e l’olla cineraria, la stele e il segnacolo funerario, il mosaico pavimentale e la <em>tabula defixionis</em>, il sarcofago strigilato e quello con busti di coppie di defunti.</p>
<p>Tornando dalla morte alla vita, attraverso le iscrizioni e le figure delle<em> monete </em>si diffondevano i messaggi politici della romanità in tutto l’impero, e nella mostra c’è una vasta esposizione delle monete più disparate, dal denario all’asse, dal sesterzio al follis; i nomi imperiali spaziano in lungo e in largo, Augusto e Tiberio, Claudio e Nerone, Traiano e Adriano, Vespasiano e Domiziano.</p>
<p>Sono esposti anche strumenti per la <em>scrittura</em> di età imperiale: stili e calamaio, tavoletta cerata e un affresco con strumento per scrivere, un intonaco dipinto proveniente da Pompei.</p>
<p>Per i <em>culti</em>, la molteplicità delle etnie si rifletteva in un politeismo aperto con espressioni pubbliche e una certa tolleranza, a parte i periodi di persecuzione anticristiana per motivi politici. Come c’erano espressioni pubbliche di fatti con rilevanza esterna &#8211; dalla nascita al matrimonio, dalla morte al culto dei defunti &#8211; che avevano una dimensione soprattutto privata: tanti sono i reperti esposti che li fanno rivivere, compresi quelli che riguardano gli schiavi e coloro che venivano affrancati, i liberti.</p>
<p>Il passaggio alle sale dedicate alla Cina non è brusco ma graduale, avviene attraverso i reperti sull’accostamento di<em> Roma al Celeste impero</em>. Vengono rievocati i traffici commerciali con l’Oriente, già nel primo secolo d. C. secondo Plinio le importazioni di Roma erano dell’ordine di cento milioni di sesterzi (corrispondenti a quasi 8000 chili d’oro, cioè più di 200 milioni di euro attuali). Roma esportava in Oriente vino e argento, vetri e prodotti in metallo, da India e Arabia riceveva spezie e pietre preziose; nonché tessuti pregiati, tra cui quelli “serici” dal I secolo avanti Cristo, nome derivato dai <em>Seres</em>, i primi mercanti orientali di origini cinesi che commerciarono nella seta di cui fino al Medioevo in Occidente non si conosceva ancora il modo di produrla.</p>
<p>Numerose sono le prove archeologiche dei contatti diretti Roma-Oriente: i graffiti dei mercanti di Pozzuoli nel deserto orientale dell’Egitto egiziano; i vetri romani e i tessuti egizi del sito cinese di Loulan, provincia di Honan, uno specchio cinese dell’era di Han rinvenuto in un sito vietnamita insieme a reperti indiani e monete romane di Marco Aurelio e Antonino Pio, e vari altri.</p>
<p><img class="alignnone size-large wp-image-7274" title="I due imperi, l'Aquila e il Dragone" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/02/Presepi-Bianco-2501-449x600.jpg" alt="I due imperi, l'Aquila e il Dragone" width="449" height="600" /></p>
<p><strong>La mostra culmina alla Curia Iulia con l’Esercito di terracotta</strong></p>
<p>E dato che stiamo per entrare nell’Impero d’Oriente, ci piace far precedere alla rassegna dei 200 reperti cinesi, la parte della mostra fuori Palazzo Venezia, in un sito molto vicino: lungo Via dei Fori Imperiali si raggiunge il <strong>Foro Romano</strong> dove si trova la <em><strong>Curia Iulia</strong></em>, sede dell’antico Senato.</p>
<p><em>Aquila e Dragone</em> ora sono ravvicinati: la prima esibisce due grandi bassorilievi che nella loro imponenza introducono presso gli ospiti d’onore: una diecina di statue del celebre <strong>Esercito di terracotta del Primo Imperatore</strong>, scoperto trent’anni fa a <em>Xi’an (Shaanxi)</em>, scortate da due animali dall’aspetto di felini che ruggiscono, ripensiamo alle fiere della Commedia dantesca alle porte dell’Inferno. Tali figure sin dall’<em>era Han </em>erano collocate nel percorso fino all’area sepolcrale e di culto e venivano denominate <em>“bixie”</em>, testualmente “colui che allontana gli influssi nefasti”.</p>
<p>La scoperta del <strong>mausoleo del Primo Imperatore</strong>, rimasto sepolto per oltre duemila anni, è di importanza incalcolabile anche agli occhi di chi è abituato a grandi eventi archeologici, basta considerare che si estende per 56 chilometri quadrati. La camera sepolcrale dell’imperatore non è stata ancora scavata e ciò crea un’ansiosa aspettativa, ma già adesso colpiscono le dieci statue esposte alla <em>Curia Iulia</em>, ed è inimmaginabile l’effetto dell’ armata portata alla luce: migliaia di statue a grandezza naturale &#8211; sembra siano 8000 &#8211; tutte diverse tra loro anche in rappresentanza delle molte etnie, con centinaia di cavalli e carri da combattimento in assetto da guerra. L’esercito era guidato dall’Imperatore che riuniva in sé tutti i poteri, anche quelli religiosi come un Dio.</p>
<p>Le migliaia di soldati sono stati trovati in tre fosse, in altre le statue di scribi e funzionari, ginnasti e stallieri, musicanti e varie categorie; in più corredi straordinari come i carri preziosi in bronzo, oro e argento, armature e riproduzioni in bronzo di animali e altre opere la cui fattura è di alta qualità.</p>
<p>I soldati di terracotta che ci guardano scortati dalle due fiere rituali sono una pattuglia avanzata dell’immenso esercito di soldati e salmerie che si è descritto, con le loro dimensioni a misura d’uomo, anzi superuomo; è stata geniale l’idea di collocarli in un’area archeologica così evocativa e in un tempio laico raccolto e solenne, con i due splendidi <em>bassorilievi romani </em>a fare da quinta.</p>
<p>Uscendo dalla Curia immaginiamo di trovare l’intero esercito di terracotta dispiegato nel Foro Romano in un’occupazione pacifica mentre noi eravamo distratti dalla piccola avanguardia di pochi soldati. Questo vuol dire che quanto non avviene nelle sale di<em><strong> Palazzo Venezia,</strong></em> in cui i reperti dei due imperi restano distinti e separati, lo troviamo realizzato nel Foro Romano, dove la<em><strong> Curia Iulia </strong></em>riesce a creare un miracolo suggestivo: è come se i due imperi, dopo aver esibito i propri tesori di civiltà e di arte, si compenetrassero più strettamente. L’<em><strong>Aquila e il Dragone</strong></em> finalmente insieme.</p>
<p>Siamo pronti, dunque, a visitare il Celeste impero: abbiamo descritto quello dell’<em>Aquila</em>, e del <em>Dragone</em> abbiamo visto intanto le straordinarie avanguardie, incorporate nei <em>“segreti di Roma” </em>della Curia Iulia al Foro Romano, <em>“Roma… capta, ferum victorem</em>…”.. Il seguito verrà presto.</p>
<p><em>Ph: Romano Maria Levante, tutte.</em></p>
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		<title>Roma: in visita alla riaperta Casa delle Vestali ai Fori</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Jan 2011 13:17:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Romano Maria Levante</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Roma]]></category>

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		<description><![CDATA[Un evento positivo, tra tanti episodi negativi spesso gonfiati oltre misura, che hanno gettato un’ombra sulla tenuta dell’archeologia e sulla gestione dei beni culturali anima il nostro ”venerdì di Archeorivista”. E’ avvenuto il giorno successivo al rigetto della mozione di sfiducia al ministro Bondi, dopo il lancio del restauro del Colosseo con lo sponsor privato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un evento positivo, tra tanti episodi negativi spesso gonfiati oltre misura, che hanno gettato un’ombra sulla tenuta dell’archeologia e sulla gestione dei beni culturali anima il nostro <strong>”venerdì di Archeorivista”.</strong> E’ avvenuto il giorno successivo al rigetto della mozione di sfiducia al <strong>ministro Bondi,</strong> dopo il lancio del <em><strong>restauro del Colosseo</strong></em> con lo sponsor privato che inaugura una stagione di collaborazione pubblico-privato da cui potranno venire risorse aggiuntive per la tutela e valorizzazione del nostro patrimonio culturale nella quale ci auguriamo di avere presto nuovi esempi prestigiosi. Si tratta dell’apertura, il <em><strong>27 gennaio 2011</strong></em>, del <strong>nuovo percorso dalla Via Nova alla Casa delle Vestali</strong>, dove continua il lavoro di restauro conservativo e di sistemazione.</p>
<p><img class="alignnone size-large wp-image-7180" title="foto 27 gennaio 2011 226" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/01/foto-27-gennaio-2011-226-451x600.jpg" alt="" width="451" height="600" /><span id="more-7179"></span></p>
<p><strong>La Via Nova e la Domus Tiberiana</strong></p>
<p>Lo splendido basolato romano della <strong>Via Nova </strong>si estende in senso rettilineo dall’inizio del <em><strong>Clivo Palatino all’Atrium Vestae,</strong></em> prospiciente il fronte nord della<em><strong> Domus Tiberiana, </strong></em>il primo edificio monumentale di età imperiale, che fa da cornice al Foro romano. Percorrerlo nella presentazione in anteprima dà una certa emozione, siano nel gruppo con il sottosegretario <strong>Francesco Maria Giro</strong> e il presidente del Consiglio superiore dei beni culturali <strong>Andrea Carandini</strong>, prodigo di dotte spiegazioni. Resti di ambienti, si pensa botteghe, si incontrano nel lato sud della strada, con muri di rinforzo e arcate di epoca serviana per consolidare il terreno di tenuta precaria: tracce di pitture e pavimenti a mosaico, banconi e vasche, nonché scale per il piano superiore dove sono in corso lavori di consolidamento, dopo il recupero degli ambienti al piano terra. Si intravede il torso di una tigre dal caratteristico manto in un blocco unico proveniente della <strong>Domus Tiberiana.</strong></p>
<p>Gli ambienti di questo edificio monumentale, con arcate alte 20 metri, si affacciano sulla<em> Via Nova </em>e sulla<em> Casa delle Vestali </em>per l’estensione fino al <em>Foro Romano </em>del precedente edificio ad opera di <em>Adriano</em>. Furono portati alla luce fin dal 1882-84 con gli scavi di <em>Rodolfo Lanciani </em>volti ad unificare Foro e Palatino, ora si è proceduto ad interventi di consolidamento e restauro; si ricorda che nel 1970 ci furono dei crolli, dovuti oltre alle condizioni del palazzo a quelle geologiche, critiche anche nell’antichità; a questo si aggiungono i terremoti che hanno prodotto lesioni tuttora visibili sul fronte della <em>Domus Tiberiana</em>; l’antico ampliamento verso il Foro potrebbe essere stato indotto dall’esigenza di consolidare il lato più debole della costruzione.</p>
<p>Il restauro in corso, si afferma testualmente, “sta ricucendo strutturalmente l’intero volume architettonico riconsiderandolo dal punto di vista costruttivo attraverso il ripristino della coerenza strutturale dei piani orizzontali di calpestio, delle volte a botte di copertura, della coerenza dell’apparecchio murario e delle strutture di fondazione. Contestualmente è stata messa in opera la capillare verifica geotecnica dei terreni ed il controllo delle reti e dei sistemi di smaltimento delle acque che dovranno essere tutti bonificati”. Un linguaggio tecnico da cui traspare la complessità. Il monitoraggio continuo misura i “continui piccoli movimenti diffusi nel tempo” e le loro variazioni.</p>
<p><strong>La Casa delle Vestali</strong></p>
<p>La vasta area riservata alle sacerdotesse della <em><strong>dea Vesta </strong></em>si estende al di sotto del percorso della <em><strong>Via Nova</strong></em>, dall’alto se ne ha una visione d’insieme di indubbio fascino. Spiccano i tre bacini, due quadrati ed uno rettangolare al centro, dove è stata ripristinata l’acqua con un’operazione di sicuro effetto; intorno le statue, quasi tutte mutile, e i resti del colonnato del peristilio, rendono l’idea del porticato originario. Intorno ciò che resta di ambienti come il<em> “tablinium”</em>, in origine coperto, con delle stanze ai suoi lati e di fronte il <em>“triclinum”</em>; poi il forno e il mulino di cui è visibile la <em>macina</em>, e si pensa vi fosse anche la cucina; si possono immaginare le stanze delle sacerdotesse al piano superiore. Un “convento moderno”, il vasto porticato corrispondeva ai nostri chiostri conventuali.</p>
<p>L’importanza della Casa è data dal fatto che si trova dietro al <em><strong>Tempio di Vesta </strong></em>dove era custodito il fuoco sacro della dea protettrice la comunità e simbolo dell’eternità di Roma; ospitava per trent’anni le sacerdotesse, dall’iniziazione tra sei e dieci anni; la veste aveva un velo bianco posto sulle spalle nella cerimonia della vestizione con il taglio delle chiome, appese a un albero di loto.</p>
<p>Non vivevano in clausura e avevano dei privilegi come l’essere affrancate dalla patria potestà, con i posti riservati negli spettacoli e il carro dei littori per spostarsi come gli alti magistrati; incontrarle per caso il giorno dell’esecuzione salvava i condannati a morte dalla pena. Il loro compito era la mietitura e la preparazione delle focacce per i sacrifici. Dopo i trent’anni di sacerdozio potevano sposarsi, ma al tempo del loro ministero avevano l’obbligo della castità e se lo infrangevano erano sepolte vive; oltre all’obbligo di custodire il fuoco sacro, se si spegneva venivano fustigate.</p>
<p>Dalla storia torniamo alla cronaca, anzi alla visita. Notiamo la sistemazione dei tre bacini, elegantemente contornati da rose antiche che, insieme con l’acqua limpida, rendono la freschezza di una volta. Atmosfera a cui puntava anche l’intervento di inizi ‘900 di <em>Giacomo Boni,</em> che restaurò vasche e sedili, statue e marmi, pavimenti e verde; sulle rose antiche diceva che in poco tempo si sarebbero integrate con i ruderi. Ora si è andati al di là di quanto mostra una foto del restauro dell’epoca, ripristinando il roseto intorno alle vasche e sostituendo le tubature che le collegano in modo da irrigare anche gli ambienti a nord; e si è realizzato il manto erboso e un vialetto tutt’intorno. Le statue che circondano il vasto cortile sono in perfetto stato nel loro candore, pur se per lo più mutile; si è provveduto al diserbo delle murature e dei pavimenti degli ambienti circostanti e ai consolidamenti murari necessari, ma soprattutto si è ricreato un clima sacrale.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-7181" title="foto 27 gennaio 2011 224" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/01/foto-27-gennaio-2011-224.jpg" alt="" width="600" height="406" /></p>
<p><strong>La presentazione di Frati e Gasperini, Giro e Carandini</strong></p>
<p>Descritta la visita, facciamo un passo indietro per chi è interessato alla presentazione dell’evento nella rotonda del <em>Tempio di Romolo, </em>che ha visto l’intervento di autorità dei beni culturali a livello nazionale come il sottosegretario Giro e il presidente del Consiglio superiore Carandini; e a livello romano come il nuovo assessore di Roma Capitale Gasperini e il rettore dell’Università “La Sapienza” Frati, oltre alla soprintendente per i beni archeologici di Roma Moretti.</p>
<p><strong>Luigi Frati</strong> ha sottolineato i progressi nell’archeologia con l’uso di tecnologie avanzate per analizzare i reperti e farli “parlare”; ma nel contempo l’arretramento dell’immagine, rispetto a quando la professione dell’archeologo era la quarta tra quelle preferite dai giovani, ora orientati verso le figure televisive per “il prevalere dell’apparire sull’essere”, deriva purtroppo negativa.</p>
<p>Una bella scoperta è stato il nuovo assessore alle Politiche culturali e al Centro storico di Roma Capitale <strong>Dino Gasperini </strong>dopo l’inattesa esclusione di <em>Umberto Croppi</em> dalla nuova giunta capitolina; le vicende di mera marca politica facevano dubitare sulla qualità del nuovo assessore, dopo la notevole competenza e l’intenso attivismo del predecessore ingiustamente sacrificato. Non era il debutto, c’era stato alla presentazione dello sponsor del restauro nel<em> Colosseo</em>, ma l’intervento odierno è apparso particolarmente incisivo e appassionato, e merita di essere sottolineato.</p>
<p>Dopo aver dato atto del “lavoro incredibile fatto per il recupero del patrimonio e delle inerzie del passato” ha insistito sull’importanza di proseguire nella collaborazione tra Ministero, Comune e Università che mostrano di procedere “con lo stesso passo e la stessa voglia di andare avanti”.</p>
<p>Ha citato una serie di luoghi topici dove operare, dal<em> Foro Romano </em>al<em> Circo Massimo</em>, dal <em>Palatino</em> al<em> Celio, </em>da <em>via dei Cerchi </em>a<em> Colle Oppio,</em> alla <em>Roma medicea;</em> 30 milioni di euro per riqualificare l’area. E ha aggiunto il proposito di curare oltre agli aspetti archeologici quelli per così dire espositivi; nel senso di valorizzare i luoghi museali anche raccontando i personaggi che li hanno vissuti e come lo hanno fatto, non limitandosi a quelli coevi con le preesistenze antiche, ma anche gli altri, come <em>Caravaggio </em>e<em> Raffaello.</em> Tutto questo rafforza “l’unicità di Roma nel mondo”, e ne fa una città sempre più “fruibile e visibile, frizzante e meravigliosa”. Non poteva non interessare chi, come noi, ha sempre sostenuto l’esigenza di contestualizzare sempre più nei luoghi e i luoghi stessi; e rispetto ai personaggi che vi hanno vissuto abbiamo dedicato a suo tempo molta attenzione alle mostre su <em>Gogol</em> e sugli artisti che hanno raffigurato la<em> Campagna romana</em> in tanti suoi aspetti.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-7182" title="foto 27 gennaio 2011 212" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/01/foto-27-gennaio-2011-212.jpg" alt="" width="600" height="274" /></p>
<p>Il sottosegretario <strong>Francesco Maria Giro </strong>ha dedicato l’evento al <em><strong>ministro Bondi </strong></em>senza citare espressamente la fiducia riconfermata il giorno prima alla Camera, ma se n’è avvertito l’implicito riferimento, del resto in una precedente circostanza Giro aveva espresso la ferma intenzione di dimettersi in caso di sfiducia al responsabile del ministero. Ne ha sottolineato l’impegno appassionato per la tutela e valorizzazione “effettuando scelte difficili e spesso impopolari con grande rigore e grande coraggio”; e ha citato al riguardo il vincolo sull’agro romano nella zona simbolica per Roma tra la Laurentina e l’Ardeatina. Questa ed altre iniziative &#8211; la Casa delle Vestali e la Curia del Senato da completare entro l’anno &#8211; attuano quanto disposto dal <em>Codice dei beni culturali</em>: “Gli altri si sono esercitati a modificarne i dettagli, noi lo applichiamo in concreto”.</p>
<p>Ha poi rivendicato, con l’orgoglio di <em>romanocentrico </em>che nasce dalla sua storia personale, il “modello-Roma che si avvale della collaborazione tra le istituzioni e ha operato fattivamente nella <em>’casa delle Vestali’</em>, dove non contano solo i fondi messi a disposizione, ma la condivisione dei progetti”; ha citato il “modello-Firenze” con la devoluzione del 20% degli introiti dei musei statali per importanti progetti approvati dal centro e, pur non parlando della possibilità di adottarlo a Roma, ha mostrato disponibilità a sostenere progetti del Comune. Ha dato anche un’indicazione concreta, la riqualificazione dell’area intorno al Colosseo degradata a suk; e ha delineato mostre e iniziative per ripercorrere tappe importanti della storia antica e valorizzare il patrimonio culturale: “I 9 milioni di visitatori annui a Roma impongono di mettere a sistema tale prezioso patrimonio”.</p>
<p>Con <strong>Andrea Carandini</strong> si è entrati in pieno nell’evento della<em> Casa delle Vestali,</em> che ha illustrato dall’alto della sua grande competenza con l’esperienza diretta di avervi svolto scavi lungo la via Sacra per venti anni con risultati importanti tuttora allo studio. La definisce “la perla più bella nella collana del Palatino, la meglio conservata”, dedicata alla divinità che proteggeva la casa. L’area è di quasi 7.000 metri quadri, l’apertura per circa 1.600 metri quadri dell’<em>Atrium Vestae; </em>“nel mezzo ettaro del Palatino si è svolta la storia straordinaria di 1150 anni di civiltà”. Valorizza l’area libera da costruzioni con il<em> “bosco sacro” </em>ricordando che nel periodo più arcaico, prima del VII secolo, le costruzioni erano di argilla per cui non sono pervenute ma non per questo tali aree vanno trascurate, nel IX secolo c’erano le capanne. Qui il “bosco sacro” era tra il santuario e il <em>Palatino</em>; parla anche della <em>Casa del Re</em>, siamo alla prima metà dell’VIII secolo, tra il 750 e il 700 avanti Cristo.</p>
<p>Poi la storia fino alla risistemazione dell’area da parte di <em>Nerone </em>dopo l’incendio: costruì grandi magazzini e il nuovo santuario senza bosco sacro, lavori che furono completati da <em>Vespasiano,</em> quindi <em>Traiano e Adriano</em> fino a <em>Settimio Severo</em> che trasformò e fece nuove decorazioni al tempio, siamo giunti al 190 dopo Cristo. Il culto terminerà nel 395-97, sarà ancora abitato ma non più dalle Vestali, finché nel VI secolo dopo Cristo le tombe nell’area segnarono la fine del mondo antico.</p>
<p><em>Carandini </em>termina proiettato nel futuro, alla migliore conoscenza che ne verrà dell’area del Palatino, dalla pendice nord fino alla sua cima. L’archeologia è come la scienza, ogni nuova scoperta apre ulteriori campi di investigazione e di studio, anche questo è il suo fascino.</p>
<p><em><img class="alignnone size-large wp-image-7183" title="foto 27 gennaio 2011 225" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/01/foto-27-gennaio-2011-225-476x600.jpg" alt="" width="476" height="600" /> </em></p>
<p><strong>Le pitture di Santa Maria Antigua </strong></p>
<p>Dopo il passo indietro &#8211; non quello chiesto ai politici ma il ritorno dalla visita alla Casa delle Vestali alla Presentazione &#8211; un passo avanti: la visita successiva ai restauri, in particolare sulle pitture, all’interno della chiesa di <strong>Santa Maria Antigua,</strong> posta subito dopo l’<em><strong> Oratorio dei 40 Martiri. </strong></em><strong> </strong>E’ il primo edificio cristiano della fine del I secolo dopo Cristo su un edificio romano dell’età di Domiziano: un vestibolo monumentale e una rampa di collegamento un tempo coperta. Dai quattro porticati iniziali si ottennero tre navate, c’è uno straordinario corredo di dipinti alle pareti, i primi dipinti cristiani risalgono al 500-550; nel 650 nuovi decori alla navata laterale con scritte del Concilio del 649. Ulteriori decorazioni all’inizio dell’VIII secolo, in particolare nella cappella dei Santi Medici; poi, prima della metà del secolo, la cappella dei SS.Quirico e Giulietto del nobile Teodoro; dopo la metà le ultime pitture, infine Adriano ne fece fare altre nell’atrio.</p>
<p>Dopo il terremoto dell’847 restò solo l’atrio. Un salto nel tempo, prima del 1620 la nuova chiesa cristiana al livello superiore, poi all’inizio del XVIII gli scavi ne scoprirono la preesistenza; da casuali all’inizio divennero sistematici nel 1900. Nel 1910 la tettoia di protezione, quindi furono staccati dei dipinti per collocarli nei musei, ma la parte asportata non supera il 12% delle pitture alle pareti, che negli anni ’80 del 1900 sono state restaurate “in loco”. Progetti di restauro sono necessari perché l’umidità e i sali naturali diffusi dai vecchi restauri alle pareti hanno indebolito il 60% dei dipinti e il 40% degli intonaci, mentre il 25% delle pitture restaurate si mantiene in buono stato.</p>
<p>Il rischio del distacco dell’intonaco con perdita delle pitture deve indurre a portare avanti con decisione, accelerandoli, gli interventi richiesti: trattasi di un patrimonio straordinario di pittura antica nel cuore del Foro Romano, basta vedere qualche immagine per rendersene conto.</p>
<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-7184" title="foto 27 gennaio 2011 217" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/01/foto-27-gennaio-2011-217.jpg" alt="" width="600" height="452" /></strong></p>
<p><strong>L’avvertimento di Cicerone</strong></p>
<p>Per rendere omaggio al nuovo percorso <strong>Via Nova- Casa delle Vestali</strong> fino al sito della dea Vesta, così aperto e sacrale, vogliamo concludere con la citazione di Cicerone, in bella vista nell’<em>Atrium Vestae </em>perché rende l’importanza che aveva per un grande dell’antichità, è tratta dal <em><strong>”De Divinatione”</strong></em><strong>: </strong>“Poco prima che i Galli conquistassero Roma, si udì uscire dal bosco sacro di Vesta, quello che dai piedi del Palatino scende verso la Via Nova, una voce che ammoniva di rifare le mura, e le porte; se non si provvedeva, poteva anche succedere che Roma fosse conquistata…”.</p>
<p><strong><em>Didascalie delle foto</em></strong></p>
<p>Le immagini riguardano l’area della<em> Casa delle Vestali, </em>l’ultima è della<em> Domus Tiberiana; </em>l’istantanea della presentazione al Tempio di Romolo vede al microfono il<em> sottosegretario Giro:</em> alla sua destra <em>l’assessore Gasperini,</em> alla sua sinistra la<em> soprintendente Moretti, il direttore generale Malnati, il rettore Frati, il presidente del Consiglio per i beni culturali Carandini. </em>Le foto della galleria che segue riguardano le antiche pitture della chiesa di <em>Santa Maria Antigua</em> in restauro.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-7188" title="foto 27 gennaio 2011 243" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/01/foto-27-gennaio-2011-243.jpg" alt="" width="600" height="452" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-7187" title="foto 27 gennaio 2011 243 bis" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/01/foto-27-gennaio-2011-243-bis.jpg" alt="" width="600" height="231" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-7186" title="foto 27 gennaio 2011 241" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/01/foto-27-gennaio-2011-241.jpg" alt="" width="600" height="452" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-7185" title="foto 27 gennaio 2011 241 bis" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/01/foto-27-gennaio-2011-241-bis.jpg" alt="" width="600" height="537" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-7192" title="foto 27 gennaio 2011 247" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/01/foto-27-gennaio-2011-247.jpg" alt="" width="600" height="496" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-7193" title="foto 27 gennaio 2011 248" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/01/foto-27-gennaio-2011-248.jpg" alt="" width="600" height="753" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-7194" title="foto 27 gennaio 2011 249" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/01/foto-27-gennaio-2011-249.jpg" alt="" width="600" height="433" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-7195" title="foto 27 gennaio 2011 250" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/01/foto-27-gennaio-2011-250.jpg" alt="" width="600" height="423" /></p>
<p>Ph: <em>Romano Maria Levante, tutte.</em></p>
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		<title>Palermo. Al Museo Salinas la preistoria siciliana: necropoli, abitanti, alimentazione</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Jan 2011 18:43:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Romano Maria Levante</dc:creator>
				<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[venerdi di ArcheoRivista]]></category>

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		<description><![CDATA[In questo primo “venerdì di Archeorivista” del 2011 si conclude la nostra visita alla sezione dedicata alla preistoria siciliana nel museo archeologico “Salinas” di Palermo. Dopo gli aspetti relativi a fauna, arte e ornamenti del “venerdì” nella settimana prenatalizia, parliamo di necropoli, abitanti, alimentazione. Anche questa ricostruzione, come la precedente, è basata sulle notizie contenute [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In questo primo <strong>“venerdì di Archeorivista”</strong> del 2011 si conclude la nostra visita alla sezione dedicata alla preistoria siciliana nel m<strong>useo archeologico “Salinas” di Palermo</strong>. Dopo gli aspetti relativi a <strong>fauna, arte e ornamenti</strong> del “venerdì” nella settimana prenatalizia, parliamo di <strong>necropoli, abitanti, alimentazione</strong>. Anche questa ricostruzione, come la precedente, è basata sulle notizie contenute nell’aureo libretto <em><strong>“Le storie della preistoria al museo Salinas”</strong></em> a cura del museo stesso per la Regione siciliana, che colma la lacuna delle modalità espositive tradizionali &#8211; i copiosi reperti sono allineati e identificati soltanto con le etichette &#8211; in attesa che la ristrutturazione in atto nell’edificio valorizzi meglio la ricchezza dei reperti esplicitando contesto e percorso storico.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6970" title="scanner preistoria bis 1_0001" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/01/scanner-preistoria-bis-1_0001.jpg" alt="Incensiere da Ustica (a sinistra) e Vaso da Polizzello (a destra)." width="600" height="395" /><br />
Incensiere da Ustica </em>(a sinistra) e<em> Vaso da Polizzello </em>(a destra).<span id="more-6967"></span></p>
<p>Nel precedente racconto della visita abbiamo iniziato a ricostruire il mondo preistorico siciliano, dopo aver riassunto il contenuto delle <em><strong>34 vetrine espositive</strong></em>, in ordine a tre aspetti significativi: con la<strong> fauna </strong>l’uomo preistorico doveva confrontarsi fin dalla sua comparsa sulla terra, ad essa era collegata l’<strong>arte primitiva, </strong>per questo definita <em>“arte animalistica”</em> in quanto espressa attraverso graffiti e dipinti rupestri nelle grotte dov’erano le prime abitazioni, mentre gli <strong>ornamenti </strong>ne accompagnano la storia fin dalle epoche più remote, a partire dai ciottoli levigati e dai denti o conchiglie forati e collegati in collane. Anche questi aspetti saranno più chiari una volta inquadrati nelle <strong>necropoli</strong>, massima fonte dei reperti, negli <strong>abitanti</strong>, in particolare della “Conca d’Oro”, e nell’<strong>alimentazione</strong>, una molla per l’evoluzione della tecnologia e più in generale dei sistemi di vita.</p>
<p><strong>Necropoli e riti funerari nella preistoria siciliana</strong></p>
<p>Le necropoli siciliane sono numerose e ricche di reperti, vanno dal <em><strong>Paleolitico</strong></em> all’<em><strong>Età del Ferro</strong></em> e consentono, quindi, di avere una visione molto ampia: dalle forme più semplici a quelle più complesse di sepoltura, con una molteplicità di riti e di consuetudini che variano non soltanto in base al periodo considerato ma anche al sito archeologico dove sono avvenuti i rinvenimenti.</p>
<p>Si tratta di una constatazione importante tenendo conto che le sepolture sono una testimonianza non solo dei rituali funebri, ma soprattutto della vita dell’epoca perchè “la tomba era considerata dai parenti una seconda casa in quanto, secondo la loro credenza religiosa, dopo la morte il defunto continuava a vivere nell’aldilà, e ciò spiega il ritrovamento all’interno delle tombe di corredi funerari costituiti da gioielli, utensili e offerte alimentari”. Così <em>Rosaria Di Salvo</em> introduce la sua accurata ricognizione delle<em><strong> “Sepolture e riti funerari nella Sicilia preistorica” </strong></em>ricomponendo in una visione d’insieme i tanti reperti esposti nelle vetrine con le sole etichette e senza commenti.</p>
<p>Da quanto predisposto per il mondo ultraterreno abbiamo conosciuto tante cose sul mondo terreno, perché i rituali funerari servivano a mettere i due mondi in comunicazione, e per questo nei corredi del defunto veniva collocato quanto faceva parte della sua vita e della sua epoca.</p>
<p>Ma oltre a tali elementi, dai resti pervenuti si sono avute notizie antropologiche a largo raggio, fino a stato di salute e alimentazione, attività lavorativa e condizioni ambientali. Troviamo tombe a inumazione e a incenerimento, primarie e secondarie, individuali e multiple; la posizione dei defunti distesa o rannicchiata, con gambe flesse o in un altro assetto; i resti da inumazione nella loro consunzione naturale o di colore rosso se cosparsi di ocra secondo un rito anche purificatorio; i resti da incenerimento in cromatismi diversi a seconda della temperatura di cremazione, e se inferiore a quella di polverizzazione lasciando notevoli frammenti con deformazioni e alterazioni, comunque idonei ad un’analisi osteologia al pari di quelli delle tombe a incenerimento.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6971" title="scanner preistoria bis 2" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/01/scanner-preistoria-bis-2.jpg" alt="Veduta della Necropoli di Pantalica." width="600" height="311" /><br />
Veduta della Necropoli di Pantalica.</em></p>
<p>Nello scorrere delle ere preistoriche si nota un’evoluzione dei corredi funerari parallela a quella della vita reale: dai più semplici costituiti da ciottoli disegnati e da utensili di selce, alle prime collane di conchiglie degli abitanti nelle grotte, ai primi lavori in terracotta nel<em><strong> Neolitico </strong></em>per passare a corredi sempre più elaborati nell’<em><strong>Età dei Bronzo,</strong></em> che diventano ricchi e preziosi nell’<em><strong>Età del Ferro</strong></em> e quindi in <em><strong>epoca storica.</strong></em> Diciamo in genere “corredo del defunto”, composto come è noto dal corredo personale, con oggetti e ornamenti che riflettono le sue condizioni sociali e la sua attività, cui si aggiungono i resti delle offerte rituali nel culto funerario. Quindi utensili a lato del corpo, in selce e osso, legno e terracotta; gioielli fatti di conchiglie forate, bracciali e pendenti, orecchini e ciondoli in osso e avorio, i più antichi in pietra; perfino il cibo per l’alimentazione. Non bisogna dimenticare che in alcune nostre tradizioni, pur di credenti nella fede cattolica, rimaste almeno fino all’ultimo dopoguerra, nella sepoltura venivano poste monete per pagare il viaggio nell’oltretomba, oltre ad oggetti della vita del defunto che lo avrebbero accompagnato nell’al di là.</p>
<p>Una rapida carrellata nei molteplici siti archeologici siciliani, in aggiunta a quanto anticipato, ci fa scoprire i primi resti umani del <em><strong>Paleolitico</strong></em>, intorno a 35 mila anni fa, nel <em>Riparo di Fontana Nova</em>, vicino a Marina di Ragusa, in frammenti che non hanno consentito analisi significative; mentre hanno dato risultati quelle eseguite sui resti rinvenuti nella zona della <em>Grotta di San Teodoro </em>ad <em>Acquedolci</em>, Ragusa, risalenti a 14 mila anni fa: 4 uomini e 3 donne in posizione supina di decubito, arti distesi, fosse di forma rettangolare in uno strato di ocra, ciottoli levigati, lame e punteruoli in selce, perfino denti di cervo forati per collane primordiali.</p>
<p>Il <em><strong>passaggio al Mesolitico,</strong></em> documentato dalle sepolture della <em>Grotta d’Oriente</em> a<em> Favignana, </em>Trapani<em>, </em>mostra nelle fosse coperte da pietre i resti di un individuo maschile con un ciottolo e una lama, un grattatoio di selce e 11 conchiglie forate all’altezza dello sterno appartenenti a una collana; conchiglie che in numero di 8 nella vicina tomba di una donna sono poste all’altezza delle clavicole, con 3 ciottoli rotondi e un punteruolo; i resti della donna hanno gli arti in posizione inconsueta.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6974" title="Iscanner preistoria bis 3" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/01/Iscanner-preistoria-bis-3.jpg" alt="Corredo di una tomba di Uditore." width="600" height="374" /><br />
Corredo di una tomba di Uditore.</em></p>
<p>Il <em><strong>Mesolitico</strong></em> nella<em> Grotta dell’Uzzo</em> &#8211; la più consistente, ma c’è anche la <em>Grotta della Molara</em>, a Palermo &#8211; rivela diverse forme tombali, da ovali a quadrate, i corpi sotto le pietre in posizione supina, rannicchiati con le gambe flesse per entrare nel vano ristretto e le braccia lungo il corpo; anche qui ciottoli levigati, selci lavorate, ossi a forma di punteruolo e ancora ornamenti fatti di conchiglie e denti di cervo forati; in più resti di cibo. Il tutto in 13 corpi, 6 di sesso maschile, 4 femminile e 3 bambini, un quadro esauriente dell’epoca alla quale risale la grotta.</p>
<p>Andando avanti nel tempo, nel <em><strong>Neolitico</strong></em> il passaggio dalla vita nomade a quella stanziale si riflette anche nel fatto che la <em>Grotta del Monte Kronio, </em>Agrigento -<em> </em>nella quale sono stati trovati pochi resti femminili &#8211; era un luogo di raduno, forse per riti collegati a fenomeni di origine termale; più cospicui i ritrovamenti nella<em> Trincea fossato di Stretto Partanna,</em> con i frammenti scomposti di resti di 7 individui, da incinerazione incompleta e sepoltura secondaria, V-VI millennio avanti Cristo.</p>
<p>I siti dell’<em><strong>Eneolitico</strong></em> sono numerosi, le tombe sono poste soprattutto in grotte naturali non più utilizzate come abitazioni essendosi costituiti i villaggi, e anche in piccole grotte artificiali. Dato che la tomba viene ormai concepita come l’abitazione dello scomparso, non è più una fossa singola ma diventa collettiva per i membri della famiglia, nella forma “a forno” con pozzetto di accesso. Così nella necropoli di <em>Piano Vento </em>a <em>Montechiaro</em>, Agrigento, sono stati trovati circa 50 corpi sepolti con l’uso di cospargerli di ocra rossa, adottata per ridurre le esalazioni e purificarli; e resti di animali sacrificati nei riti funerari, con pasti documentati dai frammenti di vasellame che veniva spezzato. Significative, per altro verso, le tombe di <em>Roccazzo</em> a <em>Mazara del Vallo,</em> Trapani, riunite in corrispondenza dei nuclei di capanne, a forma cilindrica con pozzetto; singole o doppie con corredi collegati al censo del defunto che comprendevano, oltre ai ciottoli e agli utensili di selci, a punte di freccia e conchiglie forate, anche vasi decorati, ciotole e olle grigie o rosse per l’ocra.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6977" title="scanenr preistoria bis 4" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/01/scanenr-preistoria-bis-4-.jpg" alt="" width="600" height="467" /><br />
Vasi con ocra e resti umani ed animali.</em></p>
<p>Con l’<em><strong>Età del Bronzo</strong></em>, i flussi migratori portarono nuove abitudini anche nelle sepolture, a Lipari sono state rinvenute urne cinerarie con 30 tombe a incinerazione anche se l’inumazione resta prevalente, con tombe individuali e collettive. Il sito di <em>Castelluccio </em>esprime una cultura che si diffuse e troviamo almeno in 8 località tra cui Castelluccio di Noto: villaggi con capanne circolari e il focolare al centro, una comunità stanziale dedita all’allevamento, agricoltura e artigianato, tombe per lo più collettive scavate nei pendii con chiusure decorate; anche monumentali come quella del “principe” scavata nella roccia con camera funeraria retta da pilastri. Corredi variamente assortiti o assenti, elementi di terracotta a forma di corni oltre ai consueti di selce e osso, conchiglie e denti.</p>
<p>La necropoli di <em>Marcita, </em>a Castelvetrano, Trapani, con oltre 100 individui di entrambi i sessi e di diverse età, mostra soggetti anche di altra etnia e ricchi corredi, mentre in quella dei <em>Sesi</em> a Pantelleria troviamo oggetti litici su ossidiana e di terracotta per mensa, articoli ornamentali e resti ovini e caprini. Una struttura particolare si nota nella necropoli di <em>Thapsos</em>, Siracusa, con una cella fornita di vestibolo accessibile da un pozzetto, un corridoio e nicchie radiali; nei corredi anche vasi in ceramica importati da Cipro, Malta e da Micene, e oggetti in bronzo; addirittura tracce di oro in collane, e articoli ornamentali in pasta di vetro colorata, ambra e avorio.</p>
<p>La struttura si evolve ancora con tombe ad alveare scavate sulle pareti rocciose nelle necropoli di <em>Pantelica, Dessueri </em>e<em> Caltagirone</em>, con piccole celle circolari o grandi camere che introducevano a celle multiple per 4-5 soggetti della stessa famiglia: nei corredi coltelli e armi, nonché oggetti di ornamento come fibule e specchi, anelli e collane in bronzo, in relazione alla posizione e al censo.</p>
<p>Sta per finire la preistoria con l’<em><strong>Età del Ferro</strong></em>, dal IX al VI secolo: le tombe, poste sui fianchi delle alture vicino ai villaggi, sono inserite in ampie camere funerarie chiuse da un muro o una porta, il corpo non più in posizione rannicchiata ma disteso con sopra e intorno gli elementi del corredo. A <em>Polizzello</em> di Mussomeli, Caltanissetta, in circa 100 tombe ricavate sui fianchi della montagna in cavità naturali, sono stati trovati parecchi reperti: nelle tombe di adulti molte ossa di bovini, essendo il bue animale sacro, in quelle per bambini solo ossa di ovini e caprini di giovane età, evidentemente per associarla alla loro. I corredi sono sempre più ricchi, esprimono le condizioni di vita del defunto e lo stadio evolutivo raggiunto, ormai elevato: siamo alla fine della preistoria.</p>
<p>Ma a questo punto riteniamo utile dare un quadro d’insieme delle condizioni di vita per concludere questo volo d’uccello su un periodo suggestivo perché ricerca le nostre origini, i remoti progenitori.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6978" title="scanner preistoria bis 5" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/01/scanner-preistoria-bis-5-.jpg" alt="Macina con cereali" width="600" height="396" /><br />
Macina con cereali.</em></p>
<p><strong>Gli abitanti preistorici della Conca d’oro in Sicilia</strong></p>
<p>Oltre che il periodo, la località è suggestiva, si tratta della <strong>“Conca d’Oro” </strong>dove sorge Palermo, abitata sin dalla preistoria ben prima dei fenici e romani, arabi e normanni: precisamente dal <em><strong>Paleolitico</strong></em> non in modo stanziale ma con il nomadismo della caccia. Le grotte che si trovano sulle alture circostanti favorivano questi insediamenti per sostare, provvedere alle attività quotidiane e poi per le sepolture; non sono nascoste, si vedono dalla piana e proprio questo ha fatto sì che la gran parte dei reperti venissero dispersi nel tempo. Sono stati trovati anche resti ossei di elefanti e ippopotami chiamati “ossa dei Giganti” e “dei Ciclopi”, lo raccontano la citata <em>Rosaria di Salvo</em> e <em>Vittoria Schimmenti</em> ricostruendo come vivevano <em><strong>“Gli antichi abitanti della Conca d’Oro”</strong></em> nella stessa pubblicazione del Museo Salinas. Nella <em>“Grotta delle Incisioni dell’Addaura”</em> e <em>“dell’Antro nero o dei Bovidi”</em> ci sono graffiti parietali, così nella <em>“Grotta Niscemi”</em> e in altre, dove sono stati rinvenuti resti di animali, bue e cinghiale, cervo e cavallo”idruntino”, nonché gusci di molluschi.</p>
<p>Nella <em>“Grotta della Molara”, </em>in una zona interna<em>,</em> si vedono i segni del passaggio dal Paleolitico al <em><strong>Meseolitico </strong></em>allorché fu utilizzata per le sepolture. Dagli scheletri rinvenuti &#8211; con crani tipo <em>Cromagnon</em> &#8211; si è ricostruito l’uso dei denti “come terza mano per trattenere fibre vegetali, corde, bastoni, utensili”, oltre che per assumere cibi crudi; anche nella <em>“Grotta di San Ciro”</em> le ossa ritenute “dei Giganti” e insieme selci che attestano l’abitazione degli uomini preistor<em>ici.</em> Evolvono i modi di vita nel <em><strong>Neolitico</strong></em>, quando si trasferiscono nei villaggi pur mantenendo contatti con le grotte dove oltre alle sepolture porteranno gli animali di allevamento e affineranno gli utensili.</p>
<p>Con l’<em><strong>Età del Rame </strong></em>si diffondono i villaggi nella <em>“Conca d’Oro”</em>, con le rispettive necropoli che attraverso i corredi funerari hanno fornito molti elementi sul tipo di vita. Nei villaggi tra <em>Partanna e Mondello</em> &#8211; in quest’ultimo trovate 12 capanne &#8211; oltre alla caccia sul Monte Pellegrino si praticava la pesca; nelle tombe sul monte si sono rinvenute ceramiche e utensili di pietra che fanno pensare a una primordiale industria litica. A <em>Boccadifalco</em>, oltre a selci, ossidiana e vasi di vario tipo sono stati trovati un anello di rame e una collana; analogamente nella contrada <em>Sant’Isidoro.</em> Si è potuta ricostruire la fisognomica degli antichi abitanti; rispetto a quelli delle ere precedenti i loro tratti somatici si addolciscono, la corporatura si fa più armoniosa; tra i due sessi c’è differenza nella conformazione delle ossa e nell’altezza media, le donne 152 centimetri, dieci in meno degli uomini.</p>
<p>Interessante il “processo di gracilizzazione” che segue la civilizzazione e la vita stanziale in condizioni ambientali sfavorevoli con diffusione soprattutto di artrosi alle articolazioni. Sembra inoltre che il loro carattere fosse pacifico, data l’assenza di segni di morte violenta: c’è solo un caso di lesione traumatica ossea però rimarginata, quindi non letale. Colpisce l’osservazione che sorgevano villaggi marinari dove oggi è Via Roma, al centro di Palermo, e il mare giungeva dov’è ora la vicina Via Maqueda, addirittura vi attraccavano le imbarcazioni per la pesca.</p>
<p>Nell’“<em><strong>Età del Bronzo”</strong></em> il progresso è testimoniato da una fiasca decorata rinvenuta nel <em>“Riparo della Moarda”</em>, ma non si sono trovati reperti ceramici della cosiddetta <em>“cultura della Conca d’Oro”</em> e non se ne conoscono le ragioni. Dov’è oggi l’aeroporto c’era il sopra citato villaggio preistorico di <em>Boccadifalco</em>, di cui sono state rinvenute soltanto 7 capanne.</p>
<p>Il trovarsi nel centro cittadino, con Via Roma e Via Maqueda, fa capire quanti reperti siano andati perduti nell’urbanizzazione distruttiva, soprattutto negli anni in cui non si prestava attenzione ai ritrovamenti e comunque si tendeva a non segnalarli per evitare onerosi fermi nell’attività edilizia.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6979" title="Iscanner preistoria bis 6" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/01/Iscanner-preistoria-bis-6-.jpg" alt="Vasellame da mensa" width="600" height="367" /><br />
Vasellame da mensa</em></p>
<p><strong>L’alimentazione preistorica, filo rosso del progresso</strong></p>
<p>Elementi in più su come vivevano li fornisce <em>Vittoria Schimmenti</em> nel suo <em><strong>“A tavola con gli antenati”</strong></em>; abbiamo parlato direttamente con la studiosa nella nostra visita al Museo e l’abbiamo sentita animata da passione per le ricostruzioni preistoriche che trovano nell’apposita Sezione del Museo Salinas un ricchissimo materiale, forse meno conosciuto e apprezzato di come meriterebbe.</p>
<p>In effetti attraverso la “tavola” si ricostruisce l’intera giornata, tutta impegnata nel procurarsi il cibo anche con utensili la cui preparazione impegnava essa stessa il resto del tempo. Dopo <em>Tucidide</em> troviamo altre due citazioni classiche, questa volta ad opera della Schimmenti, su come si alimentavano gli antichi. <em>Lucrezio Caro</em> nel I secolo avanti Cristo scriveva: <em>“I primitivi si cibavano solo con quello che la terra dava spontaneamente”.</em> E, dato che siano in Sicilia, ecco <em>Diodoro Siculo</em> due secoli dopo: “<em>I primitivi andavano per le selve e vivevano solo di erbe, di radici e di frutti; vivevano nudi, senza casa e senza fuoco”.</em></p>
<p>La raccolta spontanea di alimenti da consumare crudi riguardava i frutti della quercia e del corbezzolo, del mirto e della vite selvatica, dell’ulivo selvatico e dell’alloro, del carrubo e del fico; vengono citate anche bacche e radici, germogli e bulbi di fiori e foglie. La carne procurata con la caccia rappresentava il 20% di una “dieta” molto vegetariana, proveniva dal bue e dal cavallo della antica specie <em>“hudruntinus”</em>, dal cinghiale e dal cervo; forse anche da uccelli come quaglia e pernice. Oltre a carne, interiora e grasso per alimentarsi, si recuperavano i denti, specie del cervo per ornamenti, le corna e le ossa per gli utensili, e soprattutto la pelliccia per proteggersi dal freddo. Le condizioni con cui si alimentavano svilupparono gli enzimi e i muscoli mandibolari, ma si logoravano i denti anche perchè usati “come una terza mano” per usi più pesanti della masticazione.</p>
<p>Cambiò molto quando fu possibile utilizzare il fuoco per cuocere i cibi oltre che per riscaldarsi e per difendersi dalle fiere; aumentò l’impegno per procurarsi la legna da ardere e si costruirono spiedi e utensili rudimentali con diversi materiali per spolpare gli animali e tagliare la carne. Addirittura le lame erano inserite in supporti di legno e venivano predisposte con bordi dai tagli diversi per meglio lacerare la carne. Usavano arpioni, fiocine e selci piantate su bastoni per infilzare la preda; per lo più pesci lungo gli scogli, nel <em><strong>Mesolitico</strong></em> dentici e murene, cefali e orate; c’era anche la raccolta di molluschi e crostacei e nelle zone interne di lumache. Nei reperti della <em>“Grotta dell’Uzzo”,</em> le analisi “paleonutrizionali” hanno accertato la prevalenza di alimenti marini e di vegetali, e il consumo di frutti come fichi, carrube e datteri i cui zuccheri creavano carie rilevate nei denti.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6980" title="scanner preistoria bis 7" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/01/scanner-preistoria-bis-7-.jpg" alt="" width="600" height="305" /><br />
Fruttiere.</em></p>
<p>Nel <em><strong>Neolitico</strong></em>,<em><strong> </strong></em>con la ceramica si potevano cuocere sul fuoco anche i vegetali, non solo la carne negli spiedi: di qui lo sviluppo di recipienti, vasi e vasellame fino a brocche e bicchieri per i liquidi. Non si ricorre più alle forme naturali di conchiglie e ossa cave, si preparano cucchiai in legno e terracotta. E siano alla “rivoluzione neolitica” che cambia le abitudini alimentari con l’abbandono del nomadismo per l’agricoltura e l’allevamento degli animali, in particolare buoi e capre, cavalli e pecore: infatti, avere una produzione stabile e programmata consentiva di variare la “dieta”, aumentare il consumo di carne e utilizzare il latte degli allevamenti che, fatto coagulare, dava il formaggio. A questo punto la caccia veniva praticata meno, come fonte solo accessoria di carne.</p>
<p>Molteplici sono le coltivazioni, dai cereali ai legumi, agli alberi da frutta dei tipi oggi molto noti, come le mele e le pere: si ricorre ad accorgimenti e a nuovi utensili come le macine e i pestelli; il primo pane veniva cotto sulle pietre senza lievito con farine di frumento assolutamente integrali.</p>
<p>L’accurata ricognizione della <em>Schimmenti </em>sembra la cronaca di anni molto vicini a noi, parla di zappe di legno per scavare e di falci per mietere, nonché di accette, pur se di pietra levigata, per tagliare gli alberi. Il progresso &#8211; anche se si è ancora nella preistoria &#8211; incalza; si essiccano i prodotti per non farli deteriorare e si cospargono di sale, scoperto per un’evaporazione casuale di acqua di mare; verrà usato nella concia delle pelli nell’<em>Era dei metalli</em>. Ma siamo ancora nel <em>Neolitico</em>, la pesca si pratica con lenze e reti oltre che con gli arnesi da punta prima indicati; i resti rinvenuti di delfini e perfino di balene non provengono dalla pesca, ma dall’essersi arenati per venire poi recuperati e utilizzati dagli uomini primitivi: i graffiti della <em>“Grotta del Genovese”, </em>a Levanzo, raffigurano tonni e delfini.</p>
<p>Il mare, oltre che mediante la pesca, fornisce alimenti con le importazioni dal Mediterraneo e dall’Oriente di prodotti quali grano e orzo, sconosciuti nel <em>Neolitico</em>, come era sconosciuta la capra.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6981" title="scanner preistoria bis 8" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/01/scanner-preistoria-bis-8.jpg" alt="" width="600" height="592" /><br />
Fruttiera ad alto piede da Naro</em></p>
<p>Con l’<em><strong>Età del Rame</strong></em> divennero più efficienti gli utensili per la coltivazione, l’allevamento e la pesca e, come si è detto, fu abbandonato il nomadismo per la vita nei villaggi; parimenti fu quasi abbandonata la caccia, come provano i resti di animali rinvenuti, quasi solo domestici, Compare l’aratro e il carro con le ruote, tirati dai buoi; con l’orzo si prepara una bevanda alcolica corrispondente all’attuale birra, che ha preceduto cronologicamente il vino; si sviluppa il consumo di legumi e si preparano polente e zuppe di vario tipo. Sembra di descrivere la cucina moderna.</p>
<p>Poi l’ulteriore diversificazione alimentare nell’<em><strong>“Età del Bronzo”, </strong></em>favorita<strong> </strong>dagli scambi commerciali che oltre ai prodotti portarono nuove colture come vari tipi di alberi da frutta prima sconosciuti.</p>
<p>L’<em><strong>“Età del Ferro”</strong></em> vede nascere la coltura della vite e poi la produzione di vino, quindi quella dell’olivo importato dall’Oriente anche qui seguita dalla produzione di olio, entrambe riservate alle classi più elevate. Seguirà l’estrazione di olio anche da mandorle e noci; e dal lino dell’Oriente per la tessitura, dal ricino dell’Egitto e dal sesamo della Mesopotamia; anche i preistorici usavano dunque l’olio di ricino, non certo, si spera, come nel ventennio… A parte le battute, l’inventiva e la maggiore conoscenza porta a produrre infusi di foglie e frutti con la predisposizione dei recipienti adatti, si arriva già in quest’epoca perfino ai dolci, ricavati dal miele e da particolari frutti secchi.</p>
<p>Il ritmo del progresso si fa sempre più incalzante, lo vediamo attraverso l’alimentazione che è il terminale di un insieme di attività legate alla tecnologia e alla conoscenza. Gli utensili vengono continuamente perfezionati e realizzati nei metalli ben più efficaci di ossi e selci; vediamo come opera l’inventiva con gli “ami per i polpi”. Dall’Asia e dalla Grecia arriva il pollame, che viene allevato anche in Sicilia, come mandorli, noci e noccioli poi diffusi in tutta l’isola. Gli orci e le giare in ceramica si rivelano ideali per la conservazione dei cibi, ottenuta pure essiccandoli e salandoli: questo consente di mantenere provviste anche di carne e pesce. I liquidi vengono conservati in recipienti capaci dove si attinge con tazze provviste di manici: nella nostra infanzia in Abruzzo ricordiamo la<em> “maniera”</em> quadrata e il più piccolo <em>“scommarello”</em> rotondeggiante.</p>
<p>Ormai gli scambi commerciali mettono in contatto con altre usanze ed altri tipi di alimentazione e di preparazione dei cibi, si creano ricette che elaborano e mescolano gli ingredienti. “Ma è soprattutto dall’epoca romana &#8211; conclude la <em>Schimmenti</em> il suo excursus preistorico &#8211; che il cibo da semplice fonte di sussistenza divenne occasione per banchetti e convivi, si mangia più per soddisfare il gusto e la gola e non per il semplice fabbisogno. E così il necessario diventa superfluo”.</p>
<p><em>Tutte le immagini, con le didascalie, sono tratte dal citato “Le storie della preistoria al museo Salinas”, Regione Siciliana, Assessorato dei Beni Culturali e dell’identità Siciliana, dipartimento omonimo. La pubblicazione è a cura del Museo Archeologico “Antonio Salinas”, Palermo, direzione e coordinamento generale di Giuseppina Favara; autori dei capitoli contenenti le immagini, a cui si è fatto riferimento anche nel testo, sono Rosaria Di Salvo e Vittoria Schimmenti.</em></p>
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		<title>Palermo. Al Museo Salinas la preistoria siciliana: fauna, arte, ornamenti</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Dec 2010 06:26:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Romano Maria Levante</dc:creator>
				<category><![CDATA[musei]]></category>
		<category><![CDATA[preistoria]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>“<em>Si dice che i più antichi abitanti siano stati i Ciclopi e i Lestrigoni che abitarono una parte dell’isola: io non potrei dire di che razza fossero, da che venissero e dove siano andati a finire”.</em> Il nostro <strong>“venerdì di Archeorivista”</strong> prenatalizio inizia con questa citazione di <strong>Tucidide</strong> allo stesso modo del capitolo <em>“Un percorso didattico attraverso la preistoria”</em> con cui <em>Agata Villa</em> apre <em><strong>“Le storie della preistoria al Museo Salinas”,</strong></em> il recentissimo aureo libretto nel quale si è cercato meritoriamente di estrarre l’essenza dalla vastissima collezione di reperti preistorici e protostorici che abbiamo visitato al secondo piano del grande <strong>museo di Palermo</strong>. Lunghi corridoi con ai due lati l’interminabile teoria di vetrine colme di reperti allineati in perfetto ordine con le rispettive etichette: un museo tradizionale dove si resta incantati per la quantità e qualità di reperti, ma nello stesso tempo disorientati per la difficoltà di contestualizzarli, dare loro una storia e quindi una vita.</p>
<p><em><img class="alignnone size-large wp-image-6711" title="Palermo 283" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/Palermo-283-544x600.jpg" alt="" width="544" height="600" /><br />
Vetrina con fruttiere e vasi preistorici.<span id="more-6696"></span></em></p>
<p><strong>La visita al museo, al piano della preistoria</strong></p>
<p>E’ l’opposto di quanto constatato in una nostra visita a un altro museo archeologico, di cui abbiamo dato conto in un recente <em><strong>“venerdì di Archeorivista”</strong></em>, dove a un numero comparativamente molto più ridotto di reperti corrispondeva un percorso guidato da cartelli che ricostruivano la <em>“storia della città”</em> e <em>“la storia del territorio”</em>: due mosaici di storia composti con le tessere dei reperti.</p>
<p>Ma abbiamo saputo che per il <strong>Museo Salinas</strong> verrà presto questo momento, il palazzo è in restauro ed è prevista la ristrutturazione anche della parte espositiva secondo nuovi criteri che tengano conto delle moderne esigenze. La nostra visita, quindi, è l’occasione di vederlo per l’ultima volta nell’assetto tradizionale, oggi sorpassato, secondo gli orientamenti più avanzati di valorizzazione dei beni culturali che il Direttore generale del MiBAC <strong>Mario Resca</strong> ha iniziato ad attuare, registrando i primi successi dell’azione di rilancio che ha portato all’inversione del <em>trend</em> negativo per il numero di visitatori e gli incassi, con un incremento vicino al 15 per cento nonostante la crisi.</p>
<p>Percorriamo dunque i diversi corridoi del secondo piano del <strong>Museo Salinas</strong> in tutti i cinquanta passi della lunghezza di ciascuno, guardandoci intorno ammirati per la ricchezza di reperti, e anche frastornati per l’estrema complessità di ridurli a sintesi leggendo qua e là le innumerevoli etichette.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6712" title="Palermo 284" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/Palermo-284.jpg" alt="" width="600" height="455" /><br />
Un corridoio del 2° piano con i reperti preistorici.</em></p>
<p><strong>I reperti delle varie epoche preistoriche delle diverse località siciliane </strong></p>
<p>Ci sono ben 34 vetrine espositive di grandi dimensioni, numerate dal n. 416 al 456, con i reperti dei vari periodi della preistoria, e sono tanti: Pleistocene e Paleo-Mesolitico, Mesolitico-Neolitico e Neolitico, Età del Rame e Tarda Età del Rame-Antica Età del Bronzo, Età del Bronzo e Tardo Neolitico-Antica Età del Bronzo, Tarda Età del Bronzo ed Età del Ferro.</p>
<p>Le località da cui provengono sono, in particolare, la grotta dell’<em>Addaura</em>, con il calco di importanti esempi di arte rupestre; <em>Levanzo</em> con il blocco dov’è inciso il bovide, la grotta dell’<em>Uzzo</em> sul passaggio dalla caccia-raccolta nomade alla coltivazione-pastorizia stanziale. Risalgono all’età del rame i reperti della <em>“Conca d’Oro”</em>; all’Età del Bronzo quelli dei villaggi di <em>Mursia</em> a Pantelleria (periodo antico), dei <em>Faraglioni </em>a Ustica (periodo medio) e <em>Mokarta </em>nell’area di Salemi (periodo tardo); all’Età del Ferro le tombe a <em>“tholos”</em> di <em>Sant’Angelo Muxaro</em>, Agrigento,</p>
<p>Volendo dare delle coordinate temporali, si datano a 30 mila anni fa i primi utensili in Sicilia, a 12 mila le prime forme d’arte , a 11 mila i reperti di <em>Levanzo</em>, tra 10 mila e 6750 anni fa quelli di <em>Uzzo</em>, tra i 5 e i 4 mila anni quelli della <em>“Conca d’Oro”</em> con la <em>“Pietra di Palermo”</em>, e poi 4 mila anni <em>Mursia</em>, 3500 <em>Ustica</em>, 3 mila anni fa i reperti di <em>Mokarta</em> e di <em>Sant’Angelo Muxaro</em>.</p>
<p>Una “storia della preistoria” siciliana si può delineare partendo dalle prime vetrine del <em><strong>Pleistocene</strong></em><em> </em>(n. 416-17) con i resti dei mammiferi, tipo iena, ippopotamo ed elefante, e varie specie di molluschi; poi arriva l’uomo con gli animali che lo accompagnano, dall’asino al bue, dal cervo alla volpe e al cinghiale; e con i molluschi utilizzati per l’alimentazione.</p>
<p>Siamo al <em><strong>Paleolitico superiore </strong></em>(419-22), vengono fatti conoscere attraverso i reperti i luoghi dove abitavano i primi uomini in Sicilia, dal <em>Riparo del Castello,</em> a Termini Imerese, dalle <em>grotte Addaura e Niscemi,</em> nel monte Pellegrino, alla <em>grotta Mazzamuto, </em>ad Altavilla Milizia. I materiali esposti sono utensili di pietra per la vita quotidiana, caccia, agricoltura, lavori vari e oggetti decorativi fatti con le conchiglie; inoltre vi sono tracce dei graffiti, come il calco (della <em>grotta Addaura</em>), dove sono stati rinvenuti residui di pasti (come alla <em>grotta Niscemi</em>)<em>.</em> All’<em><strong>Età mesolitica</strong></em><em> </em>si riferiscono i ciottoli dipinti (da <em>Levanzo)</em> e le collane di conchiglie (dalla <em>grotta d’Oriente</em> a Favignana).</p>
<p>Il passaggio <em><strong>dal Mesolitico al Neolitico</strong></em> <em><strong> </strong></em>(n. 423) si trova nei reperti (dalla <em>grotta di Uzzo</em>)<em>, </em>costituiti da oggetti di pietra, come il “grattatoio in selce”, punteruoli in osso, schegge di ossidiana e ceramiche decorate in modo rudimentale mediante incisioni fatte con le unghie; testimonia l’epoca anche una tomba di neonato in posizione fetale.</p>
<p>Nei reperti dell’<em><strong>Età neolitica</strong></em> (n. 424-31) si riflette l’emergere di una civiltà legata al passaggio alla vita stanziale rispetto a quella nomade, con l’agricoltura e la pastorizia: gli strumenti usati sono lame taglienti e anche ossidiana nelle isole Eolie, macine e mazze; ci sono anche frammenti in ceramica, alcuni dipinti per la prima volta (da <em>Castelluzzo,</em> Trapani e dalla <em>grotta Regina</em> del Monte Pellegrino), utensili in osso e in pietra, con una ceramica tricromia (da<em> Roccapalumba</em>)<em>.</em></p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6713" title="scanner preistoria 3" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/scanner-preistoria-3.jpg" alt="" width="600" height="668" /><br />
Asino idruntino (Equus hydruntinus),</em> in un graffito di Grotta Niscemi (Palermo).</p>
<p>Con l’<em><strong>Età Eneolitica-</strong></em> <em><strong>Età del Rame</strong></em> (n. 425-30) i copiosi reperti segnano il passaggio dalle abitazioni nelle grotte alle capanne, dalle tombe singole alle necropoli collettive. Troviamo la ceramica scura con disegni geometrici (dalla <em>“Conca d’oro”</em> di Palermo), le olle, i boccali e due bottoni (da <em>Uditore)</em>, ceramiche e punteruoli, pesi e accette, punte di freccia in ossidiana e selce (da <em>Valdesi</em>), olle con resti umani e animali e ocra (dalla<em> necropoli di Carini</em>), fino ai boccali, grani di collana e ossidiana (da <em>Sant’Isidoro</em>). Siamo nell’ultima fase di quest’era, sta per iniziare l’<em><strong>Età del Bronzo </strong></em>con diversi reperti da parecchie località palermitane (ancora <em>Uditore, Torrazzi</em> e<em> Giacchery, San Lorenzo </em>e<em> Partanna)</em>. E soprattutto due piccoli idoli dipinti (da <em>Piazza Leoni</em>), un bracciale bronzeo e un pugnale (dalla <em>grotta Chiusilla </em>di Isnello, Palermo), una ceramica rossa lucida con segni geometrici neri (da <em>Caltavuturo </em>e <em>Segesta</em>, <em>Selinunte</em> e <em>Roccapalumba</em>).</p>
<p>Si svolta negli ambienti del museo e anche nelle fasi della preistoria, dal corridoio entriamo in una sala di reperti di varie epoche, dal <em><strong>Neolitico tardo</strong></em> al <em><strong>Bronzo antico,</strong></em> la maggior parte dell’<em><strong>Eneolitico</strong></em>, tutti provenienti da una località (la<em> grotta del Vecchiuzzo </em>a Petralia Sottana<strong>) </strong>che ha fornito copiosi reperti: ceramiche e grandi recipienti con bugne o disegni geometrici su un rosso lucido originale della zona di provenienza dalla quale prende il nome di Serraferlicchio-Petralia; corni e zanne ornamentali, strumenti in ossidiana e selce, un solo oggetto in bronzo, uno spillo.</p>
<p>Ci troviamo tra <em><strong>Eneolitico </strong></em>e<em><strong> prima Età del Bronzo</strong></em>, lo spillo appena citato ne dà una prima testimonianza. Nella sezione successiva sono esposti reperti molto particolari (da <em>Villafrati</em> e<em> Moarda,</em> Palermo), come il “bicchiere campaniforme” che venne dai paesi iberici e poi si diffuse in Europa, i vasi scuri con disegni geometrici nello stile detto “della Moarda”, corredi funerari e resti umani (necropoli di <em>Marcita</em>). Un pettine in avorio molto elegante e raffinato, con righe simmetriche e piccoli cerchi ornamentali, nonché un cranio forato per un colpo ricevuto completano questa sezione: sono due immagini quasi complementari, anche se l’eleganza del pettine lo riconduce a una donna, mentre la violenza del colpo al cranio a un uomo colpito in un conflitto.</p>
<p><em><img title="scanner preistioria  4" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/scanner-preistioria-4-.jpg" alt="" width="600" height="439" /><br />
Cervo (Cervus elaphus),</em> in un graffito di Grotta di Cala dei Genovesi (Levanzo)<em>.</em></p>
<p>Dell’ <em><strong>Età del Bronzo</strong></em> nella sua pienezza abbiamo reperti che provengono dai nuovi insediamenti abitativi in villaggi stanziali dove ha inizio non solo una metallurgia più matura, da cui il nome; ma anche nuove attività artigianali e gli scambi con altri villaggi; mediante il baratto si dà avvio al commercio. Naturalmente, sono le necropoli a fornire il maggior numero e la migliore qualità di reperti, come fruttiere decorate con motivi intrecciati su un piede molto rilevato e dei manici, bicchieri a forma scampanata e collane (da <em>Naro</em>, Agrigento e <em>Partanna</em> , Palermo).</p>
<p>Oltre al regno dei morti si può avere un’idea del regno dei vivi immaginando i villaggi costituiti da capanne: a <em>Mursia</em> erano di forma ovale e già vi abitavano nell’Età del Bronzo antico; ad <em>Ustica,</em> il villaggio dei<em> Faraglioni</em> aveva addirittura delle recinzioni intorno alle capanne e un muro che circondava e proteggeva il villaggio sul mare. E’ l’<em><strong>Età del Bronzo Medio, </strong></em>si organizzavano i villaggi per la vita collettiva: abbiamo incensieri e coppe dal piede alto, alari e teglie.</p>
<p>Le ultime vetrine illustrano gli sviluppi nella <em><strong>tarda Età del Bronzo</strong></em>, con ceramiche e due fibule in bronzo (dall’abitato e dalla necropoli di <em>Mokarta</em>, Trapani), e da vasi più eleganti e raffinati con le prime riproduzioni di figure di animali e di persone (necropoli di <em>Sant’Angelo Muxaro, </em>Agrigento, e <em>Polizzello, Naro</em> e<em> Nicosia,</em> di altre tre attuali province siciliane).</p>
<p>Nelle prime rappresentazioni di figure c’è il riflesso dell’apertura agli scambi e al rapporto con gli altri, entriamo nell’<em><strong>Età del Ferro,</strong></em><em> </em>VIII secolo avanti Cristo, sorgono le prime colonie greche.</p>
<p>Troviamo le loro produzioni allo stesso piano del museo, nel corridoio con la ceramica greca che espone innumerevoli esemplari di arte corinzia.. Il corridoio è onusto &#8211; usiamo a ragione il termine arcaico &#8211; di vasi e anfore del VI secolo avanti Cristo, ne abbiamo contati 160 di cui 50 di grandi dimensioni. Non li descriviamo, non è più preistoria, l’arte greca è storia universale e senza tempo.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6716" title="scanner preistoria 5" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/scanner-preistoria-5.jpg" alt="" width="600" height="318" /><br />
Uro (Bos primigenius,</em> in un graffito di Grotta di Cala dei Genovesi (Levanzo.</p>
<p><strong>Cominciamo a conoscere la Sicilia preistorica: la fauna</strong></p>
<p>La Preistoria nel museo è introdotta dalle zanne di<em> “elephans antiquus”,</em> resti di cinghiale e corna di bue. Vale la pena cominciare da qui il nostro viaggio nella Preistoria siciliana, dopo aver riportato una panoramica di quanto testimoniato nelle vetrine espositive su località e reperti.</p>
<p>Iniziamo dalla fauna con la quale l’uomo primitivo doveva confrontarsi per procurarsi il cibo mediante la caccia: si riforniva di carne, utilizzava gli ossi per fare utensili e le pelli per coprirsi; si sono trovati reperti che indicano come gli animali fossero scuoiati e gli ossi venissero lavorati.</p>
<p>I resti degli animali che introducono nella galleria di reperti sono anche un simbolo, trattandosi dei più antichi, insieme agli ippopotami e alle iene, che si trovavano in Sicilia nell’ultimo interglaciale, in un periodo che va dagli 80 mila ai 13 mila anni fa; in mare molluschi di ambienti subtropicali: Così inizia la ricostruzione nella pubblicazione del Museo appena citata <em>Marcello Mannino, </em>che parla anche delle migrazioni in Sicilia di animali della penisola allorché era quasi unita all’isola per la situazione geologica di quel tempo remoto; anche l’<em>homo sapiens sapiens</em> fu in grado di passare dal continente all’isola e si stabilì lungo le fasce costiere, formate da pianure con erbe e arbusti e anche con zone boschive. “Questa varietà di ambienti si prestava ad ospitare le faune del cosiddetto ‘Stadio di Castello’ che includevano, tra gli altri, mammiferi selvatici come il cervo, l’uro, l’equide idruntino, il cinghiale, il lupo, la volpe, ecc.”. I primi tre, che fornivano il maggiore apporto all’alimentazione, sono raffigurati nei graffiti di tre grotte: <em>Cala dei Genovesi,</em> <em>Addaura</em> e <em>Niscemi.</em></p>
<p>Oltre a questi animali si sono trovati resti di uccelli, molto più scarsi per la minore importanza che avevano nell’alimentazione e per la difficoltà di catturarli da parte dei primi uomini. I resti di molluschi marini sono stati rinvenuti in grotte vicine alle scogliere, nelle zone interessate dalle maree perché potevano essere staccati dalla roccia nelle fasi di bassa marea: viene citata la <em>“patella ferruginea”</em>, di notevoli dimensioni, così ricercata da risultare estinta a causa di raccolte tanto intensive da portare alla rarefazione, e poi alla scomparsa della specie. Invece la lumaca terrestre, in siciliano la <em>“crastuna”</em>, utilizzata nella preistoria, è presente anche oggi e usata nell’alimentazione.</p>
<p>I cambiamenti ambientali <em><strong>dal Pleistocene all’Olocene,</strong></em> con l’aumento delle superfici boscose, crearono condizioni più favorevoli per il cervo e il cinghiale, che si diffusero, mentre il bue e l’equide idruntino diventarono molto rari anche per effetto dell’intensa caccia, come si è visto per la “patella ferruginea”. Si passa <em><strong>dal Paleolitico al Mesolitico</strong></em> e oltre ai grossi animali si cacciano gli uccelli e si consumano animali marini di varie specie, dai molluschi ai pesci, dai granchi ai ricci, fino ai più grandi come foche e tartarughe, e perfino delfini e balene: prove della pesca marina sono state trovate, in particolare, nella <em>grotta dell’Uzzo”</em> a San Vito lo Capo, Trapani.</p>
<p>Nel <em><strong>Neolitico,</strong></em><strong> </strong>con la stabilizzazione dell’uomo primitivo, prima dedito al nomadismo, subentra la coltivazione e l’allevamento alla sola raccolta di prodotti naturali e alla caccia, che porta all’“addomesticamento” di animali, in particolare pecora e capra, mucca e maiale. Si diffonde così il cosiddetto “pacchetto neolitico”, precisa <em>Marcello Mannino</em>, che nasce in Oriente e comprende il trittico animali-piante domestiche-ceramica; in Sicilia ciò avviene nel periodo tra 7.000 e 6.500 anni fa, come risulta dai ritrovamenti nella grotta appena citata. Fu la svolta nei rapporti dell’uomo primitivo non solo con gli animali ma anche con la natura, perché non si limitava più a raccogliere e cacciare ciò che trovava, ma cominciava a produrre vegetali con la coltivazione e carne con l’allevamento. Migliorò gli strumenti e le tecniche pure nella pesca, come mostrano gli ami di osso trovati sempre nella <em>grotta dell’Uzzo</em>: possono stupire i nomi dei pesci maggiormente pescati all’epoca, troviamo la cernia e la murena, il dentice e l’orata, gli stessi che incontriamo oggi; anzi il fatto che la cernia fosse pescata tutto l’anno ha indicato la fine del nomadismo per la vita stanziale.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6717" title="scanner preistoria n. 6 bis" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/scanner-preistoria-n.-6-bis.jpg" alt=" Scena d’iniziazione graffita " width="600" height="629" /><br />
Palermo, Grotta Addaura (III)<em>: Scena d’iniziazione graffita</em> (sopra) e<em> Figura antropomorfa graffita, di profilo a sinistra con maschera a becco d’uccello</em> (sotto): Paleolitico 11.000-8.000 a. C.<br />
<img title="scanner preistoria n. 6" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/scanner-preistoria-n.-6.jpg" alt="Figura antropomorfa graffita, di profilo a sinistra con maschera a becco d’uccello" width="600" height="766" /></p>
<p><strong>Le prime forme di arte nella preistoria siciliana</strong></p>
<p>Passare dalla fauna all’<strong>arte primordiale</strong> potrebbe sembrare un salto logico, ma non lo è in quanto proprio la rappresentazione di animali è la prima forma di arte chiamata per questo <em><strong>“arte animalistica”</strong></em>: si stima che risalgano a circa 10 mila anni fa le prime rappresentazioni grafiche della preistoria siciliana. Questi graffiti che si trovano nelle grotte, anche addentrandosi all’interno, rivelano un significato simbolico e propiziatorio, nel senso che rappresentavano la preda necessaria alla sopravvivenza obiettivo della caccia, e il suo simulacro al quale rivolgersi nelle invocazioni.</p>
<p>Viene compiuta da <em>Giovanni Mannino</em> un’accurata ricognizione dei siti archeologici siciliani con graffiti e anche dipinti, di animali: nell’isola si trova la maggiore concentrazione di tali raffigurazioni rispetto al resto dell’Italia: ben 34 siti con graffiti sono a Palermo e 22 a Trapani.</p>
<p>Nelle grotte del Monte Pellegrino si trovano <strong>incisioni parietali zoomorfe</strong> in particolare nella <em>grotta dell’Addaura</em>, con 20 graffiti di cervi e alci, cavalli e buoi in parte deteriorati; e nella <em>grotta Niscemi,</em> con 3 bovidi dalla sagoma gibbosa dei bisonti e 2 equidi con occhio e criniera. Una figura di bovide è incisa in località Torretta nella <em>grotta di Carburangeli</em> e nella <em>grotta della Za Minica</em>, dove è trafitto da zagaglie, con un vecchio cervo ugualmente colpito; insieme a tre equidi nel “riparo della montagnola” di <em>Villabate</em> ; due figure taurine nel <em>Vallone della Cala, </em>una cerva e due equidi nella <em>grotta dei Puntali</em>; due cervi nella <em>grotta Racchio</em> accompagnati da una incisione a forma di “pi greco”, e una figura a Y nella <em>grotta di Cala Mancina</em>, in zona San Vito Lo Capo.</p>
<p>Incisioni “lineari” sono nelle <em>grotte della Montagnola di Santa Rosalia,</em> lunghe da 5 centimetri a mezzo metro, di varia profondità, presenti in altre 50 grotte in cui figurano la maggior parte di quelle citate finora. A queste incisioni “lineari” si sarà ispirato il ministro Tremonti con i suoi tagli “lineari” applicati in modo primordiale, se è consentita una battuta amara per chi ama la cultura.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6720" title="iscanner preistopria 7." src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/iscanner-preistopria-7.-.jpg" alt="" width="600" height="240" /><br />
Collana di vaghi in calcite</em>, da Caccaamo, Eneolitico, (a sinistra) e <em>Zanna di cinghiale utilizzata come pendente</em>, da Prizzi<em> </em>(a destra), entrambi a Palermo, seconda metà del III millennio a.C.</p>
<p>Dalle incisioni zoomorfe a quelle <strong>antropomorfe,</strong> molto più rare ma presenti nella <em>grotta dell’Addaura</em> con scene di straordinario interesse, alcune delle quali &#8211; afferma <em>Giovanni Mannino -</em> sono una “rappresentazione unica, che non ha confronti nell’immenso repertorio dell’arte rupestre mondiale”: si tratta dell’“iniziazione” da pubertà ad adolescenza, posta dove penetra la luce, con cinque figure capellute, mascherate da uccelli, che ne circondano due calve in pose acrobatiche.</p>
<p>La compresenza di figure antropomorfe e zoomorfe con notevole prevalenza di queste ultime si ha nella <em>grotta del Genovese </em>a Levanzo, dove si trova un graffito del <em><strong>Paleolitico</strong></em><em> </em>con circa 20 animali, quelli già citati, e tre figure umane, di cui una femminile, anch’esse mascherate; e una del <em><strong>Neolitico</strong></em>, con circa 100 figurette, soprattutto maschili, dipinte in nero e non incise, elementari e schematiche come schizzi infantili. Altre figure dipinte in rosso nella <em>grotta di Polifemo </em>ad Erice, e nella <em>grotta del Mirabella,</em> a<em> </em>San Giuseppe Iato<em>,</em> nella<em> grotta di Santa Rosalia, </em>a Palermo<em> </em>e nella<em> grotta +dell’Eremita,</em> a<em> </em>Bagheria, fino a quelle antropomorfe nel <em>Riparo Cassataro</em>, territorio di Centuripe.</p>
<p>Nella <em>grotta dei cavalli</em>, a San Vito Lo Capo, Trapani, le 10 figure antropomorfe sono accompagnate da quelle che l’autore definisce “rappresentazioni astratte assolutamente incomprensibili”’, e possiamo dire che non hanno nulla da invidiare a certo astrattismo contemporaneo. Di altri dipinti preistorici, che il tempo ha cancellato o ha ricoperto di concrezioni, ,sono rimaste soltanto macchie di colore non irrilevanti dato che ne testimoniano la presenza.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6721" title="scanner preistoria n. 8" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/scanner-preistoria-n.-8.jpg" alt="" width="600" height="212" /><br />
Armilla in bronzo </em>dalla grotta Chiusilla di Isnello, Palermo, Eneolitico tardo-Antica Età del Bronzo fine III-inizi II millennio (a sinistra) e <em>Anello in bronzo</em>, provenienza ignota. Età del Bronzo finale-prima Età del Ferro (a destra)..</p>
<p><strong>Dall’arte agli ornamenti preistorici in Sicilia</strong></p>
<p>Gli ornamenti spesso sono contigui all’arte, molti artisti antichi e moderni si sono espressi anche attraverso spille e anelli, bracciali e collane; per l’antichità storica abbiamo appena visto parecchi esempi di valore nella mostra <em>“Ori antichi della Romania” </em>in corso a Roma ai Mercati Traianei.</p>
<p>Oggetti ornamentali compaiono, come vedremo, sin dai più remoti corredi funerari, a partire dal ciottolo levigato e dai denti e conchiglie forati per diventare elementi di collane: così frequenti da sembrare necessari. <em>Lucina Gandolfo</em>, nel testo citato del Museo Salinas, fa risalire ad 82 mila anni fa i primi oggetti ornamentali in Africa, e a 38 mila anni fa in Europa, nel <em><strong>Paleolitico superiore </strong></em>e poi nel <em><strong>Mesolitico</strong></em>. costituiti da denti di animali forati per essere applicati alle vesti o tradotti in collane; la studiosa sottolinea che non si trattava degli animali più comuni ma di specie rare o dalla particolare conformazione dentaria, come i cervi. Si facevano poi imitazioni, quindi prodotti “ad hoc” per adornare, lavorando la selce e l’osso, fino all’avorio dando forme di solidi regolari.</p>
<p>Sin dalla remota preistoria erano differenziati per censo, sesso ed età, ed alcuni tipi erano amuleti, scacciavano gli influssi negativi e attiravano quelli positivi, come per la fertilità: certe conchiglie la favorivano, mentre si credeva che le zanne di cinghiale portassero fortuna; le conchiglie pregiate si usavano come merce di scambio, in particolare la <em>“columbella rustica”</em>: due piccoli esemplari forati sono stati trovati in Sicilia nella <em>grotta dell’Uzzo</em>, mentre nella <em>grotta d’Oriente,</em> a Favignana, altre conchiglie per due collane, siamo nel <em><strong>Mesolitico</strong></em>, al VII millennio prima di Cristo.</p>
<p>E’ evidente che con l’<em><strong>“Età del Bronzo”</strong></em>, e poi con l’<em><strong>“Età del ferro”</strong></em>, i metalli favoriscono la produzione di oggetti ornamentali: abbiamo le armille, a forma di bracciali, e gli anelli, i pendagli e grandi spille; poi le fibule di uso comune per fissare i vestimenti unendo praticità ad ornamento. La studiosa conclude la ricognizione con l’oggetto trovato a Lipari ai primi del ‘900 e acquistato da <strong>Antonino Salinas</strong> per il <strong>Museo di Palermo</strong> di cui era Direttore: “Si tratta di un sigillo miceneo in diaspro databile tra il 1400 e il 1300 a. C. circa, con un’incisione raffigurante una mucca che allatta un vitellino”. Proviene dalla Grecia ed è un oggetto personale, il che sta a dimostrare gli stretti rapporti fin dalla tarda Età del Bronzo, nel Mar Egeo e i legami della Sicilia con la cultura micenea.</p>
<p>La sua qualità, l’immagine tenerissima e il riferimento ad Antonino Salinas che diede origine alla Sezione preistorica &#8211; come ricorda <em>Giuseppina Favara</em> &#8211; fa del prezioso reperto un bel sigillo per chiudere questa prima ricognizione nell’affascinante mondo della Presistoria siciliana; che si concluderà dopo l’Epifania con le necropoli, fonti di quasi tutti i reperti, la vita nella “Conca d’oro” e l’alimentazione; serviranno anche ad inquadrare meglio la fauna, l’arte e gli ornamenti preistorici.</p>
<p><em>Ph. Le prime due foto sono di Romano Maria Levante. Le rimanenti, con le relative didascalie, sono tratte dal citato “Le storie della preistoria al museo Salinas”, Regione Siciliana, Assessorato dei Beni Cullturali e dell’identità Siciliana, dipartimento omonimo. La pubblicazione è a cura del Museo Archeologico “Antonio Salinas”, Palermo, direzione e coordinamento generale di Giuseppina Favara; autori dei capitoli contenenti le immagini, a cui si è fatto riferimento anche nel testo, sono: Agata Villa e Marcello Mannino, Giovanni Mannino e Lucina Gandolfo. </em></p>
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		<title>Palermo. Cripta della Cattedrale, le &#8220;urne dei forti&#8221; della chiesa</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Dec 2010 06:45:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Romano Maria Levante</dc:creator>
				<category><![CDATA[venerdi di ArcheoRivista]]></category>
		<category><![CDATA[Palermo]]></category>

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		<description><![CDATA[Un “venerdì di archeorivista” inconsueto, anche se in carattere con l’ultimo “venerdì”, nel quale abbiamo citato il sepolcro dell’arcivescovo di Palermo Gualtiero II Offamilio che figura nel romanzo inedito di Giuseppe Barcellona, “La via la verità la vita” premiato nel VI Concorso letterario dell’Associazione Chiese Storiche 2010. Al suo presidente Mariolino Papalia si deve il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un <strong>“venerdì di archeorivista”</strong> inconsueto, anche se in carattere con l’ultimo “venerdì”, nel quale abbiamo citato il sepolcro dell’arcivescovo di Palermo <em><strong>Gualtiero II Offamilio</strong></em><strong> </strong>che figura nel romanzo inedito di <strong>Giuseppe Barcellona</strong>, <em><strong>“La via la verità la vita”</strong></em> premiato nel VI Concorso letterario dell’Associazione Chiese Storiche 2010. Al suo presidente <strong>Mariolino Papalia</strong> si deve il libro sulle <em><strong>“Iscrizioni funebri delle chiese di Palermo”,</strong></em> pubblicato nel 2006 nel quale si fa una completa ricognizione di otto chiese, tra cui la chiesa di <em>Santa Maria della Pace</em> con il <em>Convento</em> e le <em>Catacombe dei Cappuccini</em> dove si svolge il romanzo citato, con un excursus nella <em>Cattedrale</em>.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6547" title="Cattedrale Palermo 138" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/Cattedrale-Palermo-138.jpg" alt="" width="600" height="452" /><br />
Cattedrale di Palermo, la facciata.<span id="more-6545"></span></em></p>
<p><strong>La Cattedrale di Palermo, fuori normanna, dentro neoclassica</strong></p>
<p>E nella Cattedrale ci spostiamo abbagliati dalla straordinaria facciata con l’architettura arabo-normanna imponente e suggestiva, come un gotico addomesticato dai ghirigori dell’oriente. L’interno è ben diverso, c’è stata la normalizzazione cattolica che ha adeguato il luogo del culto a quelli che erano i canoni del tempo nel quale si è avuta la ristrutturazione della chiesa.</p>
<p>Ci riferiamo all’ultimo scorcio del XVIII secolo, quando l’architetto <strong>Ferdinando Fuga </strong>- è sua la cosiddetta “palazzina del Fuga” al Quirinale dove dimora il capo dello Stato &#8211; progettò l’interno in stile neoclassico, con modifiche strutturali realizzate dopo la sua scomparsa in modo molto più incisivo del suo progetto originario: in particolare fu costruita una cupola centrale e piccole cupole laterali con maioliche dopo il 1780. Furono le fasi successive di una trasformazione iniziata nel lontano XIV secolo con sopraelevazioni e proseguita nel secolo seguente con l’aggiunta delle torri.</p>
<p>Lo stile e l’aspetto normanno, scomparso del tutto all’interno, è rimasto all’esterno, e non è l’unica particolarità: fu realizzato dov’era una moschea, nata a sua volta dalla trasformazione della chiesa originaria. Fatto sorprendente, siamo abituati a preesistenze romane senza interferenze di altre religioni rispetto al tempio cristiano, a parte il caso di <em>Hagia Sophia</em> a Istanbul dove la basilica dal culto cristiano originario fu adattata al culto musulmano, fino a che il tempio è stato adibito a museo, con i segni delle due fedi, quasi un simbolo di tolleranza. Nella piazza antistante c’era un cimitero, cosa che si incontra spesso nella forma di necropoli che sorgevano vicino ai centri religiosi per dare protezione fisica e spirituale alle tombe. Qui siamo tra il 1170 e il 1190, anno della morte del realizzatore, l’Arcivescovo di Palermo <em><strong>Gualtiero II Offamilio</strong></em>, di cui parleremo tra poco.</p>
<p>Quando si scende nelle cripte e negli ipogei si tende ad ignorare gli interni ricchi di affreschi e dipinti, orpelli barocchi o acuti gotici, si va verso resti per lo più poveri e non si deve avere dinanzi agli occhi il fascino dell’arte e del colore che potrebbe soverchiare quello dell’antichità. Nella Cattedrale si passa in una sacrestia con esposti paliotti e altri oggetti sacri, tra cui una stola molto appariscente, sono le ultime visioni abbaglianti prima della semioscurità della cripta. Ma qui, oltre alle volte e all’ambiente che ha il fascino dei tanti secoli con la sua penombra discreta, troviamo una vasta galleria di sepolcri che non sono collocati, quindi, come di solito avviene, nelle cappelle o altri luoghi dove spiccano, ma in una sorta di necropoli ecclesiale sotto la Cattedrale: pensiamo alle tombe dei pontefici nei sotterranei di San Pietro, queste sono degli <strong>Arcivescovi di Palermo.</strong></p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6548" title="Cattedrale Palermo 122" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/Cattedrale-Palermo-122.jpg" alt="" width="600" height="452" /><br />
Cattedrale di Palermo, uno scorcio della Cripta.</em></p>
<p><strong>La Cripta, una galleria di storia e di culto</strong></p>
<p>In effetti la sede di molte tombe di grandi personaggi, Vescovi e Cardinali fino ai Re, fu la Cattedrale vera e propria, ma il loro numero divenne tale che, a parte otto rimaste nella parte superiore, le altre, soprattutto di <strong>Arcivescovi,</strong> si trovano nella cripta che ci accingiamo a visitare.</p>
<p>Abbiamo pensato che il motivo di interesse sia doppio, da un lato gli orpelli che ornano i sepolcri, espressione di come si manifestasse il culto dei defunti con una storia alle spalle; dall’altro la storia impersonata nella loro vita, che permette di ripercorrere epoche passate e vive nella memoria dei siciliani. Un popolo nel quale sono confluite razze, stirpi e nazionalità, un crogiuolo di storie e di tradizioni, che ne fa una miniera di civiltà, al confine tra l’Europa e il Mediterraneo. Non ci sono cappelle e composizioni scultoree come nella chiesa, solo i sepolcri, e di questi parleremo.</p>
<p>Di recente abbiamo visto a Roma, nella mostra al Vittoriano di <strong>Loris Nelson Ricci</strong>, <em><strong>“spirito dell’uomo, spirito del tempo”</strong></em>, come in questa civiltà si possono trovare le radici stesse della storia dell’uomo e della terra, espresse in una serie di grandi dipinti, oltre a sculture e disegni, alla ricerca della matrice prima della terra e dell’umanità. Nella <strong>Cripta della cattedrale</strong>, nessuna matrice prima, ma il suo sviluppo in una storia ricca di fermenti e in un’arte che nei sepolcri mortuari ricerca la classicità del culto per i defunti con bassorilievi e figure in aggiunta alle iscrizioni.</p>
<p>E’ stata come una mostra <em>“underground”</em> la cripta che siamo andati a visitare, ne renderemo i contenuti e anche le immagini, in una galleria insolita che è stata per noi ricca di fascino. Nessuna necrofilia anche in questo caso, ci interessano le scene riprodotte sui sepolcri, che non sono <em>“le donne, i cavalier, l’arme, gli amori…”</em> ma rappresentano la celebrazione del personaggio per l’oltretomba. Per questo attingeremo a <em><strong>“La cripta della Cattedrale di Palermo illustrata”</strong></em>, Palermo 1995, una preziosa guida in bianco e nero a cura dei Presbiteri <em><strong>sacerdoti Napoleone e Simonato</strong></em>, che dobbiamo alla cortesia di monsignor <strong>Gino Lo Galbo,</strong> Canonico del Capitolo metropolitano e Parroco della Cattedrale, il quale ce l’ha data di persona illustrandoci la Cattedrale; per la loro storia il libro già citato, anch’esso prezioso, di <strong>Mariolino Papalia,</strong> che dobbiamo alla sua pari cortesia.</p>
<p>L’ambiente è quale si può immaginare, le arcate nella semioscurità che fa calare subito nello spirito del tempo; adesso ricerchiamo lo spirito dell’uomo, anzi degli uomini che riposano nei loro sepolcri collocati nello spazio sotterraneo in posizioni diverse, ordinate anche se in modo non geometrico.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6549" title="Cattedrale Palermo 126" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/Cattedrale-Palermo-126.jpg" alt="" width="600" height="452" /><br />
<em>Gualtiero II Offamilio che fece costruire il tempio (m. 1190).</em></p>
<p>Cominciamo con il sepolcro (che occupa il numero 16 nella planimetria della cripta) di <strong>Gualtiero II </strong>detto<strong> Offamilio</strong>, di cui abbiamo parlato all’inizio, anche come prosecuzione ideale del romanzo oggetto dello scorso <em><strong>“venerdì di Archeorivista”</strong></em>, che lo vede profanato alla ricerca dei segreti svelati al termine in una <em>suspence</em> da <em>“Codice da Vinci”.</em></p>
<p>L’Arcivescovo di Palermo dell’epoca dei Normanni, che fece costruire il tempio, fu cappellano di <em>Enrico d’Inghilterra</em> e precettore di <em>Guglielmo II il Buono</em>, e non poteva che essere tale con un simile educatore, se ci è consentita la battuta. Dal suo nome fu chiamata cattedrale “gualteriana”, per distinguerla dalla più antica detta “nicodemiana”. Sorse dov’era l’antico tempio consacrato nel 603 per il quale si era interessato <em>Gregorio Magno:</em> siamo nel 1170, l’arcivescovo muore nel 1190.</p>
<p>Non ci sono ornamenti vistosi sul feretro, il coperchio è contornato di mosaici colorati, come doveva essere per il resto del sepolcro prima che gli altri andassero perduti. A destra cinque tondi, a sinistra una croce; quattro iscrizioni in latino, sul coperchio e nell’urna, di fronte e in basso. Si legge che è stato il costruttore della basilica e il suo corpo vi è custodito nel marmo affinché non sia privata delle fondamenta del “suo Gualtiero” (<em>“Gualterio funditus orba suo”</em>); la tomba è “più importante di un tempio”, e “un’urna tanto piccola racchiude un uomo tanto grande “ (<em>”claudit tantum tam brevis urna virum”</em>).</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6550" title="Cattedrale Palermo 131" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/Cattedrale-Palermo-131.jpg" alt="" width="600" height="452" /><br />
Nicodemo, cui fu restituito il tempio preesistente (m. 1072).</em></p>
<p>Dopo il sepolcro dell’artefice della “nuova” cattedrale descriviamo quello in tufo calcareo di <strong>Nicodemo</strong>, Vescovo di rito greco di Palermo, collocato molto distante nel lato corto della cripta (numero 8). I normanni gli restituirono il tempio più antico trasformato in moschea dagli arabi occupanti. Non vi sono iscrizioni, ma tre scudi rotondi con croci sul coperchio e, sul fronte, un agnello con la croce iscritto in un cerchio, e una serie di curve fino a due colonnine agli estremi.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6552" title="Cattedrale Palermo 130" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/Cattedrale-Palermo-130.jpg" alt="" width="600" height="452" /><br />
<em>Ottavio Preconio O.F.M. (m. 1568).</em></p>
<p>Spoglia ma ricca di iscrizioni l’urna in marmo (numero 5) dell’Arcivescovo <strong>Ottaviano Preconio</strong>, che partecipò al Concilio di Trento del 1562, ricordato nel mascherone della fontana nel chiostro di San Giovanni di Badia come artefice <em>“pubblicae commoditati” </em>nel 1567, l’anno prima della morte. E’ attribuita alla scuola dei <em>Gagini</em>, l’iscrizione frontale parla di “un uomo tanto grande”, pastore delle chiese metropolitana, ariana, cefaludese e palermitana”, priore di Sant’Andrea, Piazza. Nel fronte è riportato due volte il suo stemma, uno scudo con dei simboli; nei piedi del feretro le teste di due serafini alati con foglie di alloro e frutta in un tralcio ornamentale.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6553" title="Cattedrale Palermo 129" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/Cattedrale-Palermo-129.jpg" alt="" width="600" height="452" /><br />
Senza nome né iscrizione.</em></p>
<p>Dalle circa sessanta parole dell’iscrizione precedente a nessuna iscrizione e neppure il nome nell’urna normanna di tufo calcareo (numero 6). Come ornamenti troviamo sul coperchio superiore due piccole figure di draghi, di fronte e ai lati delle croci che in origine forse erano impreziosite da mosaici .La citiamo anche perché si possano apprezzare maggiormente i reperti ricchi di iscrizioni come i due sepolcri che precedono o ricchi di figure scolpite come quello che segue.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6555" title="sarcofago-incoronazione" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/sarcofago-incoronazione.jpg" alt="" width="600" height="332" /><br />
<em>Incoronazione di un poeta</em></p>
<p>E’ una straordinaria composizione scultorea della classicità romana l’urna in<em> </em>marmo di <em>Paros,</em> (numero 7), ci sono segni di un’iscrizione antica asportata per sovrapporne una più recente di cui ci sono poche tracce, neppure il nome. Indizi nelle due figure di anziani con toga e papiri in mano e su una colonna, assisi in uno scranno. La scena scolpita nello straordinario bassorilievo frontale celebra l’<strong>incoronazione di un poeta</strong> da parte delle nove muse, ciascuna con il proprio simbolo: è il caso di ricordarle, sono Melpomene con i coturni per i cori tragici e Talia con la maschera per la commedia, Eutérpe con il flauto per la musica, Clio con il papiro per la storia e Tersicore per la danza ed Erato per la poesia amorosa con la lira, Calliope con la corona di quercia per l’epopea, Polìmnia per la poesia. C’è Apollo con la cetra e, ai due estremi, il poeta incoronato sulla sinistra e una donna anch’essa con la cetra a destra, la propria consorte. Panneggi e acconciature notevoli.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6556" title="Cattedrale Palermo 119" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/Cattedrale-Palermo-119.jpg" alt="" width="600" height="452" /><br />
<em>Federico d’Antiochia (m. 1305)</em></p>
<p>E’ un’urna spettacolare del periodo romano, quella il cui coperchio reca la scultura di un guerriero disteso (numero 9): sulla mano sinistra appoggia la testa, la mano destra su un libro dietro cui c’è la spada a fianco del corpo, si distinguono la lama e l’elsa, mentre l’elmo è ai suoi piedi; viene fatta risalire al XIV secolo o alla scuola dei <em>Gagini</em>). Abbiamo descritto subito questa parte del feretro, tanto si impone all’attenzione, prima di dire che è di <strong>Federico d’Antiochia</strong>, figlio del signore di Antiochia, <em>Corrado</em>, e fratello di <em>Bartolomeo</em> e<em> Francesco</em> anch’essi sepolti nella cripta. L’iscrizione con il nome e i riferimenti essenziali è quasi mimetizzata ai margini dell’urna, la cui parte frontale è quasi un paliotto d’altare: un Cristo bizantino benedicente con libro nel medaglione centrale, ai lati due archi gotici con gigli su colonnine sotto i quali un angelo con putto inginocchiati a sinistra e la Vergine in trono anch’essa con libro e un fiore sulla destra. Agli estremi altri due angeli su stemmi.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6557" title="Cattedrale Palermo 127" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/Cattedrale-Palermo-127.jpg" alt="" width="600" height="452" /><br />
<em>Bartolomeo d’Antochia (m. 1311).</em></p>
<p>Facciamo seguire subito per naturale collegamento l’urna con le spoglie del fratello ora citato, l’Arcivescovo <strong>Bartolomeo d’Antiochia</strong> (numero 11), anch’essa romana, in marmo di Carrara, vicina alla precedente. Si tratta del “mite pio Vescovo d’Antochia”, sepolto “trascorsi 1311 anni dal parto della Madonna”, si legge nell’iscrizione in latino posta a grandi caratteri sul coperchio, contornata da due scudi con l’aquila dello stemma di famiglia e, agli estremi, da due maschere teatrali. La parte frontale reca al centro una trabeazione con colonne e quattro teste di ariete in un portale socchiuso, privilegio dei nobili, con sopra dei fregi con fiori e figure caudate. Ai lati della trabeazione i rilievi tipici delle urne strigilate, come per la tomba dell’altro fratello Arcivescovo <em><strong>Francesco d’Antochia</strong></em> (numero 4), gemella nella fattura ma con qualche differenza, reca un’iscrizione nella trabeazione frontale invece delle teste di ariete e altre scritte sul coperchio tra gli stemmi; sono più iscrizioni, si legge tra l’altro, <em>“Franciscus presul hic de mundo iacet exul”</em>.</p>
<p>Analoga l’urna dell’Arcivescovo <strong>Tizio de Rogereschi del Colle</strong> (m. 1304), a parte l’assenza di figure e iscrizioni sul portale con trabeazione scolpito nel fronte (numero 15). La scritta ben visibile è nel grande fregio superiore, divisa da una croce in due colonne, ai lati due stemmi. Nell’elogio funebre si legge che “lo esaltarono tre elementi e lo sollevarono la nobiltà dei costumi, la vita, la dottrina delle leggi”; a lui “Dio diede la possibilità di innalzare la nascita con la mente”.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6558" title="Cattedrale Palermo 128" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/Cattedrale-Palermo-128.jpg" alt="" width="600" height="452" /><br />
<em>Senza nome né iscrizione.</em></p>
<p>Le due urne sopra descritte, dei due fratelli altolocati di Antiochia, sono separate da un sepolcro anonimo, senza nome né iscrizione, in marmo di Carrara, dalle linee arrotondate (numero 10).. Dello stile barocco le foglie scolpite in basso e gli intarsi marmorei,pensiamo all’<em>opus sectile</em>.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6559" title="Cattedrale Palermo 115" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/Cattedrale-Palermo-115.jpg" alt="" width="600" height="452" /><br />
<em>Giovanni Paternò (m. 1511).</em></p>
<p>Dal minimo al massimo, l’urna dell’Arcivescovo <strong>Giovanni Paternò</strong> (numero 12), è più spettacolare di quella di <em>Federico d’Antiochia,</em> il che è tutto dire: oltre alla grande scultura sul coperchio c’è il frontale ricco di figure in un bassorilievo molto appariscente. Quasi a compensare la ricchezza scultorea la sobrietà dell’iscrizione, con i dati essenziali, tra cui la sua appartenenza benedettina. Mariolino Papalia riporta le notizie dei Padri cappuccini di Palermo: nobile catanese, abate di Santa Maria della Luce, nel 1478 vescovo di Malta, nel 1480 nell’arcivescovato di Palermo, due volte “Presidente del Regno di Sicilia nel 1506 e 1509”. Papa Giulio II lo destinò al Sacro Collegio dei Cardinali ma egli era ormai troppo vecchio, morirà, infatti, il 24 gennaio del 1511”. La sua figura distesa sul coperchio, di <em>Antonello Gagini</em>, indossa gli abiti pontificali con mitra e pastorale; è nel sonno della morte, ben diverso dallo stato di momentaneo riposo di <em>Federico d’Antiochia</em>. Sul fronte, ai due lati dello stemma di famiglia retto da grandi figure alate &#8211; ritenuti geni e non angeli &#8211; scene di riti festosi: due guerrieri e un giovanetto per parte, con clàmide e flauto a sinistra, un vassoio di frutta a destra, due ippogrifi agli estremi, genietti alati con galli e palma sotto lo stemma.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6561" title="Cattedrale Palermo 114" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/Cattedrale-Palermo-114.jpg" alt="" width="600" height="452" /><br />
<em>Pietro Tagliavia d’Aragona (m. 1558).</em></p>
<p>Questa volta un Arcivescovo divenuto Cardinale, <strong>Pietro Tagliavia d’Aragona </strong>(numero 13), che prese parte a due sessioni del Concilio di Trento. Vescovo di Girgenti presso Agrigento nel 1527, passò a Palermo nel 1545. Come <em>Giovanni Paternò</em> fu nelle grazie di Giulio II che lo fece Cardinale, anche per l’appoggio di Carlo V e partecipò al Conclave che elesse papa Paolo IV. Nel 1557, l’anno prima della morte, il restauro da lui promosso della “guzza”, la storica campana. Anche queste notizie, tratte dal libro di Mariolino Papalia, provengono dai Padri cappuccini di Palermo. L’iscrizione sul coperchio lo definisce “cittadino aragonese e arcivescovo palermitano” e ricorda il titolo nobiliare dei conti di Castelvetrano, oltre al titolo ecclesiastico di Cardinale e Presbitero. L’urna è romana, del periodo paleocristiano, in marmo di<em> Paros</em>, il bassorilievo sul fronte presenta figure allineate intorno a una croce centrale con due colombe, simbolo della chiesa<em> “domus colombae”</em>, sovrastata da una corona dov’era l’iscrizione <em>XP (Christòs)</em> con sotto due guerrieri i cui scudi e le aste sono capovolti, forse simbolo di pace. Le figure, in pose simmetriche, sono dodici, sei a destra e sei a sinistra della croce, on aureole sul capo, toghe e sandali, la mano alzata verso la corona. Alcuni vi vedono gli apostoli, altri una processione per il trionfo della croce.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6562" title="Cattedrale Palermo 113" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/Cattedrale-Palermo-113.jpg" alt="" width="600" height="452" /><br />
<em>Nicolò Tedeschi (m. 1445)</em></p>
<p>Segue un altro Cardinale Arcivescovo, <strong>Nicolò Tedeschi</strong> (numero 14), benedettino, che a sua volta partecipò al Concilio di Basilea: la fonte appena citata dice che Papa Martino V lo nominò Abate di Santa Maria di Maniace, poi fu referendario e Uditore generale della Curia di Romana; Papa Eugenio IV lo nominò Arcivescovo di Palermo. Anche questo sepolcro è un’urna romana in marmo di <em>Paros</em> con una lunga iscrizione di 50 parole sul coperchio e a fianco l’anno di morte. Il bassorilievo frontale è molto animato, forse una scena di matrimonio o un rito propiziatorio che lo precede: c’è una figura femminile al centro &#8211; che la tiara e il velo identificano come sacerdotessa – con ai fianchi una donna e un uomo e altre otto persone in pose diverse ai lati: nel lato sinistro la donna al suo fianco ha una palla e un pesce, poi tre donne, di cui una seduta che suona la cetra, e all’estremo due uomini, di cui uno con fardello; nel lato destro l’uomo al suo fianco ha la toga e un papiro arrotolato, segue una donna con dei simboli e un uomo seduto che apre un papiro, ritenuto il contratto di matrimonio, e un altro uomo con un fardello ritenuto la dote, poi alberi e uccelli. Le due figure ai fianchi della sacerdotessa sarebbero gli sposi, tutti sono scalzi tranne la sposa.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6563" title="Cattedrale Palermo 109" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/Cattedrale-Palermo-109.jpg" alt="" width="600" height="452" /><br />
<em>Ugone (m. c. 1150).</em></p>
<p>Ancora la parte frontale scolpita in bassorilievo nel sepolcro in marmo di Carrara dell’Arcivescovo<strong> Ugone </strong>(numero 17), vissuto tra i re <em>Ruggero II</em> e <em>Guglielmo I il Malo</em>, a cui succederà <em>Guglielmo II il Buono</em>, il cui precettore fu <em>Gualtiero II Offamilio</em>, come prima ricordato. L’iscrizione a grandi caratteri sul bordo anteriore del coperchio è <em>“Ugo presul primis S. Cristinam exaltavit”, </em>ricorda la traslazione per sua iniziativa del corpo della santa conservato nella Cappella delle Reliquie della Cattedrale. Siamo nel medioevo più cupo, della storia fa parte il suo tentato avvelenamento da parte del cancelliere Majone di Bari poi assassinato per mano di Matteo Bonello. Atmosfera opposta nelle figure scolpite sulla parte frontale, una composizione con immagini arcadiche: sul piano, mollemente distesi come in un triclinio, a sinistra la dea Cerere con la cornucopia, a destra il dio Tevere con un pesce e un arbusto, al centro due grandi maschere con capigliatura. Ma è solo la base della composizione che occupa quasi l’intero fronte, due grandi geni alati simmetrici reggono il medaglione centrale che ha al centro un busto con la toga, potrebbe essere anche un uomo di teatro, a stare alle due maschere sottostanti. Non è tutto, ai due estremi altre figure mitologiche, forse Diana da un lato e Apollo dall’altro con ai piedi una preda; in più due ippogrifi.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6565" title="Cattedrale Palermo 125" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/Cattedrale-Palermo-125.jpg" alt="" width="600" height="452" /><br />
<em>Senza nome e senza iscrizione</em>.</p>
<p>Conclude la carrellata un’altra sepoltura <strong>“anonima”</strong> e senza iscrizioni (numero 23), con un bassorilievo nella ristretta fascia frontale: al centro due geni alati con fiaccole, ai lati verso gli angoli due genietti, non si distingue ciò che hanno in mano. L’urna è stata rifatta su un originale romano in marmo di <em>Paros</em>.</p>
<p><strong>L’uscita dalla cripta, nella sacrestia</strong></p>
<p>Una visita così particolare deve avere una conclusione all’altezza, allora descriviamo quando “uscimmo a riveder le stelle” dopo l’immersione dantesca nell’oltretomba degli Arcivescovi. Guardiamo le volte con gli archi, percorriamo il tunnel finale, vediamo dei bagliori di luce nei <strong>mosaici</strong> d’altare alla parete, torniamo in sacrestia: un grande <strong>manto talare rosso</strong> semicircolare e un <strong>paliotto d’altare</strong> prezioso, un altro <strong>apparato di culto</strong>. Tutto di epoca storica, tranne un’opera elaborata, realizzata di recente per una manifestazione popolare, ci sfugge il nome dell’artista: è la raffigurazione di un <strong>carro siciliano, </strong>originale per la fattura e il materiale. Tutto quello che si è visto, con i personaggi a partire dall’anno mille, fa parte della storia dell’isola e della nazione, come ne fa parte ormai anche il carro siciliano: una storia che continua in forme diverse con la cronaca, nella quale non si dovrebbe mai dimenticare il grande patrimonio di civiltà da non tradire.</p>
<p>Per noi, uscire dalla Cripta ci ha fatto rivivere il bel finale di <em>“Europa di notte”</em>, di <em>Alessandro Blasetti</em> &#8211; del 1959, antesignano dei film-documentario &#8211; all’insegna del “sole” nella canzone cantata da <em>Domenico Modugno</em> su un carretto, che segnava il trionfo sulle tenebre in un inno alla vita: abbiamo associato le immagini di allora alla visita attuale vedendo il carro siciliano riprodotto nella sacrestia, dopo i sepolcri apparsi foscolianamente <strong>“urne dei forti”,</strong> della chiesa e non solo.</p>
<p>GALLERIA</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6568" title="pianta-cripta-cattedrale-palermo" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/pianta-cripta-cattedrale-palermo.jpg" alt="" width="600" height="377" /><br />
<em>Planimetria della Cripta. </em></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6569" title="SCANNER GALELRIA 2" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/SCANNER-GALELRIA-2.jpg" alt="" width="600" height="399" /><br />
<em>Disegno dal vero della Cripta, di Giuseppe Di Giovanni.</em></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6570" title="Cattedrale Palermo 134" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/Cattedrale-Palermo-134.jpg" alt="" width="600" height="452" /><br />
<em>Il corridoio centrale della cripta.</em></p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6571" title="Cattedrale Palermo 107" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/Cattedrale-Palermo-107.jpg" alt="" width="600" height="452" /><br />
Bagliori di luce nei mosaici</em></p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6572" title="Cattedrale Palermo 099" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/Cattedrale-Palermo-099.jpg" alt="" width="600" height="452" /><br />
Manto talare rosso.</em></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6573" title="Cattedrale Palermo 100" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/Cattedrale-Palermo-100.jpg" alt="" width="600" height="452" /><br />
<em>Il paliotto d’altare.</em></p>
<p><em>Ph. Romano Maria Levante, tutte, tranne: “Incoronazione di un poeta” (n. 7 della pianta) foto in b/n di Crocina-Corona, le planimetria e il disegno dal vero di Di Giovanni, dalla guida citata.</em></p>
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		<title>Palermo, nelle Catacombe dei Cappuccini sulle orme di Dan Brown</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Dec 2010 06:45:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Romano Maria Levante</dc:creator>
				<category><![CDATA[venerdi di ArcheoRivista]]></category>
		<category><![CDATA[Palermo]]></category>

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		<description><![CDATA[Di nuovo nelle Catacombe dei Cappuccini di Palermo con il “venerdì di Archeorivista”, non per necrofilia quanto perchè ci permette di passare dall’“archeologia umana” di una necropoli inusitata all’“archeologia cristiana” evocata dal romanzo inedito di Giuseppe Barcellona, “La via la verità la vita”, che il 7 novembre è stato premiato con la “menzione speciale” al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di nuovo nelle <strong>Catacombe dei Cappuccini</strong> di Palermo con il <strong>“venerdì di Archeorivista”</strong>, non per necrofilia quanto perchè ci permette di passare dall’<strong>“archeologia umana” </strong>di una necropoli inusitata all’<strong>“archeologia cristiana” </strong>evocata dal romanzo inedito di <strong>Giuseppe Barcellona</strong>,<em><strong> “La via la verità la vita”,</strong></em><strong> </strong>che il 7 novembre è stato premiato con la <em>“menzione speciale”</em> al <em>VI Concorso letterario dell’Associazione Chiese Storiche di Palermo 2010.</em> Non basta il cenno che abbiamo fatto all’inizio della nostra visita alle Catacombe, il romanzo non solo vi entra ma ne fa il centro di una vicenda che dalla cronaca approda alla storia, in una visione ancorata all’“archeologia cristiana”.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6480" title="Palermo 218" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/Palermo-218.jpg" alt="" width="600" height="452" /><br />
L’autore del romanzo Giuseppe Barcellona all’interno delle Catacombe.<span id="more-6478"></span></em></p>
<p>Le <strong>Catacombe</strong> diventano il <em>Louvre </em>di <strong>Dan Brown</strong>, la <strong>Cattedrale di Palermo</strong> la sua <em>Cattedrale di Chartres</em>, non mancano preziosi manoscritti antichi, neppure le crittografie. Il parallelo si ferma qui, la particolarità di Barcellona è che, più ancora di Dan Brown, parte dall’infinitamente piccolo per spaziare nell’infinitamente grande, di una grandezza che diremmo incommensurabile; racchiusa nel titolo del romanzo che non è una vaga invocazione, ma qualcosa di molto preciso legato all’archeologia cristiana e non solo, con gli insondabili misteri di due millenni di storia sacra.</p>
<p><strong>La cronaca che prepara la storia</strong></p>
<p>Raccontare un libro come questo ci procura una particolare soddisfazione. Non solo per dare visibilità a un inedito meritevole di andare presto alle stampe. Ma anche per una reciprocità che dobbiamo ai <strong>“giovedì di Santa Marta”</strong> ai quali ci siamo riferiti, peraltro con la consapevolezza del <strong>ministro Bondi</strong> che li ha promossi, cioè all’iniziativa che vede settimanalmente la presentazione di un libro nella ex chiesa al Collegio romano. Ebbene, alla riapertura dei “giovedì” dopo la pausa estiva, parlammo della visita alla cripta della chiesa con tanto di guida archeologica; ora presentando un libro nel <em>“venerdì”</em> dedicato alle visite archeologiche ricambiamo l’abbinamento: il libro di <em>Giuseppe Barcellona</em> è connesso alle nostre visite archeologiche come la visita alla cripta di Santa Marta lo era alla <em>“location” </em>delle presentazioni librarie, nella parte superiore della chiesa.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6492" title="Palermo 203" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/Palermo-203.jpg" alt="" width="600" height="797" /><br />
Uno dei corridoi delle Catacombe.</em></p>
<p>La <em>“location”</em> del libro sono i sotterranei dei Cappuccini, in essi risiede un mistero che appassiona nel corso della lettura: prima per il fascino che hanno gli enigmi, poi per quello molto più grande da “ricerca dell’arca perduta”. Qui non si tratta dell’arca o almeno non si ha la consapevolezza che la ricerca, pur nel suo crescendo, possa mai arrivare al livello toccato nel gran finale.</p>
<p>Nessun intento di critica letteraria il nostro, né di recensione tradizionale; noi raccontiamo visite e ora visitiamo di nuovo le Catacombe attraverso la storia narrata dal libro, che vi dimora stabilmente.</p>
<p>Si succedono i personaggi nell’interesse spasmodico per quanto vi è custodito, e non si parla degli innumerevoli corpi umani nei loro abiti e nel loro portamento eretto posti nelle nicchie alle pareti oppure distesi come addormentati e non trapassati nel nulla della fine dell’esistenza: dai sacerdoti ai professionisti, dagli uomini alle donne e ai bambini, ciascuno con un proprio corridoio. C’è ben altro che determina l’occhiuta vigilanza dei Priori posti alla guida del <strong>convento dei Cappuccini,</strong> interessati più alle Catacombe che alla chiesa di <strong>Santa Maria della Pace,</strong> tanto che l’ultimo di essi cede la parrocchia al giovane che diventerà il protagonista assoluto della vicenda narrata.</p>
<p>C’è un “testimone” che passa dall’uno all’altro nella staffetta dei successivi priori, è il <strong>Crocifisso di colore rosso</strong> dal quale non si separano mai. Per attaccamento a quel simbolo religioso? non ci sarebbe nulla di strano se fosse così. Ma allora perché ci sono strane morti, come il suicidio del giovane <strong>Vannuzzu </strong>dopo una notte trascorsa per scommessa nelle Catacombe? un’angoscia ritardata per aver diviso tante ore con tanti morti? E allora come spiegare la morte dei due confratelli che “a Bivona non giunsero mai”? perché “rapinati e uccisi da ignoti malfattori”? Si tratta di tragiche coincidenze oppure è stato il prezzo pagato per aver scoperto un inimmaginabile segreto?</p>
<p>Così cresce la <em>suspence</em>, l’attenzione a quel Crocifisso che potrebbe essere una chiave, e se lo fosse per aprire cosa? di tanto importante da giustificare la quasi maniacale custodia dei priori e le morti in chi ha conosciuto qualcosa di inconfessabile? E dove potrebbe portare questo segreto?</p>
<p><strong><strong><img title="Palermo 192" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/Palermo-192.jpg" alt="" width="600" height="452" /></strong><br />
</strong><em>Tra gli “abitanti” delle Catacombe: i sacerdoti.</em></p>
<p><strong>Il mistero custodito nelle Catacombe</strong></p>
<p>La storia è tutta incardinata nelle<strong> Catacombe dei Cappuccini</strong> anche quando sembra allontanarsene. Questo avviene nella seconda parte, allorché dal buio dei sotterranei si passa ad orizzonti sconfinati nel tempo e nello spazio, ma per tornare alla fine di nuovo al loro interno. Anche nella prima parte il tempo non è immobile, si snoda in più di un trentennio con i ricordi e i <em>flash back</em>, pur essendo tutta calata nel presente in una <em>suspence</em> autentica che rende la lettura quanto mai coinvolgente.</p>
<p>Dunque le Catacombe protagoniste, sono il luogo dove si muovono i personaggi che le custodiscono e quelli che vi si troveranno inseguendo un sogno e una rivelazione. Ma noi non vogliamo svelare l’intreccio, cosa deleteria per qualunque storia o film, figurarsi per questo che raccontiamo nel quale l’imprevisto è una molle potente! Allora, come raccontare il romanzo senza far capire la trama per non svelarne anzitempo i segreti? Proveremo a trovare la quadratura del cerchio ispirandoci a quelle istruzioni in cui vengono descritte le singole “funzioni” come istantanee fotografiche senza fornire la dinamica, la sequenza, per cui è arduo comprendere il funzionamento. E’ questa una grave carenza delle istruzioni dove l’incomprensibilità non è voluta, noi invece lo facciamo appositamente per raccontare senza svelare, per far conoscere senza far capire.</p>
<p>Ci limitiamo, così, a descrivere i protagonisti, che non sono solo soggetti in carne e ossa, ma anche oggetti intriganti: come gli uni incontrino gli altri lo scoprirà il lettore quando avrà la possibilità di leggere il romanzo tuttora inedito, nel quale vediamo le orme, ci auguriamo fortunate, di Dan Brown nell’ambiente misterioso come nella qualità dei personaggi e nella natura degli eventi.</p>
<p>Dell’ambiente abbiamo già detto molto nella visita alle Catacombe di un recente <strong>“venerdì di Archeorivista”</strong>. Il resto lo si conoscerà leggendo la storia, d’altra parte che tra tante figure e retaggi del passato conservati lungo gli interminabili corridoi sotterranei, possa esservi qualcuno di spicco è comprensibile; un personaggio che fa capolino nella vicenda lo abbiamo visto nelle sue spoglie mortali allineato in una parete delle Catacombe. L’autore non poteva trovare luogo migliore dove ambientare la vicenda, tornano anche i <strong>40 frati</strong> della prima inumazione trovati intatti quasi per prodigio, e torna la piccola <strong>Rosalia</strong>, la sua freschezza corporale diviene ancora più portentosa.</p>
<p>E dato che le Catacombe sono il proscenio, salgono alla ribalta i loro custodi, i priori del<strong> Convento</strong> dei Cappuccini e il protagonista assoluto, divenuto parroco della chiesa di <strong>Santa Maria della Pace</strong>, perché il priore potesse concentrarsi sulle Catacombe, don Giotti.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6483" title="Palermo 213" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/Palermo-213.jpg" alt="" width="600" height="452" /><br />
<em>Altri “abitanti” delle Catacombe: i professionisti.</em></p>
<p>Il primo priore che incontriamo è <strong>don Geremia</strong>, un custode definito “arcigno”, addirittura nell’ultima guerra aveva impedito che la popolazione vi ci si rifugiasse per proteggersi dai bombardamenti mentre gli altri siti sotterranei venivano tutti adibiti a tali emergenze. Perché fu così intransigente nell’impedire che questo avvenisse, e perché poi è stato al centro di fatti misteriosi?</p>
<p>Cosa dire poi di <strong>padre Agliata</strong>, archeologo e studioso di fama che viene relegato nel modesto Convento dei Cappuccini quando la sua sapienza e le sue conoscenze di archeologia sacra avrebbero dovuto farlo destinare a ben altri incarichi? Ma era proprio modesto l’incarico palermitano o non rivestiva un’importanza prioritaria per il Vaticano e la chiesa cristiana?</p>
<p>Su questi personaggi spicca il protagonista <strong>don Giotti</strong>, che entra come novizio trent’anni prima nel convento e si trova suo malgrado nel bel mezzo di una storia più grande di lui. Tanto grande che a un certo punto incrocia l’attualità della Chiesa ai massimi livelli, dopo che alla lettera a firma <strong>Joseph,</strong> un prete dal “nome tedesco” dell’Archivio vaticano, sotrattagli prima che la leggesse, seguirà la missiva personale con la stessa firma del severo prefetto della fede assurto al soglio pontificio. Ma c’è anche un personaggio molto meno autorevole eppure cruciale nello sviluppo dei fatti, <strong>don Saverio</strong> dei Musei Vaticani, che coinvolge il nipote nei laboratori della polizia scientifica.</p>
<p>Questi, dunque, i protagonisti della prima parte, che si svolge nel mondo d’oggi al buio delle Catacombe e alla luce del sole, a seconda delle situazioni. E ce ne sono di misteriose! Abbiamo citato i decessi iniziali, e non sono finiti, ci saranno indizi convergenti con valore di prova, come dicono i giuristi. E il riferimento non è peregrino, il parroco che affianca il priore diventa un detective, lo troviamo a Roma alla ricerca di risposte ai dubbi che lo prendono, poi entra in campo anche il laboratorio con l’analisi al “carbonio 14” utilizzata tra l’altro per l’età della Sacra Sindone.</p>
<p>Il vero protagonista della prima parte è un simbolo sacro, quel C<strong>rocifisso rosso</strong> che, come si è già accennato, viene trasmesso da un Priore all’altro, ma non è una reliquia né un oggetto di devozione. Anche se un crocifisso può aprire le porte del cielo, quello appeso al collo dei priori potrebbe aprire le porte della terra, anzi del sottoterra: i sotterranei delle Catacombe dove forse non si costituiscono gelosamente solo i tanti corpi esposti nei lunghi corridoi, ma qualcosa di più importante. E cosa? Si saprà nel proseguo della storia, vi sono altri oggetti ben più preziosi per quello che rappresentano.</p>
<p>Gli ingredienti ci sono, il romanzo riesce a combinarli e a mescolarli in una sequenza che coinvolge il lettore in un <em>climax </em>mozzafiato nel quale l’attualità incrocia l’antichità con questi reperti preziosi, forse i più preziosi che si possano concepire fino all’inimmaginabile, e per questo non li riveliamo.</p>
<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-6536" title="Palermo 204" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/Palermo-204.jpg" alt="" width="600" height="452" /><br />
</strong><em>Folla di “spettatori” delle Catacombe nel finale del romanzo.</em><strong> </strong></p>
<p><strong>Il respiro di una storia millenaria</strong></p>
<p>Parte seconda, cambia tutto, pur restando nelle Catacombe gli orizzonti si allargano. Sale un nuovo personaggio al proscenio, il <strong>“Commendatario”:</strong> e nel momento in cui sembra esserci l’<em>“agnitio”</em>, nei sotterranei entra la grande storia e ancora di più. Si va sulla macchina del tempo, al di là dell’immaginazione, ma non è fantascienza. Dai Cappuccini del convento palermitano agli <strong>Esseni,</strong> popolo millenario pio e paziente, alla dottrina che ha precorso il Cristianesimo dalla quale l’autore è affascinato: anche loro predicavano e praticavano pace e fraternità, la loro vita era come la loro tunica bianca. E c’è il <strong>messia,</strong> che il romanzo fa sentire vicino in tutta la sua grandezza.</p>
<p>Neppure di questo ritorno all’esaltante storia delle nostre radici storiche e spirituali daremo la sequenza per non rivelare l’intreccio, ma descriviamo come per la prima parte i protagonisti. Precisiamo che non si tratta di un <em>excursus</em> storico bensì di una cronaca, è quasi un rito quello celebrato nella <strong>cappella di Santa Rosalia</strong> appena l’enigma che ha agitato la scena sembra svelato. Ma nelle risposte ci sono altre domande, e di che natura! A questo punto diciamo solo che la caccia al tesoro va al di là della più fertile immaginazione, i reperti pur preziosi non sono nulla rispetto a quanto rivelano che si allarga a macchia d’olio fino all’ultima incommensurabile scoperta.</p>
<p>C’è un narratore che celebra il rito di una rivelazione individuale e collettiva attesa da sempre, ma prima lo radica nella storia di una tradizione millenaria. Dove emergono dei personaggi mitici, in attesa del protagonista numero uno. Gli “<strong>eredi dei Murat”</strong> portatori di segreti e reperti scoprono la <em><strong>“via” </strong></em>da seguire, che il romanzo descrive con queste parole, nelle quali vi è una vera dichiarazione d’amore dell’autore: “Quella terra ricca di alberi e vegetazione parve a loro una specie di paradiso, le coste occidentali della Sicilia erano di una bellezza indescrivibile, spiagge dorate, macchie di variopinta vegetazione, insenature e promontori suggestivi, un cielo azzurro e sterminato”.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6488" title="Prestigiacomo" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/Prestigiacomo.jpg" alt="" width="600" height="545" /><br />
Prestigiacomo -<em> Un personaggio del romanzo: Antonio Prestigiacomo, nelle Catacombe.</em></p>
<p>Ecco <strong>Sherim</strong>, nella notte dei tempi parte per la sua missione salutato così dalla vecchia che lo ha ospitato: “Adesso vai uomo vestito di bianco, segui la tua strada, che il tuo destino si compia, non tramonterà di nuovo il sole e le lacrime che bagnano il mio viso oggi scivoleranno sul tuo domani. Va ora. Hoana ti indicherà la tua via”. Un enigma anche qui, ma di natura diversa rispetto a quelli della prima parte, c’è il respiro della storia e anche della fede profetica, la stessa scrittura si alza di tono. E compare il padre di Sherim, il vecchio <strong>Hoana</strong>, in un risveglio miracoloso: “Noi siamo custodi degli oggetti sacri e delle tradizioni essene”, dice al figlio, citando anche altre cose che devono custodire, e dandogli la missione di provvedere a perpetuarne l’esistenza e la memoria pur nel più assoluto segreto. L’orizzonte si fa millenario, la <em>“via”</em> da seguire è tracciata e così la meta.</p>
<p>Riappare <strong>Kippur</strong>, che già lo aveva portato sul suo carro, attraversano insieme il deserto per la loro meta straordinaria, Sherim incontra la donna alla quale deve dare il grande annuncio: questa parte del racconto sgomenta Don Giotti, si innesta in una storia da lui, come da tutti, conosciuta con diversi connotati. Una storia seguita per un po’ fino all’evento soprannaturale e umano insieme.</p>
<p>“Il Commendatario s’infervorava nel suo racconto &#8211; si legge a questo punto nel romanzo &#8211; mentre veniva ascoltato da tutti i membri della setta”, siamo sempre nelle Catacombe e ci resteremo fino alla conclusione. Prosegue con delle rivelazioni, una di portata straordinaria, premessa dell’<em>“agnitio”</em> finale che assume un sapore miracoloso, e proprio per questo non sveleremo in alcun modo. Diciamo solo che tra premessa e conclusione c’è il segreto da mantenere con tutto quanto può tramandarlo e farlo giungere al momento della rivelazione finale che può cambiare la storia dell’umanità. Per questo trova sulla sua strada chi non vuole permetterlo per non vedere scardinate le basi della sua costruzione e del suo potere: non diciamo di chi si tratta, va oltre ogni pur ardita ipotesi tanto più se si pone mente ai fatti delittuosi avvenuti e rimasti finora senza spiegazione.</p>
<p>Sono vicissitudini millenarie che trovano un momento liberatorio quando <strong>Maikal</strong>, nel guidare la barca con i preziosi tesori da salvare, mostra al maestro Yussuf un punto sulla mappa, “una antica pergamena fenicia su cui era abbozzato un triangolo circondato dal mare, era la Sicilia”.</p>
<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-6489" title="Palermo 126" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/Palermo-126.jpg" alt="" width="600" height="452" /><br />
</strong><em>Un’altra presenza nel romanzo: il sepolcro dell’arcivescovo Gualtiero II Offamilio nella cripta della Cattedrale di Palermo.</em></p>
<p><strong>L’approdo alla “città del Fiore”</strong></p>
<p>Maikal<em> </em>prosegue: “E’ questo il nome che i miei avi fenici della città di <em>Biblo </em>diedero a questa città, la città eletta, la città benedetta, la città in fiore perché <em>Zyz</em> nella lingua fenicia vuol dire fiore”. Risponde <strong>Yussuf:</strong> “Maikal, siamo quasi arrivati, ho portato il mio popolo alla meta, la città eletta non è lontana. Ora ho bisogno di te, il segno che Iddio vorrà mandarci solo tu potrai coglierlo, tu che sei un saggio, tu che conosci le antiche lingue dei tuoi avi fenici, tu che leggi le mappe”. E conclude: “Portaci nella città eletta, indicaci la via”.</p>
<p>La città eletta è <strong>Palermo,</strong> la via quella che conduce al luogo dove molto più avanti nel tempo sorgeranno le Catacombe dei Cappuccini: “Maikal capì perché i suoi avi chiamavano quella città Fiore, perché dal mare ciò che stupiva i marinai che vi approdavano era la somiglianza ad un fiore”.</p>
<p>Altri personaggi compaiono, <strong>Ugo de Payns</strong> e l’arcivescovo <strong>Gualtiero II </strong>detto <strong>Offamilio</strong> che costruì e consacrò nel 1185 la Cattedrale di Palermo, dove la storia si trasferisce con l’apertura del suo sarcofago nella cripta, è la penultima tappa della caccia al tesoro, quella della <em><strong>“verità”</strong></em>.</p>
<p>Il ritmo diviene incalzante, lo scandiscono i personaggi che si succedono sul proscenio ormai palermitano della chiesa di Santa Maria della Pace con le annesse Catacombe: <strong>Matteo il Panormita</strong>, frate della chiesa e <strong>Simone de Tolose</strong> cappellano alle prigioni parigine del Louvre raccontano eventi straordinari del marzo 1713; poi è la volta di <strong>Rosario de Partanna</strong>, cappellano della chiesa e di <strong>Antonio Prestigiacomo</strong>, il cui corpo si trova tra le altre migliaia in una parete delle Catacombe. Vengono disvelati tanti misteri e balzano sulla scena i <strong>Cavalieri Templari </strong>con le storie agghiaccianti della loro spietata eliminazione per cancellare il segreto che portavano con sé da parte di chi non ci si aspetterebbe mai capace di tutto questo, nella storia come nella cronaca.</p>
<p><em><img class="alignnone size-large wp-image-6490" title="Palermo 199" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/Palermo-199-451x600.jpg" alt="" width="451" height="600" /><br />
La Cappella di Santa Rosalia nelle Catacombe, dove si svolge la scena clou del romanzo: al centro l’urna della piccola Rosalia Lombardi, collocata nel 1920.</em><strong> </strong></p>
<p><strong>Un evento portentoso e un mutamento straordinario</strong></p>
<p><strong>Nel</strong> momento in cui si svelano i misteri e si decifrano messaggi che vengono dalla notte dei tempi, è possibile decrittare anche il titolo del romanzo, che non è una invocazione di fede, ma qualcosa di diverso e di più, molto di più. Cosa sia questo non vogliamo dirlo, lo si scopre alle ultime pagine, ed è più sorprendente del disvelamento di un giallo. Non si tratta di trovare l’assassino, anche se di omicidi ce ne sono quattro nel corso della vicenda, oltre ai massacri dei <strong>Templari </strong>e di altri che “sapevano” troppo, e quali siano i mandanti emerge sul finale in modo sorprendente, anzi sconvolgente; si tratta invece, cosa ancora più intrigante, di trovare risposte al massimo livello agli interrogativi che da sempre agitano la mente e l’anima di tutti coloro che hanno cuore e ragione.</p>
<p>Queste risposte non vengono solo dalla voce dell’ultimo personaggio sul proscenio sotterraneo delle Catacombe, ma da un fatto mirabolante, anzi miracoloso, che fa aprire gli occhi alla piccola <strong>Rosalia</strong> risvegliando per un attimo la bella addormentata nella Cappella in cui si svolge l’insperata conclusione: l’attesa infinita di un popolo pio e devoto fa materializzare l’inimmaginabile. Vale la pena arrivare per gradi alla grande luce che illumina le Catacombe e rivela l’evento portentoso, il più grande a cui si possa assistere. Che lascia nel lettore un senso di godimento spirituale.</p>
<p>Siamo alla tappa finale, la “caccia al tesoro” porta alla <em><strong>“vita”</strong></em>, ed è tale la forza dell’’“<em>agnitio”</em> &#8211; continuiamo a chiamarla come nel teatro classico &#8211; che il protagonista “si sentì pervaso da una forza incredibile, sovrumana, trovò diverso anche se stesso, si sentiva più forte e vigoroso, all’improvviso dentro di sé sentiva una forza sterminata. Si guardò riflesso nella vetrata di una teca e quasi non si riconobbe, egli era ringiovanito di almeno trent’anni”. Così l’autore descrive il mutamento straordinario dinanzi a un evento portentoso di tale grandezza da non poterlo rivelare anzitempo.</p>
<p>In <strong>don Giotti</strong> ci siamo immedesimati nella prima parte del romanzo presi dalla sua investigazione e nella seconda parte spettatori con lui della storia che si dipanava nella <strong>cappella di Santa Rosalia</strong> attraverso il racconto del “Commendatario”. Se nel lettore del romanzo ci sarà altrettanta immedesimazione potrà sentire come noi lo straordinario mutamento che trasforma il protagonista.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6491" title="Rosalia" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/12/Rosalia.jpg" alt="" width="600" height="903" /><br />
La piccola Rosalia come addormentata, nel romanzo un nuovo prodigio.</em></p>
<p><em>Ph: Romano Maria Levante, tutte, tranne l’ultima, la foto della piccola Rosalia tratta dal depliant delle Catacombe dei Cappuccini. </em></p>
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		<title>Roma. Villa dei Quintili, aperti i nuovi scavi</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Nov 2010 06:26:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Romano Maria Levante</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia romana]]></category>
		<category><![CDATA[restauri]]></category>
		<category><![CDATA[storia romana]]></category>
		<category><![CDATA[venerdi di ArcheoRivista]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>
		<category><![CDATA[Villa dei Quintili]]></category>

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		<description><![CDATA[Il nostro appuntamento settimanale dei “venerdì di Archeorivista” questa volta è attualità, cronaca viva: racconta la visita di giovedì 25 novembre 2010 ad uno straordinario sito archeologico: la romana Villa dei Quintili, dove i lavori non sono terminati. Sono stati intanto presentati i risultati dei nuovi scavi e la sistemazione per il pubblico dell’area tra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il nostro appuntamento settimanale dei <strong>“venerdì di Archeorivista”</strong> questa volta è attualità, cronaca viva: racconta la visita di <em>giovedì 25 novembre</em> <em>2010 </em>ad uno straordinario sito archeologico: la romana <strong>Villa dei Quintili</strong>, dove i lavori non sono terminati. Sono stati intanto presentati i risultati dei nuovi scavi e la sistemazione per il pubblico dell’area tra l’<em>Appia Nuova e l’Appia Antica.</em></p>
<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-6345" title="Quintilii 183" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/Quintilii-183.jpg" alt="" width="600" height="320" /><span id="more-6342"></span></strong></p>
<p><strong>Una giornata particolare: due eventi sul patrimonio culturale</strong></p>
<p>La giornata era iniziata a Palazzo Poli con la <strong>VI Conferenza nazionale dei siti italiani iscritti nella Lista del Patrimonio mondiale dell’Unesco</strong>, alla quale è intervenuto il vertice di tre organizzazioni prestigiose: la Commissione nazionale italiana Unesco con il presidente <strong>Giovanni Puglisi</strong>, la Pontificia commissione dei beni culturali della Chiesa con il sottosegretario monsignor <strong>Josè Manuel Del Rio Carrasco</strong>, l’Associazione città italiane patrimonio mondiale Unesco con il presidente <strong>Claudio Ricci</strong>. Il Ministero per i beni e le attività culturali presente in forze con i tre direttori generali <strong>Roberto Cecchi</strong> per i beni storico, artistici ed etnoantropologici, <strong>Francesco Maria Greco </strong>per la promozione e la cooperazione culturale e <strong>Mario Resca</strong> per la valorizzazione del patrimonio culturale, e il sottosegretario <strong>Francesco Maria Giro</strong> che ha aperto i lavori.</p>
<p>Questa manifestazione ha segnato il ritorno al positivo dopo la negatività di una convulsa fase politica tracimata sui beni culturali con denunce figlie di strumentalizzazioni che hanno enfatizzato oltre misura un malaugurato evento naturale da circoscrivere, al contrario, alla sua reale consistenza e nelle effettive responsabilità, senza l’innalzamento del tiro che può coprire le eventuali omissioni.</p>
<p>Ma passiamo senza indugio alla <strong>Villa dei Quintili</strong>, la nostra è una visita archeologica e non un resoconto, anche se riteniamo di dover riferire l’essenziale di quanto detto alla presentazione dei lavori della Villa. Ci si arriva da due parti, dall’alto in corrispondenza del numero 1094 dell’<em>Appia Nuova</em>, dal basso nell’<em>Appia Antica</em>, la campagna romana si estende in tutta la sua bellezza. Ne parlava <strong>Thomas Ashby</strong>, lo studioso che nel 1909 scrisse sulla Villa dei Quintili, posta tra “l’immensa città capitale del mondo antico” e il “bellissimo gruppo dei Colli Albani, ove nei tempi romani biancheggiavano ville”, aggiungendo che del panorama “chi lo sente sinceramente non parla se non è poeta perché non riesce mai a esprimerne il fascino”. Trascurava gli artisti venuti da tutta Europa per dipingere la campagna romana, come ha documentato la bella mostra del <strong>Vittoriano</strong>.</p>
<p>Siamo nelle vicinanze del VII chilometro, dove negli scavi del 1925-26 e 1929, all’incrocio con l’<em>Appia Pignatelli</em>, sono stati trovati notevoli reperti, soprattutto busti e statue come la grande <strong>statua di Zeus</strong> in trono, del II secolo dopo Cristo: li vediamo esposti, con altri di rinvenimenti successivi, all’<em><strong>Antiquarium </strong></em>realizzato nella stalla del casale sull’Appia Nuova, una galleria nelle cui vetrine ci sono anche i reperti trovati nella Villa, frammenti di pavimenti e rivestimenti marmorei ed anche oggetti, c’è pure una superficie vetrosa prodotta dalla vetreria che si trovava all’interno. E’ solo una parte dei reperti, sparsi nei Musei vaticani e in altri musei in Europa; quelli degli scavi nella villa del 1828-29 diretti da <em>Nibby</em> sono nelle collezioni dei <em>Torlonia</em> e della <em>Soprintendenza.</em> Pur con l’amarezza di dover constatare l’assenza dal luogo dove sono stati rinvenuti di molti reperti, vedere i tanti esposti nell’<em>Antiquariun</em> è un bell’inizio per la visita.</p>
<p>Il percorso verso la parte centrale dell’ampia fascia di campagna romana dov’è la Villa, è stato sistemato anche con torba per difendere dal fango, è una traversata breve e istruttiva con gli imponenti resti della villa che si stagliano su un cielo che si va sempre più rischiarando e nell’avvicinarsi mostrano la vasta articolazione della grande residenza. E’ raro vedere una simile struttura, ricorda le Terme di Caracolla, almeno nelle dimensioni, e al suo interno dà delle sorprese.</p>
<p><strong>Parlano il commissario per l’archeologia romana Cecchi e il sottosegretario Giro</strong></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6359" title="Roma, villa dei Quintili lungo la via Appia" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/villa-quintili24.jpg" alt="" width="600" height="406" /></p>
<p>Inizia la presentazione <strong>Roberto Cecchi</strong>, l‘attivo Commissario per l’archeologia romana, cita i nomi dei progettisti dei lavori, in primis quello di <em><strong>Meogrossi</strong></em>, e il coordinamento del commissariato svolto da <em><strong>Pia Petrangeli</strong></em>. Avverte subito che con il recupero anche nella parte sistemata il lavoro non è finito, “occorrono cure continue”; e che queste creino dei problemi lo dimostra la sua riflessione su <em><strong>Pompei,</strong></em> un complesso unico al mondo per importanza e vastità: ecco la forza dei numeri, 60 ettari, 1500 Domus romane, il tutto gestito da 160 persone con 5 architetti e 1 archeologo; gli addetti alla manutenzione ordinaria sono 8, dieci anni fa erano 89. “In queste condizioni come si può tenere in piedi un a struttura così vasta e delicata?” Le criticità vengono segnalate dagli incaricati delle ispezioni, se non vi è un numero sufficiente di addetti non è possibile una vigilanza efficace. E’ un allarme che trasmettiamo sperando venga recepito come merita.</p>
<p>Sull’archeologia romana un messaggio rassicurante, la risposta affermativa alla nostra domanda se sarà attuato in concreto il programma di manutenzione programmata e sistematica descritto accuratamente nel <em><strong>Rapporto Cecchi</strong></em> del settembre 2009 di cui demmo conto a suo tempo.</p>
<p>Dal sottosegretario <strong>Francesco Maria Giro</strong> una visione di ampio respiro su quanto compiuto e sui programmi e le strategie: viene ricordato quanto fatto nel <em>Palatino</em>, al <em>Colosseo</em> con l’apertura del terzo anello e degli ipogei, alla <em>Casa delle Vestali</em>, al <em>Tempio di Venere</em>, ora alla <em>Villa dei Quintili</em> dove i lavori proseguiranno per l’apertura anche di <em>Santa Maria Nova</em>. E soprattutto il sottosegretario ha annunciato un vasto progetto condiviso con la Regione Lazio per la valorizzazione del <em>Parco regionale dell’Appia Antica</em>, dov’è inserito il <em>Parco archeologico</em>, una duplicità di competenze affrontata con l’unione degli sforzi e non con i conflitti e le confusioni connaturate a tali situazioni. Anzi, “la lotta all’abusivismo potrà avvalersi della potestà legislativa e amministrativa della Regione”.</p>
<p>Questa impostazione fa parte di una strategia generale: “la collaborazione con gli Enti territoriali per iniziative integrate di carattere culturale finanziate da apporti comuni di risorse per progetti condivisi”. Una logica di questo tipo fa superare la tradizionale competizione tra le istituzioni pubbliche, centrali e locali, come la polemica sulla destinazione degli incassi: questo vale anche per i rapporti con Roma Capitale, con il <strong>sindaco Alemanno</strong>, come con la <strong>presidente regionale Polverini</strong>, si studia un grande progetto che potrà creare occasioni di sviluppo economico e di crescita individuale e professionale per i giovani; si sta lavorando, in particolare, per la “ricucitura urbanistica della città storica” anche con una nuova pedonalizzazione del centro, ha citato la zona del Corso, largo Chigi, e piazza San Silvestro. Non ha omesso la conservazione, sottolineando l’importanza del fattore umano nelle ispezioni, anche se vengono adottate le nuove tecnologie. “Un incidente può sempre accadere, ma si pone con forza il problema della sostenibilità disponendo di risorse inadeguate. Per Roma come per tutte le città d’arte la cultura deve avere priorità assoluta”.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6349" title="Roma, villa dei Quintili lungo la via Appia" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/villa-quintili01.jpg" alt="" width="600" height="366" /></p>
<p><strong>Le origini, la “basis Villae” e i giardini.</strong></p>
<p>Il nome della Villa &#8211; che lo Stato ha acquisito solo nel 1985 con i 24 ettari in cui si trova &#8211; viene dai <strong>fratelli Quintili</strong>, nobili romani consoli nel 151 dopo Cristo con incarichi in Asia e in Grecia, il cui nome è stato trovato impresso sui tubi di piombo trovati nel sito. Appoggiati dagli imperatori <strong>Antonino Pio</strong> a <strong>Marco Aurelio</strong> furono invece accusati di congiura e uccisi sotto l’imperatore <strong>Commodo</strong> che ne fece confiscare i beni e se ne impossessò. La proprietà imperiale si protrasse a lungo, nell’epoca dei <strong>Severi</strong> tra il 193 e il 235 e dei Gordiani tra il 238 e il 244, fino a <strong>Teodorico</strong> dal 493 al 526. L’area in cui si trova, il <em>Quinto miglio</em> ai confini dell’<em>“ager romanus”,</em> è una zona archeologica dove sono state rinvenute le <em>“fossae cluiliae”</em>, per la purificazione, e dove si svolse la famosa disfida tra <strong>Orazi e Curiazi</strong> a cui seguì l’assoggettamento di Alba Longa e del Lazio; lo testimoniano tombe a tumulo dei guerrieri rinvenute nella zona. Adiacente c’è il complesso di <strong>Santa Maria Nova,</strong> una tenuta di 4 ettari con un casale che la Soprintendenza ha acquistato nel 2006 e sarà aperto dopo la sistemazione in corso, illustrata in tutti i particolari. Diciamo solo che dal 1200 era dei monaci olivetani dell’omonimo monastero, la residenza romana preesistente risale anch’essa, come la Villa, al II secolo dopo Cristo: c’è una torre romana, sopraelevata nel Medioevo, rivestimenti marmorei e pavimenti con mosaici raffiguranti scene di lotte e di giochi del circo.</p>
<p>Tornando alla Villa, alcuni padiglioni, come il <strong>Ninfeo</strong> sull’Appia Antica, furono utilizzati nel Medioevo, nel ‘700 era chiamata <em>“Statuario”</em> per le molte statue e attirava ricercatori e artisti, alla fine del secolo fu il papato a svolgere scavi per collocare i reperti nel <em><strong>Museo Pio-Clementino</strong></em>.</p>
<p>Non è facile orientarsi nel labirinto di strutture, aiuta l’apposita piantina, inoltre i singoli ambienti sono descritti in sobri cartelli illustrativi; scalette e transenne in ferro completano la sistemazione.</p>
<p>La vista spazia dalle sostruzioni all’“edificio curvilineo”, dalla sala ottagona al giardino porticato, dalla sale della residenza alla grande esedra, fino alle terme con il calidario, tepidario, frigidario.</p>
<p>I servizi, tra cui cucine, fogne e latrine, erano posti nella <strong>“basis villae”</strong>, collegata alla parte residenziale e alle terme dal cosiddetto <strong>“edificio curvilineo”</strong>, sul quale sono fiorite le interpretazioni. Fu chiamato <em>“teatro marittimo”</em> per la somiglianza con quello di Tivoli, ma i reperti, tra cui mattoni bollati nelle fondazioni, lo fanno ritenere destinato inizialmente ai giochi dei gladiatori ma non utilizzato a questo scopo, bensì trasformato in un giardino coperto dagli imperatori della dinastia dei <strong>Severi</strong> venuti dopo <strong>Commodo</strong>.</p>
<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-6350" title="Quintilii 148" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/Quintilii-148.jpg" alt="" width="600" height="452" /></strong></p>
<p><strong>Il sistema idrico e il Ninfeo, le Terme </strong></p>
<p>Parlando di servizi vanno segnalate la <strong>grande cisterna</strong> e la <strong>cisterna mediana</strong>, poste a una certa distanza dal complesso. Facevano parte del sistema idrico che captava l’acqua dall’<em><strong>acquedotto dei Quintili</strong></em> le cui arcate si trovano sulla via Appia, e la distribuiva tra cisterne, Ninfeo e residenza.</p>
<p>E’ molto staccato dalla residenza il <strong>grande Ninfeo</strong> che all’epoca vi era collegato dai<em> xysti</em>, portici coperti: quello meridionale era di circa 300 metri e circoscrive il vastissimo giardino “a ippodromo”, questo nome ci fa tornare alla mente il grande spazio romano di Istanbul così definito.</p>
<p>Cerchiamo di ricostruire idealmente il Ninfeo, una “fontana monumentale” abbellita da gruppi di sculture e statue isolate, l’acqua zampillava nelle vasche tra marmi e mosaici. Un luogo così elegante e raffinato ebbe una sorte singolare: fu trasformato nel Medioevo addirittura in fortificazione, con ambienti soprastanti adibiti ad alloggi; alla fine del 1400 ospitò una lavanderia che utilizzava le vasche e i bacini serviti dal sistema idrico. Una parte del portico su cui c’era la terrazza è visibile tuttora, delle tre colonne all’ingresso ne è rimasta una.</p>
<p>Nel nostro progressivo avvicinamento alla parte residenziale l’ultima struttura è quella delle <strong>Terme</strong>, si trova sul retro in un’area ancora non completamente esplorata. La conformazione e relativa destinazione è tipica, l’abbiamo descritta nei particolari nella visita alle <em><strong>Terme di Caracalla.</strong></em> Del <em><strong>frigidarium </strong></em>restano due vasche per l’acqua fredda e due colonne riportate, almeno queste, in loco dopo impieghi decorativi altrove; del <em><strong>calidariunm </strong></em>sono visibili gli incassi delle tre caldaie di bronzo, che sono andate perdute, erano riscaldate dai <em>praefurnia, </em>il calore veniva anche dalle vetrate delle finestre esposte al sole; in mezzo a queste sale gli ambienti del <em><strong>tepidarium</strong></em><em>, </em>riscaldati dalla circolazione di aria calda sotto il pavimento e in tubi posti nelle pareti, sembra che uno fosse a vapore acqueo e l’altro ad aria calda, due tipi di sauna dell’epoca romana, la <em>sudatio</em> e il <em>laconicum.</em> Gli ambienti recavano marmi di grande pregio e mosaici nelle pareti e nei pavimenti. Di particolare importanza quello a scacchi policromi diagonali di quattro colori con un riquadro nero e il mosaico con una tessera rosa al centro su sfondo bianco.</p>
<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-6351" title="Quintilii 153" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/Quintilii-153.jpg" alt="" width="600" height="452" /></strong></p>
<p><strong>La zona residenziale della Villa </strong></p>
<p>Ed eccoci nel cuore della Villa, c’è un grande spazio pavimentato dove un attore in severa tenuta nera recita testi intonati alla classicità, uno spettacolo sobrio nell’area meglio conservata, in alto le grandi arcate. Sembra fosse senza copertura anche in origine, adatto a una serie di utilizzazioni di <em><strong>rappresentanza</strong></em>, era la parte pubblica della Villa. E’ la zona più antica che risale ai Quintili, il censo e la posizione poneva loro molti obblighi di rappresentanza, viene datata agli inizi del II secolo dopo Cristo all’epoca del consolato . I vani di questo tipo sono posti su due piani, poi ci sono gli ambienti privati come il <em><strong>locale da letto</strong></em> <strong>(</strong><em><strong>“cubiculum”)</strong></em><strong> </strong>e la <em><strong>“latrina”</strong></em> con il <em><strong>piccolo bagno.</strong></em></p>
<p>Vicino al giardino con il porticato c’è la <em><strong>“sala ottagona”</strong></em>, doveva essere sede di banchetti con i relativi triclini, viene chiamata <em>“triclinio invernale”</em>, circondata da altri ambienti.</p>
<p>Nel lato verso l’<em>Appia Nuova </em>ci sono i vani privati, mentre dall’altra parte la <em><strong>grande esedra</strong></em>, che con un portico si collegava all’ingresso dal lato dell’<em>Appia Antica</em> e rappresentava una sorta di <em>“triclinio estivo”</em>. .Interessante notare che l’esedra nel tempo perdette la sua funzione per essere trasformata in alloggi chiudendo gli intercolumni con dei divisori e realizzando dei piccoli vani.</p>
<p>Un corridoio collegava con il settore termale, in particolare il <em><strong>frigidarium , </strong></em>.in corrispondenza troviamo pavimenti in mosaici policromi a rombi, in ottimo stato di conservazione; in genere erano i marmi i materiali richiesti per le nuove costruzioni, oltre alle statue, invece i mosaici a tessere piccole venivano ignorati e così molti si sono salvati.</p>
<p>Un discorso a sé per i marmi dei pavimenti e rivestimenti tra la sezione residenziale e quella termale. Sono stati usati materiali pregiati provenienti da diverse parti del mondo, Grecia e Turchia, Algeria, Tunisia ed Egitto. Lavorazioni anche preziose ad <em><strong>opus sectile</strong></em>, l’intarsio marmoreo che era più costoso dei dipinti e potevano permetterselo soltanto i romani di censo elevato; una porzione di intonaco dipinto è pur essa rimasta in loco. Tra i marmi serpentino e porfido egizio; il verde, giallo e rosso antico; il pavonazzetto e il cipollino, l’alabastro e il fior di pesco; il granito e il palombino.</p>
<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-6353" title="Quintilii 178" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/Quintilii-178.jpg" alt="" width="600" height="452" /></strong></p>
<p><strong>La visita alla grande cisterna circolare</strong></p>
<p>La visita si sposta poi alla <strong>grande cisterna circolare</strong>, che ha una storia degna di essere raccontata, e la dice lunga sul nostro sterminato patrimonio culturale.. Fino a poco tempo fa un pastore la utilizzava per ripararvi le greggi, utilizzazione che si protraeva dal 1500, naturalmente dopo l’acquisto da parte dello Stato di Santa Maria Nova si è potuto sloggiare l’occupante. La cisterna ha forma rotonda con sei camere e tre aperture a forma di galleria, interessante la tecnica costruttiva dove si trova calcestruzzo e basalto, malta idraulica e il ben noto “cocciopesto” come rivestimento impermeabile di pareti e pavimento. Le tre grandi volte centrali hanno delle coperture spioventi, che risalgono al 1500; è successiva al 1750 l’incisione del veneto Piranesi che ritrae la pianta della cisterna con due viste frontali e ha dato il nome al sito chiamato anche <em><strong>“cisterna ‘Piranesi’</strong></em>”.</p>
<p><img title="Quintilii 123" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/Quintilii-123.jpg" alt="" width="600" height="452" /></p>
<p>Naturalmente si resta all’esterno, ma si può salire su una struttura metallica dalla quale si domina la copertura della cisterna e si spazia con lo sguardo non solo sull’Appia Antica ma anche sui monti che fanno da corona all’agro romano, dal Terminillo al monte Gennaro, e soprattutto il <strong>monte Cavo</strong> nei Colli Albani al quale si attribuisce un valore speciale nella logistica archeologica, per così dire. Ricordiamo quando, all’apertura del <em><strong>Complesso Severiano</strong></em> al Foro Romano, l’architetto <strong>Meogrossi</strong> &#8211; è tra i progettisti del recupero della Villa citati da Roberto Cecchi e direttore tecnico del Colosseo &#8211; ci parlò di questo lontano orizzonte di carattere sacro al quale va traguardata l’archeologia romana.</p>
<p><strong>Meogrossi</strong> è tra i protagonisti della giornata, con il commissario <strong>Cecchi</strong> e il sottosegretario<strong> Giro,</strong> restano tutti fino a sera, partecipano attivamente anche all’ultima illustrazione dei progetti per <strong>Santa Maria Nova </strong>sulla struttura sopra la grande cisterna circolare. L’immersione nella romanità è totale, oltre ad essersi calati nell’ambiente si sono condivisi i progetti. In questo pomeriggio la politica è stata bandita, anche le recriminazioni sull’insufficienza delle risorse sono sfumate.</p>
<p>Dopo che gli ultimi raggi del sole hanno indorato la Villa sullo sfondo, scendono le ombre. La visita si conclude, e così anche il racconto per un <strong>“venerdì di Archeorivista”</strong> difficile da dimenticare.</p>
<p><em><img class="alignnone size-large wp-image-6354" title="quintili" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/quintili-587x600.jpg" alt="" width="587" height="600" /></em></p>
<h3>Galleria delle immagini</h3>
<p><strong>I pavimenti di Villa dei Quintili</strong></p>
<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-6369" title="Quintilii 125" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/Quintilii-125.jpg" alt="" width="600" height="419" /></strong></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6370" title="Quintilii 131" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/Quintilii-131.jpg" alt="" width="600" height="592" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6371" title="Quintilii 145" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/Quintilii-145.jpg" alt="" width="600" height="402" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6372" title="Quintilii 158" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/Quintilii-158.jpg" alt="" width="600" height="452" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6373" title="Quintilii 181" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/Quintilii-181.jpg" alt="" width="600" height="346" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6374" title="Quintilii 180" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/Quintilii-180.jpg" alt="" width="500" height="542" /></p>
<p><strong>La grande cisterna circolare</strong></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6361" title="Quintilii 184" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/Quintilii-184.jpg" alt="" width="600" height="452" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6362" title="Quintilii 189" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/Quintilii-189.jpg" alt="" width="600" height="452" /></p>
<p><strong>Intonaci e altri reperti nell’<em>Antiquarium</em></strong></p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6363" title="Quintilii 192" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/Quintilii-192.jpg" alt="" width="600" height="452" /></em></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6364" title="Quintilii 196" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/Quintilii-196.jpg" alt="" width="600" height="469" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6365" title="Quintilii 203" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/Quintilii-203.jpg" alt="" width="600" height="452" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6366" title="Quintilii 204" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/Quintilii-204.jpg" alt="" width="600" height="354" /></p>
<p><img class="alignnone size-large wp-image-6367" title="Quintilii 205" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/Quintilii-205-355x600.jpg" alt="" width="355" height="600" /></p>
<p><em>Ph: Romano Maria Levante, tutte</em></p>
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		<title>Palermo: le Catacombe dei Cappuccini e la &#8220;archeologia umana&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Nov 2010 13:19:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Romano Maria Levante</dc:creator>
				<category><![CDATA[venerdi di ArcheoRivista]]></category>

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		<description><![CDATA[Andare a Palermo per ricevere il “Premio speciale della Presidenza” al concorso letterario dell’Associazione Chiese Storiche e visitare poi le Catacombe dei Cappuccini accompagnato da Mariolino Papalia, autore del prezioso libro “Iscrizioni funebri delle chiese di Palermo” - edito nel 2006 da tale Associazione di cui è Presidente &#8211; e da Giuseppe Barcellona - autore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Andare a <strong>Palermo</strong> per ricevere il “Premio speciale della Presidenza” al concorso letterario dell’<em>Associazione Chiese Storiche</em> e visitare poi le <strong>Catacombe dei Cappuccini</strong> accompagnato da <em><strong>Mariolino Papalia,</strong></em> autore del prezioso libro <em>“Iscrizioni funebri delle chiese di Palermo” -</em><em><strong> </strong></em>edito nel 2006 da tale Associazione di cui è Presidente &#8211; e da <em><strong>Giuseppe Barcellona -</strong></em> autore del romanzo inedito del 2010, <em><strong>“La via la verità la vita”,</strong></em> ambientato nelle Catacombe, premiato con “menzione speciale” allo stesso concorso &#8211; potrebbe essere un sogno fantastico, invece è stata la realtà vissuta tra il 7 e il 10 novembre 2010. La raccontiamo in un <strong>“venerdì di Archeorivista”</strong> insolito, come fu quello dedicato all’<em><strong>“archeologia carceraria”</strong></em>, qui si tratta, per così dire, di <em><strong>“archeologia umana”</strong></em>: scheletri vestiti passati in rivista come manichini in un insolito defilè dalle forti emozioni.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6240" title="Palermo 160" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/Palermo-160.jpg" alt="" width="600" height="452" /><span id="more-6237"></span></p>
<p><strong>La Chiesa dei Cappuccini e l’ingresso alle Catacombe</strong></p>
<p>Il percorso per le <strong>Catacombe dei Cappuccini</strong> si snoda su strade dai nomi evocativi, dopo <em>Porta Nuova</em> si prende <em>Corso Calatafimi </em>e molto avanti si svolta in <em>via Ippolito Pindemonte</em>, storia patria e letteratura degli anni di scuola tornano alla mente. Chiesa e convento dei Cappuccini sono in una piazza tranquilla, rende onore al nome della chiesa, <strong>Santa Maria della Pace</strong>. Pochi cenni sulle origini, alquanto controverse: sembra risalissero al 1071 secondo il manoscritto del 1700 di <em>Antonino Mongitore</em>, conservato nella Biblioteca comunale di Palermo.</p>
<p>Cinque secoli dopo, nel 1534, i Cappuccini costruirono il convento e nel 1565 lo ampliarono aggiungendo le cappelle laterali; ma fu nel 1600 che si ebbe la ricostruzione <em>“a fundamentis”</em> fino alla consacrazione nel 1623. Lo stile fu mutato radicalmente, dall’arabo-normanno a quello tipico delle Chiese cappuccine che privilegiava le cappelle per le celebrazioni contemporanee dei riti da parte dei frati rispetto allo spazio riservato ai fedeli, che erano pochi essendo poste <em>“extra moenia”</em>.</p>
<p>Vediamo le statue della Madonna col Bambino, dell’Addolorata e dell’Assunta, le tele, come quella su Sant’Anna, la Madonna con Bambino e agnello e la Madonna con San Girolamo; altari pregevoli e apapriscenti, come quello del Reliquario e della Cappella del Beato Bernardo con un Crocifisso artistico, un altro Crocifisso è nel coro ligneo della sagrestia.</p>
<p>Si entra nello spirito della visita alle Catacombe con le numerose epigrafi funerarie, abbiamo perduto il conto, nella lista dei frati ne risultano 135, comprese quelle “completamente cancellate”, <strong>Mariolino Papalia</strong> nel suo libro fa una certosina ricognizione riportando 85 iscrizioni funebri di questa Chiesa, seconda solo a San Domenico tra quelle palermitane per iscrizioni, con la traduzione se la scritta è in latino, la riproduzione fotografica di 10 sepolcri monumentali e un accurato inquadramento storico dei personaggi celebrati in 38 pagine delle 164 dedicate a tutte le chiese di Palermo.</p>
<p>La lettura è una “total immersion” in vicende cavalleresche e nobiliari, un’affascinante cavalcata nella storia siciliana e non solo. Ma non possiamo soffermarci in questa pur stimolante preparazione storica, la nostra meta è <em>“underground”</em>, scendiamo nelle catacombe già preparati spiritualmente, iscrizioni e monumenti ci hanno fatto entrare nel mondo dei morti. Nonostante questo, tuttavia, l’impatto è notevole, dopo l’ingresso con le pareti coperte di scheletri eretti e vestiti, si aprono dei lunghi corridoi .dove quello che sembrava un fatto eccezionale &#8211; i corpi esposti &#8211; diventa un qualcosa di sistematico da approfondire.</p>
<p>Percorreremo i corridoi intitolati a sacerdoti e frati, donne e uomini, professionisti e bambini, queste sono le categorie, ma prima cerchiamo di capirne di più. Ce ne parlano i due accompagnatori, nostre guide in questa cantica dantesca.</p>
<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-6241" title="Palermo 162" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/Palermo-162.jpg" alt="" width="600" height="452" /></strong></p>
<p><strong>L’evoluzione delle sepolture</strong></p>
<p>Il culto dei morti attraverso le sepolture ci riporta a quanto abbiamo spesso descritto nelle visite archeologiche, ricordando che nell’antica Roma avvenivano fuori dell’abitato per l’igiene pubblica, lungo le strade consolari per mantenere nel contempo i defunti vicino ai viventi che potessero ricordarli anche leggendo le iscrizioni che ne raccontavano la storia. Con il Cristianesimo tendono ad addensarsi intorno alle tombe dei martiri dove ci si raduna per preghiere e celebrazioni, e si formano le Catacombe, con i sepolcri posti in cavità sotterranee, anche qui di regola intorno alla tomba di un martire.</p>
<p>Le profanazioni di predoni e nemici della religione indussero i Pontefici a proteggere le tombe, in particolare quelle dei martiri, nei Cimiteri urbani, accogliendole nelle vicinanze delle chiese e poi al loro interno, usanza che si protrasse finché i cimiteri alla fine del 1700 diventarono extraurbani, come erano le sepolture all’epoca di Roma. La sepoltura nelle chiese aggiungeva alla sicurezza dalle profanazioni i suffragi e le preghiere dei fedeli e dei religiosi rivolte all’intercessione dei Santi. A questo fine già in precedenza si tendeva ad erigere degli altari vicino ai sepolcri per le celebrazioni liturgiche, per cui la possibilità di sepolture accanto agli altari nelle chiese era molto ricercata, tanto più se c’erano reliquie divenute oggetto di venerazione.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6242" title="Palermo 167" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/Palermo-167.jpg" alt="" width="600" height="452" /></p>
<p>Dalle sepolture vicino alle chiese a quelle al loro interno, i morti venivano calati in fosse comuni solo con un lenzuolo, una sindone. Il Vangelo di Marco è l’unico che parla del “giovane della sindone”, il solo a non abbandonare Gesù quando fu preso dai soldati e gli apostoli fuggirono; episodio su cui si sofferma <em>Gabriele d’Annunzio </em>con espressioni di intensa spiritualità<em>, </em>particolare citato nel libro per la cui premiazione siamo a Palermo che ci torna alla mente in un’improvvisa associazione di idee<em>.</em></p>
<p>In questa ricerca di protezione delle tombe, naturalmente, i frati si riservarono la sepoltura all’interno delle proprie chiese, sia i Francescani che ottennero tale concessione dal Papa, sia i Cappuccini che escludevano gli estranei e riservavano cappella e oratorio ai riti . per la sepoltura; esclusione favorita dal fatto che i conventi erano lontani dagli abitati. Quando, dall’inizio del 1600, i conventi cominciarono a sorgere vicino alle città fino alle periferie, i fedeli benefattori si riservavano la sepoltura nelle chiese che avevano donato o contribuito a realizzare, attirati anche dalle benemerenze religiose acquisite dai frati.</p>
<p>Pertanto, rispetto all’originaria esclusione, anche gli estranei venivano ammessi purché “fondatori” di conventi e chiese, finché pure per gli esclusi si aprì la possibilità che le loro sepolture fossero consentite, con un decreto della Santa Sede del 1637: occorreva la licenza del Ministro generale dell’Ordine, secondo le disposizioni del 1938, revocate nel 1680 e ripristinate nel 1703 prima solo per i benefattori; poi nel 1732 la restrizione fu tolta e nel 1769 la concessione fu confermata dalla sacra Congregazione del Concilio anche se difforme dalla disciplina cappuccina; dal 1909 l’ordine dei Cappuccini rientra nella normativa ecclesiastica e civile. Ma ora ci interessa la nascita e la progressiva espansione delle Catacombe dei Cappuccini.</p>
<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-6243" title="Palermo 189" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/Palermo-189.jpg" alt="" width="600" height="452" /></strong></p>
<p><strong>Le sepolture nella chiesa e nel convento dei Cappuccini</strong></p>
<p>Le iniziali sepolture dei frati cappuccini nella Chiesa di Santa Maria della Pace avvennero in una fossa scavata nel tufo, chiusa da una lastra di pietra, con apertura nella parte posteriore del tempio.<strong> Padre Flaviano Farella</strong>, nei <em>“Cenni storici della chiesa e delle catacombe dei Cappuccini di Palermo” &#8211; </em>la guida postuma pubblicata nel 1982 &#8211; <em> </em>individua l’altare del Crocifisso come quello in cui venivano celebrate le messe per i frati defunti prima dell’ampliamento nelle cappelle laterali che moltiplicarono il numero degli altari. La prima sepoltura di estranei, avvenuta nel 1570, fu per il piccolo <em>Francesco D’Avàlos</em>, figlio del marchese di Pescara, viceré di Sicilia e benefattore dei frati; nel 1571 lo seguì il corpo dello stesso viceré, ma ci restò meno di tre anni; altra eccezione nel 1597 per una persona non nota, se ne conosce il nome, <em>Giacomo Lo Tignoso</em>, non il motivo.</p>
<p>In tale epoca erano in corso gli scavi per un nuovo sito di sepolture dietro l’altare maggiore, in quanto la fossa comune nella parte posteriore della chiesa non solo era insufficiente per l’aumento del numero dei religiosi e quindi dei decessi, ma il luogo in cui si trovava coperto da tettoie si era trasformato in punto di sosta, anche per passarvi la notte, dei viaggiatori che trovavano chiuse le porte della città e dovevano attendere il mattino. Nacque così il nucleo delle attuali Catacombe, progressivamente ampliate, in cui furono portate le prime salme di frati recuperate dalla originaria sepoltura miracolosamente conservate. Scrive padre Farella: “Trovarono, allora, non aride ossa, ma le salme intere con le carni flessibili e fresche, come se fossero religiosi morti da poche ore”: sono 40 collocate lungo le pareti con la Madonna al centro in una nicchia, altre 5 ricollocate nella fossa.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6244" title="Palermo 152" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/Palermo-152.jpg" alt="" width="600" height="452" /></p>
<p>Con l’inizio del 1600 al primo ambiente ne fu aggiunto un altro, con una cappella interposta, poi due nuove stanze e nel 1619 fu scavato il “corridoio dei frati”: nel 1668 questo ambiente sotterraneo raggiunse l’altare maggiore e si ricongiunse al primo con le 40 salme incorrotte. Le nuove salme che vi furono poste sono quelle di <em>Fra Agostino di Mazzara</em> e del figlio del re di Tunisi, Ayala, battezzato a Palermo con il nome di <em>Filippo d’Austria</em> e morto nel settembre 1622; altri personaggi ricordati lo scrittore gesuita <em>Narbone</em> e don <em>Agati</em>, morto nell’aprile 1731.. C’era una finestra molto piccola, l’ambiente era nell’oscurità rischiarata da torce di cera: vi pregava il beato <em>Fra Bernardo di Corleone</em>, morto nel 1667, cui sarà dedicata una cappella.</p>
<p>Le Catacombe si sviluppano notevolmente in estensione, il corridoio dei Frati viene prolungato, ai lati si ricavano stanze per deceduti illustri, si realizza il “corridoio degli “uomini”. Nel 1732 <em>Mongitore </em>– che aveva fatto risalire al 1071 le origini della chiesa &#8211; descriveva le Catacombe composte da quattro corridoi posti ai lati di un quadrato che un quinto corridoio divideva in due rettangoli. Agli angoli, degli altari dedicati all’<em>Addolorata</em> e all’<em>Ecce Homo</em>, a <em>San Giuseppe</em> e al <em>Crocifisso</em>. Vennero realizzati anche vani particolari chiamati “colatoi”, con una precisa funzione nel procedimento di conservazione dei corpi.</p>
<p>Norme molto precise regolavano la sepoltura dei defunti, sin dal decreto del 1710 per il regno di Napoli e di Sicilia; poi il “cimitero” sui generis dei Cappuccini fu escluso dalla normativa generale con la legge del 1838 “tanto pel sito, e per la sua forma, quanto pel modo come sono tenuti e disseccati i cadaveri e per la cristiana pietà che l’ispira”, fino al ripensamento del 1854 che cancellò tale privilegio; ma dopo alcune modifiche suggerite da una commissione, pur definite non obbligatorie, fu data di nuovo via libera e nel 1859 il metodo venne ritenuto il più valido dal Soprintendente generale per la Salute pubblica.</p>
<p>Per ammettere estranei alla sepoltura nelle Catacombe dei Cappuccini occorreva presentare ai Frati Superiori la licenza del Superiore Generale cui seguiva la registrazione nell’apposito Registro. Se ne conservano cinque, con elenchi delle sepolture dal 1666 al 1871. Sembra che fino al 1787 non fosse richiesto alcun pagamento trattandosi di benefattori che avevano già contribuito, poi non si chiedeva neppure ai popolani, fino al 1837 allorché furono applicate normali tariffe cimiteriali.</p>
<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-6245" title="Palermo 168" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/Palermo-168.jpg" alt="" width="600" height="583" /></strong></p>
<p><strong>La visita nei corridoi delle Catacombe, il defilé di defunti</strong></p>
<p>Percorriamo, dunque, questi corridoi, consapevoli che non riusciremo a rendere nel racconto l’impressione che si ricava passando tra file ininterrotte spesso sovrapposte di scheletri eretti e vestiti. Sembra di essere giunti alla fine del mondo, il Giudizio Universale non lo si può immaginare molto diverso: nulla che faccia pensare al luminoso Paradiso; ma neppure dell’Inferno ci sono le punizioni, è un popolo immoto che sembra attendere chiuso nella dignità di una morte che non lo ha privato degli abiti e neppure della postura che distingue l’uomo dagli animali, in quanto resta in piedi con la schiena dritta.</p>
<p>E’ questa, forse, la sensazione più forte che si ricava, un senso di dignità, quasi uno <em>“Spoon River”</em> senza lapidi, i corpi sono esposti per lo più senza riconoscimenti e forse per questo sembrano desiderosi di narrare la loro storia. Quella storia che nella chiesa abbiamo trovato sulle iscrizioni incise nelle lapidi e nei sepolcri e qui &#8211; a parte le successioni di tante lapidi allineate nel pavimento &#8211; è scolpita nei volti di cartapesta senza occhi ma non senza espressione, nelle vesti dimesse ma severe e dignitose.</p>
<p>Ci sono differenze, pur dopo la morte e la sepoltura, i professionisti hanno vesti di maggior pregio per quanto si può vedere, rispetto alla gente comune, nelle tombe antiche lo si vedeva nei “corredi” che per i poveri mancavano del tutto, per i ricchi e nobili contenevano ogni genere di conforto e ogni segno di opulenza, qui bastano pochi segni nell’abbigliamento, ma ci sono.</p>
<p>Le collocazioni sono diverse, ci sono tante piccole nicchie verticali dove sono inseriti come certe statue di santi nei pilastri delle chiese; oppure sono semplicemente appesi o fissati alla parete, si vedono anche tanti corpi distesi avvolti nelle loro vesti e aperti alla vista, sono le immagini che più associamo alla morte, dipendeva dalle volontà del defunto, ma la maggior parte almeno di quelli visibili sono eretti. Nelle inumazioni dopo il 1837 ci sono soltanto casse perchè era stata vietata l’esposizione dei corpi come in passato, molte sono state perdute nel bombardamento dell’11 marzo 1943 e nell’incendio del 30 marzo 1966.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6246" title="Palermo 155" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/Palermo-155.jpg" alt="" width="600" height="452" /></p>
<p>I corpi esposti a livello della persona sono protetti da grate, ma lo sguardo va ai livelli superiori, le figure erette dominano con la loro presenza muta e solenne. Nel “corridoio delle donne” troviamo la posizione sdraiata e quella eretta, ma soprattutto abiti con pieghe e ricami del 700 e ‘800, non sappiamo se anche le storiche crinoline, ci sono comunque cuffie ornamentali di stoffa. Leggiamo una scritta ad arco sopra un sarcofago sormontato da una croce con quattro corpi di donne erette dalle vesti chiare, una con una lunga sciarpa celeste : <em>“Seguono l’Agnello dovunque vada, sono vergini”</em>.</p>
<p>Nel “corridoio dei professori” vediamo abiti all’altezza della posizione di avvocati o medici, artisti e soldati. Ci sono anche composizioni con due colonne di bare orizzontali su più piani intervallate da figure erette sovrapposte, e in basso intorno a un sarcofago quasi una sfilata di modelli che hanno tutti i requisiti della messa in scena teatrale. Nulla di macabro, sembra un rituale. Vengono identificati personaggi celebri, che sembrano dialogare, il chirurgo <em>Manzella</em>, gli scultori <em>Marabitti</em> e <em>Pennino</em>.</p>
<p>La parte centrale che delimita i due rettangoli ha la demarcazione nel “corridoio dei sacerdoti”, con una teoria di prelati in abiti talari tra cui nelle vesti pontificali del rito bizantino<em> Monsignor Franco D’Agostino</em>; in una sezione a parte, discese delle scalette, i frati cappuccini nei due ordini, quello dei Frati Sacerdoti con la stola, i semplici Frati con il cordone penitenziale.</p>
<p>Agli estremi in senso cronologico troviamo uno dei primi ad essere posto nelle Catacombe nel 1599, <em>Fra Silvestro da Gubbio,</em> e uno degli ultimi nel 1871, <em>Fra Riccardo da Palermo.</em></p>
<p>Un’attrazione, lo diciamo senza irriverenza, è l’urna in vetro di <em>Rosalia</em> nella cappella di Santa Rosalia, non è la reliquia della santa né una sepoltura d’epoca, risale al dicembre 1920: la peculiarità è nella conservazione del corpo della bambina che vi era stato portato per il trattamento e poi vi era rimasto dopo il prodigio di una conservazione miracolosamente perfetta, sembra addormentata, gli occhi chiusi su un volto fresco e paffuto, i capelli sparsi sulla fronte fermati alla nuca da un fiocco.</p>
<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-6247" title="Palermo 165" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/Palermo-165.jpg" alt="" width="600" height="450" /></strong></p>
<p><strong>Dalla prosa alla poesia: dai trattamenti per la conservazione ai Sepolcri di Pindemonte</strong></p>
<p>La piccola <em>Rosalia Lombardo</em> fa entrare in un tema che può suonare sgradevole, ma balza alla mente non appena si presta attenzione alla conservazione dei corpi. Per la sua imbalsamazione furono iniettati prodotti chimici, ma il medico palermitano <em>Solafia</em> non rivelò quali, morì improvvisamente; solo in modo occasionale venivano usati dei farmaci per la conservazione.</p>
<p>Il metodo seguito dai frati fin dal 1600 consisteva nel far restare i corpi, opportunamente collocati su “graticole di pietra”, in locali ristretti, i cosiddetti “colatoi”, in modo che per le particolari condizioni ambientali potessero essiccarsi perdendo i liquidi che altrimenti li avrebbero portati al disfacimento. Trascorsi circa otto mesi di purificazione, eliminate le componenti deperibili venivano lavati con aceto, esposti all’aria e poi collocati nella galleria di corpi eretti oppure distesi a seconda delle disposizioni lasciate mentre erano in vita. Soltanto in caso di epidemie si ricorreva ai più drastici bagni nell’arsenico o nel latte di calce.</p>
<p>L’essiccamento fu approvato dalla Commissione medica nel 1855 e riconfermato nel 1859, quando ci fu il ricordato permesso ufficiale alla pratica della sepoltura nei Cappuccini, mentre fu proibito nel 1881, ma comunque si continuò fino al 1885..</p>
<p>Avere appreso le tecniche di conservazione fa valutare meglio l’eccezionalità di una necropoli particolare, dove i defunti non vengono chiusi nel sepolcro ma restano esposti all’aria e alla vista, con i loro abiti e l’abbigliamento che rivela classe e censo.</p>
<p>Per questo un simile luogo non poteva passare inosservato, è un tempio della morte corporale. Le parole di San Francesco sono riprodotte in modo da formare un grande arco: <em>“Laudato sì, mi signore, per sora nostra morte corporale: beati quelli che troverà ne le tue sanctissime voluntati, ca la morte seconda no li farrà male”</em>. L’espressione, che precede le Catacombe di tre secoli, ne rende lo spirito: non c’è l’angoscia ma un’immobilità che di volta in volta può apparire ieratica o devozionale.</p>
<p>Ne hanno parlato scrittori che le hanno visitate nei Viaggi in Sicilia, <strong>Guy De Maupassant </strong>nel 1890 e <strong>Carlo Levi</strong> nel 1955; un sonetto e un’elegia scritti nel giorno dei morti, il 2 novembre del 1867 e 1903, autore <strong>Ferdinando Miraglia Termini. </strong>C<strong>’</strong>è anche un romanzo del 1903 ispirato da un luogo così insolito, autore <strong>Miserandino Morelli</strong>. Eppoi, lo abbiamo detto all’inizio, il recentissimo romanzo inedito di <strong>Giuseppe Barcellona</strong> premiato con la menzione speciale dall’<em><strong>Associazione Chiese Storiche</strong></em><strong>;</strong><em><strong> </strong></em>lo racconteremo in un prossimo <em><strong>“venerdì di Archeorivista”</strong></em>, abbiamo visto tanti corpi carichi di mistero nei sotterranei, ci farà tornare sul luogo del delitto…</p>
<p>Su tutte queste testimonianza spicca quella di <strong>Ippolito Pindemonte</strong>, che si è ispirato alle <strong>Catacombe dei Cappuccini</strong> per i suoi <em><strong>“Sepolcri”</strong></em>; non sono quelli di <strong>Foscolo</strong> in cui è citato<strong>,</strong> descrivono il luogo in modo così fedele da venirgli intitolata la strada che immette nella piazza del convento: <em>“Ma cosa forse più ammiranda e forte/ colà m’apparve: spaziose, oscure/ stanze sotterra, ove, in lor nicchie, come/ simulacri diritti, intorno vanno/ corpi d’anima voti, e con quei panni/ tuttora, in cui l’aura spirar fur visti,/ sovra i muscoli morti e su la pelle/ così l’arte sudò, così caccionne/ fuori ogni umor che le sembianze antiche,/ non che le carni lor, serbano i volti/ dopo cent’anni e più. Morte li guarda/ e in tema par d’aver fallito i colpi”</em>. Pindemonte non si ferma alla descrizione, la scena si anima, l’espressione è intensa, ci sembra il degno sigillo di un luogo così insolito e suggestivo.</p>
<p>Eccola come conclusione, l’immagine è quanto mai viva in un mondo di morti: <em>“Intanto un sospirar, s’alza, un confesso/ singhiozzar lungo, un lamentar non basso/ che per le arcate ed echeggianti sale/ si sparge, a cui par che que’ corpi freddi/ rispondano: i due mondi un picciol varco/ divide, e unite in amistà congiunte/ non fur la vita mai tanto e la morte”.</em></p>
<p>Non c’è da dire altro, ci assalgono i misteri della vita e della morte, sono in fondo i dilemmi irrisolti della nostra esistenza e di quella dell’intera umanità.</p>
<p><em>(Ph. Romano Maria Levante, tutte) </em></p>
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		<title>Teramo, Museo Archeologico: dai reperti la storia del territorio</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Nov 2010 13:06:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Romano Maria Levante</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Concludiamo con questo terzo <strong>“venerdì di Archeorivista”</strong> l’immersione nell’<strong>archeologia teramana</strong> che, come figli di questa terra per di più “fuorusciti” &#8211; per usare il termine con cui <strong>Giammario Sgattoni</strong> definiva chi aveva trovato lavoro e condotto la propria vita in altri lidi &#8211; ci ha dato non poca emozione. Dopo <em><strong>Santa Maria Aprutiensis</strong></em> e dopo la <em><strong>storia della città</strong></em> attraverso i reperti esposti al piano terra, il <strong>Museo Archeologico “Francesco Savini”</strong> &#8211; che si ispira alle vedute del grande studioso e ricercatore &#8211; presenta la <em><strong>storia del territorio</strong></em> nelle sale del primo piano.</p>
<p><em><img class="alignnone size-large wp-image-6186" title="teramo-museo-archeologico-Te_cma_06" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/teramo-museo-archeologico-Te_cma_06-410x600.jpg" alt="" width="410" height="600" /><br />
Testa di guerriero con elmo, </em>da Pagliaroli di Cortino.<span id="more-6183"></span></p>
<p>La storia del territorio è illustrata da pannelli che con chiarezza inquadrano i reperti esposti nel contesto storico e ambientale. E’ come se scorressero le immagini di un film tanto più avvincente quanto più il visitatore si immedesima in una storia che è la propria storia proiettata all’indietro nei progenitori della specie umana e, se è abruzzese e teramano, della propria stirpe.</p>
<p>Ne abbiamo già indicato caratteristiche e pregi, ora riportiamo le parole del direttore del museo <strong>Paola De Felice</strong> che ha curato, insieme a Vincenzo Torrieri, il bellissimo monumentale catalogo dove sono riprodotti e analizzati in modo approfondito tutti i materiali esposti al pubblico: “Materiali che, scelti con una logica propositiva attenta a rintracciare la peculiarità di tale vissuto, ne evidenzia il percorso storico, l’organizzazione socio-economica, la realtà produttiva, il portato culturale perché risulti definitivamente connotata una realtà insediativa ai più sconosciuta per la frammentarietà di una pur cospicua documentazione legata a scavi condotti in tempi diversi”.</p>
<p>Gli scavi hanno portato a ritrovamenti che coprono le varie età dell’uomo, attraverso i reperti i progenitori ci mandano messaggi dai tempi remoti della preistoria e protostoria fino alla storia antica. Risaliamo dalla storia di Roma all’Età del Ferro dal X al V secolo avanti Cristo, poi all’Età del Bronzo nel II millennio, quindi all’Eneolitico e Neolitico dal III al VI millennio, fino al Mesolitico e al Paleolitico di 8000 e 800.000 anni fa. Sono tracce giunte fino a noi della gente pretuziana.</p>
<p>Al piano superiore, dunque, la visione si allarga: dalla <em><strong>storia della città</strong></em><em> </em>si passa alla <em><strong>storia del territorio</strong></em>, ed è come se scorressero le immagini di un film: tanto più avvincente quanto più il visitatore riesce a immedesimarsi in una storia che è la propria storia proiettata all’indietro nei progenitori della specie umana e, se è abruzzese e teramano, della propria stirpe.</p>
<p>Il territorio corrisponde a quello che i latini chiamavano <em><strong>“ager Praetutianus”</strong></em><strong>, </strong>delimitato ad ovest dal <em>Gran Sasso e dai Monti della Laga</em>, con una conformazione collinare degradante verso il mare. Mutano nel tempo gli insediamenti, si vede nei resti delle varie ere il cui accostamento alla spiegazione colta è un pregio dell’esposizione museale che &#8211; ci piace sottolinearlo ancora &#8211; la rende viva e coinvolgente. Dalle ere più remote &#8211; vita nomade per la caccia e non stanziale &#8211; i reperti della <em>grotta Salomone </em>del Paleolitico,<em> </em>dal Neolitico con la coltivazione della terra i resti dei villaggi di <em>Fortellezza a Tortoreto </em>e di <em>Civitella del Tronto</em>, <em>Colle San Savino a Nereto</em> e <em>Colle Troia a Bellante</em>, <em>Ripoli a Corropoli</em> nonché delle <em>grotte di Sant’Angelo</em> e del<em> Colle di Rapino</em>; dall’Eneolitico, con l’aratro e l’allevamento, sono pervenuti oggetti in metallo e primi reperti funerari, mentre dall’Età del Bronzo i villaggi “arroccati” sulle colline di <em>Tortoreto</em> e <em>Civitella,</em> <em>Colle Troia</em> e <em>Colle San Giovanni </em>con necropoli a inumazione; fino a <em>Campovalano di Campli</em>.</p>
<p>Dell’Età del Ferro molte le testimonianze funerarie, mentre scarse quelle dei villaggi; dei luoghi di culto reperti di tre tipologie: in un&#8217;altura a <em>Monte Giove,</em> in una grotta al <em>Colle di Rapino</em>, presso una fonte alla <em>Frata a Bisegna,</em> sempre vicino al confine, segno di protezione e di identità.</p>
<p><em><img title="teramo-museo-archeologico-Te_cma_02" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/teramo-museo-archeologico-Te_cma_02-432x600.jpg" alt="" width="432" height="600" /><br />
Vaso con vecchia ubriaca, </em>da San Rustico di Basciano.</p>
<p><strong>Sulla macchina del tempo tra i reperti, a partire dalla preistoria</strong></p>
<p>Il fascino dei reperti più remoti è evidente, risalendo per migliaia di anni si può vedere quali fossero gli utensili e gli oggetti di uso comune misurando così le costanti dell’esistenza che restano, pur se materiali e tecnologie fanno passi giganteschi nello scorrere dei secoli e cambiano del tutto la vita.</p>
<p>Cominciando dai resti del neolitico, nel <strong>Villaggio di Ripoli </strong>- alla sinistra del <em>fiume Vibrata</em> vicino a<em> </em><em><strong>Corropoli</strong></em><strong>,</strong> di cui è restato il fosso di recinzione con nicchie di diverse misure &#8211; sono state trovate ceramiche dipinte con motivi rossi e linee scure, e molte tombe a inumazione, con i defunti rannicchiati come l’impressionante reperto esposto, lo scheletro di una fanciulla e, ai suoi piedi, quello del suo cane. Vasi e cucchiai, percussori e lame, punte e bulini, 45 reperti che fanno storia.</p>
<p>Dalla <strong>Grotta Sant’Angelo</strong>, nei pressi di<strong> </strong><em><strong>Civitella del Tronto</strong></em>, sono venuti alla luce strati dal Neolitico all’Età del Bronzo, con ciotole e scodelle, vasi e tazze, punte e raschiatoi, in ceramica, osso e selce: sono circa 50 e riempiono due vetrine del Museo. Trattandosi di un rifugio naturale si penserebbe a un sito abitativo provvisorio che precorre quello stanziale definitivo, ma non essendovi segni di macine e fornelli per l’uso quotidiano e in presenza di resti umani si è ritenuto vi fosse una necropoli, tesi rafforzata dal fatto che l’ubicazione ne rendeva difficile l’accesso, l’apertura è su un costone impervio. Ad epoche meno remote si attribuisce il ritrovamento molto particolare di un vaso in una buca circondata da 66 piccole buche con cereali e vegetali carbonizzati, che ha fatto pensare a riti propiziatori agresti. Sono stati rinvenuti anche resti umani in parte bruciati ma dopo la consunzione e la riduzione a scheletri, il che prova che non vi è stato cannibalismo: questo ci conforta, sono pur sempre i progenitori della nostra stirpe!</p>
<p>Sempre al Neolitico, V millennio avanti Cristo, risale l’abitato protostorico di <strong>Fortellezza,</strong> nei pressi di <em><strong>Tortoreto</strong></em><em>, </em>dove troviamo la macina oltre agli oggetti prima citati, ce ne sono 20 esposti. In una zona vicina<em>; </em>a <strong>Colle Badetta, </strong>è stata rinvenuta una necropoli con cinque tombe dell’Età del ferro più antica, oltre a tombe romane, con quattro scheletri di cui uno di donna ben conservato. I corpi sono rannicchiati come al <em>villaggio di Ripoli</em>, ma nel corredo funerario oltre a delle scodelle ci sono numerosi oggetti ornamentali in ambra e qualcuno in ceramica nelle tombe più ricche. Ciò indica che c’erano scambi con il delta del Po, dove si lavorava l’ambra, e una contiguità con il culto funerario del Salinello e delle vicine Marche. Sono 25 oggetti, tra cui alcune fibule e collane, che danno un’idea di come ci si agghindava in epoche così remote.</p>
<p>Di particolare interesse le tombe a fossa ritrovate a <strong>Basciano,</strong> in due siti a qualche chilometro di distanza, con le sepolture di una donna e di un guerriero.</p>
<p>Nella prima, presso il <strong>Podere Cerulli</strong>, il <em><strong>corredo della donna </strong></em>è andato quasi tutto perduto, manca la grande fibula simile a quella rinvenuta molti anni dopo a <em>Lama dei Peligni</em>, vicino Chieti; ma ci sono 4 borchie grandi, 12 piccole e bottoncini di ambra e vetro, anelli e pendagli, non c’è invece il vasellame; nella seconda, a <strong>San Giovanni al Mavone &#8211; </strong>dov’è anche il <em>Podere Cerulli</em> &#8211; il <em><strong>corredo del guerriero</strong></em> comprende un bacile e un calderone, e soprattutto un pugnale in ferro con elsa e fodero nonché un cerchio forse di un carro da battaglia, circa 10 reperti molto significativi.</p>
<p>Le storie degli scavi narrano che a <strong>Forcella di Ponte Vomano,</strong> a pochi chilometri da <em><strong>Basciano</strong></em>, furono rinvenuti addirittura cento tumuli di una grande necropoli, ma si scavarono poche tombe con urne cinerarie e non inumazioni; sono stati rinvenuti una fibula e un cinturone, a <strong>Guardia Vomano</strong> una spada corta di bronzo con incisa una decorazione. A <em><strong>Bellante</strong></em> non si sono fatti scavi sistematici sebbene a <strong>Colle Troia </strong>sia stato individuato un “insediamento d’altura” che indica la tendenza ad arroccarsi per meglio difendersi; in una superficie di dieci ettari sono stati trovati materiali dell’era Neolitica antica, intorno al V millennio avanti Cristo, fino al XV-XVI secolo.</p>
<p>Ma, dulcis in fundo, dopo tanti frammenti modesti e reperti sparsi, con i resti della necropoli protostorica di <strong>Campovalano </strong>presso <em><strong>Campli</strong></em><strong> </strong>abbiamo una quantità e qualità ragguardevole di materiali, alcuni riuniti a titolo dimostrativo in modo spettacolare a terra nell’area centrale della sala loro dedicata in modo da riprodurre la tomba principale, oltre che esposti nelle vetrine. Sono ben 600 le tombe rinvenute, e solo in parte esplorate, le più antiche dell’Età del Bronzo fino all’epoca romana, organizzate per tipologie come le classi sociali della comunità: mentre quelle dei ceti dominanti ostentano opulenza, nei ceti subalterni sono del tutto prive di corredo.</p>
<p>La prima tomba trovata era dissestata, fu recuperata una fibula serpeggiante con staffa a disco; sul versante opposto la <em><strong>tomba numero 100</strong></em> dell’VIII-VII secolo avanti Cristo &#8211; quasi cinque metri per tre, dalla profondità di poco inferiore ai due metri &#8211; con un ricco corredo: di vita quotidiana, ciotole e vasi, bacili e “olle”, spiedi e coltelli, nonché di vita militare, con i morsi per il cavallo e il pugnale, ascia e punte di lancia. Circa 30 oggetti che accompagnavano il viaggio del defunto.</p>
<p>Sul coperchio di una pisside rinvenuta nella tomba è graffiata un’iscrizione, la più antica scrittura rinvenuta in Abruzzo; altre scritture si trovano sui pilastri di sculture funerarie e celebrative &#8211; come in quella del <em><strong>Guerriero di Capestrano</strong></em><em> -</em> ma il testo più lungo di paleoscrittura è nelle tre <em><strong>Stele di</strong></em> <em><strong>Penna Sant’Adrea di Cermignano</strong></em> del V secolo avanti Cristo esposte nel museo di Chieti.</p>
<p>Tornando alla tomba, gli oggetti sono disposti in un ordine prestabilito vicino al defunto collocato nella parte destra con le braccia distese: il gladio dentro il fodero è nel lato sinistro, le lance e l’ascia a destra, il vasellame al centro come per un banchetto, dalla brocca ai vassoi, dal secchio fino alla grattugia, di produzione etrusca e locale; c’erano anche pissidi, tra cui quella con la scrittura, “olle” in ceramica e un grande “dolio” di terracotta, usato per conservare le derrate e posto a simbolo di ricchezza della famiglia del defunto, non mancano la fibula e gli anelli. La collocazione al centro della sala della ricostruzione<em> </em>è un “colpo di teatro”, come i 4 plutei con i fasci di luce al piano terra.</p>
<p>Una necropoli così vasta, con tombe delle diverse epoche, ha permesso di risalire all’evoluzione secolare dell’organizzazione funeraria. Mentre nell’epoca più antica le tombe erano orientate ad ovest, successivamente vengono allineate verso sud; i corredi nelle tombe maschili con il tempo non contengono più armi ma oggetti da palestra, l’atleta soppianta il guerriero; nelle tombe femminili gli oggetti per la cura del corpo sostituiscono quelli per la filatura e tessitura. E questo fino al II secolo avanti Cristo, allorché il territorio fu di nuovo adibito ad usi agricoli, come nella notte dei tempi.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-6189" title="teramo-museo-archeologico-tomba101te1" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/teramo-museo-archeologico-tomba101te1.jpg" alt="" width="600" height="407" /><br />
La <em>tomba numero 100,</em> della necropoli di Campovalano.</p>
<p><strong>I templi come nuclei iniziali dell’abitato e luoghi di culto</strong></p>
<p>A <strong>Campovalano, </strong>località<strong> San Bernardino,</strong> è stata rinvenuta anche una <em><strong>stipe votiva</strong></em>, segno di un luogo di culto del III secolo avanti Cristo, della cui struttura non vi sono resti. Sono esposti 15 piccoli reperti di forma anatomica, parti monche come mezza testa, un orecchio e dei piedi, e statuine mutile anche di animali, Questo ci introduce nei reperti dei templi, attraverso i quali in epoca storica e non più preistorica o protostorica &#8211; in particolare al tempo dell’antica Roma &#8211; si ricostruisce il formarsi di un insediamento e il suo deperire, esaurita la fase abitativa.</p>
<p>Se ne può riscontrare il nucleo originario in un luogo di culto divenuto sede di aggregazione della vita sociale e civile; poi si sono sviluppati gli edifici pubblici, con una piazza che è anche sede del mercato, e le zone residenziali con gli edifici privati. La decadenza è evidenziata dalla comparsa di zone adibite ad uso funerario nell’area prima abitativa, con smantellamento e utilizzazione come materiali da costruzione dei preziosi rivestimenti marmorei, colonne e capitelli.</p>
<p>Un esempio significativo si trova a <strong>San Rustico </strong>di<strong> </strong><em><strong>Basciano</strong></em>, dove il nucleo iniziale è costituito da un tempio sulla<em> via Caecilia</em> intorno al quale sorse l’abitato, dalla seconda metà del I secolo avanti Cristo all’età imperiale. Il tempio di dimensioni modeste &#8211; 15 metri di lunghezza per meno di 10 di larghezza in unica navata, su una base di <em>opus incertum </em>- sembra fosse dedicato ad <strong>Ercole</strong> e risalirebbe al II secolo avanti Cristo. I reperti che lo riguardano, esposti in quattro vetrine del Museo, sono circa 50 tra fregi e oggetti della stipe votiva: vasi e anfore anche in vernice nera, antefisse e cornici in argilla grigia o rossastra, pissidi e patere; inoltre altorilievi con figure e vasi plastici, in particolare il <em><strong>Vaso con vecchia ubriaca</strong></em><strong>,</strong> del periodo ellenistico intorno al III secolo avanti Cristo e reperti di scene dionisiache, anch’essi esposti, forse corredi funerari del I secolo ispirati al culto di Bacco e alle relative aspettative di un al di là gaudente per il defunto.</p>
<p>E’ invece incerto se fosse sorto intorno a un tempio preesistente anche l’antico abitato di cui sono state trovate tracce vicino alla piccola chiesa preromanica di <strong>Santa Maria a Vico </strong>presso<em> </em><em><strong>Sant’Omero</strong></em><strong>;</strong> ma poiché tale chiesa sembra eretta sui resti di un tempio romano anch’esso dedicato ad <strong>Ercole</strong> risalente al II secolo avanti Cristo, l’abitato sorto successivamente si è sviluppato pure intorno al luogo di culto, e ha lasciato reperti evidenti come frammenti di intonaco con pitture geometriche, lastre decorate e altro materiale.</p>
<p>Anche la chiesa di <strong>San Salvatore a Pagliaroli </strong>di<em> </em><em><strong>Cortino</strong></em>, dell’alto Medioevo, è realizzata nei pressi di un tempio dedicato <strong>a Giove,</strong> in una sorta di staffetta devozionale dal paganesimo al cristianesimo, datato tra il II e il I secolo avanti Cristo. Eccezionali i reperti in argilla esposti nel Museo: decorazioni del frontone e figure alate, immagini di fiori e soggetti mitici, lastre con amorino sul grifo e la Nike sulla biga, palmette e spirali; e infine la testa di guerriero con l’elmo.</p>
<p>Su un tratto pianeggiante, a quasi mille metri di quota a <strong>Colle del vento </strong>di<em> </em><em><strong>Crognaleto</strong></em><strong>, </strong>una piccola struttura in calcare a pianta quadrata lunga meno di 10 metri per 5 costituiva il cuore di un tempio del III secolo avanti Cristo tra la valle del <em>fiume Vomano </em>sottostante e la <em>via Caecilia, </em>che ritroveremo più avanti; era il nucleo di un insediamento abitativo nell’alto medioevo con resti di mosaico bianco e la dedica a <strong>San Martino</strong>, non si conosce quella pagana originaria.</p>
<p>Mentre si collocano tra il VI e il II secolo i resti di un santuario posto in quota a<strong> Monte Giove </strong>a<em> </em><em><strong>Penna Sant’Andrea</strong></em><em>, </em>e tra il VII e il III quelli delle tombe rinvenute nelle pendici, circa 10 con corredi funebri esposti in due vetrine del Museo: ciotole e tazze in vernice nera, una brocchetta e un balsamario, poi due statuine di argilla arancione: testa femminile e figura maschile.</p>
<p>Questi ritrovamenti sono tutti alquanto recenti, successivi al 1975, a parte la campagna iniziale di scavo del <em>San Rustico di Basciano </em>prima degli anni ’30. Risale invece al 1865 il rinvenimento di reperti di un tempio a <em><strong>Montorio</strong></em>, dedicato a <strong>Ercole, </strong>in particolare un’iscrizione musiva con indicati i tre personaggi che ne avevano curato la costruzione e i nomi di <em>Pompeo e Licinio</em> che furono consoli nel 55 avanti Cristo, anno al quale si può datare il tempio. Anche il tempio di <em>Montorio</em>, come quello di <em>Crognaleto</em>, anche se più a valle, si trova lungo il corso del <em>fiume Vomano,</em> verso il quale doveva esservi l’ingresso con due vani, uno dal pavimento in mosaico, l’altro in cocciopesto, e intonaci parietali decorati in rosso e fasce bianche. Da un’iscrizione risulta che alla devozione per Ercole si aggiunse quella per <strong>Venere, e</strong> anche qui le indagini più recenti, tra il 1990 e il 1994, hanno accertato la preesistenza di un tempio ben più antico, risalente al II secolo avanti Cristo, e l’utilizzazione fino al II secolo dopo Cristo. Gli accertamenti si fermano a questo punto, nulla è risultato nel periodo medioevale, e non vi sono segni di un’utilizzazione per il culto cristiano.</p>
<p><em><img class="alignnone size-large wp-image-6192" title="Te_cma_22" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/Te_cma_22-487x600.jpg" alt="" width="487" height="600" /><br />
Busto virile</em>, da una villa del territorio teramano.</p>
<p><strong>Le ville rustiche del teramano nei reperti esposti al Museo</strong></p>
<p>Dall’abitato urbano, nell’epoca romana composto di <em>“insulae” -</em> l’equivalente dei moderni condomini a più piani &#8211; passiamo alle <strong>ville rustiche </strong>che si trovavano in campagna ed erano funzionali alla produzione agricola. Nel territorio teramano erano poste alle pendici delle colline e nella fascia costiera; presentavano tre parti distinte sia come ubicazione sia come composizione e funzioni. La parte cosiddetta <em><strong>“urbana</strong></em>” è la residenza del proprietario o di chi conduce il fondo, pertanto ha tutte le dotazioni per il soggiorno; in quella <em><strong>“rustica”</strong></em> ci sono le stanze per schiavi e servi; la parte <em><strong>“fructuaria” </strong></em>era adibita all’attività produttiva e conteneva i relativi apparati: potevano esserci le vasche per pigiare l’uva e far fermentare il mosto, i torchi per la spremitura, il frantoio, la <em>cella vinaria</em> e i <em>vasa olearia</em> fino ai magazzini per cereali e foraggi.</p>
<p>Lo troviamo testimoniato dai reperti della <strong>villa alle Muracche </strong>di <em><strong>Tortoreto</strong></em><em>,</em>sulla collina a metà tra la costa e l’abitato, una villa rustica di oltre 3700 metri quadrati la cui parte <em>“fructuaria”</em> accedeva direttamente ai terreni coltivati: tra l’altro è stato rinvenuto un frammento di una testa di leone nella cui bocca finiva la <em>“fistula” </em>di piombo dove scorreva il liquido vinoso nella lavorazione; l’attività era così intensa che fu raddoppiata la capacità delle vasche per un nuovo vitigno molto produttivo.</p>
<p>La parte <em>“urbana” </em>guardava il mare, con un portico e un giardino di cui restano dei plinti e parte del muro di recinzione. Dal peristilio si accedeva agli interni con il pavimento nel comune mosaico bianco e nero ma nella rappresentanza c’era un prezioso disegno centrale in <em>opus sectile</em>, il pregiato e costoso intarsio marmoreo; non mancava un’esedra e in una camera da letto c’erano due alcove e il <em>”vestiarium”.</em> La vastità della villa ha fatto ipotizzare l’esistenza di un secondo appartamento per gli ospiti, intorno a un peristilio.</p>
<p>A parte le ipotesi, vi sono delle evidenze importanti che si aggiungono al frammento di testa di leone citato e ai resti delle murature; proprio in queste e nello riempimento sono stati trovati molti frammenti di anfore vinarie che riportano all’inizio del I secolo avanti Cristo e confermano l’importanza di questa produzione nella zona; anzi, un’ansa di anfora vinaria rinvenuta aveva il bollo del fabbricante di Rodi, che ha dato la prova dell’importazione di vino da tale località tra il 220 e il 180 avanti Cristo, gli anni in cui risulta che operasse il citato produttore di anfore.</p>
<p>Resti di anfora italica e africana da trasporto sono tra i 35 pezzi esposti, tra cui fregi per rivestimento e oggetti di uso quotidiano, ciotole e coppe, bicchieri e anelli e vari tipi di lucerne.</p>
<p>Monete sparse nelle zone che venivano abbandonate emerse con gli scavi fanno datare il decadimento della villa fino alla demolizione della parte <em>“urbana”</em> nel IV secolo dopo Cristo; mentre conchiglie e ostriche, aghi per reti e pesi fanno ritenere che fosse praticata anche la pesca; la parte <em>“fructuaria”</em> fu attiva fino al V secolo dopo Cristo, convertita dalla produzione di vino a quella di olio.</p>
<p>Nei resti delle fondamenta è stata trovata la tomba degli ultimi abitanti della villa, che risale al V-VI secolo dopo Cristo, a cappuccina con lanterna, nei pressi altre tombe senza alcun corredo funerario.</p>
<p><img title="teramo-museo-archeologico-4345b" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/teramo-museo-archeologico-4345b.jpg" alt="" width="600" height="411" /><br />
<em>Gruppo del Ciclope con le sue vittime, </em>dalla villa alle Muracche di Tortoreto.</p>
<p><strong>I rapporti con Roma. L’anfora, “il container del passato” e la ceramica, anche del presente</strong></p>
<p>L’immagine della villa sulla quale cala il sipario ci fa chiudere la cavalcata <em>“con il Museo attraverso i luoghi e il tempo” </em>come si intitola la guida molto documentata e compilata con cura della quale si consiglia la lettura, è una miniera di notizie organizzate per tematiche e località che può accompagnare utilmente la visita, peraltro assistita dai cartelli che consentono passo per passo di inquadrare i reperti nel loro contesto.</p>
<p>Ne abbiamo descritto alcuni momenti, ma ci sarebbe tanto altro da dire sui rapporti con Roma, ai quali è dedicata una sezione, con la colonia latina di <strong>Hatria</strong>, l’odierna <em>Atri</em>, e quella romana di <strong>Castrum Novum</strong>, fondate dopo la conquista del territorio, siamo poco oltre il 300 avanti Cristo.</p>
<p>Il collegamento avveniva attraverso la <strong>Via Caecilia</strong>, che coincideva solo nella parte iniziale con la <em><strong>Salaria</strong></em>, realizzata da Augusto molto dopo, alla fine del I secolo; superato <em>Interocrium </em>l’itinerario piegava per <em>Amiternum,</em> l’odierno San Vittorino, e seguiva un tracciato attraverso l’attuale valico delle Capannelle fino a Montorio, oggi la “vetrina del parco” del Gran Sasso e Monti della Laga dove prendeva due direzioni diverse: per <em>Interamnia Praetutiorum </em>e per<em> Hatria</em>, cioè Teramo e Atri, poi proseguiva fino alla costa. L’esistenza della <em>via Caecilia</em>, citata in un’epigrafe rinvenuta a <em>Porta Collina</em>, trova conferma nei ritrovamenti di appositi “miliari” lungo l’itinerario, come quello di <em>Amiternum </em>e l’altro conservato a <em>Poggio Umbricchio</em>. Il tracciato è rappresentato in una grande planimetria del Museo con le località che venivano attraversate all’epoca.</p>
<p>Che i contatti con Roma fossero stretti lo dimostrano anche le monete rinvenute, inserite materialmente nei cartelli illustrativi. Provenivano dalla zecca romana, se così la si può chiamare, oppure<em> </em>circolavano solo localmente, come le monete di <em>Hatria</em>, prodotte in serie di molti pezzi dai vari valori. Dell’età repubblicana, tra il III e il I secolo avanti Cristo, troviamo il didramma e l’asse, il denario e il vittoriato; dell’età imperiale, nei primi due secoli dopo Cristo, oltre all’asse, il sesterzio e il dupondio, nei due secoli successivi, con il sesterzio, l’antoniniano e il follis. I reperti provengono soprattutto da San Rustico di Basciano, dalle Muracche di Tortoreto e da altri siti.</p>
<p>Nelle citate colonie romane del Piceno presto sulla funzione militare prevalse quella civile, sorsero gli edifici pubblici, il foro e le terme, il teatro e l’anfiteatro, le sepolture avvenivano ai bordi delle strade fuori degli abitati: tutto questo lo abbiamo descritto nello scorso <em><strong>“venerdì di Archeorivista”</strong></em> a proposito della <em>storia della città </em>alla quale si salda la <em>storia del territorio</em> di cui è il cuore. Si sviluppano traffici anche per via fluviale e marittima, e sulla costa si producono i contenitori più adatti, in particolare le anfore.</p>
<p>Ci attira la definizione dell’<strong>anfora, “il container del passato”</strong>, e ci colpisce la varietà dei reperti esposti nel museo per forme e dimensioni, prodotti nelle località dalle quali occorreva trasportare la merce di cui erano i “container”; una fornace per produrle nel <em>Castrum Novum</em> si trovava a <em>Cologna Marina. </em>Spesso ai fondi agricoli erano annesse officine per tornire l’argilla e imprimervi nomi, lettere e simboli. Il rivestimento era di resina e i tappi di foggia e fattura diversa con sigilli di pece e argilla, c’erano pure i cordini di sicurezza.</p>
<p>Perché chiamarle”container”? Viene fornita la spiegazione, le navi ne trasportavano da tremila a diecimila, di qui l’equiparazione ai trasporti moderni; per lo più venivano collocate nella stiva, fissandone la punta sulla sabbia e incastrandole tra loro. A questi traffici si riferisce un’epigrafe trovata a <em>Ostia Antica</em> che parla dei <em>Navicularii Maris Hadriatici,</em> in pratica i trasporti dal medio Adriatico, sulla cui costa alla fine del I secolo avanti Cristo si producevano le anfore per vino e olio, prodotti a loro volta dalle colture agricole della zona, cioè l’<em>ager praetutianum </em>per il territorio teramano come risulta dai reperti. Ne sono esposte una decina, due molto incrostate, altre due grandissime utilizzate per questi trasporti.</p>
<p>Dopo le grandi anfore, la nostra attenzione è calamitata da una piccola brocca, di insolita quanto squisita fattura con decorazione policroma e figure in rilievo, proveniente da <strong>Santa Maria Aprutiensis,</strong> di cui abbiamo raccontato la visita nel <em><strong>“venerdì di Archeorivista”</strong></em><em> </em><strong> </strong>precedente quello sul Museo. Dai trasporti marittimi di derrate veniamo calati nella vita domestica alla vista del corredo per la tavola che trova nella ceramica il materiale di elezione trattato con tecniche particolari tra il Medioevo e il Rinascimento, come risulta anche da affreschi e dipinti dell’epoca che nell’<em>Ultima cena </em>e nelle <em>Nozze di Cana </em>inseriscono vasellame le cui origini sono nei reperti. Vengono ricordate le tre tecniche della ceramica <em>invetriata,</em> <em>ingobbiata </em>e <em>smaltata</em> con il rivestimento vetroso applicato rispettivamente dopo la prima cottura, con un bagno intermedio tra le due cotture, o con l’aggiunta di stagno nella vetrina ottenendo un fondo bianco.</p>
<p>Sono stati trovati veri giacimenti di ceramica medievale di cui sono esposti esemplari di grande qualità e valore storico, ad <em><strong>Atri</strong></em><em> </em>e<em> </em><em><strong>Campli</strong></em><em>,</em><em><strong> Corropoli </strong></em>e<em> </em><em><strong>Civitella, Giulianova </strong></em>e<em><strong> Tortoreto</strong></em><strong>; </strong>fino a<em> </em><em><strong>Castelli</strong></em> dove nel XVI secolo la lavorazione di maioliche raggiunse alti livelli e una vasta notorietà, che continua oggi nel mercato internazionale con riconoscimenti ai suoi pregi artigianali e artistici.</p>
<p>Vediamo nelle vetrine del Museo i tre tipi di ceramica lavorata, da <strong>Grotta Sant’Angelo</strong> e <strong>Castrum Novum </strong>quella ingobbiata e graffita, ma mentre nella prima località non vi sono tracce di produzione locale, nell’odierna Giulianova si sono trovati scarti di lavorazione e frammenti di biscotto; la tecnica graffita consiste nell’incidere con un punteruolo e poi colorare il disegno prima della vetrina e seconda cottura. A <em>Castrum Novum </em>troviamo esposto un assortimento di lucerne, che si aggiunge ai citati ritrovamenti nella <em>villa alle Muracche </em>nel confermarne la produzione locale.</p>
<p><strong>Dall’Antro di Polifemo all’Elmo di Montepagano, poi si torna a Santa Maria Aprutiensis</strong></p>
<p>Finora potrebbe sembrare che è tanto smisurato il tempo intercorso tra i reperti e la nostra dimensione che c’è poco spazio per l’avventura e la fantasia, come per la memoria. Non è così, se il nostro racconto lo fa pensare vuol dire che non abbiamo espresso i sentimenti profondi che suscita la vista dei reperti: la mente vola in alto, la fantasia serve a ricostruire virtualmente il lontano passato e con essa la memoria che scava nei ricordi di scuola e in quanto l’esperienza ci ha offerto.</p>
<p>Tutto questo trova due momenti di emozionante verifica: all’improvviso sembra di entrare nell’“A<strong>ntro di Polifemo</strong>”, c’è l’ambientazione adatta, ci si sente attirati verso le sculture che mostrano la scena rimasta nella memoria, Ulisse e i suoi uomini che conficcano il palo nell’occhio del Ciclope, poi altri gruppi in terracotta. Appartenevano alla già ricordata <strong>villa alle Muracche </strong>presso <em><strong>Tortoreto</strong></em>, ne abbellivano il <em><strong>ninfeo</strong></em> unendo queste scene all’offerta del vino e alle muse, come nella <em>Domus Aurea</em> di Nerone: sono esposti un torso maschile, una statua virile e la statua di Ulisse; poi tre muse, dal bel panneggio: <em>Calliope</em> per la poesia epica, <em>Euterpe</em> per i cori della tragedia ed <em>Erato</em> per la poesia d’amore. Tutte statue acefale, che proiettano nel mondo del mito e riportano la memoria all’opera omerica che più delle altre muove sentimenti e fantasia.</p>
<p>Qualcosa di simile per l’<strong>Elmo di Montepagano,</strong> con le sue fasce oblunghe che illustrano scene epiche, esposto in una riproduzione, anzi una ricostruzione che è una vera copia d’autore. Fu rinvenuto nella località vicino <em><strong>Roseto </strong></em>in una pentola di rame con dentro ossi di cavallo e vari oggetti. Di qui le dotte analisi degli archeologi e degli storici si sono esercitate nella datazione, fatta risalire al 538 perché in tale anno, secondo lo storico <em>Procopio</em>, avvenne lo scontro tra i bizantini e gli ostrogoti che occupavano il Piceno.</p>
<p>Sulla vicenda che ha portato l’elmo nel luogo del ritrovamento, trattandosi di un armamento barbarico forse appartenente a un guerriero gotico, si è giunti alla conclusione che ci fu una fuga precipitosa, interrotta dalla perdita del cavallo, e tale accidente costrinse il cavaliere ad abbandonare parte dell’armatura. In merito alla produzione dell’elmo, oggi si ritiene avvenisse nell’impero romano d’Oriente mentre in passato si credeva potesse essere ottenuta anche nelle botteghe romano-barbariche presenti in Italia nel VI secolo. Si tratta di sei fasce verticali montate su un’intelaiatura con una piastra in bronzo che le tiene ferme nella parte superiore e con una parte anteriore in ferro e rame dorato decorato a ramo di vite.</p>
<p>Dopo la vicenda omerica e il cavaliere appiedato, rivediamo la brocca di <strong>Santa Maria Aprutiensis</strong> di cui abbiamo ammirato rilievi e fattura, che ci riporta alla prima visita agli scavi dell’antica cattedrale. Scendiamo al piano inferiore, guardiamo di nuovo i quattro <em><strong>plutei </strong></em>che spiccano nel buio della sala sotto i coni di luce dei riflettori, mentre scorre il video con la ricostruzione virtuale della basilica, riviviamo la cronaca che diventa storia dalle parole del vescovo e dall’immagine del barbaro che dà fuoco al legno accatastato all’interno.</p>
<p>Il luogo dove questo avvenne è vicino, ci separa soltanto <em><strong>Piazza Martiri della Libertà </strong></em>e il <em><strong>Duomo</strong></em>. Dopo essere passati per le ere millenarie stiamo per rientrare nella contemporaneità. Usciamo dalla visione della storia che è una macchina del tempo su cui tutti dovrebbero salire; e lo vorrebbero senza alcun dubbio, se ne conoscessero il fascino.</p>
<p>Un modo per conoscerlo è fare come noi, visitare il <strong>Museo Archeologico</strong> nella via parallela al<em><strong> Corso San Giorgio</strong></em>, nel cuore di Teramo, per di più è gratuito e aperto anche nei giorni festivi. I giovani teramani e gli studenti universitari che affollano il Corso e siedono sui gradini della facciata posteriore del Duomo che dà sulla piazza vi possono trovare un luogo di elezione per incontri e discussioni. Si tratta di conoscere, e in un certo senso di rivivere, quello che <strong>Paola De Felice</strong> chiama <em><strong>“il vissuto dei nostri progenitori”</strong></em> E non è poco.</p>
<p>Ai giovani che abbiamo evocato e a tutti gli altri ci sentiamo di dire: cosa si aspetta a fare della visita al Museo Archeologico un simpatico e coinvolgente complemento dello “struscio” cittadino, per quanto resta dell’antica abitudine, nella “calle major” del capoluogo di provincia abruzzese? Con il rispetto dovuto al luogo, ma anche con la familiarità che si deve sentire per qualcosa che fa parte della nostra storia personale e quindi della nostra identità. Della nostra stessa vita.</p>
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		<title>Teramo, Museo Archeologico: dai reperti la storia della città</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Nov 2010 12:40:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Romano Maria Levante</dc:creator>
				<category><![CDATA[venerdi di ArcheoRivista]]></category>
		<category><![CDATA[Teramo]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo la visita ai resti di <strong>Santa Maria Aprutiniensis</strong>, che abbiamo raccontato nel<strong> “venerdì di Archeorivista” </strong>della scorsa settimana, ci immergiamo ancora di più nell’archeologia teramana visitando il <strong>Museo Archeologico di Teramo</strong>, intitolato a <strong>Francesco Savini</strong>, il grande archeologo artefice degli scavi rivelatori di fine ‘800 e primi del ‘900: tali scavi hanno riguardato la <em>domus</em> sotto il proprio palazzo e la citata<em> antica Cattedrale</em>, il <em>Teatro romano </em>e l’<em>Anfiteatro</em>, il <em>chalcidicum </em>e la costruzione circolare vicino a <em>piazza Verdi,</em> le terme di<em> casa Castelli</em> e la <em>piscina natatoria</em>.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6070" title="Teramo, Civico Museo Archeologico, sala dei reperti romani al piano terra" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/foto-4-novembre-031.jpg" alt="" width="336" height="500" /><br />
Musa con panneggio.<span id="more-6051"></span></em></p>
<p>Sono tessere fondamentali del mosaico della città romana cui si sono aggiunti i reperti degli scavi degli ultimi cinquant’anni, dalla <em>Torre Bruciata</em> alla<em> Madonna della Cona</em>, da <em>Porta Carrese</em> al <em>largo Madonna delle Grazie</em> e nella <em>parte meridionale</em> dell’antica <em>Interamnia</em>. Ha preso corpo così la conformazione originaria dell’abitato cittadino e la fisionomia della città oggetto di accurati studi nelle varie fasi da parte degli storici <strong>Mutii</strong> e <strong>Brunetti n</strong>el XVI-XVII secolo, <strong>Delfico </strong>e <strong>Nicola Palma</strong> nel XVIII fino al XIX con <strong>Pancrazio Palma</strong> e <strong>Bernabei</strong>, <strong>Pannella</strong> e <strong>Savorini,</strong> oltre al citato <strong>Francesco Savini</strong> con i risultati delle proprie ricerche archeologiche</p>
<p>Ricordati doverosamente questi protagonisti della ricostruzione storica, premettiamo che i musei tradizionali non hanno l’<em>appeal</em> che attira il visitatore. La loro aridità spesso è addirittura proporzionale alla ricchezza dei materiali esposti, spesso affastellati in bacheche fredde e senza vita, per questo la parola museo è diventata sinonimo di vecchio e stantio. Il <strong>Ministero per i Beni e le Attività Culturali</strong> ha posto al centro della nuova strategia di valorizzazione lo svecchiamento dei musei, con il miglioramento non solo dei servizi ma anche dei modelli espositivi; la trasformazione è in corso, ne dà conto periodicamente il direttore generale per la valorizzazione dei Beni culturali <strong>Mario Resca.</strong> E’ mancata finora la cosiddetta “contestualizzazione”, che permette di inserire virtualmente i reperti esposti nel loro ambiente in modo da poter ricostruire idealmente le civiltà sepolte che gli scavi archeologici hanno portato alla luce alimentando le ricerche degli storici.</p>
<p><strong>La storia di Teramo attraverso i reperti del Museo</strong></p>
<p>Non è questo il caso del <strong>Museo Archeologico di Teramo </strong>dove, anzi, le parti sono meritoriamente rovesciate. Al centro dell’attenzione del visitatore viene collocata la ricostruzione storica e ambientale con la collocazione dei numerosi e preziosi reperti all’interno di un percorso documentato nei dettagli e soprattutto percepibile con assoluta chiarezza. E’ un pregio non consueto soprattutto nel mondo dell’archeologia, dove il linguaggio gergale per addetti ai lavori è la norma; anche a questo riguardo dalle istituzioni preposte vengono finalmente sollecitazioni a usare un linguaggio comprensibile al grande pubblico, nella linea di<strong> Piero Angela</strong>: rigore nei contenuti, semplicità nella forma. Così il pubblico dell’archeologia può crescere, come abbiamo riscontrato a Roma dai visitatori degli ipogei: nei gruppi organizzati da <strong>www. info.roma. it </strong>persone di ogni età, con presenze giovanili e di intere famiglie, ragazzi compresi attenti alle spiegazioni della guida.</p>
<p>Seguiamo, dunque, il percorso che ci propone il Museo intitolato a <strong>Francesco Savini,</strong> cominciando dal circuito museale che ricostruisce la storia della “<strong>Città di Teramo” </strong>al piano terra dell’edificio.</p>
<p>Quella che il Museo ci fa ripercorrere “attraverso i luoghi e il tempo” &#8211; come recita lo slogan che apre la documentata guida &#8211; è una storia affascinante, tocca i principali aspetti che interessano la vita delle persone come individui e nelle aggregazioni urbane e sociali. Si inizia dalle radici più antiche che si perdono nella notte dei tempi, dove i reperti sono scarsi ma significativi, entrando nel vivo della narrazione storica con l’epoca romana, poi passando al Medioevo seguendo le tracce sempre più numerose e significative lasciate dai nostri progenitori.</p>
<p>Scorrere questa storia equivale a riviverla, la visita al Museo diventa una ricerca delle propria identità, si passano in rassegna nomi e luoghi che fanno parte della vita di tutti i giorni ma al Museo rivelano il loro passato che per i teramani diventa parte di una memoria da custodire con cura e attenzione. In questo spirito raccontiamo il nostro percorso all’interno del Museo.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6072" title="foto 4 novembre 032" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/foto-4-novembre-032.jpg" alt="" width="600" height="452" /><br />
Capitelli</em></p>
<p><strong>Dai reperti la cornice storica dell’epoca romana e medievale</strong></p>
<p>Una certa emozione si prova nel leggere che nelle località appartenenti alla vita quotidiana dei teramani, come La <em>Madonna della Cona </em>e la <em>Madonna delle Grazie</em>, sono stati rinvenuti reperti dell’<strong>Età del Bronzo</strong>, vale a dire di due millenni avanti Cristo. Due rinvenimenti molto distanti nel tempo, il primo dell’’800 riguarda una lama triangolare che deve essere appartenuta a un pugnale o a un’alabarda, il secondo recente, del 1997, nello sbancamento per una nuova costruzione a Campo Fiera che ha portato alla luce depositi ceramici evidentemente usati per livellare il terreno, di un’epoca tra la fine dell’era più antica e gli inizi dell’<strong>Età del Ferro</strong>, tra il IX e il V secolo avanti Cristo. Risalgono alla notte dei tempi i ritrovamenti a <em>Largo Madonna delle Grazie</em>, <em>Viale Bovio</em> e alla <em>Madonna della Cona-Ponte Messato </em>con reperti di natura funeraria monumentali, definiti “a circolo e fossa centrale”, corredi del VII-VI secolo come la collana di bronzo e ambra con piccole anatre di <em>Ponte Messato</em> di straordinaria qualità per raffinatezza e precisione nella fattura.</p>
<p>E maturata la convinzione che il primo insediamento abitativo fosse situato nella parte inferiore della terrazza naturale formata dalla confluenza dei due fiumi <em>Tordino </em>e <em>Vezzola </em>nella zona della <em>Madonna delle Grazie</em> e poi si fosse esteso verso occidente favorito dalla conformazione del terreno. Si è delimitato il nucleo originario sulla base dell’orientamento delle tombe rinvenute, lungo l’asse da <em>Viale Bovio</em> alla <em>Madonna della Cona</em> che si estende alle <em>vie Carducci </em>e <em>Delfico.</em></p>
<p>I reperti, naturalmente, si moltiplicano nell’epoca romana, compaiono le denominazioni <em>Interamnia </em>e <em>Praetutii</em>, la prima identifica la collocazione <em>inter amnes</em>, tra i fiumi, la seconda indica la popolazione italica insediata nel tratto appenninico tra i fiumi ben presenti oggi <em>Vibrata</em> e <em>Vomano</em>. L’abitato nasce come <em>“conciliabulum”</em>, cioè sede di incontri e scambi, e diventa <em>“municipium”</em>, il suo sviluppo deriva dalla posizione centrale tra <em>Amiternum </em>e <em>Castrum novum</em>, tra la montagna e il litorale, e lungo la pedemontana di <em>Hatria </em>e Asculum, che corrispondono alle ben note località rispettivamente di San Vittorino e Giulianova, Atri e Ascoli Piceno.</p>
<p>Mentre nel III secolo avanti Cristo gli abitanti <em>Praetutii</em> furono alleati di Roma, nel I secolo sembra che le fossero ostili tanto che alla posizione di municipio si aggiunse quella di colonia per i veterani; con la perdita dell’autonomia fu inserita da Augusto nel <em>Picenum </em>e compresa da Diocleziano nel <em>Piceno suburbicario</em> con l’antico nome di <em>Interamnia</em>.</p>
<p>La città delle origini mostra due zone distinte, a oriente quella più antica e a occidente la più moderna, con il <em>decumanus </em>corrispondente all’odierno <em>Corso Cerulli</em>; piuttosto che questo aspetto, si tende a valorizzare l’unitarietà della struttura abitativa dal <em>Monastero delle Grazie</em> all’asse tra la via dell’<em>antica Cattedrale</em> e il<em> monastero di San Giovanni</em>. Non sono pervenuti resti delle mura poste a ovest, dato che a est c’erano alcune barriere naturali. Vi si trovavano i principali edifici pubblici, in particolare il <em>Teatro </em>e l’<em>Anfiteatro</em>. Tra le residenze private le <em>domus </em>signorili sotto il <em>palazzo Savini</em> e al <em>largo Torre Bruciata</em>, al <em>largo dei Tribunali </em>e al <em>largo Madonna delle Grazie</em>.</p>
<p>Le invasioni dei Visigoti dell’inizio del V secolo che fecero crollare l’impero romano colpirono pesantemente la città; la ritroviamo soltanto all’inizio del VII in una missiva di Gregorio Magno relativa all’intero <em>Aprutium.</em> Poi passerà dal marchese di Fermo all’esarca di Ravenna, nella sfera di influenza del papato. Di nuovo i barbari dopo tre secoli, questa volta sono i Longobardi, ai quali segue un tormentato passaggio da un ducato all’altro &#8211; prima Spoleto, poi le Puglie &#8211; fino all’ingresso nel Regno di Sicilia. Come avvenne per Roma, ma in misura molto minore, la città intorno all’anno 1000 si rinchiuse su se stessa restringendo di molto la parte abitativa che troviamo concentrata intorno all’<em>antica Cattedrale</em> del VII secolo, e dovrebbe comprendere la <em>Torre Bruciata,</em> il <em>Teatro </em>e l’<em>Anfiteatro</em>, tutti edifici pubblici utilizzati per la difesa.</p>
<p>Nel 1122 troviamo per la prima volta <em>Teramum, </em>e trent’anni dopo il saccheggio del conte di Loretello, che portò all’incendio della cattedrale di <em>Santa Maria Aprutiensis</em>. Seguì la ricostruzione cittadina a Nord, verso le vie Oberdan e Vittorio Veneto, ed est con un fossato in corrispondenza del largo Madonna delle Grazie. In pieno Medioevo, nel 1200 circa, i nuclei, cosiddetti “fuochi”, sono 400 e la città è dichiarata esente da imposizioni e balzelli per opera del vescovo Guido II.</p>
<p>Una storia molto movimentata nella quale non mancano situazioni difficili, come i continui passaggi di dominazione, ma neppure i momenti di autentica ripresa auspice il citato Guido II.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6073" title="foto 4 novembre 043" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/foto-4-novembre-043.jpg" alt="" width="600" height="407" /><br />
Una vetrina del Museo</em></p>
<p><strong>Gli edifici pubblici: il Foro e le Terme, il Teatro e l’Anfiteatro</strong></p>
<p>Nella visita al Museo Archeologico la ricostruzione storica è importante perché consente di inquadrare nel contesto i reperti che la documentano. Consideriamo quelli esposti e le ricostruzioni operate in base ad essi, iniziando dalle strutture pubbliche dove la popolazione si radunava.</p>
<p>I pannelli danno esaurienti spiegazioni, i reperti che accompagnano le descrizioni sono indizi che nell’insieme diventano prove. A volte sono inseriti nei pannelli stessi in una integrazione efficace e istruttiva. Ci sono reperti di grande evidenza, come le statue e i busti, i fregi e le suppellettili pervenute integre e frammenti che presi singolarmente sono modesti ma nel loro insieme eloquenti.</p>
<p>La prima ricostruzione storica riguarda il fulcro della vita cittadina, dove si svolgeva il mercato con gli scambi commerciali e dove insistevano gli edifici della vita politica e sociale, civile e religiosa. Non essendovi resti delle mura e permanendo incertezze sulla delimitazione ed estensione della città, non si è sicuri della collocazione del <strong>Foro</strong>, anche se i maggiori indizi sono per l’attuale <em>piazza Verdi</em> o del Mercato lungo l’asse da <em>via Sant’Antonio </em>a <em>largo Melatino</em> nel cuore dell’attuale nucleo urbano, dov’è l’area centrale con i maggiori reperti archeologici. Gli scavi per il Mercato nella fase iniziale del XX secolo e quelli in corso Cerulli hanno rivelato resti di colonne e capitelli corinzi che dovevano far parte dell’edificio posto al confine inferiore del Foro, mentre a delimitarlo nella parte superiore sembra ci fossero le <em>Terme </em>individuate a loro volta sotto la <em>casa Castelli.</em> Questi reperti spiccano nella prima sala: oltre alle colonne e ai capitelli ci sono grandi fregi dei quali è ricostruita la struttura portante, e troneggia una imponente statua acefala.</p>
<p>Le <strong>Terme </strong>erano riscaldate con il doppio pavimento, nella cui intercapedine circolava aria calda prodotta dai fuochi nel forni, come scrisse Mutii sin dalla seconda metà del XVI secolo, e c’è un’iscrizione sul restauro a cura di due magistrati <em>octoviri</em> dalla quale si ricava che fossero strutture pubbliche; ci sono resti delle vasche e dell’impianto di adduzione e deflusso delle acque, della piscina e del portico. Resti di terme private tra <em>corso de Michett</em>i e <em>via dei Tribunali</em>, <em>Porta Carrese</em> e <em>largo Madonna delle Grazie</em>. Un’iscrizione su pietra, esposta nel Museo, parla dell’apertura di queste terme ad alcune categorie, si citano <em>princeps </em>e<em> coloni, incolae </em>e<em> adventores. </em>Un’altra iscrizione riguarda la famiglia dei <em>Poppaei,</em> considerati benefattori della città con i due consoli del I secolo dopo Cristo impegnati nel migliorare l’assetto cittadino.</p>
<p>Ma è il <strong>Teatro di Interamnia </strong>la parte più spettacolare della struttura pubblica, nella sala del Museo c’è la statua acefala di <em><strong>Musa con panneggio</strong></em>, elegante e dalle linee armoniose che danno dinamismo alla figura, trovata nell’area del Teatro dove doveva essere collocata insieme al <em><strong>frammento di panneggio</strong></em> di altra musa; la mancata rifinitura posteriore fa pensare alla sistemazione in nicchie all’esterno, come avveniva nella seconda parte del I secolo avanti Cristo. Il Teatro, dell’età di Augusto, era di grandi dimensioni &#8211; il diametro quasi di 80 metri &#8211; i resti sono molto parziali ma pur sempre imponenti, riguardano la cavea per l’orchestra e la parte scenica, un’esedra centrale a semicerchio e due ai lati con le porte di accesso, e il posto per l’orchestra con il proscenio intervallato da nicchie. Sono rimaste in piedi sei maestose arcate in blocchi lapidei con la pietra angolare al centro dell’arco di volta, più delle arcate minori interne in mattoncini; dove le grandi arcate sono state perdute ci sono cumuli di massi lungo la curvatura. Un’idea dell’eleganza architettonica è data dai frammenti, pilastro e capitello, architrave e cornice, che si è cercato di ricomporre, oltre alla <em>Musa con panneggio. </em>Una costruzione imponente, tuttora alta sui 12 metri.</p>
<p>Fino al primo quarto del XX secolo si è creduto che l’<strong>Anfiteatro</strong> si identificasse con i resti del <em>Teatro</em>, poi si è riusciti a identificarlo dopo averlo isolato da superfetazioni che nascondevano ciò che era sopravvissuto alle demolizioni nella costruzione del Duomo e del Seminario. E’ rimasto un muro arcuato lungo oltre 70 metri a testimoniarne l’imponenza: era di due ordini di arcate, con l’esterno in laterizio, blocchi di pietra a delimitare le aperture per gli ingressi laterali, semipilastri decorativi nella parte superiore, accesso ad arco sull’asse minore e tre archi adiacenti sull’asse maggiore, vi erano passaggi per entrare nelle gradinate retti da muti radiali scomparsi. Questo nella ricostruzione grafica del Museo. Non sembrano da attribuirsi all’Anfiteatro ma alla decorazione del Teatro, in particolare del portico e del fronte della scena, i rilievi in calcare collocati nei muri del Duomo che non hanno alcuna curvatura. La datazione è del II secolo dopo Cristo.</p>
<p>Siamo andati a rivedere i resti di <strong>Teatro</strong> e<strong> Anfiteatro</strong>, ben noti a tutti i teramani per trovarsi in una zona centrale molto frequentata, che purtroppo non è stata isolata quando si era in tempo, avrebbero costituito insieme un’area archeologica vasta e molto significativa. Siamo rimasti sconcertati per lo stato di abbandono dei due grandi reperti, l’<em>Anfiteatro</em> non reca alcuna scritta, i due vecchi cartelli ai lati estremi del <em>Teatro</em> che dovevano contenere una planimetria sono scoloriti e illeggibili, al punto che un visitatore con il pennarello vi ha scritto in modo ironico “Tutto chiaro, vero?”. Non è così che si trattano i Beni culturali, abbandonati per non dire maltrattati, lo segnaliamo al direttore generale del ministero <strong>Mario Resca </strong>responsabile della valorizzazione. Per fortuna la lapide marmorea con la scritta di D’Annunzio posta sulla parete esterna del teatro, resiste al tempo e all’incuria degli uomini ed è quanto mai eloquente: “<em>La ruina del Teatro d’Interamnia testimonia romanamente l’antica grandezza”; </em>e qualcosa di ben diverso e negativo per l’odierno degrado.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6074" title="Teramo, Civico Museo Archeologico, statua in marmo raffigurante Afrodite" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/foto-4-novembre-038.jpg" alt="" width="344" height="500" /><br />
Afrodite</em></p>
<p><strong>Le </strong><em><strong>domus </strong></em><strong>e le ville private: tipologia e struttura, decorazioni e resti</strong></p>
<p>Un’altra statua ci accoglie nella sala dedicata alle <em><strong>Domus </strong></em>e alle <strong>Ville romane</strong>, anch’essa acefala, raffigurante <em><strong>Afrodite</strong></em> con il panneggio dietro al corpo e portato avanti con la mano sinistra, scultura di grande fascino con la sua morbida sensualità; vicino un busto austero di <em><strong>Settimio Severo </strong></em>e altre sculture più piccole, teste o tronchi acefali come l’<em>erma bifronte </em>e il <em>satiro a riposo</em>, <em>Igea</em> e <em>Pan</em>, un <em>torso virile</em> e <em>Faustina</em>. Le erme erano poste nei giardini dove si passeggiava, le divinità nelle edicole, i satiri rimandano al culto di Dioniso, il tutto per esprimere la gioia di vivere.</p>
<p>Questi reperti fanno comprendere la ricchezza delle decorazioni dei peristili, i giardini porticati che nel II secolo avanti Cristo avevano sostituito la precedente planimetria basata su un atrio ed erano corredati da statue. Al pari dell’architettura, spesso le sculture poste nei peristili erano copia di opere greche, i soggetti esposti nel Museo sono del mondo teatrale e satiresco; le statue di divinità evocavano un mondo ideale, quelle all’interno divinità protettrici e ritratti di familiari illustri. Spesso c’erano fontane con <em>ninfe</em> e <em>tritoni</em>, fino ai giochi d’acqua dei ninfei. Afrodite era la protettrice dei giardini, è una perla del Museo questo reperto principe delle ville di <em>Interamnia.</em></p>
<p><em>Domus</em> particolarmente rappresentative sono state rinvenute nell’abitato teramano, nelle aree già citate per i reperti che vi sono stati rinvenuti: la <em>domus del Leone </em>e quella di<em> Porta Carrese</em>, la <em>domus di largo Torre Bruciata</em> e quella di <em>largo Madonna delle Grazie</em>.</p>
<p>La <em><strong>domus </strong></em><strong>del Leone, </strong>rinvenuta da <strong>Francesco Savini</strong> verso la fine dell’800 addirittura nello scavare le fondamenta del suo palazzo, prende il nome dal prezioso <em><strong>mosaico </strong></em>in <em>vermiculatum </em>posto sul pavimento nella parte centrale come <em>emblema </em>dell’abitazione, fatto di tessere molto minute che raffigurano una grande testa di leone che addenta un serpente con una cornice di ambiente naturale, il tutto all’interno di una decorazione geometrica con motivi floreali policromi. Oltre a questa perla di valore assoluto, la <em>domus </em>presenta altri motivi di interesse: i resti dell’atrio con pavimento in mosaico bianco recante elementi policromi in piccole tessere, il vano posto al centro, la vasca per raccogliere le acque. Nella descrizione del Museo sono citati i nomi latini, dall’<em>impluvium </em>al <em>tablinium </em>per gli ambienti, dallo <em>sculatum </em>all’<em>opus spicatum </em>per i pavimenti, oltre al<em> vermiculatum,</em> fa parte del fascino dell’archeologia la lingua con i reperti. E’ esposto un capitello ionico, del <em>mosaico del Leone</em> c’è solo la riproduzione perché è rimasto nel sito dove abbisogna di restauro.</p>
<p>Nella <em><strong>domus</strong></em><strong> di Porta Caprese</strong> entra un altro motivo dell’archeologia, l’evoluzione nel tempo: la descrizione del Museo parla di due fasi abitative a cui riferire i diversi ambienti, ne sono stati identificati cinque con ricche dotazioni di pavimenti: abbiamo il mosaico bianco e quello con tasselli a balza nera e intarsi di marmi policromi raffiguranti poligoni e la rosa dei venti, il mosaico bianco e nero a figure geometriche con motivi vegetali, fino al cocciopesto nella fase repubblicana. I resti di intonaci dipinti danno il senso della decorazione delle pareti, e sono esposti nelle vetrine in frammenti minuti che insieme al cocciopesto e agli altri oggetti allineati alla vista sono sufficienti a far lavorare la fantasia. Le murature sono di <em>opus incertum</em>, con ciottoli di fiume tagliati.</p>
<p>La <em><strong>domus </strong></em><strong>di largo Torre Bruciata</strong> è stata rinvenuta negli scavi per l’antica Cattedrale, l’abbiamo citata nell’ultimo “venerdì di Archeorivista” visitando l’area archeologica di <em><strong>Santa Maria Aprutiensis </strong></em>e riportando immagini dei pavimenti e delle decorazioni parietali. Era una <em>domus </em>a peristilio, sono visibili tre vani affiancati, la vasca per la raccolta delle acque, pavimenti e parti di decorazioni colorate rimasti tutti in sito. Viene datata tra il I e il II secolo dopo Cristo, allorché fu saccheggiata per poi seguire la sorte degli edifici abbandonati, usati come fonte di materiali oltre che di arredi per le altre costruzioni. I reperti sono comunque significativi, occupano tre vetrine con quattro piani di appoggio, c’è la <em>fistula </em>di piombo e frammenti con motivi vegetali, e poi oggetti della vita quotidiana, “mensa e cantina” come viene intitolato, e soprattutto una meridiana lapidea.</p>
<p>Quattro vetrine espongono gli oggetti rinvenuti nella <em><strong>domus </strong></em><strong>di largo Madonna delle Grazie, </strong>spiccano le numerose decorazioni degli “antefissi di terracotta” e un’erma in calcare, lucerne e intonaci parietali, piastrelle e tappi di anfore. Sembra di entrare nella vita della casa. E’ il risultato di scavi recenti, venti anni fa furono rinvenuti ambienti con murature e pavimenti del tipo di quelli prima citati; in due vani nella parte destra della <em>domus </em>il decoro è più elaborato, quattro delfini con caducei, cioè bastoni alati con serpi avvolte agli angoli, e una fascia intorno con motivi a rombi. Qui l’evoluzione nel tempo è ben più serrata delle due fasi di quella di Porta Caprese: con Augusto le costruzioni preesistenti di epoca repubblicana sono inserite in un peristilio, nel III secolo dopo Cristo si introduce un impianto con lavanderia e tintura dei tessuti impiegata fino al V secolo. E siamo sempre in epoca romana, non ancora nel Medioevo che tutto ingloberà e trasformerà.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6075" title="foto 4 novembre 042" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/11/foto-4-novembre-042.jpg" alt="" width="344" height="500" /><br />
Settimio Severo</em></p>
<p><strong>Il culto dei morti e delle divinità: Necropoli funerarie e Templi religiosi</strong></p>
<p>Non è eccessivo affermare che sono le <strong>Necropoli</strong> con il culto dei morti, oltre ai <strong>Templi </strong>con il culto divino, i punti forti dell’archeologia teramana. Anche nell’area di <em>Interamnia </em>vige la regola romana che abbiamo più volte ricordato nei “venerdì di Archeorivista”, di collocare i defunti al di fuori dell’abitato, non in luoghi nascosti bensì nelle strade di accesso affinché fossero visti e ricordati nelle epigrafi con la memoria del nome e delle opere cosicché il viandante potesse leggere e sapere.</p>
<p>Sulla <em>via Caecilia</em> verso <em>Amiternum</em>, l’odierno San Vittorino, c’era la necropoli di Ponte Messato alla Madonna della Cona, e un’altra necropoli era lungo la strada verso Castrum Novum, l’odierna Giulianova, o forse ce n’erano due perché vicino al fiume Vezzola sono state trovate urne di travertino che potevano appartenere a un ambiente funerario con tombe a fossa.</p>
<p>I reperti della <strong>necropoli </strong>sulla via per<strong> Castrum Novum,</strong> esposti al Museo, sono pochi ma significativi: un’iscrizione su pietra con i nomi di <em>Archipeta Eunuchus </em>e <em>Valeria Praetutiana</em>, in un’altra è citato <em>Quinto Poppeo</em>, il console di colonia e municipio che abbiamo ricordato all’inizio.</p>
<p>La <strong>necropoli </strong>di<strong> Ponte Messato </strong>alla <strong>Madonna della Cona </strong>è quella più ricca di reperti, riempiono forse dieci vetrine e contengono un campionario vario e completo di quanto potesse trovarsi contenuto in quei siti secondo il culto dei defunti e la concezione dell’al di là. E’ stata portata alla luce subito dopo il 1960 vicino alla chiesetta di campagna di <em>Santa Maria della Cona,</em> ma già negli anni ’50 molti reperti venuti alla luce durante gli scavi per le nuove costruzioni venivano asportati o gettati nel Tordino dove dovrebbero trovarsi tuttora nel fondo del fiume. Ce lo rivela l’amico Gianni Pirocchi, non è un archeologo ma un noto ingegnere teramano al quale in uno dei suoi primi lavori all’inizio degli anni ’70 i locali raccomandavano di far scavare con cautela le fondazioni per non rovinare reperti, poi non trovati; e aggiungevano che nel dopoguerra buttarli nel fiume era consueto.</p>
<p>L’area sepolcrale è antichissima, dal IX secolo avanti Cristo al periodo imperiale, ed è composta di due nuclei di sepolture monumentali, uno detto italico e l’altro romano. Quello italico comprende una zona con tombe a circolo e fossa centrale dotate di corredi funerari, un’altra zona lontana dalla prima che contiene fosse per neonati, cinque tombe per bambini e monumenti a circolo per i più grandi. Il nucleo romano della necropoli è costituito dai <em><strong>Mausolei</strong></em> collocati sulla <em>via Caecilia</em>, in pietra e marmo con fregi e timpani, e dalle tombe fatte di spazi o cippi appositi con le olle cinerarie. A seconda dei periodi storici c’era l’incinerazione o l’inumazione. I reperti dei Mausolei e delle tombe sono esposti in una diecina di vetrinette. Del mausoleo numero 4 alto tre metri sono stati recuperati frammenti a transenna e vi fu trovata una statua oggi scomparsa, il numero 5 aveva una ricchissima serie di frammenti di letto funerario in osso con figurazioni floreali, il numero 10 un’olla cineraria in vetro azzurrino. Reperti che sono dinanzi ai nostri occhi, quest’ultimo spicca per la fragilità e insieme la resistenza nei millenni; vediamo allineati fregi e iscrizioni funerarie, olle cinerarie e urne sepolcrali, vasi a cratere e anfore, due grandissime incrostate e due lisce, tante più piccole, un ritratto maschile e una testa femminile, unguentari e pedine da gioco con scacchiera,</p>
<p>Come per il <em>Teatro</em> l’icona simbolo è la statua della <em><strong>Musa con panneggio</strong></em> e per la <em>domus o villa con peristilio</em> la statua di <em><strong>Afrodite,</strong></em><em> </em>per la necropoli abbiamo la statua di <em><strong>Donna ammantata seduta </strong></em><strong>i</strong>spirata alla Pudicizia, che riconduce a modelli ellenistici del I secolo, avanti e dopo Cristo.</p>
<p>Dopo il culto dei defunti viene documentato dai reperti il <strong>culto delle divinità.</strong> Sempre nella zona della <strong>Madonna della Cona</strong> dieci anni fa sono stati trovati i resti di un <em><strong>tempio pagano </strong></em>dell’epoca repubblicana di stile romano con caratteri anche italici, un atrio con porticato, un ambiente centrale con pavimento a mosaico. Sugli dei ai quali si rivolgevano i culti religiosi le indicazioni che si hanno riguardano gli dei romani <em>Giunone</em> e <em>Marte</em> nonché <em>Silvano </em>e quelli italici come <em>Feronia,</em> dea dell’acqua e della terra poi anche salvifica, ed <em>Ercole</em>.</p>
<p>Per il culto cristiano spicca l’antica Cattedrale di <em><strong>Santa Maria Aprutiensis</strong></em>, di cui abbiamo raccontato la visita nel precedente “venerdì’ di Archeorivista”. Nel Museo sono conservati i <strong>quattro grandi plutei &#8211; </strong>perfettamente conservati nel loro orlato marmoreo con disegni che abbiano descritto &#8211; investiti da fasci di luce nell’oscurità, un vero spettacolo. Nella sala appaiono come <em>star</em>, c’è il video con la ricostruzione virtuale della Basilica, anche di questo abbiamo già dato conto.</p>
<p>Non ci resta che proseguire la visita al piano superiore, con i reperti rinvenuti nell’area provinciale in base ai quali viene ricostruita la <strong>“storia del territorio”</strong> dopo quella della città. La racconteremo in un prossimo <strong>“venerdì di Archeorivista”.</strong></p>
<p><em>Ph Romano Maria Levante, tutte</em></p>
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		<title>Teramo. Santa Maria Aprutiensis, l’antica cattedrale medievale</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Oct 2010 06:54:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Romano Maria Levante</dc:creator>
				<category><![CDATA[storia medievale]]></category>
		<category><![CDATA[venerdi di ArcheoRivista]]></category>
		<category><![CDATA[Teramo]]></category>

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		<description><![CDATA[I “venerdì di Archeorivista” si spostano a Teramo (Abruzzo), sui resti dell’antica cattedrale di Santa Maria Aprutiensis nel cuore del centro storico. Non si può dire che spuntino all’improvviso, come avviene invece per i ruderi del Teatro Romano, non lontani. Quelli della cattedrale occupano parte della piazza di Sant’Anna e sono protetti da una tettoia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I <strong>“venerdì di Archeorivista”</strong> si spostano a <strong>Teramo</strong> (Abruzzo), sui resti dell’antica cattedrale di <strong>Santa Maria Aprutiensis </strong>nel cuore del centro storico. Non si può dire che spuntino all’improvviso, come avviene invece per i ruderi del <strong>Teatro Romano</strong>, non lontani. Quelli della cattedrale occupano parte della piazza di Sant’Anna e sono protetti da una tettoia con un’incastellatura di tubi d’acciaio che sembra schiacciarne il delicato disegno planimetrico; il progettista ha voluto così, forse pensando al Louvre, ci dicono, tanto è vero che la copertura è di vetro come quella della “piramide” che però serve solo ad introdurre nella grande galleria parigina.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6015" title="foto agosto 2010 076" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/10/foto-agosto-2010-076.jpg" alt="" width="600" height="450" /><br />
Visione d’insieme dei ruderi.<span id="more-6012"></span></em></p>
<p>Non ci si può lamentare troppo per questo, è ben peggiore la “teca” di <strong>Meier </strong>che “protegge” l’<strong>Ara Pacis </strong>raggiungendo il doppio risultato perverso di diluire in un enorme spazio museale la delicata magia dello scrigno di pietra, raccolto nella sua perfezione, e di invadere lo spazio vitale della splendida chiesa barocca adiacente.<em> Quod non fecerunt barbari, fecerunt… </em>le archistar!</p>
<p>Qui l’effetto negativo è ben più limitato, la copertura non deborda e tutto sommato può rappresentare una sottolineatura del valore archeologico, quindi storico e artistico insieme, dell’area protetta. Adiacente ad essa la piccola <strong>chiesa di Sant’Anna, </strong>costruita su parte dei resti di una <em>domus</em> romana, denominata di Torre Bruciata, i cui muri esterni proseguono il tracciato della basilica delimitata da <strong>Via dell’Antica cattedrale</strong>, una normale strada pubblica dove un grosso cristallo sul piano stradale permette di vedere i resti sottostanti.</p>
<p><strong>La breve vita della basilica distrutta dall’incendio del 1155-56</strong></p>
<p>E’ una rarità nella toponomastica urbana la via aperta al transito che rivela ai passanti le <em>interna corporis </em>mostrando i resti degli antichi insediamenti che ne fanno la storia. Poi la vicina <strong>Torre Bruciata</strong>, singolare trovare nel nome il riferimento all’incendio che la investì e distrusse l’intera cattedrale devastando il quartiere del quale la torre era posta a presidio.</p>
<p>Per queste circostanze l’ubicazione, con altri tratti caratteristici nella storia dell’antica cattedrale, fa luce anche sulla storia della città e sulle sue modificazioni dall’epoca romana a quella medioevale.</p>
<p>Se un primo accenno a un vescovo <em><strong>Castri Aprutiensis</strong></em> è del <strong>601</strong>, per vedere citata l’antica cattedrale occorre arrivare a poco prima dell’anno <strong>900</strong>, mentre solo nel <strong>959</strong> è chiamata<strong> “S. Sedis Aprutina” </strong>e nel <strong>1027</strong> “<strong>Episcopium”.</strong> Resti architettonici nell’adiacente chiesa di Sant’Anna simili ai frammenti di pluteo rinvenuti portano la datazione della parte più antica all’<strong>VIII-IX</strong> secolo, mentre la struttura romanica, simile ad altre del teramano, ne colloca la ricostruzione all’<strong>XI-XII</strong> secolo.</p>
<p>Si interrompe presto la vita della basilica, un incendio la distrusse nel <strong>1155-56</strong> allorché i Goti misero a ferro e fuoco la città, si recuperò solo il nartece, tamponando l arcate del portico. Qui la storia dei luoghi di culto ha un’accelerazione, fu subito realizzata la chiesa adiacente di <strong>Sant’Anna </strong>con le strutture architettoniche rimaste in piedi, i materiali e fregi della cattedrale, depredata nel saccheggio dei suoi arredi preziosi; e si avviò la costruzione <em>ex novo</em>, e non ricostruzione in sito, della<strong> Cattedrale,</strong> l’odierno <strong>Duomo di Teramo,</strong> in un’area non lontana ma nettamente separata. Al suo completamento &#8211; avvenuto in due momenti, nel 1175 e dal 1268 al 1284 &#8211; vi furono traslate le spoglie di San Berardo conservate a Sant’Anna fin da quando era intitolata a <strong>San Getullio.</strong></p>
<p>Lo spostamento della sede della Cattedrale ha fatto preservare i ruderi, anzi risulta dagli scritti di <strong>Muzi</strong> che nel <strong>1590 </strong>fossero visibili, e nel <strong>1587 </strong>fossero state prelevate colonne, parti sepolcrali di travertino ed altro materiale. Le sepolture si riferiscono ad una destinazione funeraria dell’area, tra il VI e il <strong>XII </strong>secolo, mentre prima ancora, tra il <strong>IV</strong> e il <strong>V </strong>secolo, c’erano insediamenti abitativi residenziali. I motivi di tale mutamento di destinazione dell’area possono trovarsi nel restringimento dell’abitato medioevale e nell’adiacenza di un luogo di culto.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6018" title="S. Maria Aprutiensis - 1" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/10/S.-Maria-Aprutiensis-1.jpg" alt="" width="363" height="500" /><br />
Planimetria. </em></p>
<p><strong>La ricostruzione storica attraverso i successivi scavi</strong></p>
<p>Queste ed altre notizie ci vengono fornite dall’archeologa <strong>Daniela Sangiovanni</strong>, operatore didattico del Servizio educativo dei Civici Musei di Teramo mentre ci accompagna nella visita. La competenza è unita alla passione nel racconto delle campagne di scavi condotte negli anni Ottanta del secolo scorso dalla Soprintendenza Archeologica dell’Abruzzo e nell’interpretazione dei ruderi che si presentano sulla vasta platea dinanzi a noi. I dettagli sono importanti e cercheremo di non omettere gli elementi utili alla ricostruzione, anche se non vogliamo incorrere in troppo minuziose puntualizzazioni storiche e topografiche.</p>
<p>Dunque, i resti romani prima dell’insediamento religioso furono messi in luce da <strong>Savini</strong> alla fine dell’Ottocento, e si possono vedere all’interno della chiesa di Sant’Anna, sotto la strada pubblica prima citata e in due vani che sono stati identificati, uno dei quali presenta frammenti di mosaici del <strong>II-III</strong> secolo dopo Cristo. La canaletta sotto la strada e quella sotto la navata centrale dell’antica cattedrale mostrano il preesistente sistema di deflusso delle acque in un insediamento abitativo fino al <strong>IV-V </strong>secolo. Le sepolture funerarie trovate nella zona e le “tombe a cassone” rinvenute nel <strong>1898</strong> sotto la strada ora pubblica e poi nel <strong>1891</strong> quando fu costruito <strong>Palazzo Savini</strong>, indicano che la zona fu abbandonata dalle residenze in età medioevale e la destinazione religiosa favorì l’uso funerario fino al XII secolo, come risulta dai reperti rinvenuti.</p>
<p>Per quella che viene chiamata “fase romanica” della cattedrale si indicano i secoli <strong>XI-XII</strong>, come indica Savini ed è stato confermato dai ritrovamenti avvenuti con gli scavi del <strong>1983-84;</strong> di poco anteriore, secoli <strong>IX-X,</strong> la <strong>Torre Bruciata</strong> costruita su basi romane con “materiali di spoglio”.</p>
<p>E’ interessante la correzione di tiro tra le campagne di scavi di fine Ottocento e di fine Novecento. A Savini sembrava che la chiesetta di Sant’Anna fosse una delle due navate dell’antica cattedrale, ma molti aspetti non quadravano: l’ingresso in posizione anomala e le dimensioni troppo ridotte rispetto alle esigenze della città, i diversi livelli del piano di calpestio e delle tombe circostanti. Le ipotesi affermatesi con i nuovi scavi del Novecento, pur se concordavano nel considerare la chiesetta di Sant’Anna compresa nell’antica planimetria, modificavano quest’ultima: una grande chiesa a tre navate divise da colonne, con l’abside in evidenza, in un rettangolo di proporzioni 3 a 2 tra le dimensioni del piano, l’abside dietro l’altare maggiore posto come di norma dinanzi all’entrata.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6022" title="foto agosto 2010 082" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/10/foto-agosto-2010-082.jpg" alt="" width="600" height="450" /><br />
Pavimento</em></p>
<p>La chiesetta &#8211; continua la spiegazione dell’archeologa <strong>Daniela</strong> &#8211; fu ricavata nel lato che aveva resistito all’incendio, dov’era un nartece/portico o comunque un avancorpo posto in asse con l’abside dell’antica cattedrale, di cui sono ancora visibili le arcate nelle loro tamponature d’epoca; un rimedio d’urgenza alla distruzione del luogo di culto, in attesa della ricostruzione della grande cattedrale non <em>in situ</em> ma ad una certa distanza, le fonti dicono a cento passi dalla precedente. Così nacque il <strong>Duomo di Teramo</strong>.</p>
<p>Interessante il rilievo che i muri esterni della chiesetta di Sant’Anna da entrambi i lati sono coincidenti con quelli sempre esterni della basilica, e che il dislivello rispetto al selciato della strada esterna alla basilica è di 40 centimetri. La ricostruzione dei livelli, molto importante in archeologia, è stata operata anche nei riguardi della necropoli che confina con la parete sinistra, dove è stata rinvenuta una delle tombe più antiche; nella parete destra si conserva oltre al pavimento all’interno anche quello medioevale all’esterno</p>
<p>Rispetto ai più comuni rilievi archeologici, qui c’è la variante dell’incendio che la distrusse, e dà un contenuto diverso ai normali esami stratigrafici. Il sottofondo di tegole e altri frammenti era coperto da uno strato di cenere e carbone che ha comunque preservato i pochi materiali ritrovati e inoltre ha fatto ipotizzare che vi fossero travi e strutture di legno nel soffitto. Sono state le prime a cedere prima del crollo della copertura e del colonnato.</p>
<p>Purtroppo, la costruzione del Duomo in zona vicina alla cattedrale distrutta ha portato alla dispersione di gran parte dei materiali superstiti che sono stati riutilizzati; mentre al saccheggio si deve la sparizione del resto. Le circostanze dell’incendio sono particolarmente drammatiche perché concluse un vero assedio alla zona sacra dopo che furono superate le mura cittadine dalle milizie del <strong>conte Roberto di Loretello </strong>nella battaglia per il regno di Napoli; si accanì su Teramo che si trovava sulla direttrice verso Ascoli soprattutto per ostilità nei confronti di Guglielmo I, il re normanno della Sicilia. Per la forte resistenza opposta, il saccheggio dovette riguardare anche la cattedrale e si avanza l’ipotesi che l’incendio venisse appiccato per coprire la razzia di arredi e oggetti sacri, non consentita ai vassalli, pena l’annullamento di ogni obbligo da parte dei feudatari, cosa che il conte non poteva permettersi.</p>
<p>Questa ipotesi è validata dalla contiguità della torre di difesa, la prima ad essere incendiata tanto da assumere il nome di <strong>Torre Bruciata</strong>, realizzata a pianta quadrata con materiali presi da strutture romane, e saldata a delle mura che lasciavano fuori soltanto la Cattedrale: si pensi che lo spessore della muratura della torre &#8211; pianta di 8 metri per otto, alta dieci metri &#8211; è di un metro e venti, per comprendere come fosse un vero bastione di difesa contro le invasioni dei Goti alle quali si resisteva arroccandosi sulle mura romane e su quelle costruite per le chiese ed altri solidi edifici. La torre è inframmezzata di preesistenze romane e fa pensare alla cittadella di difesa per l’Episcopato.</p>
<p>Viene messo in rilievo che nell’utilizzazione di strutture romane per i nuovi insediamenti si sono mantenute le direttrici viarie preesistenti che restavano l’unico vincolo in una zona che nel <strong>IV-V </strong>secolo era stata abbandonata e poteva essere riedificata. Un altro avvertimento riguarda la possibilità di pervenire alla completa ricostruzione di quella chiamata la <strong>“pianta dell’Episcopio”</strong>: vengono deluse le aspettative dalla considerazione che le antiche strutture sono finite sotto i palazzi numerosi nella zona centrale, che oltre alla via Torre Bruciata riguardano Corso Cerulli.</p>
<p>Già la Via dell’Antica Cattedrale, come si è detto all’inizio, sovrasta antichità romane rese visibili dagli spessi cristalli; l’adiacente <strong>Palazzo Savini, </strong>restaurato di recente, a sua volta è un’area archeologica con il famoso <em><strong>”mosaico del Leone”,</strong></em><em> </em>un vero gioiello purtroppo in non buone condizioni che andrebbe restaurato.<strong> </strong>A <strong>Porta Carrese</strong> c’è un pavimento in <em>“opus sectile”</em>, fine intarsio marmoreo con il motivo della <em><strong>“rosa dei venti” </strong></em>e un mosaico con decorazioni geometriche; nella <strong>Domus</strong> di Via dei Mille, uno straordinario pavimento a mosaico raffigurante <em><strong>“Bacco”;</strong></em> poi i pavimenti in coccio pesto alla <strong>Madonna delle grazie, </strong>altra area di grande valore archeologico.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6021" title="S. Maria Aprutiensis - 2" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/10/S.-Maria-Aprutiensis-2.jpg" alt="" width="600" height="464" /><br />
Ambiente A, particolare della decorazione.</em></p>
<p><strong>La descrizione e i reperti dell’antica basilica</strong></p>
<p><em><strong>Murature</strong></em> e <em><strong>abside </strong></em>fanno emergere la struttura della cattedrale a tre navate, le due laterali più piccole di quella posta al centro coassiale con l’abside, e sfalsate di 20 centimetri. I muri esterni<em><strong> </strong></em>sono<strong> </strong>in <em>“opus incertum”</em> con tegole e mattoni romani, bollati con la sigla S del <strong>I secolo</strong> dopo Cristo. Gli intonaci interni erano decorati su diversi strati, con accorgimenti per superare le irregolarità del fondo, ma i supporti e piani posticci sono dovuti anche ai tre successivi restauri.</p>
<p>L’archeologa descrive gli ambienti oggi visibili, denominati A, B, C, pertinenti alla <em>domus</em> e non alla basilica paleocristiana: si affacciano sul peristilio, di cui si conserva una parte, con colonne in laterizio rivestite di stucco rosso e vasca al centro. L’ambiente B è quello centrale, con pavimento musivo bianco e nero e fascia perimetrale nera. Nell’ambiente A è stata rinvenuta la tomba 55 con pavimento in signino e inserzioni di tessere lapidee bianche, nell’ambiente C la tomba 54, con pavimento in cocciopesto, meno pregiato dei precedenti.</p>
<p>Un’anfora romana tagliata a due terzi della lunghezza e interrata doveva servire ad un uso sacrale purificatorio, come la piccola macina per cereali.</p>
<p>Scarsi i reperti delle <em><strong>decorazioni</strong></em>, peraltro attualmente non visibili. Da quanto rilevato dalla Soprintendenza in fase di scavo sembra che della navata destra ci siano resti di un affresco con piccoli motivi verde scuro fitomorfi su un fondo ocra; dell’abside analoghi motivi floreali su un fondo più chiaro sul giallo e macchie rosse, colori più vivi forse per calamitare meglio l’attenzione sul cuore del tempio.</p>
<p>Diversa anche la <em><strong>pavimentazione</strong></em>, sempre negli scarsi reperti rinvenuti: in cocciopesto marrone per le navate laterali, interrotto da due tombe nella parte vicina all’abside; in lastre di travertino locale per la navata centrale con un riquadro di mattonelle nel Presbiterio. Anche i particolari costruttivi sono differenti: nelle navate laterali un massetto inconsueto, un vespaio fatto di mattoni obliqui a 60 gradi nella sabbia e calce liquida; nella navata centrale nessuna massicciata di fondazione, solo un sottile strato di sabbia e calce, fragilità che ne ha compromesso la conservazione.</p>
<p>Il <em><strong>colonnato</strong></em>, che aveva un’unica provenienza, era in marmo greco con capitelli corinzi e un’aquila stilizzata. Lo si può rilevare nelle due colonne e capitelli recuperati da Savini e posti nell’altare maggiore della chiesa di Sant’Anna, e dagli altri reperti conservati nella stessa chiesa, tra cui una colonna che fu rinvenuta a terra nella navata sinistra.</p>
<p>Non molto altro è rimasto per l’utilizzazione già ricordata del materiale nella costruzione del vicino Duomo. Dalle fondamenta dell’intersezione tra la navata destra e quella centrale si rilevano segni della trasformazione di colonne in più grossi pilastri per reggere la copertura con uno spessore di mattoni e altro materiale. I resti di un divisorio nella zona dell’altare maggiore fanno pensare che vi fosse collocata la cappella di San Berardo distrutta dall’incendio.</p>
<p><em><em><img title="S. Maria Aprutiensis - 3" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/10/S.-Maria-Aprutiensis-3.jpg" alt="" width="492" height="500" /></em><br />
Ambiente B, pavimento, particolare della fascia laterale </em></p>
<p>Sotto l’altare l’<em><strong>ossario</strong></em> in mattoni e blocchi lapidei quadrati, con intonaco in cocciopesto, realizzato in epoca successiva per le spoglie recuperate dall’area sacra come reliquie da venerare, tanto che ci fu anche una traslazione nel Duomo. La conservazione nell’ossario fa pensare che fossero spoglie anonime, mentre nelle due tombe prima indicate dovevano esserci personaggi locali importanti, tali da giustificare la sepoltura singola e portare all’interruzione della continuità architettonica.</p>
<p>La <em><strong>navata sinistra </strong></em>è di particolare interesse perché il muro esterno corrispondeva alla preesistenza romana e vi è la presenza della vicina tomba cristiana a cappuccina, la numero 54, una delle più antiche tra quelle rinvenute, con pavimento in cocciopesto e tegoloni romani bollati.</p>
<p>Gli ambienti allineati con la chiesa consentono ulteriori rilevazioni di tipo costruttivo. Nel più grande le murature sono fatte con ciottoli di fiume inframmezzati da pezzi di travertino e mattoni e poco legante, stessa pavimentazione in cocciopesto delle navate laterali della basilica, di cui ci sono tracce nell’attacco ai muri. L’ambiente attiguo, più corto, presenta comparti molto piccoli, divisione successiva forse a servizio della zona adiacente adibita ad usi funerari.</p>
<p>Si tratta della <em><strong>Necropoli</strong></em>, dove sono state rinvenute molte tombe con lo stesso orientamento ma diversamente allineate senza corredi funerari, soltanto le fosse, la cui datazione, a seguito di analisi accurate, è stata ritenuta coeva alla cattedrale, tra il <strong>VII</strong> e il<strong> XII</strong> secolo. Nella appena citata tomba 54, a cappuccina, e nella 55, a cassone con altrettanti bolli, il piano di inumazione corrispondeva ai pavimenti dell’edificio romano posto nell’immediata prossimità della cattedrale.</p>
<p>Tra le <em><strong>tombe </strong></em>che occupavano una vasta area laterale, quelle lungo i muri della cattedrale erano in muratura con i soliti mattoni e tegole, coperte con lastre di pietra; venivano riutilizzate per accogliere altre spoglie quando erano realizzate in blocchi romani originali o rilavorati.</p>
<p>In conclusione, la collocazione della cattedrale all’interno di un complesso di cui utilizza alcune strutture murarie e lascia inalterato il sistema viario, e la realizzazione della necropoli adiacente a seguito del degrado e abbandono delle “domus” esistenti, ne fa una preziosa testimonianza storica.</p>
<p>La vasta superficie con le delimitazioni murarie e gli impiantiti ben delineati è un valore archeologico che va oltre i reperti espressamente rilevati. A parte le <em><strong>arcate</strong></em> e <em><strong>murature</strong></em> incorporate in quelle della citata chiesa di sant’Anna, e i materiali usati nella costruzione del Duomo, sono stati recuperati cinque <em><strong>plutei</strong></em><em> </em>in marmo bianco, di qui quattro tra 50 e 80 centimetri, con motivi geometrici in due e floreali-fitomorfi in tre. Gli altri reperti dello stesso materiale sono due <em><strong>pilastrini</strong></em><strong>, </strong>uno di 50 centimetri con una cornice a cerchi di nastro vimineo annodati con diagonali, l’altro di 10 centimetri circa con un capitello corinzio stilizzato; la parte finale terminale di una <em><strong>colonnetta</strong></em> scanalata tortile con decorazione a spirale e un <em><strong>blocchetto</strong></em> decorato con un fiore ad otto petali. Inoltre due <em><strong>transenne di finestra</strong></em>, di 70-80 centimetri circa, con decorazione a nastri viminei annodati a cerchi e rombi entro una cornice con treccia. Resta da citare il <em><strong>pilastrino</strong></em> di 50 centimetri in calcare decorato come quello in marmo delle stesse dimensioni.</p>
<p>Dai frammenti di reperto torniamo alla visione d’insieme della basilica come appare dall’area archeologica dinanzi a noi. Spettacolare nella sua composizione, monca nella sua mutilazione. E’ arduo immaginarne l’originale consistenza, anzi non ci si riesce ma non si resta con la frustrazione: soccorre la ricostruzione virtuale in base a quanto rilevato dagli studi di storici e di archeologi.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-6023" title="S. Maria Aprutiensis - 4" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/10/S.-Maria-Aprutiensis-4.jpg" alt="" width="600" height="411" /><br />
Plutei nel restauro.</em></p>
<p><strong>La ricostruzione virtuale</strong></p>
<p><strong>Daniela Sangiovanni</strong> ci mostra il video dove scorre il filmato con le tre navate ricostruite, e i principali protagonisti ad illustrarne la storia. C’è il vescovo, San Berardo, vestito dei paramenti che parla, il guerriero, Roberto di Loretello, con l’armatura che appicca il fuoco alla catasta di legno nella basilica; e ancora l’archeologo tramano Francesco Savini, il papa Gregorio Magno, nonché Virtus, l’architetto virtuale che accorre in aiuto al visitatore nella ricostruzione dell’antica basilica.</p>
<p>La macchina da presa gira intorno alle colonne dando la sensazione di percorrere le navate. Daniela, che ha partecipato alla realizzazione, illustra il lavoro dell’Istituto del restauro nel progetto voluto da Paola De Felice, direttore dei Musei civici di Teramo, realizzato dal CNR di Roma con una speciale School dell’University of California e finanziato da Arcus S.pA. e dalla Regione Abruzzo.<em> </em></p>
<p>“<em>Teramo una città vestita di virtuale</em><em>” -</em> questa la denominazione &#8211; comprende un percorso all’interno del Museo Archeologico e all’esterno nel sito di Torre Bruciata, con narrazione e visualizzazione in display di grandi dimensioni dei modelli di una delle realtà archeologiche teramane più importanti. Il progetto ha risonanza nazionale, è tra gli undici selezionati dall’Istituto per le Tecnologie Applicate ai Beni Culturali del Consiglio Nazionale delle Ricerche..</p>
<p>E’ un’iniziativa rimarchevole per rendere più decifrabile la lettura di un sito archeologico poco percepibile nella sua originaria consistenza non essendo rimasto nessun alzato, soltanto basi di murature. Ha il limite di restare esterno al sito, quasi fosse un film su un’altra, diversa basilica.</p>
<p>Ma proprio l’assenza degli alzati unita alla completezza delle basi murarie di un’area così vasta potrebbe rendere possibile una visualizzazione virtuale entro il sito e non nel video, del tipo di quella realizzata negli scavi di <em><strong>Palazzo Valentini </strong></em>da <strong>Piero Angela</strong> e <strong>Paco Lanciano</strong>. Dove in particolari ambienti del sito i raggi virtuali ricompongono l’assetto originario con un effetto molto suggestivo; questo si accompagna alla visita guidata con la voce di Angela sincronizzata alla luci che evidenziano il particolare da lui commentato. Nei sotterranei del palazzo si è favoriti dall’oscurità, non sappiamo se e come ipotizzare di procedere nel sito teramano per non limitare alle ore notturne un’eventuale installazione di questo tipo. Le risorse? Potrebbero venire dalle <strong>Fondazioni</strong> che sostengono la cultura e da eventuali <strong>sponsorizzazioni</strong>, sarebbe una bella sfida.</p>
<p>Nulla da dire sull’ampia visione della ricostruzione virtuale possibile fuori dal sito, all’interno del Museo Archeologico. Grande schermo, importante complemento dell’ampia esposizione che ricostruisce la storia antica di <strong>“Interamnia”</strong> e dell’<strong>“ager Praetutianus” </strong>attraverso i reperti interpretati e commentati. Un modo di rendere vivo il museo, facendone un luogo di forte riaffermazione dell’identità collettiva. Lo visiteremo in un prossimo <strong>“venerdì di archeorivista”.</strong></p>
<p><em>Ph, 1 e 3 di Romano Maria Levante, le altre sono state tratte da: “S. Maria Aprutiensis”, di Glauco Angeletti, Teramo 2000.</em></p>
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		<title>Villa Giulia a Ventotene: la capacità umana di far soffrire anche in Paradiso</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Oct 2010 13:22:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Romano Maria Levante</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia romana]]></category>
		<category><![CDATA[venerdi di ArcheoRivista]]></category>

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		<description><![CDATA[I “venerdì di “Archeorivista” &#8211; trascorsi sette giorni dalla partecipazione in anteprima all’apertura al pubblico del Terzo anello e degli Ipogei del Colosseo &#8211; tornano a Ventotene dopo aver esplorato l’archeologia carceraria di Santo Stefano. Una breve premessa di archeologia marina, poi l’archeologia romana nel racconto della visita ai resti di Villa Giulia, residenza degli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I <strong>“venerdì di “Archeorivista” &#8211; </strong>trascorsi sette giorni dalla partecipazione in anteprima all’apertura al pubblico del Terzo anello e degli Ipogei del <strong>Colosseo</strong> &#8211; tornano a <strong>Ventotene </strong>dopo aver esplorato l’<em><strong>archeologia carceraria </strong></em>di <em><strong>Santo Stefano.</strong></em> Una breve premessa di <em><strong>archeologia marina, </strong></em>poi<strong> </strong>l’<em><strong>archeologia romana </strong></em>nel racconto della<strong> </strong>visita ai resti di <strong>Villa Giulia,</strong> residenza degli imperatori, soprattutto per le mogli esiliate: andiamo a <em><strong>Punta Eolo</strong></em>, la zona più ventosa di un’isola battuta dai venti, che in questo lato hanno modellato le rocce friabili con formazioni ondulate e sinuose.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-5900" title="foto Agosto 2010 299" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/10/foto-Agosto-2010-299.jpg" alt="" width="600" height="420" /><br />
Villa Giulia a Punta Eolo, un angolo di paradiso</em>.<span id="more-5898"></span></p>
<p><strong>Dal museo archeologico alla villa romana</strong></p>
<p>L’appuntamento è al <strong>Museo Archeologico di Ventotene,</strong> al piano terra dell’edificio merlato con una vista incantevole sul mare, ed è solo l’antipasto di quanto andremo a gustare. Un rapido sguardo ai reperti del museo ci fa entrare ancora di più nell’atmosfera marina che si respira in ogni punto dell’isola. Antiche <em><strong>ancore </strong></em>e soprattutto <em><strong>anfore</strong></em>, di varie fogge e dimensioni, incrostate dalla permanenza millenaria nelle acque; i ritrovamenti continuano tuttora, c’è una grande anfora rinvenuta di recente immersa in un ampio recipiente in fase di disincrostazione.</p>
<p>Il campionario di reperti emersi dalle acque è vario, gli scogli che abbondano hanno provocato naufragi, le navi affondate conservano i loro contenuti per restituirli a poco a poco. La “star” del museo è il <em><strong>“dolio”</strong></em>, il grande otre sferico per vino oppure olio che troneggia al centro della sala principale. Dei grafici ne illustrano la disposizione nelle stive in appositi alloggiamenti. E’ intatto!</p>
<p>Ma non è il mare la nostra meta della giornata, bensì sono i ruderi della villa romana di Punta Eolo che raggiungeremo con il folto gruppo di visitatori guidato dall’addetta al Museo, <strong>Elena Schiano di Colella</strong>, così compresa nel ruolo da avere utilizzato nel proprio indirizzo <em>e mail</em> il nome di <em>Scribonia</em>, la seconda moglie di Augusto madre di Giulia, della quale ci racconta la storia. E lo fa con trasporto e partecipazione, inanellando una miriade di dettagli storici nel tragitto dal Museo archeologico al sito con i resti della Villa romana.</p>
<p>Un tragitto relativamente lungo per una lunga premessa, che ci fa arrivare alla nostra meta avendo assorbito le vicende dell’epoca, fatte di intrighi e spietate vendette e, perché no, di gossip in salsa romana. Che prevedeva punizioni come il soggiorno forzato in questa residenza di sogno, situazione descritta dalla nostra guida con le parole, a noi apparse straordinarie, che abbiamo messo nel titolo: <em><strong>“Villa Giulia rivela la capacità umana di far soffrire anche in Paradiso”.</strong></em></p>
<p>Nel mondo alla rovescia così evocato c’è anche un Caligola “buono” che recupera le spoglie dei familiari e revoca la <em>“damnatio memoriae”</em> comminata dai predecessori. E’ una chicca che la guida Elena ci regala.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-5901" title="foto Agosto 2010 287" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/10/foto-Agosto-2010-287.jpg" alt="" width="600" height="374" /><br />
La villa rustica</em>.</p>
<p><strong>Le mogli imperiali mandate a soffrire nel paradiso di Villa Giulia</strong></p>
<p>Si sente come lo spirito femminile, non diciamo femminista, della nostra guida, è vicino alle imperatrici mandate ad espiare colpe anche non commesse nel luogo di sogno che gli imperatori avevano a disposizione per trascorrere periodi di distensione e di svago in una località non troppo lontana da Roma ma abbastanza distante per staccarsi dalle cure giornaliere dell’impero.</p>
<p>La carrellata storica che fa Elena è lunga e minuziosa, trattandosi di una fase particolarmente movimentata del periodo imperiale. E’ proprio questo lo spirito dell’archeologia, portare alla luce virtualmente quello che c’è dietro i ruderi, la cui consistenza spesso è inversamente proporzionale alla vastità del mondo che dischiudono; qui sono consistenti e in gran parte da portare alla luce.</p>
<p>Vedremo dopo i resti, intanto il quadro storico acuisce la curiosità e l’interesse, cresce l’aspettativa mentre nelle parole condite da battute che alleggeriscono il peso della storia, sfilano famiglie imperiali al completo, con i loro alberi genealogici intrecciati come gli intrighi di corte.</p>
<p>Tre le grandi esiliate a Villa Giulia la figlia di Augusto, <strong>Giulia</strong>, fu la prima e le diede il nome, poi Tiberio nel 29 dopo Cristo vi mandò <strong>Agrippina</strong>, fino a Nerone che vi relegò la moglie <strong>Ottavia</strong>.</p>
<p>Si comincia dunque con <strong>Cesare Ottaviano Augusto </strong>che la fece costruire per l’<em>“otium”,</em> nella concezione romana non era il dolce far niente ma contemplava l’impegno culturale da coltivarsi nella pur distensiva vacanza. Oltre all’ubicazione favorevole per l’isolamento assicurato anche dal mare rispetto a Roma, ma non assoluto data la relativa vicinanza, aveva il pregio di non essere colonizzata, allora c’era molto verde e un bosco che favoriva la piovosità, oltre a fornire legna per il riscaldamento. L’aspetto negativo era rappresentato dalla mancanza di sorgenti d’acqua dolce che spiegava l’assenza di popolazione; ma era compensata dall’acqua piovana raccolta in cisterne.</p>
<p>Viene realizzato sin dall’inizio il <strong>porto romano</strong> con opere di scavo nel terreno tufaceo: è ritenuto tuttora molto sicuro, forse più del porto moderno; è sotto al faro di Ventotene. Le navi di passaggio trovavano accoglienza in una darsena dove si eseguivano lavori e riparazioni e si provvedeva anche al rifornimento di acqua dolce. C’era una peschiera con allevamento ittico per l’imperatore, e una terrazza dalla quale lo sguardo può scrutare l’orizzonte marino fino all’isola d’Ischia.</p>
<p>In questo ambiente nasce la Villa che vedrà, oltre agli <em>“otia” </em>degli imperatori illuminati, l’<em>esilio di nobildonne </em>punite dagli stessi imperatori per vere o presunte trasgressioni nel quadro di intrighi e congiure di palazzo nelle quali le famiglie imperiali si laceravano al loro interno. La lex julia <em>“de pudicitia”</em> fu attivata per Giulia mentre fino ad allora era stata disattesa per non innescare delazioni e denunce a catena, dice sempre Elena facendoci entrare nell’atmosfera mentre ci avviciniamo.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-5902" title="foto Agosto 2010 284" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/10/foto-Agosto-2010-284.jpg" alt="" width="600" height="287" /><br />
Le grandi cisterne per l’acqua.</em></p>
<p>Basti pensare che <strong>Giulia, figlia di Ottaviano</strong>, era stata promessa in sposa da bambina al figlio di Marco Antonio, poi entrato in conflitto con lui e sconfitto nella battaglia di Azio: è solo l’inizio precoce di una vicenda intrecciata e movimentata, tra matrimoni, figli e tradimenti. Giovanissima, nel <strong>25</strong> avanti Cristo sposa <strong>Marco Claudio Marcello</strong>, poi nell’anno<strong> 21</strong>, a 18 anni, sposa <strong>Agrippa </strong>e gli dà cinque figli, nel corso di una vita matrimoniale molto irrequieta. Alla morte del marito nel 12, Augusto adottò i suoi due primi figli <strong>Gaio </strong>e <strong>Lucio Vipsanio Agrippa</strong>, e la indusse a sposare subito <strong>Tiberio</strong>, il fratellastro designato a succedergli; il matrimonio durò pochi anni, dall’<strong>11 </strong>al <strong>6</strong>, poi nel <strong>2</strong> avanti Cristo l’accusa di adulterio e l’arresto per tradimento anche per un presunto complotto contro lo stesso Augusto, avendo lei una relazione con <strong>Iulio Antonio</strong>, uno dei congiurati costretto al suicidio. Invece della morte, a Giulia fu comminato l’esilio a Ventotene (allora <strong>Pandateria</strong>), vi andò con la madre <strong>Scribonia</strong> nella villa imperiale che prese il suo nome con restrizioni che furono accentuate nel <strong>14</strong> dopo Cristo allorché Tiberio divenne imperatore. Seguì la morte di Giulia uccisa o suicida per il dolore dell’uccisione del figlio <strong>Agrippa Postumo</strong> nato poco dopo la morte del marito.</p>
<p>Il ruolo di <strong>Tiberio</strong> nella storia della villa non finisce qui, la sua successione non fu scontata dato che le discendenze dinastiche non contavano e per imporlo Augusto gli diede due consolati e l’<em>“imperium”.</em> Anche divenuto imperatore l’astro del condottiero <strong>Germanico </strong>gli faceva ombra e dopo averlo mandato in Siria lo fece avvelenare nel <strong>19</strong> dopo Cristo. La moglie di Germanico <strong>Agrippina Maggiore</strong>, che allevava i figli nel suo accampamento militare, finì nel <strong>29</strong> a Ventotene<strong> </strong>rinchiusa a Villa Giulia dove morì nell’angoscia dei due figli morti per colpa di Tiberio: <strong>Nerone Cesare </strong>e<strong> Druso Cesare</strong>, fratelli di <strong>Agrippina Minore</strong>, obbligata nel <strong>27</strong> a sposare un uomo anziano che non voleva, da cui ebbe il figlio <strong>Lucio Nerone </strong>nel <strong>37</strong>, e portata a Villa Giulia nell’anno<strong> 39</strong>. E quando morì Tiberio, dei due fratelli di Agrippina Minore indicati per succedergli fu scelto <strong>Caligola</strong> proclamato imperatore nell’anno 37.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-5903" title="foto Agosto 2010 251" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/10/foto-Agosto-2010-251.jpg" alt="" width="600" height="450" /><br />
Uno scorcio dei resti della villa imperiale.</em></p>
<p>E’ una parentesi di umanità in una sequela di spietate punizioni: l’imperatore recupera le spoglie di madre e figli e interrompe la <em>”damnatio memoriae”</em>;<em> </em>ma presto, forse preso dalla pazzia, diviene persecutore a sua volta e accusa di complotto la sorella Agrippina relegandola a <strong>Villa Giulia</strong> nel <strong>38</strong>. Ucciso Caligola in una congiura nel 41 e succeduto<strong> Claudio</strong>, fratello di Germanico, <strong>Agrippina</strong> si prende la rivincita rientrando dall’esilio con la sorella <strong>Livilla</strong> destinata ad essere presto esiliata di nuovo e poi uccisa lasciandola padrona della corte; anche perchè <strong>Messalina</strong>, moglie dell’imperatore, nel <strong>48</strong> fu condannata a morte per la sua dissolutezza e l’anno dopo <strong>Agrippina Minore</strong> fu sposata da <strong>Claudio</strong>.</p>
<p>Lo convinse a scegliere suo figlio <strong>Nerone,</strong> che aveva fatto sposare con la figlia di Claudio, per la successione al posto di <strong>Britannico</strong>, avuto da Messalina; nel <strong>54</strong> muore Claudio per avvelenamento, forse ad opera di <strong>Agrippina</strong>, e inizia l’<strong>impero di Nerone</strong> con il ruolo importante assunto da Agrippina che lo aveva fatto educare da <strong>Seneca </strong>e per cinque anni gestì di fatto il potere al suo posto. Poi, dinanzi all’insofferenza di Nerone, si riavvicinò a <strong>Britannico</strong>, ex rivale per il trono imperiale, ma questi venne avvelenato. La sua posizione si indebolì ulteriormente quando l’imperatore, anche istigato da <strong>Poppea</strong>, decise di liberarsi della moglie <strong>Ottavia</strong> e della madre. Per <strong>Agrippina</strong> architettò una macchinazione nell’isola di Baia che si concluse con l’uccisione per mano delle guardie dopo un naufragio provocato appositamente per eliminarla. dal quale lei si salvò a nuoto.<strong> Ottavia</strong> fu rinchiusa a Villa Giulia dopo il ripudio nell’anno <strong>62</strong>.</p>
<p>Raccontando questa storia infinita la guida<strong> Elena</strong> sottolinea l’arrivo dei messaggeri a <strong>Villa Giulia</strong> quando le comunicarono la morte dei due amati figli e lei tenta di uccidersi per l’angoscia: “A lei viene imposta la vita &#8211; commenta &#8211; come ai figli era stata imposta la morte”.</p>
<p>Così <strong>Domiziano</strong>, il persecutore dei cristiani, vi manderà in esilio nel<strong> 95</strong>, accusandola di giudaismo e ateismo, <strong>Flavia Domitilla</strong>, che diventerò santa. Ma dopo tanto “noir” ci sarà il <strong>“periodo rosa”,</strong> si aprirà il porto romano agli scambi commerciali e Villa Giulia tornerà ad essere lo splendido soggiorno in paradiso.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-5905" title="foto Agosto 2010 255" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/10/foto-Agosto-2010-255.jpg" alt="" width="600" height="450" /><br />
L’accesso inibito a un’area non portata alla luce.</em></p>
<p><strong>La “domus rustica”, la parte del complesso riservata alla servitù</strong></p>
<p>Terminare con il “periodo rosa” l’<em>excursus</em> storico introduce alla vista dei ruderi che nella parte più lontana hanno una coloritura rosa data dai caratteristici mattoncini; mentre i primi resti che si incontrano sono gli ambienti per schiavi e servi, in una posizione che appositi accorgimenti nascondevano alla vista dalla villa:</p>
<p>La <strong>“domus rustica”</strong> aveva camminamenti impermeabilizzati con il cocciopesto, materiale molto resistente all’acqua e anche ai terremoti, tanto che viene ripreso oggi in considerazione nella bio-edilizia. Vi erano tre strati di intonaco, mentre nella villa sette. Le murature sono in <em>“opus reticulatum”</em> autoportante dalla tipica forma romboidale con pezzi cuneiformi per una maggiore solidità. I resti dei vani sono regolari con un corridoio di disimpegno. C’è anche la cisterna per l’acqua dolce a 4 navate, di cui 3 scavate, per un totale di 1200 mc, con dei pilastrini molto sottili; nelle cisterne c’era il capitone per far muovere l’acqua e ossigenarla, così restava fresca e pulita.</p>
<p><strong>La Villa vera e propria per la famiglia imperiale</strong></p>
<p>Il sito archeologico, che nella <strong>“domus rustica” </strong>ha mostrato la geometrica disposizione degli ambienti allineati l’uno dopo l’altro in una successione ordinata e simmetrica, nella <strong>“villa imperiale” </strong>rivela strutture e accorgimenti escogitati per dotare la residenza di tutti gli agi possibili.</p>
<p>Si trova nella parte più bassa prospiciente la costa per rendere agevole l’accesso dal mare e per il migliore afflusso dell’acqua piovana raccogliendo anche quella accumulata nella parte più alta. L’aspetto negativo risiede nello sbancamento del terreno che è stato fatto con scavi e riempimenti.</p>
<p>La fantasia e la ricostruzione degli archeologi si sbizzarrisce nell’immaginare gli <em><strong>ambienti</strong></em> e i <em><strong>colonnati</strong></em>, il <em><strong>peristilio</strong></em> e il <em><strong>giardino</strong></em> che in una zona così esposta era protetto dai venti. Un emiciclo di vaste dimensioni, due terrazze e gradoni degradanti con delle scale che portavano alla cala sottostante rendono l’idea di come fosse curato l’inserimento nella natura dei luoghi attraverso un progetto del tutto originale, che si inseriva nella conformazione del terreno anche se i livellamenti e la costruzione delle terrazze vi apportarono profonde modifiche. Non si passava davanti alla <em>“domus rustica”</em> ma al di sotto, in modo da evitare la vista della servitù non all’altezza del rango.</p>
<p>Viene ricordato, comunque, che non fossero preordinate le esposizioni ai raggi solari, erano evitate dai ceti patrizi perché seccavano la pelle e la rendevano scura come quella degli schiavi.</p>
<p>Per concludere, occorre parlare della parte termale della villa, di particolare importanza per i romani. La guida Elena ci indica i resti dei <em><strong>frigidarium, tepidarium</strong></em> e <em><strong>calidarium</strong></em>, qui di <em>calidaria </em>ce ne sono due riscaldati da tre forni, due laterali e uno centrale; per le proprietà rimandiamo all’ampia descrizione che ne facemmo raccontando la visita alle Terme di Caracolla in un <strong>“venerdì di Archeorivista”</strong>. Attraverso stretti condotti gli schiavi facevano funzionare il sistema termale.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-5906" title="foto Agosto 2010 271" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/10/foto-Agosto-2010-271.jpg" alt="" width="600" height="375" /><br />
I resti di un muro della villa, sullo sfondo l’isola di Santo Stefano con il carcere.</em></p>
<p>Delle molte altre notizie forniteci dalla <strong>guida Elena</strong>, a chiusura della visita vorremmo riportare quelle relative alle vicende successive, un triste aggiornamento perché sono storie di spoliazioni e demolizioni del patrimonio artistico e anche degli stessi materiali da costruzione. La collocazione della villa alle propaggini dell’isola, con l’approdo sul mare, l’ha aperta anche alle scorrerie dei pirati, ma come per Roma si dice che <em>“quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini”</em>, così per Villa Giulia ciò che non fecero i pirati e altri predoni lo fecero i regnanti: nel <strong>1700 Ferdinando di Borbone </strong>interessato a un’alleanza con gli inglesi diede a <strong>Lord Hamilton</strong> il nulla osta di prelevare da Villa Giulia a suo piacimento marmi e statue, colonne e fontane. E non è stata rapina da poco se si pensa che i colonnati si estendevano per 300 metri di lunghezza e 100 di larghezza e vi era ogni ben di Dio di arredi artistici, come si può facilmente immaginare dall’architettura della Villa.</p>
<p>Altri interventi di rapina <em>fecerunt</em> con la colonizzazione dell’isola e anche lo <strong>Stato pontificio</strong> <em>fecit</em> la sua parte prelevando il tufo nella Villa. Oltre a spogliarla furono aperte nella zona cave di tufo con evidenti danni all’ambiente. Questo per l’azione dell’uomo sempre rivelatasi distruttiva nei confronti dei grandi complessi dell’antichità non solo nel rapinare le opere d’arte ma anche nel prelevare materiali da costruzione distruggendo senza remore architetture anche preziose. Una gara tra le pulsioni deteriori dell’avidità e dell’ottusità che fanno regredire la civiltà e spesso l’umanità.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-5907" title="foto Agosto 2010 276" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/10/foto-Agosto-2010-276.jpg" alt="" width="600" height="450" /><br />
La roccia erosa dal vento di Punta Eolo</em></p>
<p><strong>Il “felix error” dell’anteprima solitaria</strong></p>
<p>Verremmo meno all’imperativo montanelliano che è il nostro credo giornalistico &#8211; “andare senza pregiudizi, vedere e raccontare quello che si è visto” &#8211; se omettessimo di riferire il <em>“felix error”</em> al quale dobbiamo l’anteprima “in solitario” rispetto alla visita guidata. Il nostro errore ha riguardato il luogo dell’appuntamento con la guida e il suo gruppo, pensavamo fosse all’ingresso della Villa invece era al Museo archeologico; ragion per cui ci siamo trovati dinanzi al cancello da soli per di più in leggero ritardo da farci credere che la visita fosse già iniziata all’interno. Un addetto ad altra struttura locale ci confermò nella convinzione e ci fece entrare nel complesso archeologico.</p>
<p>La ricerca del gruppo con la guida fu vana perché, al contrario di quanto si era pensato, non era ancora arrivato, venendo dal lontano Museo archeologico con tutte le soste lungo il tragitto. Ma fu ugualmente proficua perché ci consentì di esplorare in anteprima tutti gli anfratti e le innumerevoli articolazioni di un sito archeologico particolarmente vasto e ricco di reperti pur se allo stato di ruderi smozzicati. E anche se, a quanto fu detto poi, l’80 per cento è ancora da portare alla luce e non lo si fa per non esporlo al degrado in un ambiente difficile da proteggere, c’è stato tanto da vedere dove la visita guidata non si spinge, sempre nella buona fede del nostro <em>“felix error”</em>.</p>
<p>Quale, dunque, il valore aggiunto della visita in anteprima? Forse quello stesso delle scalate “in solitario” e chi scrive, anche se non è alpinista, come uomo di montagna le apprezza molto. Ne fa fede la galleria di immagini scattate che può dare un’idea di come sia stato emozionante trovarsi da soli al cospetto di tanta antichità in una punta ventosa e particolarmente esposta. Perché superati i ruderi fino all’ultima propaggine ci siamo trovati con alle spalle le rocce disegnate dal vento negli arabeschi di tutte le sinuosità e le levigatezze di un’erosione millenaria di rara suggestione.</p>
<p>Ebbene, dopo aver fatto il pieno negli occhi e nella fotocamera con le immagini dei ruderi di una così vasta e ricca residenza ci siamo trovati a fare il pieno di uno spettacolo altrettanto emozionante: ciò che vedevano gli occhi degli imperatori nel loro <em>“otium” </em>virtuoso o nel loro colpevole spirito oppressore e vendicativo verso le proprie donne spesso incolpevoli: il paradiso della natura.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-5908" title="foto Agosto 2010 261" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/10/foto-Agosto-2010-261.jpg" alt="" width="600" height="450" /><br />
<em>Un passaggio che porta direttamente al mare </em></p>
<p><strong>Punta Eolo</strong> fa onore al nome, ce lo dicevamo allorché sospesi tra le pareti erose dal vento che si faceva sentire con le sue improvvise folate e le scogliere biancheggianti di spuma in basso abbiamo provato quel brivido che dà l’attrazione del “bello orrido” impossibile da spiegare, “che intender non lo può chi non lo prova”. E ringraziamo il nostro <em>“felix error”</em> per avercelo fatto provare.</p>
<p>Ci siamo sentiti come<strong> ”Papillon”</strong> dall’alto della scogliera guardare in basso i marosi infrangersi contro le rocce creando riflussi spumeggianti, quasi attirati dalla forza magnetica della natura alla quale il tocco della storia dava una suggestione ancora maggiore; così soli e sospesi lassù in alto potevamo trovarci in un’altra epoca, quella degli imperatori, i nostri occhi potevano essere i loro, non c’erano i ruderi a segnare il tempo trascorso, li avevamo lasciati dietro di noi superando gli ultimi passaggi ed entrando in diretto contatto con le ultime rocce prima della scogliera.</p>
<p>Abbiamo capito in quel momento come “Papillon” trovasse il coraggio per il grande balzo nel vuoto sulle onde che si infrangevano negli scogli a picco; non era solo l’anelito di libertà, ma la forza magnetica della natura che richiama come nel proprio grembo materno al pari delle sirene di Ulisse.</p>
<p>La visita “in solitario” era terminata, ancora in “trance” siamo tornati nel piazzale all’ingresso, proprio quando arrivava il gruppo che avevamo cercato percorrendo il sito sino alle sue propaggini estreme. Con sguardo severo la guida Elena ci ha fatto rilevare l’errore e non ci ha consentito di seguire la visita del sito perché avevamo perduto l’introduzione storica, accompagnandoci al cancello ci ha dato appuntamento all’indomani. Abbiamo aderito, la visita “regolare” del giorno dopo l’abbiamo raccontata con la dovuta diligenza; ma non potevamo omettere l’anteprima.</p>
<p>Elena ne sarà sorpresa quando ci leggerà, non dovrà irritarsi perché tanto lei quanto chi scrive sono estranei alla piega degli eventi, dovuta al<em> “felix error”</em>: il fato cui i romani credevano tanto, non poteva essere assente in un sito così prestigioso. Forse le verrà il desiderio di tornare anche lei ”in solitario” nelle propaggini estreme che di certo ben conosce e non possono essere rese visibili nelle visite regolari, ci si deve fermarsi prima. Lo meritano eccome! Solo dopo averle viste si può comprendere appieno la felice espressione della stessa Elena, alla quale oltre all’onore del titolo diamo anche quello della conclusione: <em><strong>“La capacità umana di far soffrire anche in Paradiso”. </strong></em></p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-5910" title="foto Agosto 2010 278" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/10/foto-Agosto-2010-278.jpg" alt="" width="600" height="450" /><br />
La vista della scogliera tra la villa e la roccia erosa dal vento, il cielo e il mare.</em></p>
<p><strong>MUSEO ARCHEOLOGICO DI VENTOTENE</strong></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-5911" title="foto Agosto 2010 164" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/10/foto-Agosto-2010-164.jpg" alt="" width="600" height="277" /><br />
Frammento dell’intonaco di Villa Giulia </p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-5912" title="foto Agosto 2010 166" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/10/foto-Agosto-2010-166.jpg" alt="" width="600" height="520" /><br />
Stucchi dall’area di Villa Giulia</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-5915" title="foto Agosto 2010 156" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/10/foto-Agosto-2010-156.jpg" alt="" width="475" height="500" /><br />
Dolio</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-5916" title="foto Agosto 2010 157" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/10/foto-Agosto-2010-157.jpg" alt="" width="600" height="450" /><br />
Anfore</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-5918" title="foto Agosto 2010 176" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2010/10/foto-Agosto-2010-176.jpg" alt="" width="600" height="316" /><br />
Marre d&#8217;ancora in piombo</p>
<p><em>Ph. Romano Maria Levante, tutte</em></p>
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