<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>ArcheoRivista - rivista di archeologia &#187; archeologia mesoamericana</title>
	<atom:link href="http://www.archeorivista.it/articoli/settore/archeologia-mesoamericana/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.archeorivista.it</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Sun, 13 May 2012 10:17:25 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.3.2</generator>
		<item>
		<title>Intervista all’archeologa Patrizia Di Cosimo</title>
		<link>http://www.archeorivista.it/0012307_intervista-allarcheologa-patrizia-di-cosimo/</link>
		<comments>http://www.archeorivista.it/0012307_intervista-allarcheologa-patrizia-di-cosimo/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 12:16:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[interviste]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.archeorivista.it/?p=12307</guid>
		<description><![CDATA[Nome e cognome: Patrizia Di Cosimo Qualifica: Direttrice ‘Progetto Takesi’, Università di Bologna Professione: Archeologa Recapito: patrizia.dicosimo@unibo.it D. Qual&#8217;è stato il suo percorso formativo? R. Sono Dottoressa in Lettere Classiche presso l’Università di Bologna, con una tesi sull’arte rupestre dell’Arcipelago di Solentiname in Nicaragua. Ho seguito corsi di formazione presso il ‘Centro Camuno di Studi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-12309" title="Valle-del-Takesi" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/04/Valle-del-Takesi.jpg" alt="archeologa Patrizia Di Cosimo " width="420" height="487" /></strong></p>
<p><strong>Nome e cognome</strong>: Patrizia Di Cosimo<br />
<strong>Qualifica</strong>: Direttrice ‘Progetto Takesi’, Università di Bologna<br />
<strong>Professione</strong>: Archeologa<br />
<strong>Recapito</strong>: <a href="patrizia.dicosimo@unibo.it">patrizia.dicosimo@unibo.it</a></p>
<p><strong>D. Qual&#8217;è stato il suo percorso formativo?</strong><br />
R. Sono Dottoressa in Lettere Classiche presso l’Università di Bologna, con una tesi sull’arte rupestre dell’Arcipelago di Solentiname in Nicaragua. Ho seguito corsi di formazione presso il ‘Centro Camuno di Studi Preistorici’ della Valcamonica e partecipato ai campi di lavoro del ‘Centro Italiano Studi e Ricerche Precolombiane’ nel sito di Cahuachi della Cultura Nasca in Perù. Ho partecipato al corso di ‘Operatrice alla Cooperazione allo Sviluppo sul campo con competenze di Genere’, Associazione Orlando (Bologna).</p>
<p><strong>D. E il suo percorso professionale?</strong><br />
R. Ho lavorato come responsabile della ricerca sull’arte rupestre dell’Arcipelago di Solentiname (Nicaragua) dal 1995 al 1998, all’interno del progetto SIAPAZ, nel quale ho collaborato anche alla realizzazione del MUSAS, Ecomuseo dell’Arcipelago, con l’elaborazione della museografia della Sala di Archeologia (2007). Nell’ambito museografico ho realizzato il progetto per il museo interpretativo della strada preispanica del Takesi (Regione Sud Yungas di La Paz, Bolivia) del Municipio di Yanacachi, per conto della Fundación Taquesi della Hidroelectrica Boliviana, e partecipato all’esposizione “Il Sacro e il Paesaggio”, organizzata dal Dipartimento di Paleografia e Medievistica dell’Università di Bologna (2002). Sono responsabile dal 2001 a tutt’oggi del ‘Progetto Takesi’ in Bolivia, per conto del Dipartimento di Storie e Metodi della Conservazione dei Beni Culturali, Polo Scientifico Didattico di Ravenna (Università di Bologna). Il progetto studia la rete viaria preispanica e i siti archeologici ad essa associati, della regione Sud Yungas di La Paz. Questa ricerca si sviluppa negli ambiti archeologici, antropologici ed etnostorici, e conta con la collaborazione di istituzioni e professionisti boliviani. Ho partecipato e diretto diversi scavi d’emergenza in Italia (1990-2007), soprattutto a Bologna e provincia, per conto di diverse ditte. Sono stata Docente a contratto presso l’Università di Bologna, nei corsi di ‘Civiltà Indigene d’America’ ed ‘Ecologia Preistorica’, ed ho organizzato e diretto un corso intensivo sull’arte rupestre presso la Universidad Nacional Autónoma de Nicaragua (1998), e docente di ‘Archeologia Generale’ della Università Mayor de San Andrés di La Paz (Bolivia) nel 2011.</p>
<p><strong>D. Di cosa si occupa attualmente?</strong><br />
R. Dirigo il ‘Progetto Takesi’ dell’Università di Bologna, finanziato dal Ministero degli Affari Esteri d’Italia, e sto promuovendo un nuovo progetto ‘Ruta del Illimani’, in collaborazione col Municipio di Irupana (Regione Sud Yungas di La Paz, Bolivia), l’associazione boliviana ACUDE (Asociación de Consultores para el Desarrollo) e le comunità aymara della zona, che prevede ampliare le ricerche archeologiche della regione, la valorizzazione e il restauro di siti archeologici monumentali e strade preispaniche, con la finalità anche di sviluppo di un circuito turistico di tipo comunitario, ecologico e sostenibile.</p>
<p><strong>D. Per quali enti o istituzioni lavora?</strong><br />
R. Dipartimento di Storie e Metodi della Conservazione dei Beni Culturali, Polo Scientifico Didattico di Ravenna, Università di Bologna.</p>
<p><strong>D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?</strong><br />
R. Il ‘Progetto Takesi’.</p>
<p><strong>D. Il prossimo impegno lavorativo?</strong><br />
R. Ideazione e realizzazione dell’esposizione ‘Chungamayu: Patrimonio al este del Illimani’, per conto della CAF (Corporación de Fomento Andina) nella città di La Paz (Bolivia), sugli studi del ‘Progetto Takesi’ e sulla sensibilizzazione, rivolta alla società boliviana, sul valore del Patrimonio archeologico.</p>
<p><strong>D. Ha collaborazioni all&#8217;estero? Se no, prevede di averle?</strong><br />
R. Vedi sopra.</p>
<p><strong>D. Il suo sogno nel cassetto?</strong><br />
R. Valorizzare e rendere fruibili al pubblico i siti archeologici del Municipio di Irupana (Regione Sud Yungas di La Paz), una zona con prevalenza di popolazione aymara, economicamente depressa e marginale, all’interno di un’azione di sviluppo sostenibile, che preveda la gestione dei siti e di un circuito turistico da parte delle comunità originarie.</p>
<p><strong>Archeologia italiana</strong></p>
<p><strong>D. Cosa pensa dello stato attuale dell&#8217;archeologia italiana?</strong><br />
R. Nonostante le eccellenti professionalità del mondo accademico e non, si è trasformata quasi per completo in un’archeologia d’emergenza, nella quale i tempi e i budget dell’esecuzione delle opere non coincidono (se non in rari casi) con le esigenze scientifiche e metodologiche della scienza. Penso anche che vi si ancora poco interesse per le archeologie di paesi extraeuropei e una chiusura ancora percettibile verso l’archeologia preistorica. D’altro canto vi sono esempi eccellenti, come i caso della Regione Valle d’Aosta, dell’integrazione delle ricerche archeologiche con piani di sviluppo territoriale e riappropriazione identitaria da parte delle comunità locali.</p>
<p><strong>D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?</strong><br />
R. Un albo nazionale della professione.  Più contributi pubblici, con partecipazione dei privati.  Maggiore compromesso sociale e restituzione delle conoscenze e dati alle comunità locali.</p>
<p><strong>D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?</strong><br />
R. Il senso comune del valore storico e identitario del patrimonio.  Competenze, innovazioni tecnologiche e fondamenti metodologici di lunga data.  Entusiasmo e curiosità dei giovani studenti e professionisti.</p>
<p><strong>D. Cosa dovremo imparare dall&#8217;estero?</strong><br />
R. Attenzione e compromesso delle istituzioni pubbliche.  Complementare le ricerche archeologiche con interventi di conservazione, restauro e posta in valore del patrimonio.</p>
<p><strong>D. Cosa possiamo invece insegnare loro?</strong><br />
R. L’approccio non rigido e una certa visione integrale e profondamente storica del passato.</p>
<p><strong>D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l&#8217;archeologia italiana?</strong><br />
R. Sicuramente le istituzioni pubbliche, a partire dal Ministro preposto, e le amministrazioni locali in particolare, che dovrebbero disegnare piani integrali di sviluppo del territorio, posto che i beni patrimoniali in Italia sono la maggiore ricchezza di cui disponiamo. Le università dovrebbero attuare in più stretta collaborazione con le comunità locali e attuare una maggiore diffusione dei risultati delle ricerche, rendendole accessibili a un pubblico vasto. Anche i privati e i cittadini in generale dovrebbero apportare risorse e capacità umane.</p>
<p><strong>D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?</strong><br />
R. Ci vorrebbe certo, come etica professionale, ma non sempre è possibile, soprattutto nel panorama dell’archeologia d’emergenza, dove non è quasi mai contemplata la pubblicazione dei dati.</p>
<p><strong>Musei</strong></p>
<p><strong>D. La sua opinione sui musei italiani?</strong><br />
R. Alcuni sono esempi eccellenti di gestione patrimoniale e proposte museologiche e museografiche originali. Percepisco d’altro canto una sproporzione d’investimenti, tra alcuni musei fin troppo esorbitanti ed eccessivi nelle loro realizzazioni, ed altri lasciati completamente in abbandono. Nell’attuale congiuntura economico-politica la situazione diventa allarmante, e la chiusura di musei, così come di altre istituzioni culturali, è un segnale di profondo degrado della qualità della vita sociale in generale.</p>
<p><strong>D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?</strong><br />
R. Con un’azione continua di educazione e divulgazione dei temi culturali, soprattutto con il coinvolgimento delle scuole, che renda veramente vive e attuali le collezioni. Bisognerebbe inoltre aprire a sempre nuove interpretazioni e nuovi punti di vista sul patrimonio tangibile e intangibile, tenendo in conto la presenza di portatori di variegate culture provenienti da tutto il mondo all’interno del territorio nazionale.</p>
<p><strong>D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?</strong><br />
R. L’accesso alla cultura dovrebbe essere libero ed accessibile a tutti.</p>
<p><strong>D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?</strong><br />
R. Sì, bisogna appropriarsi delle infinite possibilità che offrono le recenti tecnologie, soprattutto per ricostruire scenari e contesti del passato, e penso che il loro utilizzo più intelligente sia da ricercare nelle soluzioni di maggiore interattività con il pubblico, così come nella potenzialità di poter maneggiare una grande quantità di dati in poco spazio. Tutto questo senza perdere il contatto con l’oggetto materiale che è il fondamento della conoscenza sul passato.</p>
<p><strong>D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?</strong><br />
R. E’ fondamentale, come esposto in precedenza.</p>
<p><strong>D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?</strong><br />
R. Vi sono buoni esempi di divulgazione, a volte troppo sensazionalistica o lasciata alla buona volontà e capacità individuali. Bisognerebbe includere materie di studio nel campo della comunicazione, all’interno del corso di studi accademico.</p>
<p><strong>D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?</strong><br />
R. Certe riviste sì.</p>
<p><strong>Beni culturali e privati</strong></p>
<p><strong>D. Cosa pensa dell&#8217;affidamento dei beni archeologici ai privati?</strong><br />
<strong> R.</strong> A volte sembra essere l’unica via di riscatto dei beni archeologici e del patrimonio in generale. Certo bisognerebbe attuarlo sotto strette norme di gestione e restituzione di benefici alla collettività.</p>
<p><strong>D. I fondi a disposizione dell&#8217;archeologia italiana sono sufficienti?</strong><br />
R. No.</p>
<p><strong>D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?</strong><br />
R. Conoscendo l’enorme quantità di reperti immagazzinati, sarebbe bene riscattarli e studiarli, applicando le nuove tecnologie e metodologie di studio che renderebbero possibile l’acquisizione di nuove informazioni.</p>
<p><strong>D. E&#8217; giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?</strong><br />
R. Sì.</p>
<!-- Social Ring Buttons Start --><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeorivista.it/0012307_intervista-allarcheologa-patrizia-di-cosimo/" data-text="Intervista all’archeologa Patrizia Di Cosimo" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeorivista.it%2F0012307_intervista-allarcheologa-patrizia-di-cosimo%2F"></iframe></div><div class="social-ring-button"><fb:like href="http://www.archeorivista.it/0012307_intervista-allarcheologa-patrizia-di-cosimo/" width="140" send="false" showfaces="false" layout="button_count" action="like"/></fb:like></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div><!-- Social Ring Buttons End -->]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.archeorivista.it/0012307_intervista-allarcheologa-patrizia-di-cosimo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Perù. Il nome originario di Machu Picchu sarebbe “Patallaqta”</title>
		<link>http://www.archeorivista.it/0012122_peru-il-nome-originario-di-machu-picchu-sarebbe-patallaqta/</link>
		<comments>http://www.archeorivista.it/0012122_peru-il-nome-originario-di-machu-picchu-sarebbe-patallaqta/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 28 Mar 2012 10:16:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Lattanzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.archeorivista.it/?p=12122</guid>
		<description><![CDATA[Mari Carmen Martín Rubio, una storica spagnola il cui interesse è focalizzato sul Perù precolombiano, è convinta che il vero nome di Machu Picchu sia Patallaqta; la sua affermazione si basa sullo studio delle cronache di Juan de Betanzos, un documento del sedicesimo secolo che risultava perso per oltre quattro secoli e che fu riscoperto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-12123" title="nome originario di Machu Picchu sarebbe “Patallaqta”" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/03/Machu-Picchu-Patallaqta.jpg" alt="nome originario di Machu Picchu sarebbe “Patallaqta”" width="600" height="375" /></strong></p>
<p><strong>Mari Carmen Martín Rubio</strong>, una storica spagnola il cui interesse è focalizzato sul <strong>Perù</strong> precolombiano, è convinta che il vero nome di<strong> Machu Picchu</strong> sia <strong>Patallaqta</strong>; la sua affermazione si basa sullo studio delle cronache di Juan de Betanzos, un documento del sedicesimo secolo che risultava perso per oltre quattro secoli e che fu riscoperto dalla storica nel 1987 in una biblioteca di Palma di Mallorca. Ecco qui di seguito il testo originale di una notizia che ha già fatto il giro del mondo.</p>
<p>Si chiamava <strong>Patallaqta</strong>, nome composto dai vocaboli provenienti dalla lingua quechua “<strong>pata</strong>” (scala, gradino) e “<strong>llaqta</strong>” (città, paese, provincia).</p>
<p>Questo nome deriva dal sistema agricolo che veniva (e tuttora viene) utilizzato per recuperare terreni da un territorio montagnoso come quello andino, dove scarseggiano le pianure. Nell’epoca del massimo splendore di Machu Picchu, che si protrasse per un secolo scarso, più o meno tra il 1440 e il 1533, l’inca Pachacútec ordinò che fossero sfruttati al massimo quei fertilissimi terreni ai margini della foresta amazzonica per creare una delle maggiori riserve di alimenti per la popolazione. Per poter gestire tutto questo volume di produzione fece costruire una città amministrativa, che assolveva allo stesso tempo anche la funzione di luogo di culto. La “Città Gradino” o “Città Scala” è quella che, a partire dal 1911, fu conosciuta dal mondo intero come Machu Picchu.</p>
<p>Chi assicura di possedere prove inconfutabili di questa rivelazione è la storica spagnola Mari Carmen Martín Rubio, che basa la propria intuizione su un testo contenuto nel trentaduesimo capitolo del documento “Suma y narración de los incas”, ossia le cronache di Juan de Betanzos. In queste cronache si racconta che l’inca Pachacútec, a cui si devono la massima espansione e la maggior floridezza dell’impero di Tahuantinsuyo, richiese di essere seppellito “nelle sue case di Patallaqta”. Questa affermazione esige però delle ulteriori chiarificazioni.</p>
<p>Apparentemente, infatti, siamo di fronte a una contraddizione di termini in quanto Pachacuti (la storica preferisce utilizzare questo nome invece di quello che viene utilizzato nelle cronache posteriori) sembra aver affermato che desiderava che il suo corpo rimanesse nel tempio principale di Coricancha, nella regione del Cuzco. Un luogo, questo, dove venivano esibite a fini di culto le mummie dei regnanti inca. Questa dichiarazione è presente anche nelle cronache di altri cronisti (ad esempio quelle di Sarmento de Gamboa e di Pedro Acosta) e anche Juan Polo de Ondegardo, che ha trovato la mummia di Pachacuti e se l’è riportata con sé a Lima dove fu vista dal peruviano Garcilaso de la Vega (soprannominato l’Inca), racconta la stessa versione nel suo libro. Nonostante tutto, però, Betanzos afferma che fu seppellito in un vaso di terracotta a Patallaqta.</p>
<p>Secondo la storica, quando un inca moriva se ne ricavavano almeno due “confezioni” di resti: una conteneva il corpo imbalsamato mentre l’altra conteneva alcuni organi vitali e probabilmente anche dei pezzi di carne, insieme a ciuffi di capelli e unghie che lo avevano accompagnato per tutta la vita. Anche Atahualpa fece dividere i resti del padre, Huayna Cápac, in tre diverse “confezioni”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma allora perché Pachacuti ha chiesto di essere seppellito a Patallaqta? Ecco cosa racconta di lui la Martín Rubio: “Panchacuti è stato il regnante inca che più di tutti gli altri ha ampliato il territorio dell’impero inca, tanto da poter essere considerato una specie di Alessandro Magno del Sud America. E non era solamente un grandissimo guerriero, ma anche un ottimo amministratore e una stimatissima guida dal punto di vista religioso. Arrivò a strutturare una società quasi perfetta, che meriterebbe di essere conosciuta meglio al giorno d’oggi. È stato anche il primo tra tutti i governanti inca ad addentrarsi all’interno della foresta amazzonica e a sottomettere le popolazioni che vi abitavano. La cittadella che ha ordinato venisse edificata a Patallaqta, ai margini della selva, era il centro amministrativo di un territorio estremamente fertile, nonostante fosse composto prevalentemente da ripidissime montagne. Lì si venne costruito un sistema di terrazzamenti, conosciuti come “piattaforme”, dove vennero coltivate grandissime quantità di provviste e rifornimenti per l’esercito e per altre necessità. Il nome Machu Picchu significa “vecchia montagna”. Considerando il fatto che in lingua quechua si dice “orgo”, mentre Picchu può essere visto come derivato dello spagnolo “pico”: picco o montagna. Non è quindi possibile che si tratti del suo nome originale.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mari Carmen Martín Rubio fu protagonista, nel 1987, di una scoperta che ha portato luce su innumerevoli aspetti relativi alla vita nei primi anni successivi alla conquiste dell’impero Inca da parte dei conquistadores spagnoli. Nella biblioteca Bartolomé March di Palma de Mallorca, infatti, ha ritrovato un capitolo della cronaca “Suma y narración de los incas” del cronista Juan de Betanzos, redatta a Cuzco nel 1551, di cui fino a quel momento si conoscevano solo 18 capitoli. Si tratta, sostanzialmente, della cronaca della conquista vista dalla parte di un Inca, commissionata al giovane traduttore della lingua quechua (“runasimi” per gli inca) dal viceré Antonio de Mendoza, per poter conoscere più approfonditamente il passato di questo impero e, soprattutto, la genealogia dei suoi regnanti precedenti.</p>
<p>La situazione di Betanzos era perfetta per questo scopo: gentelman proveniente da una famiglia metà basca e metà galiziana, Juan Díez de Betanzos Arauz convolò a nozze con la cugina, nonché prima moglie dell’inca Atahualpa, Cuxirimay Ocllo, poi battezzata Angelina Yupanqui. Pronipote di Pachacuti e divorziatasi dall’ultimo inca poco prima della sua esecuzione nel 1533, la giovane vedova dalla proverbiale bellezza divenne successivamente moglie di Francisco Pizzarro, più anziano di lei di una quarantina d’anni, col il quale ebbe due figli. Dopo l’assassinio del conquistador, avvenuto nel 1541 quando la giovane aveva tra i venti e i venticinque anni, si sposò con Betanzos, il giovane interprete e traduttore di quechua, che aveva più o meno la sua stessa età e dal quale ebbe tre figli. Lei possedeva una grandissima fortuna a cui lui sommò la sua, anche se il maggior vantaggio per il cronista era indubbiamente quello di aver accesso diretto ai nobili anziani e ai maestri inca, i quali gli raccontarono la storia del loro popolo, prima che cadesse per sempre nell’oblio a causa fatto che non esisteva niente di scritto che la tramandasse ai posteri. E questo libro ha ancora molto da svelarci.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La teoria del nome Patallaqta non è nuova e in questo libro c’è la conferma di questa ipotesi, secondo la Martín Rubio. Questa teoria è appoggiata anche dallo storico e archeologo peruviano Federico Kaufmann Doig, che attualmente sta supervisionando l’edizione di un libro di dimensioni monumentali su Machu Picchu, su incarico dell’ Universidad Alas Peruanas di Lima. Anche secondo Kaufmann, quindi, Patallaqta potrebbe facilmente essere il primo e originale nome di Machu Picchu.</p>
<p>Ecco cosa di chiara lo studioso: “Nel mio libro Macchu Picchu, Tesoso Inca (Lima, 2005), ho segnalato che la toponimia attuale di Machu Picchu doveva essere stata inventata nel periodo repubblicano o coloniale dai residenti della zona in riferimento al grande sito archeologico, oppure che questa toponimia prenda le sue origini dalla parola della lingua quechua o runasimi Machu (maggiore, sia in dimensioni che in età) o a Picchu, che potrebbe essere una trasformazione della parola spagnola ‘pico’, che da chi parlava la lingua quechua veniva pronunciato in questo modo. Nel mio volume su Machu Picchu (due tomi di oltre 500 pagine), mi occupo solo superficialmente di questa questione perché non ero in possesso della documentazione presentata adesso da Mari Carmen Martín Rubio, nella quale ci sono argomentazioni molto erudite e quindi assolutamente convincenti. Tra l’altro, quando si menziona Patallaqta va sottolineato che anche questa toponimia deve essere stata in qualche modo influenzata dalla lingua spagnola, e che molto probabilmente il vero nome era Llaqtapata, visto che “Patallaqta” va contro la struttura grammaticale sia della lingua quechua che di quella runasimi.”</p>
<p>“La Martín Rubio,” continua Kaufmann, “non circoscrive i suoi studi solo ai dati assunti dall’analisi delle cronache di Betanzos ma approfondisce le sue ricerche analizzando scritti di Cobo, Sarmiento de Gamboa e altri storici che, in una forma o nell’altra, raccontano dell’occupazione dei presidi di Vilcabamba (dive si trova Machu Picchu) da parte degli Inca nel 1537 e delle guerre che questo e i suoi successori fecero susseguire in questa regione per cercare di arginare l’irruzione spagnola nel Perù degli Inca, fino al 1572, anno in cui furono definitivamente sconfitti. Il confronto delle diverse cronache ha permesso alla dottoressa Martín Rubio di giungere alla conclusione che la località che oggi si conosce con il nome di Machu Picchu potrebbe, effettivamente, essere la Patallaqta a cui fa riferimento Betanzos quando racconta che in questo luogo fu seppellito il sovrano Pachacútec. E come sottolinea la storica, non si sarebbe trattato dell’intero cadavere ma, come si usava ai tempi, quello del suo huauque, ossia una specie di controparte o fratello spirituale.”</p>
<p>Situata in un alto promontorio roccioso tra due imponenti montagne, a 2.360 metri sopra il livello del mare, attorniata da ruscelli e posizionata proprio di fronte a un profondo<br />
canyon dove scorre il fiume Urubamba, la cittadella fino ad oggi conosciuta col nome di Machu Picchu contava una popolazione non molto elevata, qualcosa come 300 o 400 abitanti. Da lì venivano redistribuiti, immagazzinati e contabilizzati i prodotti della terra. I contadini erano “mitimaes”, provenienti da altre regioni e reclutati temporaneamente per assolvere a questi compiti. I tributi che dovevano versare, i due terzi del raccolto, erano molto alti e venivano elevati improvvisamente e senza preavviso. La presenta di Pachacuti, che li raddoppiò una volta e poi ancora un’altra, era importante per mantenere l’ordine e la pace in questa regione. Secondo la storica, il culto dei morti giustifica la sua presenza.</p>
<p>La dottoressa Martín Rubio, che ha realizzato la sua tesi di dottorato su questa città inca, sembra conoscere molto bene quello di cui parla, e secondo lei non è per niente strano che Pachacuti abbia deciso di farsi seppellire lì. L’archeologo Luis G. Lumbreras, che ha lavorato nella torre di Machu Picchu, assicura che lì sotto ci sono le volte del tumulo sepolcrale di una persona importante.</p>
<!-- Social Ring Buttons Start --><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeorivista.it/0012122_peru-il-nome-originario-di-machu-picchu-sarebbe-patallaqta/" data-text="Perù. Il nome originario di Machu Picchu sarebbe “Patallaqta”" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeorivista.it%2F0012122_peru-il-nome-originario-di-machu-picchu-sarebbe-patallaqta%2F"></iframe></div><div class="social-ring-button"><fb:like href="http://www.archeorivista.it/0012122_peru-il-nome-originario-di-machu-picchu-sarebbe-patallaqta/" width="140" send="false" showfaces="false" layout="button_count" action="like"/></fb:like></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div><!-- Social Ring Buttons End -->]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.archeorivista.it/0012122_peru-il-nome-originario-di-machu-picchu-sarebbe-patallaqta/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Perù, Lambayeque. 1250 anni fa la città avrebbe avuto a capo una sacerdotessa</title>
		<link>http://www.archeorivista.it/0012081_peru-lambayeque-1250-anni-fa-la-citta-avrebbe-avuto-a-capo-una-sacerdotessa/</link>
		<comments>http://www.archeorivista.it/0012081_peru-lambayeque-1250-anni-fa-la-citta-avrebbe-avuto-a-capo-una-sacerdotessa/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 20 Mar 2012 14:44:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Lattanzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.archeorivista.it/?p=12081</guid>
		<description><![CDATA[I resti di un&#8217;individuo di genere femminile ritrovati nella Huaca Chornancap, a Lambayeque, apparterrebbero a una sacerdotessa che avrebbe regnato circa 1250 anni fa in questa zona settentrionale del Perù. Gli archeologi che stavano scavando la zona, infatti, hanno riportato alla luce una maschera con orecchie alate realizzata in argento che serviva a coprire il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-12082" title="sacerdotessa-lambayeque" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/03/sacerdotessa-lambayeque.jpg" alt="Perù, Lambayeque. 1250 anni fa la città avrebbe avuto a capo una sacerdotessa" width="500" height="333" /></p>
<p>I resti di un&#8217;individuo di genere femminile ritrovati nella Huaca Chornancap, a <strong>Lambayeque</strong>, apparterrebbero a una <strong>sacerdotessa</strong> che avrebbe regnato circa 1250 anni fa in questa zona settentrionale del Perù. Gli archeologi che stavano scavando la zona, infatti, hanno riportato alla luce una maschera con orecchie alate realizzata in argento che serviva a coprire il vostro della presunta sacerdotessa, e hanno anche affermato in una dichiarazione all’Agenzia Andina che, se si trovasse conferma che i resti appartengono davvero a una persona di sesso femminile, questo potrebbe cambiare radicalmente l’interpretazione della civiltà di Lambayeque.</p>
<p>Gli studiosi hanno anticipato che i prossimi step delle ricerche prevedranno la rimozione delle ossa ritrovate vicino alla presunta figura femminile, scoperte nell’ottobre scorso, insieme a oltre 120 oggetti che comprendono ornamenti ed emblemi di potere realizzati in oro, argento e bronzo, oltre a 116 oggetti realizzati in ceramica.</p>
<p>La prima cosa che si farà sarà disseppellire i resti ossei di cammelli trovati nelle vicinanze, per poi continuare con le ossa di otto individui che hanno accompagnato la presunta sacerdotessa nel suo viaggio nell’oltretomba. Saranno anche realizzati dei contenitori speciali per trasportare i resti fino al laboratorio del museo Brüning per poterli trattare in vista di una futura conservazione. Questo processo dovrebbe durare una quindicina di giorni.</p>
<p>In una sala speciale del museo, appositamente realizzata e attrezzata per poter accogliere i resti ossei e gli artefatti di metallo, saranno realizzate le analisi di approfondimento grazie anche al supporto dello specialista tedesco in antropologia fisica Klauss Haggen. Le analisi che saranno condotte sui resti ossei serviranno a determinare il sesso, l’età, la statura e un’eventuale relazione di parentela tra il personaggio principale e i suoi ‘accompagnanti’. Inizialmente, infatti, furono trovati i resti di altre sei persone, ma successivamente proseguendo con gli scavi fu dissotterrato anche un cranio che proverrebbe da una sepoltura successiva. Dai resti degli ‘accompagnatori’ sono stati ricostruiti quattro scheletri completi, mentre le restanti ossa rappresentano offerte votive provenienti da sepolture successive.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-12083" title="lambayeque" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/03/lambayeque.jpg" alt="lambayeque" width="400" height="300" /></p>
<p>I risultati delle analisi condotte sui resti aiuteranno a determinare se gli ‘accompagnatori’ sono vittime di un sacrificio o se sono deceduti di morte naturale. Solitamente si tratta di sacrifici umani, visto che difficilmente ci si trova di fronte alla morte contemporanea di quattro o cinque persone, a meno che non si tratti di un avvelenamento o di un’intossicazione.</p>
<p>Dal canto suo, l’archeologo<strong> Fausto Saldaña</strong> ha sottolineato che la maschera di argento ritrovata sul cranio del personaggio principale era parecchio deteriorata nella parte superiore per via dell’umidità, mentre la parte inferiore risulta molto meglio conservata. Una seconda maschera realizzata in argento e bronzo è stata dissotterrata nella parte esterna del tumulo e rappresenta il volto di qualcuno (non identificato) che piange.</p>
<p>Una ventina di giorni dopo il primo ritrovamento sono state riportate alla luce anche le estremità inferiori del personaggio principale, con due cavigliere di piccole sfere di oro del diametro di un centimetro avvolte tre volte intorno alla caviglia, oltre a bracciali di conchiglie e turchesi ad entrambi i polsi.</p>
<p>Saldaña ha anche puntualizzato che l’accompagnante numero sei, che è stati ritrovato in posizione fetale con le estremità inferiori flesse fino a raggiungere il cranio, possiede in entrambi i polsi dei braccialetti di sfere d’oro del diametro di mezzo centimetro. L’archeologo suppone che potrebbe esserci una qualche sorta di vincolo matrimoniale tra i due personaggi, visto che si tratta dell’unico ritrovamento in cui sono stati riportati alla luce monili di questo tipo ai polsi. Secondo Saldaña, se le ricerche confermassero che il personaggio principale scoperto a Chornacap è proprio una donna, ci troveremmo di fronte a un caso molto simile a quello di San José de Moro (La Libertad), dove sono stati ritrovati dei resti poi riconosciuti come appartenenti a una sacerdotessa della civiltà Moche.<br />
Quella particolare civiltà, infatti, si reggeva su basi <strong>matriarcali</strong>, mentre a Rajada-Sipán si fondava su un sistema <strong>patriarcale</strong>; da questo deriva anche il fatto che gli archi obituari grossi e prominenti generalmente appartengono a uomini, mentre quelli più piccoli e discreti accolgono resti femminili.</p>
<!-- Social Ring Buttons Start --><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeorivista.it/0012081_peru-lambayeque-1250-anni-fa-la-citta-avrebbe-avuto-a-capo-una-sacerdotessa/" data-text="Perù, Lambayeque. 1250 anni fa la città avrebbe avuto a capo una sacerdotessa" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeorivista.it%2F0012081_peru-lambayeque-1250-anni-fa-la-citta-avrebbe-avuto-a-capo-una-sacerdotessa%2F"></iframe></div><div class="social-ring-button"><fb:like href="http://www.archeorivista.it/0012081_peru-lambayeque-1250-anni-fa-la-citta-avrebbe-avuto-a-capo-una-sacerdotessa/" width="140" send="false" showfaces="false" layout="button_count" action="like"/></fb:like></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div><!-- Social Ring Buttons End -->]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.archeorivista.it/0012081_peru-lambayeque-1250-anni-fa-la-citta-avrebbe-avuto-a-capo-una-sacerdotessa/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Messico. I maya usavano il tabacco già 1.300 anni fa</title>
		<link>http://www.archeorivista.it/0011909_messico-i-maya-usavano-il-tabacco-gia-1-300-anni-fa/</link>
		<comments>http://www.archeorivista.it/0011909_messico-i-maya-usavano-il-tabacco-gia-1-300-anni-fa/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 02 Mar 2012 11:51:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Lattanzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.archeorivista.it/?p=11909</guid>
		<description><![CDATA[Un team di archeologi ha recentemente identificato dei resti di nicotina in un vaso nel corso degli esami di una serie di recipienti in terracotta risalenti alle fasi finali del periodo maya classico, ricavandone quella che può essere considerata la prima prova concreta del fatto che gli antichi maya erano soliti fare uso di tabacco. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11911" title="maya-tabacco" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/03/maya-tabacco.jpg" alt="Messico. I maya usavano il tabacco già 1.300 anni fa" width="500" height="442" /></p>
<p>Un team di archeologi ha recentemente identificato dei resti di <strong>nicotina</strong> in un vaso nel corso degli esami di una serie di recipienti in terracotta risalenti alle fasi finali del periodo maya classico, ricavandone quella che può essere considerata la prima prova concreta del fatto che gli antichi <strong>maya</strong> erano soliti fare uso di tabacco.</p>
<p>Le ricerche hanno rivelato che sul vaso sono incisi dei glifi maya e questa è la seconda volta in cui viene individuato un recipiente sul quale è presente un testo che fa preciso riferimento a quello che era contenuto al suo interno, o comunque all’uso a cui era preposto.</p>
<p>Approfondire la conoscenza scientifica sui prodotti che venivano consumati da una determinata cultura ci offre dati preziosissimi sui loro costumi e sulle loro tradizioni, come sottolinea Jennifer Loughmiller-Newman dell’Università di Albany, New York. Le indicazioni iscritte sugli antichi recipienti maya, infatti, nella maggior parte dei casi non fanno riferimento a quello che vi era contenuto. Ovviamente, che il fatto che contenitore identifichi il contenuto può anche essere una coincidenza, e non significa che per forza il vaso doveva essere preposto a contenere solo ed esclusivamente tabacco.</p>
<p>Parecchi dei contenitori e dei vasi maya esaminati nel corso di questa indagine sono stati riempiti dai loro originali utilizzatori con tante altre sostanze, ad esempio l’ossido di ferro che veniva impiegato nei rituali funebri: per questo spesso è difficile risalire al loro utilizzo originario. La prova affidabile dell’utilizzo di un recipiente si ottiene quando il testo dei geroglifici o le illustrazioni raffigurate all’esterno concordano con l’analisi chimica dei residui trovati al suo interno.</p>
<p>Per portare a termine questa ricerca l’équipe archeologica di Dmitri Zagorevski, del Politecnino Rensslaer di Trovy, New York, ha analizzato campioni di manufatti che risalgono alla fase finale del periodo maya classico (ossia dal 600 al 900 della nostra epoca), utilizzano la gas-cromatografia, la cromatografia dei liquidi e la spettrometria di massa.</p>
<p>Le ricerche condotte hanno rivelato una quantità significante di nicotina in uno dei 150 recipienti facenti parte della collezione. È stato anche determinato, inoltre, che il vaso è stato fabbricato in un’area a sud di Campeche, in Messico, e che può essere fatto risalire più o meno al nostro Settecento.</p>
<!-- Social Ring Buttons Start --><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeorivista.it/0011909_messico-i-maya-usavano-il-tabacco-gia-1-300-anni-fa/" data-text="Messico. I maya usavano il tabacco già 1.300 anni fa" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeorivista.it%2F0011909_messico-i-maya-usavano-il-tabacco-gia-1-300-anni-fa%2F"></iframe></div><div class="social-ring-button"><fb:like href="http://www.archeorivista.it/0011909_messico-i-maya-usavano-il-tabacco-gia-1-300-anni-fa/" width="140" send="false" showfaces="false" layout="button_count" action="like"/></fb:like></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div><!-- Social Ring Buttons End -->]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.archeorivista.it/0011909_messico-i-maya-usavano-il-tabacco-gia-1-300-anni-fa/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Brescia. Calendari Maya in mostra</title>
		<link>http://www.archeorivista.it/0011880_brescia-calendari-maya-in-mostra/</link>
		<comments>http://www.archeorivista.it/0011880_brescia-calendari-maya-in-mostra/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 01 Mar 2012 10:03:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia Lischi</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[mostre]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.archeorivista.it/?p=11880</guid>
		<description><![CDATA[Brescia ospiterà, dal prossimo ottobre 2012, una grande mostra dedicata interamente alla civiltà Maya e intitolata “Maya. I Signori del tempo”. Durante la sua apertura (ottobre 2012 – giugno 2013) appassionati, cultori della materia o semplici curiosi potranno ammirare 257 reperti archeologici ascrivibili all’epoca Maya. La mostra verrà allestita all’interno del Museo di Santa Giulia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-11883" title="Calendari Maya in mostra" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/03/Calendari-Maya-in-mostra.jpg" alt="Brescia. Calendari Maya in mostra" width="600" height="400" /></strong></p>
<p><strong>Brescia</strong> ospiterà, dal prossimo ottobre 2012, una grande mostra dedicata interamente alla civiltà Maya e intitolata “Maya. I Signori del tempo”. Durante la sua apertura (ottobre 2012 – giugno 2013) appassionati, cultori della materia o semplici curiosi potranno ammirare 257 reperti archeologici ascrivibili all’epoca Maya.</p>
<p>La mostra verrà allestita all’interno del Museo di Santa Giulia e sarà curata da Giuseppe Orefici e Antonio Aimi, due grandi esperti del settore. Il cospicuo costo (2,9 milioni di euro) ha richiesto grandi sforzi al comitato promotore delle iniziative culturali bresciane, obbligandolo a scegliere di saltare la mostra in programma per quest’anno dedicata al noto pittore francese Renoir.</p>
<p>Il sindaco afferma: “ Abbiamo voluto recuperare la suggestione dei Maya rispetto alla profezia del 2012 sapendo che in tutta Europa sarà l’unica del suo genere. Ma abbiamo dovuto fare una scelta. Saltare una mostra ci ha consentito di avere i fondi necessari per realizzare quella sui Maya.”</p>
<p>Così dopo il grande successo della mostra “Inca. Origine e misteri delle civiltà dell’oro” la città di Brescia ripropone un’esposizione riguardante l’archeologia del Nuovo Mondo, affrontando uno dei temi più intriganti e discussi di quest’ultimo periodo: il calendario Maya.</p>
<p>La rassegna sarà particolarmente interessante per la presenza di reperti unici, che non sono mai usciti dai musei guatemaltechi e messicani e per come i curatori hanno deciso di affrontare il percorso espositivo: ponendosi cioè dal punto di vista dei Maya ed utilizzando le loro stesse parole.</p>
<p>Informazioni:</p>
<p>Data inizio: 26 ottobre 2012<br />
Data fine: 5 maggio 2013<br />
Luogo: Brescia, Museo di Santa Giulia<br />
Sito web: <a href="http://www.bresciamusei.com">http://www.bresciamusei.com</a></p>
<!-- Social Ring Buttons Start --><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeorivista.it/0011880_brescia-calendari-maya-in-mostra/" data-text="Brescia. Calendari Maya in mostra" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeorivista.it%2F0011880_brescia-calendari-maya-in-mostra%2F"></iframe></div><div class="social-ring-button"><fb:like href="http://www.archeorivista.it/0011880_brescia-calendari-maya-in-mostra/" width="140" send="false" showfaces="false" layout="button_count" action="like"/></fb:like></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div><!-- Social Ring Buttons End -->]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.archeorivista.it/0011880_brescia-calendari-maya-in-mostra/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Bolivia. Missione archeologica italiana scopre insediamento precolombiano</title>
		<link>http://www.archeorivista.it/0011718_bolivia-una-missione-archeologica-italiana-scopre-insediamento-precolombiano/</link>
		<comments>http://www.archeorivista.it/0011718_bolivia-una-missione-archeologica-italiana-scopre-insediamento-precolombiano/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 11:19:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.archeorivista.it/?p=11718</guid>
		<description><![CDATA[La cittadella scoperta somiglia, in piccolo, a lal celebre Macchu Picchu (nella foto) A Inkata, nella provincia boliviana di La Paz, una spedizione archeologica italiana ha portato alla luce una cittadella precolombiana. La scoperta è stata effettuata nell’ambito del progetto “Valle del Takesi”, diretto da Patrizia Di Cosimo, ricercatrice e professoressa del Dipartimento di Storia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignnone  wp-image-11728" title="Valle del Takesi" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/Valle-del-Takesi.jpg" alt="" width="420" height="487" /> </em><br />
<em>La cittadella scoperta somiglia, in piccolo, a lal celebre Macchu Picchu (nella foto) </em></p>
<p>A <strong>Inkata</strong>, nella provincia boliviana di La Paz, una spedizione archeologica italiana ha portato alla luce una <strong>cittadella precolombiana</strong>.</p>
<p>La scoperta è stata effettuata nell’ambito del progetto “<strong>Valle del Takesi</strong>”, diretto da <strong>Patrizia Di Cosimo</strong>, ricercatrice e professoressa del Dipartimento di Storia e metodi per la conservazione dei Beni culturali dell&#8217;Università di Bologna, e finanziato dal Ministero degli Esteri italiano. L’iniziativa coinvolge studenti di antropologia e archeologia dell’Università di Bologna, dell’Universidad Mayor de San Andre&#8217;s di La Paz e della Unidad Nacional de Arqueología.</p>
<p>Il progetto si propone di tracciare una mappa archeologica della regione utilizzando il sistema del GIS, con l’obiettivo di creare una banca dati utili per la tutela e la conservazione del patrimonio archeologico, storico, culturale e ambientale; di individuare le civiltà pre-ispaniche insediatesi nella zona e come usavano il territorio e le risorse naturali, secondo il modello teorico degli arcipelaghi verticali; di verificare le continuità culturali e la percezione della sacralità nelle comunità che attualmente vivono nelle Yungas; di integrare le informazioni archeologiche con la ricerca e l’analisi della documentazione di età coloniale, conservati in archivi e biblioteche.</p>
<!-- Social Ring Buttons Start --><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeorivista.it/0011718_bolivia-una-missione-archeologica-italiana-scopre-insediamento-precolombiano/" data-text="Bolivia. Missione archeologica italiana scopre insediamento precolombiano" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeorivista.it%2F0011718_bolivia-una-missione-archeologica-italiana-scopre-insediamento-precolombiano%2F"></iframe></div><div class="social-ring-button"><fb:like href="http://www.archeorivista.it/0011718_bolivia-una-missione-archeologica-italiana-scopre-insediamento-precolombiano/" width="140" send="false" showfaces="false" layout="button_count" action="like"/></fb:like></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div><!-- Social Ring Buttons End -->]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.archeorivista.it/0011718_bolivia-una-missione-archeologica-italiana-scopre-insediamento-precolombiano/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Perù. Gravi rischi per il sito archeologico di Nazca</title>
		<link>http://www.archeorivista.it/0011641_peru-gravi-rischi-per-il-sito-archeologico-di-nazca/</link>
		<comments>http://www.archeorivista.it/0011641_peru-gravi-rischi-per-il-sito-archeologico-di-nazca/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 13:32:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[degrado e rischi]]></category>
		<category><![CDATA[geoglifici]]></category>
		<category><![CDATA[Nazca]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.archeorivista.it/?p=11641</guid>
		<description><![CDATA[Strategie politiche e degrado urbano minacciano di far sparire per sempre le linee di Nazca, i famosi disegni giganti tracciati tra il 300 avanti Cristo e il 500 dopo Cristo nel sud del Perù dalle antiche civiltà e formati originariamente da oltre tredici mila linee. Tuttora gli archeologi cercano di venire a capo del mistero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11649" title="rischi per il sito archeologico di Nazca" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/rischio-nazca.jpg" alt="rischi per il sito archeologico di Nazca" width="600" height="450" /></p>
<p>Strategie politiche e degrado urbano minacciano di far sparire per sempre le linee di<strong> Nazca</strong>, i famosi disegni giganti tracciati tra il 300 avanti Cristo e il 500 dopo Cristo nel sud del Perù dalle antiche civiltà e formati originariamente da oltre tredici mila linee. Tuttora gli archeologi cercano di venire a capo del mistero costituito da queste antichissime testimonianze della devozione per gli antenati e sulla loro valenza mistica, simbolica e astronomica. Conservatesi per millenni, negli ultimi cinquant’anni i geoglifi sono stati vittime di scempio inarrestabile e le autorità locali non riescono a salvaguardarli, fermando una distruzione provocata dalla mancanza di mezzi di tutela e dagli interessi economici che orbitano attorno al sito archeologico. Infatti, connessioni veloci, urbanizzazione selvaggia, autostrade e rifiuti stanno cancellano gradualmente le linee di Nazca.</p>
<p>La denuncia del grave deterioramento della famosa testimonianza peruviana giunge dall’archeologo <strong>Giuseppe Orefici</strong>, direttore del Cisrap, che lavora da trent&#8217;anni sul territorio peruviano. Lo studioso sottolinea che i transiti della Panamerica sui geoglifi non hanno di certo aiutato la conservazione delle enormi incisioni nel terreno e l’espansione urbana smisurata, voluta dai politici locali e permessa dallo Stato peruviano, con il benestare del Ministero della Cultura, ha cambiato il volto dell’area di Nacza. Inoltre, è stato scavato un solco per ricoprire le fibre ottiche impiantate dalla compagnia spagnola Telefónica che ha danneggiato notevolmente la parte dei geoglifi incisi vicini alla Panamericana, mentre l’industria estrattiva e l’espansione agricola hanno causato un terribile scempio paesaggistico, ecologico e idro-ecologico, compromettendo ulteriormente le linee. Il degrado si estende anche nelle altre città: la capitale regionale Ica, Palpa, Cahuachi.</p>
<p>L’unico elemento imperante pare essere l’interesse economico. Il sindaco attuale vede nel turismo un importante fattore di sviluppo, ma il suo predecessore ha scaricato per dieci anni l’immondizia sulle linee di Nazca e, benché denunciato dal Ministero, non è mai stato fermato. E anche oggi quello che si sta facendo per tutelare questa importante testimonianza archeologica è praticamente zero. Il Ministero afferma di non fruire dei mezzi per intervenire, considerando che il suo rappresentante locale non possiede manco una motocicletta per spostarsi sulla vasta area dove sono incise le linee. E neanche si interviene su chi promuove e concretizza le invasioni della zona interessata dai geoglifi. Per salvaguardarle i monumenti archeologici basterebbe un minimo di responsabilità civile e di amore per il proprio patrimonio archeologico e storico, commenta il professore.</p>
<p>Fortunatamente, molti studiosi si sono accorti della strage di un retaggio culturale che appartiene a tutto il mondo. Ad esempio, il Cisrap, spiega il professore, benché non operi direttamente su Nazca, ma a Cahuachi, dove svolge continuativamente da trent’anni indagini archeologiche, ha iniziato dal 2002 un programma di consolidamento, conservazione e valorizzazione della più grande costruzione cerimoniale in mattone crudo del mondo. I risultati del lavoro, di risonanza internazionale, hanno consentito di proteggere almeno questo importantissimo monumento, visitato oggi da migliaia di persone.</p>
<!-- Social Ring Buttons Start --><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeorivista.it/0011641_peru-gravi-rischi-per-il-sito-archeologico-di-nazca/" data-text="Perù. Gravi rischi per il sito archeologico di Nazca" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeorivista.it%2F0011641_peru-gravi-rischi-per-il-sito-archeologico-di-nazca%2F"></iframe></div><div class="social-ring-button"><fb:like href="http://www.archeorivista.it/0011641_peru-gravi-rischi-per-il-sito-archeologico-di-nazca/" width="140" send="false" showfaces="false" layout="button_count" action="like"/></fb:like></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div><!-- Social Ring Buttons End -->]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.archeorivista.it/0011641_peru-gravi-rischi-per-il-sito-archeologico-di-nazca/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Georgia, USA. Scoperte le rovine di una città di fondazione Maya</title>
		<link>http://www.archeorivista.it/0011527_georgia-usa-scoperte-le-rovine-di-una-citta-di-fondazione-maya/</link>
		<comments>http://www.archeorivista.it/0011527_georgia-usa-scoperte-le-rovine-di-una-citta-di-fondazione-maya/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 10 Jan 2012 10:54:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Lattanzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.archeorivista.it/?p=11527</guid>
		<description><![CDATA[Gli edifici della cittadella risalirebbero a 1.100 anni fa e potrebbe trattarsi di Yuhapa, cercata nel 1540 dall’esploratore Hernando de Soto. Ricostruzione del sito Un’équipe di archeologi statunitensi ha recentemente riportato alla luce le rovine di un’antica città maya rimasta celata tra le montagne dello stato della Georgia. La cittadella risale a circa 1.100 anni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Gli edifici della cittadella risalirebbero a 1.100 anni fa e potrebbe trattarsi di Yuhapa, cercata nel 1540 dall’esploratore Hernando de Soto.</strong></p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-11528" title="citta-maya-georgia" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/citta-maya-georgia.jpg" alt="Georgia, USA. Scoperte le rovine di una città di fondazione Maya" width="600" height="465" /></em><br />
<em>Ricostruzione del sito</em></p>
<p>Un’équipe di archeologi statunitensi ha recentemente riportato alla luce le rovine di un’antica città maya rimasta celata tra le montagne dello stato della Georgia. La cittadella risale a circa 1.100 anni fa e si crede che i Maya l’abbiano costruita dopo essere fuggiti dalle guerre, dalle eruzioni vulcaniche e dalle carestie che stavano affliggendo, in quella epoca, il centroamerica.</p>
<p>Pare che la città riportata alla luce sia proprio Yuhapa, la stessa che era stata cercata a lungo dall’esploratore spagnolo Hernando de Soto nel lontano 1540. Fino ad oggi, gli archeologi hanno dissotterrato 154 pareti e marciapiedi pavimentati. Oltre a questo, hanno anche scoperto un sofisticato sistema di irrigazione.</p>
<p>Alla fine degli anni &#8217;90, Mark Williams, archeologo presso l’Università della Georgia nonché direttore del LAMAR Insititute, aveva diretto una serie di ricerche presso il monte Kenimer, situato a sud ovest di Barrstown Bald, nella valle del Nacoochee (Georgia); un giorno venne a sapere che i residenti del vicino villaggio di Sautee erano a conoscenza dell’esistenza di una specie di montagna piramidale composta da cinque parti ben distinte.</p>
<p>Williams scoprì che si trattava di una “montagnola” argillosa edificata intorno all’anno 900 d.C.: per via della sua datazione troppo recente Williams non aveva potuto attribuire l’edificazione del monumento ai Maya. Ma nel corso dell’anno successivo, un ingegnere in pensione di nome Cary Waldrup fece richiesta al servizio forestale degli Stati Uniti perché contrattassero l’archeologo Johannes Lobuser per permettergli di studiare il sito.</p>
<p>Lobuser battezzò il sito archeologico col nome di 9UN367 e dichiarò che questo tipo di ritrovamento era tipico esclusivamente delle zone del centro America e del sud America. Gli studiosi sono entrati in contatto con le popolazioni indigene della zona e hanno messo a confronto il loro linguaggio e le loro ceramiche con quelle dei Maya, incontrando numerosissime similitudini e affinità.</p>
<!-- Social Ring Buttons Start --><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeorivista.it/0011527_georgia-usa-scoperte-le-rovine-di-una-citta-di-fondazione-maya/" data-text="Georgia, USA. Scoperte le rovine di una città di fondazione Maya" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeorivista.it%2F0011527_georgia-usa-scoperte-le-rovine-di-una-citta-di-fondazione-maya%2F"></iframe></div><div class="social-ring-button"><fb:like href="http://www.archeorivista.it/0011527_georgia-usa-scoperte-le-rovine-di-una-citta-di-fondazione-maya/" width="140" send="false" showfaces="false" layout="button_count" action="like"/></fb:like></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div><!-- Social Ring Buttons End -->]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.archeorivista.it/0011527_georgia-usa-scoperte-le-rovine-di-una-citta-di-fondazione-maya/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Messico. Studioso smentisce la profezia Maya del 2012</title>
		<link>http://www.archeorivista.it/0011296_messico-studioso-smentisce-la-profezia-maya-del-2012/</link>
		<comments>http://www.archeorivista.it/0011296_messico-studioso-smentisce-la-profezia-maya-del-2012/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 13 Dec 2011 13:10:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca & studi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.archeorivista.it/?p=11296</guid>
		<description><![CDATA[Niente più fine del mondo, ma semplicemente l’inizio di una nuova era. Secondo Sven Gronemeyer, studioso tedesco de La Trobe University in Australia, la tavoletta su cui è incisa l’iscrizione, che si trova in Messico, sul Monumento 6 del tempio Maya di Tortuguero, è in parte illeggibile e quello che ne rimane indicherebbe il principio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11366" title="Sven Gronemeyer" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/12/Sven-Gronemeyer.jpg" alt="Sven Gronemeyer" width="167" height="250" /></p>
<p>Niente più fine del mondo, ma semplicemente l’inizio di una nuova era. Secondo<strong> Sven Gronemeyer</strong>, studioso tedesco de La Trobe University in Australia, la tavoletta su cui è incisa l’iscrizione, che si trova in Messico, sul Monumento 6 del tempio Maya di Tortuguero, è in parte illeggibile e quello che ne rimane indicherebbe il principio di un nuovo ciclo. Al posto di morte e distruzione, quindi, il ritorno dal cielo di Bolon Yokte, la misteriosa divinità Maya della guerra.</p>
<p>L’ipotesi di Gronemeyer è giunta qualche giorno dopo l’annuncio da parte dell’Istituto messicano di Antropologia relativo alla scoperta di una seconda testimonianza che avrebbe avallato la profezia del 2012 ed è stata comunicata proprio nel corso di una conferenza, organizzata dall’Istituto nell’area archeologica di Palenque, nel Messico meridionale, allo scopo di inibire la nuova ondata di panico scatenata dall’ultimo ritrovamento. La nuova iscrizione è stata trovata su un mattone, tra le rovine di Comalcalco, nei pressi di Tortuguero, e potrebbe riferirsi esplicitamente al 2012, ma per adesso il documento è tenuto dall’Istituto lontano dagli occhi del pubblico.</p>
<p>In contrasto con le previsione apocalittiche pullulate negli ultimi anni, che attribuiscono a eventi diversi il compito di porre fine al mondo, lo studioso tedesco ritiene che l’iscrizione si riferisca solamente alla fine di un periodo, incominciato 5125 anni fa con l’inizio dell’Età dell’Oro e che finirà il 21 dicembre 2012. Infatti, Bolon Yokte è anche la divinità della trasformazione: secondo Gronemeyer, l’antico sovrano Bahlam Ajaw aveva semplicemente indicato il passaggio del dio e l’intenzione di ospitarlo nel tempio di Tortuguero. La data ha una valenza simbolica perché è vista come il riflesso del giorno della creazione.</p>
<!-- Social Ring Buttons Start --><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeorivista.it/0011296_messico-studioso-smentisce-la-profezia-maya-del-2012/" data-text="Messico. Studioso smentisce la profezia Maya del 2012" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeorivista.it%2F0011296_messico-studioso-smentisce-la-profezia-maya-del-2012%2F"></iframe></div><div class="social-ring-button"><fb:like href="http://www.archeorivista.it/0011296_messico-studioso-smentisce-la-profezia-maya-del-2012/" width="140" send="false" showfaces="false" layout="button_count" action="like"/></fb:like></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div><!-- Social Ring Buttons End -->]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.archeorivista.it/0011296_messico-studioso-smentisce-la-profezia-maya-del-2012/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>USA, Bassa California. Nuova scoperta proverebbe una migrazione umana lungo la costa</title>
		<link>http://www.archeorivista.it/0011111_usa-bassa-california-nuova-scoperta-proverebbe-una-migrazione-umana-lungo-la-costa/</link>
		<comments>http://www.archeorivista.it/0011111_usa-bassa-california-nuova-scoperta-proverebbe-una-migrazione-umana-lungo-la-costa/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 11:22:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Lattanzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.archeorivista.it/?p=11111</guid>
		<description><![CDATA[Nella regione del Cabo, nella Bassa California del sud, alcuni archeologi dell’Istituto Nazionale di Antropologia e di Storia (INAH-Conaculta) hanno individuato un sito con centinaia di rudimentali utensili realizzati dall’uomo in un periodo storico che va da 11.0000 a 8.000 anni fa. Il ritrovamento di questi reperti, che possono vantare una età media di 9.000 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="LEFT"><img class="alignnone size-full wp-image-11112" title="el-coyote" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/el-coyote.jpg" alt="" width="600" height="447" /></p>
<p align="LEFT">Nella regione del <strong>Cabo</strong>, nella <strong>Bassa California</strong> <strong>del sud</strong>, alcuni archeologi dell’Istituto Nazionale di Antropologia e di Storia (INAH-Conaculta) hanno individuato un sito con centinaia di rudimentali utensili realizzati dall’uomo in un periodo storico che va da 11.0000 a 8.000 anni fa. Il ritrovamento di questi reperti, che possono vantare una età media di 9.000 anni, rinforza l’ipotesi di una migrazione effettuata per via costiera da parte dei primi abitanti del continente americano.</p>
<p align="LEFT">Il ritrovamento è stato effettuato in un luogo che gli archeologi hanno soprannominato<strong> El Coyote</strong>, che si aggiunge ad altri siti simili sparsi nella stessa zona e individuati in precedenza; sommati l’uno all’altro essi suggeriscono che gli uomini siano scesi lungo la costa e abbiano quindi raggiunto per quella via l&#8217;area che oggi è la penisola della Bassa California. La migrazione sarebbe appunto avvenuta nel corso del primo Olocene.</p>
<p align="LEFT">I progressi e i risultati della ricerca, iniziata tre anni fa in questo sito archeologico, sono stati diffusi dagli archeologi <strong>dell’INAH</strong>: Isaac Aquino, direttore delle ricerche, e Leticia Barajas, direttrice degli scavi, i quali affermano che, per l’estensione di El Coyote, per la quantità di artefatti che ancora sono nascosti sotto la terra e per la continuità cronologica che sono in grado di offrire, il loro studio e la loro accurata analisi apporteranno un prezioso contributo per la comprensione delle meccaniche di insediamento umane antiche e più recenti nella penisola; tutte questioni già sollevate dagli archeologi che hanno già lavorato in questa zona negli anni precedenti.</p>
<p align="LEFT">A partire dall’analisi dei materiali archeologici ritrovati, infatti, gli specialisti hanno identificato uno sviluppo della tecnologia nel processo di elaborazione e di applicazione degli utensili di pietra uguale a quello che è stato riscontrato in altri siti della regione del Cabo, per altro con la stessa successione cronologica e la stessa data di origine con quelli che sono stati ritrovati nell’isola Espíritu Santo; per questo hanno motivo di credere che si tratti dello stesso gruppo culturale, ancora non identificato, che è sceso lungo la costa del Golfo della California dalle regioni più settentrionali della penisola verso il sud fino a incontrare delle isole e decidere di occupare una parte di questa regione.</p>
<p align="LEFT">El Coyote si estende per un centinaio di ettari, localizzati prevalentemente nella parte costiera del Golfo della California, o Mar di Cortés; in queste terre sono stati ritrovati centinaia di utensili di pietra e conchiglie che sembrano essere state manipolate dall’uomo, ad esempio la Chama Buddiana, un mollusco la cui durezza fa in modo che possa essere aperta solo con il fuoco, di cui sono stati infatti ritrovati alcuni esemplari bruciati. Inoltre, sono stati riportati alla luce anche resti di animali marini e terrestri che sono stati evidentemente consumati, oltre ad accessori per la pesca, di quelli realizzati con tre ganci ricavati da conchiglie di madreperla.</p>
<p align="LEFT">Questi oggetti millenari si trovano in diversi punti del sito, che gli archeologi hanno diviso in “accampamenti”, alcuni a cielo aperto e senza tetto, altri all’interno di grotte. Sono stati rinvenuti anche spazi che erano stati adibiti a primitivi laboratori per la fabbricazione di ferramenta di pietra e di conchiglia e aree di lavorazione e di consumo dei molluschi: tutte attività che lasciano presupporre lo sviluppo di attività ben distinte ma collegate tra di loro, ad esempio l’estrazione di una particolare pietra e la fabbricazione di utensili per poter sfruttare le risorse terrestri e marine. I materiali ritrovati indicano anche che gli antenati degli abitanti della Bassa California erano già in grado di navigare in un’epoca tanto remota utilizzando un qualche tipo di semplice zattera con cui affrontavano il mare aperto e dalla quale si tuffavano a diverse profondità; è stato possibile dedurre questo in quanto alcuni dei resti di specie marine incontrate potevano essere raccolte solo ed esclusivamente immergendosi in acque profonde.</p>
<p align="LEFT">Le analisi di laboratorio condotte su alcuni campioni di materiale archeologico recuperato rivelano una presenza umana costante in questa regione, da oltre 9.000 anni fa fino al XVI secolo. Per studiare questi materiali, i ricercatori dell’INAH li hanno raggruppati in due periodi storici in base alla loro datazione: il primo gruppo risale al Primo Olocene o Proto-deserto (da 11.000 a 8.000 anni fa), mentre il secondo va dal Tardo Olocene (2.700 anni fa) fino all’arrivo dei primi esploratori spagnoli nella penisola della Bassa California, nel XVI secolo. Per via del grande lasso di tempo che esiste tra i due periodi storici, gli archeologi pensano che ci sia stata un’altra epoca intermedia durante la quale sono state sviluppate le tecnologie necessarie per la caccia degli animali terrestri, anche se per il momento non sono state ritrovate, in questa zona, sufficienti prove a sostengo di questa tesi.</p>
<p align="LEFT">Isaac Aquino e Leticia Barajas hanno dichiarato che del periodo più antico sono state ritrovate centinaia di conchiglie appartenenti alla specie <em>Dosinia ponderosa,</em> che sono state utilizzate dagli uomini primitivi come utensili; sono oggetti molto ricorrenti in tutti i punti soggetti a scavi, per cui si può supporre che questo mollusco ha ricoperto un ruolo di grandissima importanza per queste popolazioni primitive. Insieme alle conchiglie sono state ritrovate anche grandi quantità di utensili in pietra per tagliare e battere, come tenaglie, martelli, pennelli, raschietti e coltelli, la cui età si stima tra gli 8.600 e i 9.300 anni, che sono stati utilizzati per lavorare le fibre vegetali e il legno così come per aprire le conchiglie e consumare i molluschi. Ancora, sono state ritrovate anche grandi quantità di elementi in madreperla, alcuni già tagliati e ben ripuliti, e tre ganci realizzati con questo stesso materiale, uguali ad altri ritrovati dall’archeologa Harumi Fujita nella Covacha Babisuri, sull’isola di Espíritu Santo. Secondo Barajas e Aquino, questi utensili erano stati costruiti per pescare circa 8.000 anni fa in quella che oggi si chiama la Penisola della Bassa California.</p>
<p align="LEFT">Per quanto riguarda ilsecondo periodostorico di frequentazione del sito, da 2.000a 3.000anni fa, la maggior parte degli reperti trovati consiste in utensili in pietra di vario genere ma sempre intagliati in entrambi i lati; per quest’epoca gli studiosi hanno notato un incremento della produzione di questi utensili, ad esempio i coltelli e le punte dei proiettili.</p>
<p align="LEFT">Il tipo di utensili più “recenti”, infine, rivela il livello di organizzazione lavorativa raggiunto dai primi abitanti della penisola della Bassa California, che permise loro di montare trappole per la caccia delle specie più difficili da catturare, come il delfino azzurro, di cui sono stati ritrovati alcuni elementi ossei nelle zone archeologiche più recenti, e la cui cattura ha segnato l’inizio di un cambiamento graduale nello sfruttamento delle specie marine, grazie a un’organizzazione di maggiore complessità.</p>
<p align="LEFT">Fino a oggi gli studiosi dell’INAH hanno identificato 51 specie di fauna marina studiando i resti ossei emersi dagli scavi nell’area di El Coyote, tra cui bivalvi e conchiglie, oltre ad alcune lische di pesce e ossa di mammiferi, come il delfino e il lupo marino, e ancora resti ossei di fauna terrestre come cervi, lepri e diversi tipi di uccelli. A detta degli archeologi, El Coyote può essere stato, circa 9.000 anni fa, un importante centro di produzione di utensili in pietra per la pesca, per la caccia e per il consumo di alimenti, forse il più grande di tutta la parte meridionale della penisola della Bassa California; nei suoi circa centro ettari di estensione, infatti, ogni cinque o dieci metri sono state ritrovate prove che l’uomo ha lavorato la pietra nel periodo olocenico.</p>
<p align="LEFT">Infine, gli studiosi hanno segnalato che fino a questo momento non sono stati ritrovati scheletri umani, per cui non è ancora possibile sapere a che ceppo etnico appartenevano gli abitanti di El Coyote. Senza dubbio Aquino ha spiegato che quando sono arrivati i primi esploratori spagnoli nel Cabo, nel XVI secolo, la regione era abitata da un gruppo etnico chiamato Pericué, etnia attualmente già estinta.</p>
<!-- Social Ring Buttons Start --><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeorivista.it/0011111_usa-bassa-california-nuova-scoperta-proverebbe-una-migrazione-umana-lungo-la-costa/" data-text="USA, Bassa California. Nuova scoperta proverebbe una migrazione umana lungo la costa" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeorivista.it%2F0011111_usa-bassa-california-nuova-scoperta-proverebbe-una-migrazione-umana-lungo-la-costa%2F"></iframe></div><div class="social-ring-button"><fb:like href="http://www.archeorivista.it/0011111_usa-bassa-california-nuova-scoperta-proverebbe-una-migrazione-umana-lungo-la-costa/" width="140" send="false" showfaces="false" layout="button_count" action="like"/></fb:like></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div><!-- Social Ring Buttons End -->]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.archeorivista.it/0011111_usa-bassa-california-nuova-scoperta-proverebbe-una-migrazione-umana-lungo-la-costa/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Intervista a Yuri Leveratto: la missione sulla cordigliera di Paucartambo</title>
		<link>http://www.archeorivista.it/0010953_intervista-a-yuri-leveratto-la-missione-sulla-cordigliera-di-paucartambo/</link>
		<comments>http://www.archeorivista.it/0010953_intervista-a-yuri-leveratto-la-missione-sulla-cordigliera-di-paucartambo/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 04 Nov 2011 08:57:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[interviste]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.archeorivista.it/?p=10953</guid>
		<description><![CDATA[Abbiamo intervistato per voi il ricercatore Yuri Leveratto, in particolare sulla missione nella cordigliera di Paucartambo a cui ha partecipato insieme al team guidato dallo statunitense Gregory Deyermenjan. Cosa narra il mito del Paititi andino? Il Paititi si può definire come un “insieme di leggende”, ma l’origine del mito viene dagli scritti di alcuni cronisti spagnoli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-10973" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/3.jpg" alt="" width="600" height="450" /></p>
<p>Abbiamo intervistato per voi il ricercatore <strong>Yuri Leveratto</strong>, in particolare sulla missione nella <strong>cordigliera di Paucartambo</strong> a cui ha partecipato insieme al team guidato dallo statunitense Gregory Deyermenjan.</p>
<p><strong>Cosa narra il mito del Paititi andino?</strong></p>
<p>Il Paititi si può definire come un “insieme di leggende”, ma l’origine del mito viene dagli scritti di alcuni cronisti spagnoli del secolo XVI e XVII, in particolare Vaca de Castro, Sarmiento de Gamboa, Juan Alvarez Maldonado e Juan de Lizarazu. Essi narrarono di un regno ricchissimo e potente, situato nella selva bassa amazzonica presso il Rio Paititi, che forse corrispondeva al Rio Guaporé. Secondo la leggenda alcuni Incas avevano instaurato rapporti amichevoli con questo regno amazzonico la cui etnia dominante era quella dei Moxos. Il mito descrive che quando l’inca Guaynaapoc rientrò al Cusco nel 1537, trovandolo ormai occupato dagli Spagnoli, decise di rientrare verso il Paititi portandosi con se moltissimi Incas e i simboli sacri dell’impero: il grande disco solare d’oro raffigurante il Signore Supremo Viracocha, la catena d’oro di Huascar, un oggetto simbolico rappresentante il serpente bicefalo del peso di circa una tonnellata, e una statua antropomorfa d’oro anch’essa raffigurante Viracocha.</p>
<p>Con il passare del tempo molti avventurieri (i primi dei quali furono Pedro de Candia e Juan Alvarez Maldonado), cercarono il Paititi, ma nessuno riuscì a trovarlo, sia per le difficoltà intrinseche della selva bassa amazzonica, sia per le malattie fulminanti, che per gli attacchi di feroci indigeni. Il fatto che gli Incas fuggitivi passarono per le vallate andine situate ad oriente del Cusco per raggiungere la selva bassa, diede origine al mito del “Paititi andino”, ossia la leggenda (che però ha un fondo di realtà), che abbiano instaurato la loro base non nella selva bassa amazzonica, ma proprio in qualche luogo segreto, situato in una delle numerose ed impervie vallate ubicate ad est del Cusco, nei territori oggi corrispondenti al Parco Nazionale del Manu o alle zone adiacenti (come il Santuario Nazionale del Megantoni).</p>
<p>La leggenda del “Paititi andino” ha avuto un ulteriore impulso quando l’antropologo Vasco Nuñez del Prado, nel 1955, ha ricompilato alcuni racconti della comunità di indigeni discendenti diretti degli Incas situati a Queros, i quali gli narrarono il mito di Inkarri, il semi-Dio andino che fondò Queros e quindi si inoltrò nell’oasi del Paititi, percorrendo un antichissimo camino di pietra.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-10974" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/4.jpg" alt="" width="600" height="450" /></p>
<p><strong>Quali erano gli obiettivi della spedizione nella cordigliera di Paucartambo a cui ha partecipato insieme all’equipe guidata dallo statunitense Gregory Deyermenjan?</strong></p>
<p>Gregory Deyermenjian, in alcune sue spedizioni precedenti, aveva già percorso parzialmente il “cammino di pietra andino”, situato nella cordigliera di Paucartambo, nell’intenzione di percorrerlo fino in fondo per vedere cosa vi sia al di là di esso. Le enormi difficoltà intrinseche di quelle esplorazioni, come le grandi distanze, l’aspra orografia del terreno, la vicinanza con indigeni non contattati a volte ostili e pericolosi, e l’impossibilità di giungervi in elicottero (vista la presenza constante di nebbie intense), ha reso fino ad oggi impossibile esplorare la parte del cammino incaico situata al di là del “lago de Angel”, uno specchio d’acqua situato a 3950 mt. s.l.d.m., nel Santuario Nazionale del Megantoni. L’obiettivo della spedizione nella cordigliera di Paucartambo era quello di percorrere alcuni rami del “cammino incaico”, situati nella frontiera tra la regione di Cusco e quella del Madre de Dios, per rendersi conto quale fosse la via più indicata per poter raggiungere, in un secondo tempo, il lago de Angel, ed esplorare la zona di selva alta situata al di là di esso.</p>
<p><strong>Vuole illustrarci le tappe fondamentali che hanno caratterizzato la missione?</strong></p>
<p>Una volta giunti presso la vallata del Rio Yavero abbiamo iniziato una difficile caminata inoltrandoci nella valle del Rio Chunchusmayo (un suo affluente). Seguivamo una ramificazione del “cammino incaico” in direzione del famoso “altopiano di Pantiacolla”, luogo mitico dove si narra che Inkarri abbia fondato la sua Paititi. Avevamo alcune notizie frammentarie sulla possibilità di trovare alcune rovine nella selva alta, un particolare tipo di bioma sud-americano, in pratica una densa foresta che si estende fino ai 3500 metri d’altezza s.l.d.m.</p>
<p>Già nel luogo detto Llactapata (città altà, in quechua), situato a 1900 metri d’altezza s.l.d.m. abbiamo potuto documentare un interessate “tambo”, in pratica una costruzione rettangolare con otto incavi, utilizzati, a mio parere, per motivi cerimoniali. Abbiamo deciso di continuare in direzione di una grande montagna chiamata “Cerro Miraflores”.</p>
<p>All’altezza di circa 2500 metri s.l.d.m. abbiamo trovato un altro “tambo”, situato in piena selva alta. E’ da lì che il giorno seguente abbiamo iniziato la vera esplorazione, ma le diffilcoltà della selva ci hanno impedito di centrare l’obiettivo. Era molto difficile avanzare a colpi di machete della foresta quasi impenetrabile del Cerro Miraflores, e solo con l’aiuto delle nostre due guide esperte peruviane abbiamo potuto farci un’idea della possibile ubicazione delle rovine.</p>
<p>Solo il giorno seguente abbiamo trovato le prime abitazioni nascoste nella selva e quindi la spianata pricipale con un grande muro con quattro incavi cerimoiniali (a mio parere anticamente erano otto, ma il muro è parzialmente crollato). Poi lentamente la cittadella ci ha svelato tutti i suoi segreti: altre abitazioni, tombe, incavi cerimoniali, e muri di contenzione utilizzati per l’agricoltura.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-10975" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/7.jpg" alt="" width="600" height="450" /></p>
<p><strong>Vuole parlarci delle caratteristiche dei luoghi di riposo, o “tambo”, ritrovati?</strong></p>
<p>I “tambo” sono luoghi di riposo che gli gli Incas utilizzavano per ripararsi dalle intemperie, riposare, ma anche intercambiare prodotti con i popoli della selva bassa amazzonica. In pratica delle semplici costruzioni rettangolari in pietra costruite a volte in epoca pre-incaica.</p>
<p><strong>E quelle della cittadella pre-inca di Miraflores?</strong></p>
<p>La cittadella pre-inca di Miraflores fu senza dubbio un luogo importante nell’antichità. Secondo la nostra documentazione e gli studi che abbiamo effettuato (senza scavi), siamo giunti alla conclusione che fu un centro agricolo costruito in epoca pre-inca (a questa conclusione siamo giunti in quanto gli angoli dei muri sono smussati e non perpendicolari come nelle classiche costruzioni inca), esteso su circa 2 ettari. Il fatto però che vi siano molte abitazioni, alcune tombe (almeno due), e una spianata cerimoniale con alcuni incavi nel muro principale, fa pensare che il sito di Miraflores non abbia avuto solo una funzione agrícola ma anche anche rituale e quindi religiosa. Non dobbiamo dimenticare che nella concezione andina il ciclo delle stagioni, relazionato con la produzione agrícola era considerato sacro e quindi aveva una valenza simbolica e cerimoniale.</p>
<p>Naturalmente vi sono state varie interpretazioni nel nostro grupo sulla funzione della cittadella pre-inca di Miraflores, A chi erano destinate le derrate agricole (mais, fagioli, patate, ecc.), ivi prodotte? Vi sono due teorie al riguardo. La prima è che fossero destinate ai soldati che facevano la guardia nello spartiacque tra i fiumi che si dirigono verso il Rio Urubamba e quelli che si dirigono verso il Madre de Dios, in pratica la frontera dell’impero incaico. La seconda teoria vuole che a Miraflores si producessero derrate agricole propio per gli Incas del Paititi, situato forse al di là dello spartiacque, oltre il lago de Angel.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-10976" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/9.jpg" alt="" width="600" height="450" /></p>
<p><strong>Quali risultati possono essere ascritti dunque a questa spedizione?</strong></p>
<p>In Perú vi sono ancora moltissimi siti archeologici sconosciuti, soprattutto nella cosidetta “selva alta”. Purtoppo si fa pochissimo per esplorare alcune vallate remote, e ancor meno per valorizzare alcuni siti già scoperti che, se debitamente studiati, potrebbero svelarci molto di più sulla Storia e le abitudini degli antichi popoli andini.</p>
<p>I risultati di questa esplorazione, guidata da Gregory Deyermenjian alla quale ho avuto l’onore di partecipare, sono importanti: innanzitutto la scoperta di una nuova cittadella della quale si disconosceva l’esistenza, che potrà portare in futuro a studi archeologi in situ, allo scopo di appurare chi furono i costruttori di Miraflores. Inoltre l’esistenza di un sito archeologico di tale valenza, proprio nella direzione del lago de Angel, è una prova in più dell’estrema importanza della zona in questione, per la futura ubicazione del Paititi.</p>
<p>Noi, del gruppo di Deyermenjian continueremo nelle nostre ricerche, con lo scopo ultimo di poter percorrere fino in fondo il “cammino di pietra”, per poter scoprire cosa vi sia al di là di esso.</p>
<p><a href="www.yurileveratto.com/it" target="_blank">www.yurileveratto.com/it</a></p>
<!-- Social Ring Buttons Start --><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeorivista.it/0010953_intervista-a-yuri-leveratto-la-missione-sulla-cordigliera-di-paucartambo/" data-text="Intervista a Yuri Leveratto: la missione sulla cordigliera di Paucartambo" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeorivista.it%2F0010953_intervista-a-yuri-leveratto-la-missione-sulla-cordigliera-di-paucartambo%2F"></iframe></div><div class="social-ring-button"><fb:like href="http://www.archeorivista.it/0010953_intervista-a-yuri-leveratto-la-missione-sulla-cordigliera-di-paucartambo/" width="140" send="false" showfaces="false" layout="button_count" action="like"/></fb:like></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div><!-- Social Ring Buttons End -->]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.archeorivista.it/0010953_intervista-a-yuri-leveratto-la-missione-sulla-cordigliera-di-paucartambo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Perù, Lambayeque. Scoperta la tomba di un misterioso personaggio pre-incaico</title>
		<link>http://www.archeorivista.it/009937_peru-lambayeque-scoperta-la-tomba-di-un-misterioso-personaggio-pre-incaico/</link>
		<comments>http://www.archeorivista.it/009937_peru-lambayeque-scoperta-la-tomba-di-un-misterioso-personaggio-pre-incaico/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 11 Aug 2011 12:11:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.archeorivista.it/?p=9937</guid>
		<description><![CDATA[Continuano le scoperte archeologiche nella zona di Lambayeque, nel Perù settentrionale, grazie ai nuovi scavi partiti con l’arrivo dei fondi del Fondo Italo Peruviano, dell’Unidad Ejecutora 111 e del Fondo Contra Valor della Francia. Il sito che ora è al centro dell’attenzione è quello di Chornancap-Huaca Chotuna, dove Carlos Wester La Torre, direttore del Museo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-9952" title="chotuna-tomba42" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/08/chotuna-tomba42.jpg" alt="" width="400" height="329" /></p>
<p>Continuano le scoperte archeologiche nella zona di <strong>Lambayeque</strong>, nel Perù settentrionale, grazie ai nuovi scavi partiti con l’arrivo dei fondi del<strong> Fondo Italo Peruviano</strong>, dell’Unidad Ejecutora 111 e del Fondo Contra Valor della Francia. Il sito che ora è al centro dell’attenzione è quello di <strong>Chornancap-Huaca Chotuna</strong>, dove <strong>Carlos Wester La Torre</strong>, direttore del <strong>Museo Brüning</strong> e responsabile della zona occidentale del dipartimento, ha portato alla luce la sepoltura del “boia”, una tomba pre-incaica di un uomo attorniato da coltelli da cerimonia.</p>
<p>Il ritrovamento è avvenuto in un luogo che anticamente corrispondeva a un importante centro cerimoniale della civiltà Lambayeque, conosciuta anche come Sicán. Questa popolazione si sviluppò lungo le coste del Perù settentrionale dall’800 dopo Cristo al 1375, quando il vicino popolo <strong>Chimú</strong> la sottomise. Gli studiosi ipotizzano che i sovrani di Chotuna-Chornancap si definivano discendenti di una divinità marina chiamata Naylamp. In base alla leggenda, dopo il crollo della cultura Moche, Naylamp giunse dall’oceano con tantissime zattere cariche di guerrieri per fondare la civiltà Sicán.</p>
<p>Le operazioni di scavo condotte precedentemente a Chotuna-Chornancap restituirono un santuario di 250 metri quadrati al cui interno era stata scoperta una piramide a forma di tomba, denominata Huaca Norte, che conservava le spoglie di trentatré persone, di cui trenta di sesso femminile. Gli scheletri mostrano tracce di mutilazioni e di torture e secondo gli esperti le donne furono vittime di sacrifici rituali.</p>
<p>All’interno della nuova sepoltura, ritrovata nel corso degli scavi effettuati in un’area di Chotuna-Chornancap, sono stati ritrovati i resti di un maschio fra i venti e i trenta anni, la cui tomba venne eretta tra la fine del 1200 e l’inizio del 1300 dopo Cristo. Non si conoscono ancora le cause della morte, ma i ricercatori credono, considerando il tipo e la quantità di manufatti che costituiscono il corredo funerario – come ceramiche, un gonnellino di dischi in rame e diversi coltelli di rame lavorati – che facesse parte dell’élite Sicán e che celebrasse i sacrifici umani disposti dai sacerdoti. Wester pensa che probabilmente il “sacrificatore” avesse un ruolo vero e proprio nelle cerimonie legate ai sacrifici.</p>
<p>Nelle vicinanze della sepoltura sono state trovate altre ceramiche e alcuni oggetti in metallo: è possibile che vi siano stati lasciati come offerte al boia, o potrebbero indicare la presenza di una seconda tomba.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-9953" title="chotuna-tomba40" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/08/chotuna-tomba40.jpg" alt="Lambayeque. Scoperta la tomba di un misterioso personaggio pre-incaico " width="600" height="408" /></em><br />
<em>Sopra e sotto: l&#8217;area dello scavo della tomba</em></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-9954" title="chotuna-tomba43" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/08/chotuna-tomba43.jpg" alt="Lambayeque. Scoperta la tomba di un misterioso personaggio pre-incaico " width="600" height="374" /></p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-9955" title="chotuna-tomba45" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/08/chotuna-tomba45.jpg" alt="Lambayeque. Scoperta la tomba di un misterioso personaggio pre-incaico " width="600" height="360" /></em><br />
<em>Ricostruzione 3D del misterioso personaggio sepolto nella tomba</em></p>
<!-- Social Ring Buttons Start --><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeorivista.it/009937_peru-lambayeque-scoperta-la-tomba-di-un-misterioso-personaggio-pre-incaico/" data-text="Perù, Lambayeque. Scoperta la tomba di un misterioso personaggio pre-incaico" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeorivista.it%2F009937_peru-lambayeque-scoperta-la-tomba-di-un-misterioso-personaggio-pre-incaico%2F"></iframe></div><div class="social-ring-button"><fb:like href="http://www.archeorivista.it/009937_peru-lambayeque-scoperta-la-tomba-di-un-misterioso-personaggio-pre-incaico/" width="140" send="false" showfaces="false" layout="button_count" action="like"/></fb:like></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div><!-- Social Ring Buttons End -->]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.archeorivista.it/009937_peru-lambayeque-scoperta-la-tomba-di-un-misterioso-personaggio-pre-incaico/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

<!-- Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: http://www.w3-edge.com/wordpress-plugins/

Minified using memcached
Page Caching using memcached
Database Caching 4/56 queries in 0.049 seconds using memcached
Object Caching 913/1025 objects using memcached

Served from: www.archeorivista.it @ 2012-05-17 09:55:38 -->
