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	<title>ArcheoRivista - rivista di archeologia &#187; archeologia subacquea</title>
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		<title>Alla Spagna il tesoro della Nuestra Señora de las Mercedes y las Animas</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Feb 2012 13:20:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia subacquea]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[I due aerei Hercules  che sono atterrati a mezzogiorno di sabato 25 febbraio 2012 alla base militare di Torrejon de Ardoz, nei pressi di Madrid, contengono un carico fuori dal comune: 595.000 monete d&#8217;oro e d&#8217;argento e centinaia di oggetti d&#8217;oro. Trovato [probabilmente] all&#8217;interno del relitto di una nave da guerra spagnola affondata nel 1804, [...]]]></description>
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<p>I due aerei Hercules  che sono atterrati a mezzogiorno di sabato 25 febbraio 2012 alla base militare di Torrejon de Ardoz, nei pressi di Madrid, contengono un carico fuori dal comune: 595.000 monete d&#8217;oro e d&#8217;argento e centinaia di oggetti d&#8217;oro. Trovato [probabilmente] all&#8217;interno del relitto di una nave da guerra spagnola affondata nel 1804, il tesoro è stato oggetto di una feroce battaglia legale tra lo Stato spagnolo e la società Odyssey, autrice di questa &#8220;pesca&#8221; definita &#8220;pirata&#8221; dalla Spagna.</p>
<p>Dopo aver trascorso 208 anni sott’acqua il tesoro è in pessime condizioni di conservazione, ma resta ugualmente prezioso e altrettanto pesante: il carico totale, del valore di 380 milioni di euro, pesa 23 tonnellate.</p>
<h3>Una disputa legale di cinque anni</h3>
<p>La società americana Odyssey ha scoperto il tesoro nel 2007, e gli spagnoli sostengono che si trovass all’interno del relitto del “<strong>Nuestra Señora de las Mercedes y las Animas</strong>”, una nave da guerra spagnola affondata al largo del Portogallo. Da allora, la Spagna ha continuato a rivendicare tale proprietà, considerandosene proprietaria: a fine febbario 2012 un giudice americano ha sciolto il dilemma e ordinato la restituzione del tesoro al paese iberico.</p>
<p>Nel 2008 si pensava che l&#8217;azienda avesse trovato il bottino nelle acque territoriali spagnole e non, come essa afferma, in acque internazionali. Il favoloso tesoro suscitò anche l’invidia del Regno Unito, sponsor della missione originale della Odissey, e del Perù, il paese dove le monete erano state prodotte e coniate. Così, per questo rilevante gruzzolo di 500 mila pezzi di oro e argento trovati sul relitto affondato al largo di Gibilterra, scoppiò una feroce battaglia legale.</p>
<h3>Il naufragio</h3>
<p>La mattina del 5 ottobre 1804 la “<strong>Nuestra Señora de las Mercedes y las Animas</strong>”, una fregata spagnola da 36 cannoni, pensava di aver concluso la sua ultima battaglia. Di ritorno dal Perù, al tempo colonia iberica, il vascello rientrava a Cadice con le stive colme di oro e di argento. Una fortuna accumulata, sembrerebbe, in America latina dai militari e dai mercanti spagnoli.</p>
<p>La terra era quasi in vista quando, poco prima delle 10 in punto, uno squadrone di navi britanniche l&#8217;attaccò di sorpresa. Qualche minuto dopo un’enorme esplosione dilaniò la nave dell’Armada e mandò in fondo al mare 249 marinai e il favoloso tesoro. Fu dopo questo incidente che, il 12 dicembre dello stesso anno, la Spagna dichiarò guerra all’Inghilterra, a fianco della Francia napoleonica.</p>
<p>Due secoli dopo, la battaglia navale è diventata diplomatica. Il 18 maggio 2007, la società americana d’esplorazione sottomarina Odyssey annuncia la scoperta, in acque internazionali, da qualche parte in mezzo all’Atlantico, del più grande tesoro sommerso mai trovato: circa 500 mila monete d’oro e d’argento, la maggior parte in perfetto stato di conservazione e di centinaia di oggetti in oro. Un tesoro di 17 tonnellate, valutato circa 500 milioni di dollari. Immediatamente la Spagna si allarma: perché Odyssey tiene gelosamente segreta la posizione esatta del relitto?</p>
<p>Secondo il controllo marittimo di Tarifa, sulla punta più meridionale dell’Andalusia, l’Odyssey Explorer (la nave dei cercatori di tesori) non avrebbe lasciato le zone sotto la sorveglianza spagnola. Se, di tanto in tanto, è scomparsa dal suo schermo, è perché deve aver sospeso il proprio sistema di localizzazione, assicura all’epoca la Guardia civile. Poi, interviene la Gran Bretagna: in origine, Odyssey è stata incaricata da Londra di ritrovare il relitto di HMS Sussex, una nave della Corona britannica affondata nel 1694, a largo di Gibilterra, con a bordo un tesoro di guerra. Operando da Gibilterra, la compagnia non avrebbe dovuto scoprire il relitto in acque britanniche? Eccetto il fatto che gli spagnoli non riconoscono le acque territoriali britanniche in questo tratto di mare.</p>
<p>Quanto al Perù, non resta certo fuori dalla contesa: il tesoro è stato &#8211; con tutta probabilità - rastrellato sul territorio dell’unica colonia spagnola nel XIX secolo. L’oro e l’argento sono stati presi dai <em>conquistadores</em> con la forza ed è logico, per i peruviani, che il patrimonio culturale debba tornare a Lima. La disputa tocca la stessa Casa Bianca: lo scorso luglio (2011) Madrid ha chiesto al governo americano di difendere i diritti degli Stati sulle navi contenenti resti archeologici.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11875" title="odissey-explorer" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/odissey-explorer.jpg" alt="Spagna. Alla Spagna il tesoro della Nuestra Señora de las Mercedes y las Animas" width="600" height="337" /></p>
<h3>Pirati del XXI secolo</h3>
<p>In effetti, fin dall&#8217;inizio Madrid ha sospettato Odyssey di aver trovato il tesoro nelle sue acque territoriali, o su una nave spagnola. Una foto, scattata da un impiegato del porto di Gibilterra e pubblicata a fine maggio sul quotidiano ABC, conferma questi sospetti. Essa mostra una moneta d&#8217;argento coniata nel XVIII secolo con il profilo del re di Spagna Carlo IV (1788-1808), suggerendo che il relitto non sarebbe il Sussex, ma una nave spagnola. Di fronte a ciò che chiama un &#8220;reato contro il patrimonio storico spagnolo&#8221;, Madrid depone,  il 29 maggio 2007, una petizione con il Tribunale Civile di Tampa, Florida, dove ha sede la società Odyssey.</p>
<p>Nonostante le varie ricerche a bordo delle loro navi e il ricorso multiplo delle autorità spagnole presso la corte di Tampa, i ricercatori statunitensi che scoprirono la &#8220;SS Republic&#8221; al largo degli stati Uniti &#8211; con un bottino di 75 milioni di dollari -, rifiutano di divulgare i dettagli del relitto, chiamato in nome in codice “Black Swan” e che non sarebbe sotto la sovranità di alcun paese. Secondo le convenzioni marittime internazionali i cacciatori di tesori possono trattenere fino al 90% del loro bottino se nessuno Stato riesce a dimostrare che il relitto batteva la sua bandiera al momento del naufragio.</p>
<p>Greg Stemm, dirigente di Odyssey, ha recentemente ammesso la possibilità che il tesoro provenga dalla &#8220;Mercedes&#8221;, assicurando nel contempo che è solo una delle ipotesi, poiché non esiste alcun elemento che possa identificare con certezza il relitto.  Ma per la Spagna “Black Swan” e “Mercedes” sono un tutt’uno: quindi il tesoro è di proprietà della Marina, dello stato e del popolo spagnoli, che lo vogliono recuperare pienamente.</p>
<p>Al suo ritorno dalla Florida dove ha esaminato 20 mila monete, Carmen Marcos (consigliere capo al Dipartimento del Patrimonio Numismatico spagnolo), ha dichiarato che senza dubbio esse sono state coniate a Lima nel diciottesimo secolo e ha precisato che alcuni pezzi sono già stati lavati, messi sotto plastica, pronti alla vendita.</p>
<p>Per Madrid è quindi necessario agire rapidamente.</p>
<p>L&#8217;ispezione delle monete ha confermato che sono state trovate sul relitto della &#8220;Mercedes&#8221;, ha detto l&#8217;avvocato nella sua argomentazione che ha presentato l’8 maggio 2011 alla corte a Tampa. La Spagna si basa anche sul luogo dove Odyssey ha condotto la sua ricerca, al largo di Capo Santa Maria, che è esattamente il tratto di mare in cui ebbe luogo la battaglia del 5 ottobre 1804.</p>
<p>Altri elementi recuperati dal sito subacqueo, come lingotti di rame e stagno, forniscono ulteriori prove. Madrid vuole tacere sulla localizzazione di questo sito, per la sua sicurezza, ma conferma che si tratta di acque internazionali.</p>
<p>Quest&#8217;ultimo punto non è un problema per recuperare il tesoro, dice l’avvocato, assicurando che il semplice fatto che si tratti di una nave della Marina spagnola la rende di diritto dello Stato iberico. La legge è chiara: la Spagna protegge il suo patrimonio culturale ovunque. Si impegna in progetti di utilità pubblica, non per qualcuno che raccoglie le monete d&#8217;oro per rivenderle su eBay. A Madrid, non vi è nessun compromesso su questi &#8220;pirati del ventunesimo secolo&#8221;: non avranno un centesimo. Odyssey si sarebbe comportata in questo caso in maniera inaccettabile, moralmente e legalmente, saccheggiando un relitto della Marina spagnola come fosse un “cimitero marino”.</p>
<h3>Un cimitero di centinaia di navi</h3>
<p>Odyssey è stata rapida nella replica. La società sostiene che quello trovato è il carico di una nave, ma non un relitto. E &#8216;sorprendente che gli spagnoli siano così sicuri dopo aver visto delle immagini e un video che non mostrano scafo o chiglia, e dopo aver esaminato un campione statisticamente insignificante di monete.</p>
<p>Secondo Françoise Odier, avvocato specializzato in diritto marittimo presso l&#8217;Istituto francese del mare, c&#8217;è un altro difetto nell’esposizione spagnola.  A suo parere, il fatto che la nave batteva bandiera spagnola non è sufficiente: ciò non significa che il governo spagnolo sia il proprietario del suo carico. In ogni caso, dovrà rimborsare Odyssey delle spese sostenute.</p>
<p>Per quanto riguarda la società, tenterà di dimostrano il disinteresse di Madrid per questo relitto. Se gli spagnoli fossero stati interessati, avrebbero potuto semplicemente chiedere a Odyssey di  lavorare per loro! La loro apparente mancanza di interesse potrebbe essere utilizzata per convincere il giudice.  In quanto alle rivendicazioni peruviane, gli spagnoli  si dicono disposti a condividere con  Lima questa eredità storica comune. Dopo tutto, ci sono dei precedenti. Alcuni anni fa l&#8217;Italia ha restituito all’Etiopia l’obelisco di Axum, risalente a circa 1700 anni or sono portato a Roma nel 1937 su ordine di Mussolini.</p>
<p>In tutti i paesi interessati, la questione, che è ora nelle mani del giudice di Tampa, Mark Pizzo, viene attentamente monitorata. Grazie a robot sommergibili, dotati di sonar e orientabili a distanza, i cacciatori di tesori come Odyssey sono ora in grado di trovare relitti colati a picco secoli fa anche se giacciono nelle gelide e oscure profondità oceaniche.</p>
<p>Queste dispute diplomatiche sono destinato a crescere nel numero, soprattutto nel Mediterraneo occidentale, che costituisce un vero e proprio cimitero di centinaia di navi spagnole, francesi e inglesi, affondate da tempeste o dai pirati durante il periodo coloniale.</p>
<p>Odyssey aveva già messo gli occhi su una dozzina di altri relitti, assicurano da Madrid. Secondo il Ministero della Cultura, basterebbe creare un inventario iniziale del patrimonio del fondo marino: circa 400 navi, probabilmente il più grande patrimonio subacqueo del mondo, riposano solo sul fondale dello Stretto di Gibilterra. Nelle loro stive vi sono tesori del valore superiore a un miliardo di euro.</p>
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		<title>Egadi. Un rostro ed elmi romani scoperti sui fondali</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 09:51:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Serena Maria Assunta Sfameni</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia subacquea]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Continuano le scoperte a largo delle isole Egadi dopo i ritrovamenti nel 2006 di un rostro cartaginese; le ricerche sono state condotte dalla Soprintendenza del Mare della regione Sicilia. Il 24 agosto di quest’anno, in collaborazione con la soprintendenza, gli studiosi Gian Michele Iaria e Stefano Ruia hanno ritrovato in fondo al mare un rostro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">Continuano le scoperte a largo delle isole Egadi dopo i ritrovamenti nel 2006 di un rostro cartaginese; le ricerche sono state condotte dalla Soprintendenza del Mare della regione Sicilia.</p>
<p align="JUSTIFY">Il 24 agosto di quest’anno, in collaborazione con la soprintendenza, gli studiosi Gian Michele Iaria e Stefano Ruia hanno ritrovato in fondo al mare un <strong>rostro romano in bronzo </strong>con iscrizioni latine, <strong>elmi,</strong> sempre romani con la tipica “punta”, insieme a <strong>chiodi</strong>, tutti reperti riconducibili alla medesima nave che affondò in quel giorno sotto i colpi punici.</p>
<p align="JUSTIFY">Si tratta di importanti testimonianze storiche riconducibili ad una delle più famose battaglie della storia: lo scontro epocale tra Romani e Cartaginesi avvenuto nelle isole Egadi, a chiusura della Prima Guerra Punica, con la vittoria del console romano Caio Lutazio Catulo sul comandante cartaginese Annone (10 marzo del 241 a.C.).</p>
<p align="JUSTIFY"><em><img class="alignnone size-full wp-image-11141" title="Rostro romano" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/Rostro-romano.jpg" alt="Rostro romano" width="300" height="198" /></em><br />
<em>Rostro romano recuperato</em></p>
<p align="JUSTIFY"><em><img class="alignnone size-full wp-image-11142" title="Elmi romani" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/Elmi-romani.jpg" alt="Elmi romani" width="519" height="262" /></em><br />
<em>Elmi romani</em></p>
<p align="JUSTIFY">Le scoperte di questi anni nel tratto di mare antistante Trapani, vicino all’isola di Levanzo, permettono di identificare con abbastanza sicurezza l’area in cui avvenne il conflitto, così come già aveva affermato l’archeologo e sovrintendente del Mare della Sicilia, Sebastiano Tusa.</p>
<p align="JUSTIFY"><em><img class="alignnone size-full wp-image-11140" title="Egadi" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/Egadi.jpg" alt="Sicilia occidentale e isole Egadi" width="600" height="283" /></em><br />
<em>Sicilia occidentale e isole Egadi</em></p>
<p align="JUSTIFY">La ricerca sottomarina è stata condotta utilizzando un particolare strumento telecomandato a distanza, il ROV (Remote operating vehicle).</p>
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		<title>Panama. Forse individuata la tomba di Sir Francis Drake</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Oct 2011 09:22:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Lattanzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia subacquea]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Alcuni “cacciatori di tesori” sostengono di aver scoperto, al largo della costa di Panama, due navi che sarebbero appartenute alla flotta di Sir Francis Drake, ma soprattutto credono che la sua stessa bara potrebbe trovarsi nel fondale marino nell&#8217;area sono state individuate le navi. La sepoltura in mare, con tutta la sua armatura e dentro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="LEFT"><img class="alignnone size-full wp-image-10884" title="francis-drake" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/10/francis-drake.jpg" alt="tomba di Sir Francis Drake" width="600" height="626" /></p>
<p align="LEFT">Alcuni “cacciatori di tesori” sostengono di aver scoperto, al largo della costa di <strong>Panama</strong>, due navi che sarebbero appartenute alla flotta di<strong> Sir Francis Drake</strong>, ma soprattutto credono che la sua stessa bara potrebbe trovarsi nel fondale marino nell&#8217;area sono state individuate le navi.</p>
<p align="LEFT">La sepoltura in mare, con tutta la sua armatura e dentro un sarcofago di piombo, era stata ideata per assicurarsi che nessuno, e in particolar modo gli spagnoli, avrebbe mai potuto ritrovare il suo corpo. Ora, oltre 400 anni dopo la morte di Sir Francis Drake nei Caraibi, la tomba subacquea del grande navigatore e pirata potrebbe essere prossima dall’essere scoperta.</p>
<p align="LEFT">Una squadra di “cacciatori di tesori”, guidata dall’ex proprietario di una squadra di pallacanestro USA, sostiene di aver localizzato i relitti di due navi appartenute alla flotta di Drake in un luogo imprecisato (tenuto segreto per ovvi motivi) del fondale marino al largo della costa panamense.</p>
<p align="LEFT">Si tratta della <strong>Elizabeth</strong>, 195 tonnellate di stazza, e della <strong>Delight</strong>, stazzante circa cinquanta, due velieri che erano stati deliberatamente affondati dopo la morte del loro comandante, avvenuta per una dissenteria all’età di circa 55 anni, nel 1596; Drake si era ammalato un paio di settimane dopo il fallito tentativo di conquista del porto di <strong>Las Palmas</strong>. Collegando i vari eventi e le cronache di pensa quindi che sia altamente probabile che la sua tomba subacquea sia nelle vicinanze.</p>
<p align="LEFT"><strong>Pat Croce</strong>, ex presidente dei Philadelphia 76ers e dichiaratamente appassionato di pirateria, si è imbarcato alla ricerca delle due navi dopo aver eseguito delle attente ricerche su un libro che narrava delle ultime imprese della carriera “piratesca” di Drake, la cui occupazione principale sembrava essere quella di saccheggiare e depredare le navi spagnole che si trovavano a navigare nel Nuovo Mondo.</p>
<p align="LEFT">Croce, 56 anni, ha raccontato che la scoperta è state un colpo di fortuna dopo giorni e giorni passati a setacciare acque fangose, un vero e proprio miracolo. Croce è sicuro al 98% che si tratti proprio delle due navi di Drake per via del legno carbonizzato, del piombo trovato a bordo e degli utensili di chiara origine inglese che risalivano a quel periodo. In più, sempre secondo Croce nessun equipaggio sano di mente avrebbe mai navigato in quelle acque.</p>
<p align="LEFT">Basandosi su diverse fonti storiografiche risalenti a quel periodo, tra cui anche il diario di <strong>Thomas Maynard</strong>, un membro dell’entourage di Francis Drake che navigava sulla <strong>Defiance</strong>, Croce è arrivato a sostenere che la bara dovrebbe essere al massimo una lega (ossia tre circa tre miglia) lontana dai resti delle due navi.</p>
<p align="LEFT">Croce descrive Drake come il suo pirata preferito di tutti i tempi: un uomo del XVI secolo che padroneggiava l&#8217;arte nautica e i mari di tutto il mondo, tanto da divenire il peggior “flagello” marino del Nuovo Mondo, e questo in un’epoca in cui le tecniche di navigazione erano ancora piuttosto primitive.</p>
<p align="LEFT">Pare che Drake sia morto quando le navi erano ancorate a largo della costa di <strong>Portobelo</strong> e le sue due navi, malamente danneggiate dagli scontri di Las Palmas, erano state volutamente affondate per evitare che loro stesse e quello che trasportavano finissero in mano agli spagnoli. Il team di ricerca di Croce, a cui appartengono anche esperti sommozzatori ed esploratori provenienti dall’Inghilterra, dalla Francia, dall’Australia, da Panama e dalla Colombia, hanno usato quello che gli esperti di immersioni hanno descritto come l’equipaggiamento di scandagliamento del fondale marino più moderno e sofisticato che si sia mai visto. Dopo aver localizzato con successo le due navi, ora sperano di trovare il corpo di Drake, che da tempo è l’oggetto delle ricerche di storici, archeologi e cacciatori di tesori.</p>
<p align="LEFT">Secondo Croce trovare il corpo di Drake equivarrebbe a trovare un ago in un pagliaio, ma anche le navi erano considerate difficilissime da individuare, e sono comunque state trovate. In più secondo Croce, che è anche fondatore del Pirate and Treasure Museum di St Augustine, la Elizabeth e la Delight erano state svuotate prima di essere incendiate dopo la morte di Drake, quindi non è stato riportato alla luce nessun tesoro dagli scafi delle navi. E visto che sono di proprietà di Panama, attualmente le navi rimarranno esattamente dove sono, ossia sul fondo del mare.</p>
<p align="LEFT">La comunità internazionale degli archeologi marini è rimasta strabiliata di fronte a questa scoperta, che si può paragonare per la sua importanza e per l’eccitazione che genera alla scoperta della nave spagnola <strong>Atocha</strong>. Le navi affondate in quella zona del mare, infatti, per via del loro materiale di costruzione (ossia il legno), per via della temperatura dell’acqua piuttosto elevata e dell’abbondanza di microorganismi marini, tendono a non sopravvivere a lungo intatte nel fondo del mare.</p>
<p align="LEFT">Sir Francis Drake, una delle figure di principale importanza nella corte di Elisabetta, è ricordato per la sconfitta <strong>dell’Invincible Armada</strong> spagnola avvenuta nel 1588. È uno degli avventurieri di maggiore rilievo di tutta la Gran Bretagna, e il secondo navigatore a circumnavigare il mondo intero tra il 1577 e il 1580.</p>
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		<title>Sassari. Numerose scoperte di archeologia subacquea grazie ai controlli dei Carabinieri</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2011 13:59:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia subacquea]]></category>

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		<description><![CDATA[I siti archeologici subacquei e le aree marine protette della Sardegna settentrionale sono stati controllati e monitorati per tutto il mese di settembre dai Carabinieri del Nucleo TPC di Sassari per prevenire e reprimere danni e attività illegali che possano turbare il patrimonio archeologico e paesaggistico sommerso che durante l’estate hanno un picco notevole per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-10726" title="asinara-archeosub" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/10/asinara-archeosub.jpg" alt="Sassari. Numerose scoperte di archeologia subacquea grazie ai controlli dei Carabinieri" width="600" height="400" /></p>
<p>I siti archeologici subacquei e le aree marine protette della Sardegna settentrionale sono stati controllati e monitorati per tutto il mese di settembre dai Carabinieri del Nucleo TPC di Sassari per prevenire e reprimere danni e attività illegali che possano turbare il patrimonio archeologico e paesaggistico sommerso che durante l’estate hanno un picco notevole per l’incremento delle immersioni naturali e della navigazione di diporto con il mancato rispetto delle leggi di tutela delle aree subacquee e, in generale, delle norme della buona navigazione.</p>
<p>Il piano di controllo ha riguardato<strong> Cala Griecas</strong> di Alghero, <strong>Scoglio Paganetto</strong> di Santa Teresa di Gallura, <strong>Punta Sardegna</strong> di Palau e le <strong>isole di Spargiotto e Spargi</strong> di La Maddalena. Subito sono emersi ottimi risultati: sono stati ritrovati materiali che coprono un periodo che va dal secondo secolo avanti Cristo fino al diciannovesimo secolo, a ulteriore testimonianza di come l’isola sia sempre stata al centro di commerci e rotte.</p>
<p>A Punta Sardegna sono stati scoperti tre giacimenti che hanno restituito frammenti di anfore, anfore fittili e bacili di età romana, databili tra il primo secolo avanti Cristo e il primo secolo dopo Cristo. A Cala Griecas è stato portato alla luce una base d’ancora di piombo di età romana repubblicana, ornato con astragali in rilievo. A Macchia Mala è stato individuato un giacimento formato da laterizi fittili di epoca romana imperiale. A Scoglio Paganetto sono stati scoperti un sito di frammenti di anfore di fattura greco-italica, databili al secondo secolo avanti Cristo e un giacimento costituito da rocchi di colonne, probabilmente di epoca romana. Le isole della Maddalena hanno svelato un puntuale di anfora, un frammento di chiodo metallico, un frammento di parete di anfora e un tappo di anfora, presumibilmente parte di un relitto di età romana, e un’ancora del tipo ammiragliato databile al diciannovesimo secolo. Tutte le testimonianze sono adesso in fase di studio da parte degli archeologi della Soprintendenza di Sassari.</p>
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		<title>Porto Torres. Interessante ritrovamento subacqueo all’Asinara</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Oct 2011 15:14:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia subacquea]]></category>

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		<description><![CDATA[Dalle acque dell’Asinara riemerge una straordinaria scoperta archeologica: alcuni giorni fa, i sommozzatori della Guardia Costiera cagliaritana, mentre effettuavano un controllo ambientale, hanno individuato un’importante testimonianza punica, adagiata sul fondale a circa venti metri di profondità. Il reperto è un frammento di un bacile di terracotta di forma umana, con due fori che rappresentano gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-10658" title="ritrovamento-asinara" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/10/ritrovamento-asinara.jpg" alt="Porto Torres. Interessante ritrovamento subacqueo all’Asinara" width="600" height="450" /></strong></p>
<p><strong>Dalle acque dell’Asinara riemerge una straordinaria scoperta archeologica</strong>: alcuni giorni fa, i sommozzatori della Guardia Costiera cagliaritana, mentre effettuavano un controllo ambientale, hanno individuato un’importante testimonianza punica, adagiata sul fondale a circa venti metri di profondità. Il reperto è un frammento di un bacile di terracotta di forma umana, con due fori che rappresentano gli occhi, un naso abbozzato e una prominenza trasversale nella parte superiore che potrebbe corrispondere a un copricapo. Nel sito della scoperta i subacquei si sono imbattuti in altre due testimonianze di epoca romana: il bordo di un’anfora con ansa bifida riconducibile per fattezze alla penisola iberica e un’anfora integra di epoca imperiale.</p>
<p>I dettagli dell’operazione di recupero sono stati illustrati durante una conferenza stampa, svoltasi presso la sede della capitaneria di Porto Torres, dal capitano Giovanni Stella e da Gabriella Gasparetti, della Soprintendenza per i Beni archeologici di Sassari. Le tre testimonianze verranno adesso desalinizzate, ripulite dalle incrostazioni e consolidate, prima di essere documentate e catalogate dalla Soprintendenza, ma l’importanza della scoperta è già palese. Infatti, si tratta della prima scoperta di reperti di epoca cartaginese nella zona marina protetta dell’Asinara: un’area off-limits che potrebbe celare altre meraviglie.</p>
<p>Il sito in cui sono stati individuati i frammenti fa pensare che siano presenti altri reperti importanti, forse anche un intero carico di un’imbarcazione naufragata. Alla luce di questo ritrovamento, è probabile che le ricerche nelle acque dell’Asinara si faranno più intense.</p>
<p><em>(foto archivo Guardia Costiera)</em></p>
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		<title>Porto Garibaldi (Ra). Passaggio di consegne per il cannone recuperato in mare nel 2009</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Sep 2011 12:55:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia subacquea]]></category>
		<category><![CDATA[storia rinascimentale]]></category>
		<category><![CDATA[Aspide]]></category>

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		<description><![CDATA[Venerdì 9 settembre 2011, dalle 10.30, la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna ha consegnato formalmente alla Capitaneria di Porto il cannone in bronzo di fattura veneziana, modello Aspide, risalente a un periodo compreso tra il quindicesimo e il sedicesimo secolo, portato alla luce alla fine del 2009, di fronte alla spiaggia di Ferrara. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-10476" title="cannone-porto-garibaldi" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/09/cannone-porto-garibaldi.jpg" alt="" width="500" height="345" /></p>
<p>Venerdì 9 settembre 2011, dalle 10.30, la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna ha consegnato formalmente alla Capitaneria di Porto il <strong>cannone in bronzo di fattura veneziana</strong>, modello Aspide, risalente a un periodo compreso tra il quindicesimo e il sedicesimo secolo, portato alla luce alla fine del 2009, di fronte alla spiaggia di Ferrara. La consegna è avvenuta alla presenza delle più importanti autorità locali e dei rappresentanti della Soprintendenza e ha concluso il programma di ricerche in mare incominciato l’anno scorso e volto all’individuazione del relitto di provenienza del cannone, attualmente non identificato.</p>
<p>La produttiva intesa tra l’Ufficio Circondariale Marittimo di Porto Garibaldi e la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna permette adesso di collocare ed esporre nel sito di ritrovamento una testimonianza di grande interesse culturale e scientifico. Il cannone, lungo poco più di due metri, è stato recuperato casualmente all’alba del 2 dicembre 2009, dal motopeschereccio Rex della marineria di Porto Garibaldi, nelle acque che lambiscono la costa ferrarese.</p>
<p>Il cannone è stato prodotto in ambito veneziano: classificato come “Aspide”, risale a un periodo compreso tra 1400 e 1500 e faceva sicuramente parte dell’armamento di una Galea veneziana, una tipologia di imbarcazione che poteva tenere a prua sino a un massimo di sette cannoni tra cui Falconi, Moschetti da Braga, Colubrine, Cannoni volanti e Petriere da Braga. Queste bocche da fuoco erano realizzate in proprio dalla Repubblica di Venezia, la cui flotta deteneva dal quinto secolo il controllo dell’intero Mediterraneo.</p>
<p>Il pezzo di artiglieria è stato realizzato con una sola colata in bronzo, formata in prevalenza da una lega di stagno e rame in diverse proporzioni. Di fattura semplice, non reca ancora le singolari decorazioni che caratterizzano le bocche da fuoco prodotte dopo il sedicesimo secolo, quando verranno applicati in maniera sistematica le lettere e il Leone di San Marco. La caratteristica principale di questo cannone rispetto a quelli prodotti da altre nazioni, in qualsiasi periodo storico siano stati realizzati, risiede nell’assenza dei “delfini”, una specie di grosse maniglie ad anello situate nella parte superiore che consentono di muovere più agevolmente il pezzo. La parte interna della canna è totalmente liscia, mentre il “focone”, dove veniva posizionata la miccia di accensione, è situato sul lato destro dell’anello maggiore del “bottone” o “culatta”, difformemente da altri pezzi di artiglieria più moderni nei quali il “focone” è posizionato nella parte superiore, più comoda per l’accensione.</p>
<p>L’Aspide, catalogato tra i Beni Culturali dello Stato e arricchito da una scheda informativa, verrà ora esposto su un apposito piedistallo di marmo, in posizione protetta presso la Capitaneria di Porto di Porto Garibaldi dove potrà essere ammirato dal pubblico in tutta la sua straordinaria bellezza. L’allestimento è stato finanziato dalla Coop Archeosub Metamauco di Padova.</p>
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		<title>Galizia. Subacquei recuperano resti delle navi della Flotta della Plata</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Sep 2011 18:32:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Melania Marano</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia subacquea]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel mare dello Stretto di Vigo e nella Cala di San Simon, in Galizia, sono stati rinvenuti i resti di sei dei venticinque galeoni della Flotta de la Plata che parteciparono alla Battaglia di Rande, il 23 Ottobre 1702, svoltasi tra la coalizione anglo-olandese e quella ispano-francese,durante la guerra di Successione Spagnola. I galeoni spagnoli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><img class="alignnone size-full wp-image-10426" title="battaglia di Vigo" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/09/battaglia-di-Vigo.jpg" alt="Subacquei recuperano resti delle navi della Flotta della Plata" width="400" height="294" /></p>
<p align="JUSTIFY">Nel mare dello Stretto di Vigo e nella Cala di San Simon, in Galizia, sono stati rinvenuti i resti di sei dei venticinque galeoni della Flotta de la Plata che parteciparono alla Battaglia di Rande, il 23 Ottobre 1702, svoltasi tra la coalizione anglo-olandese e quella ispano-francese,durante la guerra di Successione Spagnola. I galeoni spagnoli erano carichi di tesori, provenienti dalle Americhe, e furono scortati dalle navi francesi guidate dala Conte di Chateaurenault, Francois Louis de Rousselet. Questi si rifugiarono nella Cala di San Simon ma furono assaliti e saccheggiati dall&#8217;Ammiraglio Sir George Rooke, comandante degli ango-olandesi.</p>
<p align="JUSTIFY">Nei sei relitti non sono stati rinvenuti reperti in oro o argento ma la scoperta ricopre un inestimabile valore storico e archeologico. Questi sono stati identificati nel mese di luglio scorso dall&#8217;archeologo marino Javier Luaces, a una profondità compresa tra i 3 e i 26 m. L&#8217;archeologo ha riferito che uno di questi relitti potrebbe riferirsi a una nave francese di 25 m mentre un altro potrebbe essere un galeone di 30-40 m, entrambi in un buono stato di conservazione.</p>
<p align="JUSTIFY">Uno degli obiettivi è quello di catalogare i reperti e studiare un modo per recuperarli in modo da poterli esporre nel Museo del Mare oppure in modo da poter allestire un museo sommerso in un porto galiziano.</p>
<p align="JUSTIFY">Questa spedizione è stata considerata di grande successo dato che già negli anni &#8217;90 del secolo scorso erano stati rinvenute cinque navi coinvolte nella stessa battaglia che però avevano richiesto diversi anni di immersioni da parte di circa 20 sub, proseguite anche nel 2007.</p>
<p align="JUSTIFY">Il direttore della missione non si aspetta di rinvenire grandi tesori, dato che queste navi furono saccheggiate però non esclude la possibilità di recuperare gli oggetti presenti nelle stive e le tracce fanno ben sperare: si riferiscono a pezzi di carene o prue, palle di cannone, ancore e munizioni, che sono sopravvissuto al deterioramento dell&#8217;acqua salmastra. Inoltre, il direttore della missione, afferma di aver individuato i resti anche di altri relitti che porterebbe il numero totale a circa una ventina.</p>
<p align="JUSTIFY">La missione archeologica è stata realizzata per mezzo di un accordo tra la Giunta di Galizia e il Ministero della Cultura e ha visto la partecipazione di cinque sommozzatori.</p>
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		<title>Giappone. Archeologi italiani scoprono relitto di nave thailandese del XVI secolo</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Sep 2011 09:01:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Melania Marano</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia subacquea]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 30 Agosto si è conclusa la Terza Campagna di Scavo della Missione Archeologica Italiana in Giappone, l&#8217;unica occidentale autorizzata, diretta dal Dott. Daniele Petrella. Questa è cofinanziata dal Ministero degli Affari Esteri, dalla Nippon Foundation, dalla Camera di Commercio di Napoli, e dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici per la Provincia di Trapani. Alla missione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><img class="alignnone size-full wp-image-10396" title="Archeologi italiani scoprono relitto di nave thailandese del XVI secolo" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/09/relitto-thailandese.jpg" alt="Archeologi italiani scoprono relitto di nave thailandese del XVI secolo" width="600" height="449" /></p>
<p align="JUSTIFY">Il 30 Agosto si è conclusa la Terza Campagna di Scavo della Missione Archeologica Italiana in Giappone, l&#8217;unica occidentale autorizzata, diretta dal Dott. Daniele Petrella. Questa è cofinanziata dal Ministero degli Affari Esteri, dalla Nippon Foundation, dalla Camera di Commercio di Napoli, e dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici per la Provincia di Trapani. Alla missione hanno partecipato la Cooperativa Archeologiattiva, il cui Presidente è il Dott. Daniele Petrella stesso, la Marine Sub e Idrosfera.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel corso della campagna di scavo, che ha interessato il sito di <strong>Yamami</strong> (isola di Ojika, prefettura di Nagasaki), è stata rinvenuta un&#8217;imbarcazione mercantile thailandese, datata tra il XVI e il XVII secolo d.C. La datazione è stata data sulla base dell&#8217;analisi del carico di anfore, confrontabili in tutto e per tutto con quelle ritrovate nel castello di Osaka. Inoltre, nel relitto, sono stati rinvenuti i lingottini conici in piombo utilizzati per non rovesciare il carico.</p>
<p align="JUSTIFY">Questa è una scoperta molto importante perché porta a riconsiderare quelli che erano i rapporti economici e sociali esistenti a quell&#8217;epoca, considerati finora molto limitati per decisione dello shogun locale.</p>
<p align="JUSTIFY">La missione dell&#8217;anno prossimo prevede anche l&#8217;indagine dei fondali di Yamami con il sonar ed è stata espressa la volontà da parte delle autorità giapponesi si sviluppare un percorso subacqueo visitabile, affiancato da un impianto di telecamere in modo da permettere la visita virtuale del sito, come già accade presso il Parco Sommerso di Baia in Campania e di Pantelleria.</p>
<p align="JUSTIFY">
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		<title>Grado. Chiusa la X campagna di scavo subacqueo sul relitto del &#8220;Mercurio&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Aug 2011 14:11:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia subacquea]]></category>
		<category><![CDATA[scavi]]></category>
		<category><![CDATA[battaglia di Grado]]></category>
		<category><![CDATA[Mercure]]></category>
		<category><![CDATA[Mercurio]]></category>
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		<category><![CDATA[Rivoli]]></category>

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		<description><![CDATA[Si è conclusa alla fine di luglio la campagna di scavo che ha impegnato dodici persone tra archeologi e tecnici dell’Università Ca’ Foscari di Venezia nello studio di un relitto situato a diciassette metri di profondità. Il gruppo di ricercatori hanno rinvenuto anche un pezzo intatto di tessuto, presumibilmente relativo a una divisa e hanno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-10216" title="relitto-Mercure" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/08/relitto-Mercure.jpg" alt="campagna di scavo subacqueo sul Mercurio" width="300" height="451" /></p>
<p>Si è conclusa alla fine di luglio la campagna di scavo che ha impegnato dodici persone tra archeologi e tecnici dell’Università Ca’ Foscari di Venezia nello studio di un relitto situato a diciassette metri di profondità. Il gruppo di ricercatori hanno rinvenuto anche un pezzo intatto di tessuto, presumibilmente relativo a una divisa e hanno recuperato un altro scheletro appartenente a un membro dell’equipaggio. Scoperta anche una tecnica costruttiva di cui non si conosceva l’esistenza: il cantiere genovese che costruì la nave affiancò le sue costole una all’altra senza soluzione di continuità per cercare di creare una chiglia a prova di cannone.</p>
<p>L’imbarcazione oggetto di tante attenzioni è il “<strong>Mercurio</strong>”, la più antica nave conosciuta con bandiera tricolore esplosa nella notte del 22 febbraio 1812 forse perché colpita dal brigantino inglese Weasel che insieme al vascello <strong>Victorius</strong> combattevano la squadra italo-francese salpata da Venezia per scortare il vascello <strong>Rivoli</strong>. Questo combattimento è conosciuto dagli storici della marina come “<strong>battaglia di Grado</strong>”. Durante la furiosa battaglia navale, tra le grida dei marinai che si mescolano agli ordini abbaiati dagli ufficiali, la ciurma corre concitata sul ponte e il buio della notte viene squarciato dalle fiammate dei cannoni, mentre l’equipaggio prega sentendo vicina la morte finché una palla di cannone colpisce il deposito delle munizioni e la nave esplode, spezzandosi in due.</p>
<p>Dopo 200 anni riemerge il ricordo di quegli uomini e della loro vita a bordo. Gli scavi hanno recuperato circa 900 oggetti: armi portatili, else di spade, pezzi di artiglieria, armi bianche, cannoni, ma anche effetti personali come acciarini, calzature in cuoio, bottoni, anelli, pensagli e catenine. La maggior parte di queste testimonianze sono già state restaurate, ma altri aspettano che siano disponibili dei finanziamenti per la loro pulizia o per il loro consolidamento per salvarli dal completo degrado. Sono oggetti unici e conservati in modo eccezionale visto che il Mercurio è uno dei siti archeologici sottomarini meglio conservati del Mediterraneo. Inoltre, è unico anche per la conservazione di numerosi scheletri umani rimasti intrappolati a causa della dinamica dell’affondamento.</p>
<p>La nave venne scoperta casualmente nell’aprile del 2001, a largo di Punta Tagliamento, quando il peschereccio Albatros di Marano, di proprietà della famiglia Scala, trovò un cannone di ferro coperto da concrezioni. Le successive indagini subacquee, svolte immediatamente nell’area del fortuito recupero, portarono alla scoperta di un relitto di epoca moderna insieme ad altri simili cannoni. Il restauro del cannone consentì di riconoscere nell’oggetto una carronata, ovvero un cannone dotato di canna corta molto comune nell’artiglieria delle navi all’inizio del diciannovesimo secolo. Grazie a questo e ad altri indizi i resti del relitto vennero identificati come quelli del Mercure, esploso nella Battaglia di Grado tra la flotta italo-napoleonica e la marina inglese, combattimento che fece fallire il progetto di Napoleone di scacciare gli inglesi dall’Adriatico.</p>
<p>Il Mercure era un brigantino da guerra con funzioni di sorveglianza, scorta, portadispacci o collegamento, veloce e dotato di un’ampia velatura. Largo nove metri e lungo trentadue metri, pesava 400/450 tonnellate e poteva viaggiare alla velocità di nove nodi. Era munito di un solo ponte e decorato di sculture a prua e a poppa. Nel 1809 il brigantino venne ceduto al Regno Italico ed entrò nella divisione Venezia col nome di Mercurio. Quando venne affondato faceva parte di una flotta italo-francese, formata per la maggior parte da marinai romani, dalmati, triestini e chioggiotti. L’equipaggio contava novantadue uomini, tra cui cinque ufficiali, comandati dal tenente di vascello Palinucchia o Palinicucchia.</p>
<p>Nell’esplosione l’imbarcazione si è probabilmente spaccata in almeno due tronconi. La poppa infatti è stata ritrovata a un centinaio di metri da un lungo tratto di nave terminante con la ruota di prua. La parte principale della nave, quella della prua, è formata dai resti dell’opera viva insabbiata in posizione di navigazione. In questa zona sono stati recuperati due cannoni di due metri e mezzo, quattro carronate, palle di canone, un rampino d’abbordaggio, una petriera di bronzo ad avancarica, un’ancora, una piccola bitta, diversi resti di bozzelli in legno, frammenti di gomene e cime, chiavarde, ombrinali di piombo, chiodi in bronzo, bigotte, lingotti in ferro costituenti la zavorra, lande delle manovre e altri reperti di ferro non ancora identificati. Non distante dall’imbarcazione sono stati identificate e recuperate altre testimonianze fra cui altre quattro carronate.</p>
<p>Di particolare interesse la scoperta di oggetti non collegabili direttamente al relitto come suppellettili di bordo quali piatti di ceramica, brocche, vasi e bottiglie in vetro, o effetti personali che offrono affascinanti informazioni per la ricostruzione della vita a bordo di un’imbarcazione militare dell’inizio dell’Ottocento. Non mancano molteplici testimonianze dell’armamento personale e dell’equipaggio quali acciarini, pallini da moschetto, sciabole, bottoni da giubba, armi da fuoco. Una delle caratteristiche più interessanti di questo giacimento sottomarino è la presenza di scheletri a cui si possono associare molti dei reperti menzionati. Si tratta di quattro o cinque uomini con età che va dai 18 ai 40 anni.</p>
<p>Il sito sottomarino, a 18 metri di profondità e a sette miglia dal litorale di Grado, è stato sottoposto a diverse campagne di studio e di scavo sovvenzionate dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e dall’Università Ca’ Foscari con la collaborazione di NAUSICAA. Il Mercure è importante per diversi motivi. È il solo relitto conosciuto di nave del Regno d&#8217;Italia e, ad oggi, il più antico con bandiera tricolore. Ha partecipato a un combattimento che, a causa della sconfitta del vascello Rivoli, durante il suo viaggio inaugurale, ha concorso al fallimento del sogno imperiale di Napoleone. Le buone condizioni dello scafo consentono di effettuare uno studio analitico sulle caratteristiche costruttive del solo relitto brick dei mari italiani. I pezzi di artiglieria ritrovati sono rari e di grande interesse per gli storici dell’artiglieria navale. Si tratta dell’unico relitto storico che conserva un elevato numero di scheletri mai trovato nel Mediterraneo.</p>
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		<title>Briatico. Recuperata in mare una contromarra d’ancora romana in piombo</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Aug 2011 10:23:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia subacquea]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[I sommozzatori delle Fiamme Gialle di Vibo hanno portato alla luce dalle acque antistanti il comune di Briatico una rara testimonianza archeologica. Si tratta di una contromarra di piombo di epoca magno-greca o romana (quinto-terzo secolo avanti Cristo) e della tipologia a tre fori in buono stato di conservazione. Il ritrovamento è stato reso possibile grazie all’indicazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I sommozzatori delle Fiamme Gialle di Vibo hanno portato alla luce dalle acque antistanti il comune di Briatico una rara testimonianza archeologica. Si tratta di una<strong> contromarra di piombo di epoca magno-greca o romana</strong> (quinto-terzo secolo avanti Cristo) e della tipologia a tre fori in buono stato di conservazione. Il ritrovamento è stato reso possibile grazie all’indicazione fornita dal Diving Center Anphibiam di Briatico che hanno comunicato alla Soprintendenza per i Beni archeologici della Calabria la presenza della testimonianza sul fondale della Costa degli Dei.</p>
<p>Dopo essersi informati e aver approfondito la veridicità della notizia, il Nucleo Sommozzatori della Guardia di Finanza di Vibo Valentia Marina hanno intrapreso le operazioni di recupero della contromarra, sommersa a dodici metri di profondità e in parte rivestita dalla sabbia e da sedimenti. Tutta l’area è particolarmente interessante: difatti sono stati ritrovati in passato reperti archeologici riferibili a ville di età romana. Il reperto verrà affidato al Museo Vito Capialbì di Vibo Valentia.</p>
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		<title>Sardegna, Piscinas. Scoperto il relitto di una nave inglese con un carico di piombo</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Aug 2011 09:49:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Melania Marano</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia subacquea]]></category>

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		<description><![CDATA[Una quindicina di anni fa, nel mese di Settembre, venne scoperto casualmente, da un appassionato ricercatore di relitti, un lingotto in piombo nel mare di Piscinas, in Sardegna. Questo era di forma ovoidale e sul dorso presentava delle punzonature e delle lettere. Viene organizzata subito una ricognizione, con Sergio Caroli, Titolare dell’Hotel Le Dune, che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><img class="alignnone size-full wp-image-10142" title="Piscinas-relitto-nave-inglese-carico-piombo" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/08/Piscinas-relitto-nave-inglese-carico-piombo.jpg" alt="Piscinas. Scoperto il relitto di una nave inglese con un carico di piombo" width="600" height="400" /></p>
<p align="JUSTIFY">Una quindicina di anni fa, nel mese di Settembre, venne scoperto casualmente, da un appassionato ricercatore di relitti, un lingotto in piombo nel mare di Piscinas, in Sardegna. Questo era di forma ovoidale e sul dorso presentava delle punzonature e delle lettere. Viene organizzata subito una ricognizione, con <strong>Sergio Caroli</strong>, Titolare dell’Hotel Le Dune, che mette in luce il troncone di una nave. Vengono contattati subito i Carabinieri subacquei e la Soprintendenza per i Beni Archeologici che organizza un cantiere archeologico subacqueo. Durante i lavori di ricerca vengono portati alla luce settanta lingotti in piombo, il fasciame della nave e un cannone che spuntava già di un metro dalla sabbia.</p>
<p align="JUSTIFY">Sergio Caroli aveva già effettuato una scoperta simile otto anni prima, quando aveva identificato otto cannoni e un’ancora, sulla linea del libeccio e a 200 m dalla riva, a una profondità di 7-8 m. Questi sono tutti allineati sulla linea del vento e si ritiene che appartengano alla stessa nave.</p>
<p align="JUSTIFY">Il motivo per cui una nave inglese doveva trovarsi in queste acque è da ricercare certamente nella presenza di miniere piombifere nell’isola, che venivano sfruttate fin da epoca antica. Si ha notizia che un imprenditore inglese, Carl Brander, fosse titolare della concessione mineraria che il re Carlo Emanuele III concesse nel 1740. Carl Brander e il Console svedese Karl Gustav Mandell operavano anche per un finanziatore tedesco, K. von Holtzendorff, che inviò esperti minatori e fonditori tedeschi nell’isola. Questa notizia confermerebbe la foggia dei lingotti rinvenuti, che sembrano essere di fattura tedesca. Mentre le punzonature sono inglesi e risalirebbero al periodo in cui operavano questi tre concessionari.</p>
<p align="JUSTIFY">I lavori di ricerca che si stanno svolgendo sono coordinati dalla Dott.ssa Donatella Salvi, della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Cagliari e, contestualmente, il Comune di Arbus sta predisponendo i finanziamenti per il recupero del carico che verrà sistemato in un museo che sarà allestito nel Monte Granatico del paese, che accoglierà anche i reperti provenienti dalle acque dal Capo Pecora al Capo Frasca. Si è pensato anche alla creazione di un percorso subacqueo che sarebbe, di certo, una grande attrattiva turistica.</p>
<p align="JUSTIFY"><em>(ph. Sergio Caroli)</em></p>
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		<title>Pantelleria. In fondo al mare scoperto un tesoro di monete puniche</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Aug 2011 13:51:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia subacquea]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Pantelleria è ancora protagonista di un’importante scoperta archeologica: a largo di Cala Tramontana è stato trovato nella sabbia un piccolo tesoro di 3418 monete in bronzo di epoca punica, disperse presumibilmente durante una guerra. Tutte le monete recano la stessa iconografia: su una faccia un busto di testa di cavallo voltato verso destra e circondato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-9993" title="monete_puniche_pantelleria" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/08/monete_puniche_pantelleria.jpg" alt="Pantelleria. In fondo al mare scoperto un tesoro di monete puniche" width="600" height="335" /></p>
<p>Pantelleria è ancora protagonista di un’importante scoperta archeologica: a largo di Cala Tramontana è stato trovato nella sabbia un piccolo tesoro di <strong>3418 monete in bronzo di epoca punica</strong>, disperse presumibilmente durante una guerra. Tutte le monete recano la stessa iconografia: su una faccia un busto di testa di cavallo voltato verso destra e circondato da simboli e sull’altra la dea Tanit con lo sguardo rivolto a sinistra e la testa cinta da una corona di grano. Questo tipo di moneta, molto diffusa, venne coniata nel periodo in cui i Romani completarono la conquista della Sicilia, tra il 264 e il 241 avanti Cristo.</p>
<p>&nbsp;</p>
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