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	<title>ArcheoRivista - rivista di archeologia &#187; archeologia mesoamericana</title>
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		<title>Perù. Gravi rischi per il sito archeologico di Nazca</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 13:32:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[degrado e rischi]]></category>
		<category><![CDATA[geoglifici]]></category>
		<category><![CDATA[Nazca]]></category>

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		<description><![CDATA[Strategie politiche e degrado urbano minacciano di far sparire per sempre le linee di Nazca, i famosi disegni giganti tracciati tra il 300 avanti Cristo e il 500 dopo Cristo nel sud del Perù dalle antiche civiltà e formati originariamente da oltre tredici mila linee. Tuttora gli archeologi cercano di venire a capo del mistero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11649" title="rischi per il sito archeologico di Nazca" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/rischio-nazca.jpg" alt="rischi per il sito archeologico di Nazca" width="600" height="450" /></p>
<p>Strategie politiche e degrado urbano minacciano di far sparire per sempre le linee di<strong> Nazca</strong>, i famosi disegni giganti tracciati tra il 300 avanti Cristo e il 500 dopo Cristo nel sud del Perù dalle antiche civiltà e formati originariamente da oltre tredici mila linee. Tuttora gli archeologi cercano di venire a capo del mistero costituito da queste antichissime testimonianze della devozione per gli antenati e sulla loro valenza mistica, simbolica e astronomica. Conservatesi per millenni, negli ultimi cinquant’anni i geoglifi sono stati vittime di scempio inarrestabile e le autorità locali non riescono a salvaguardarli, fermando una distruzione provocata dalla mancanza di mezzi di tutela e dagli interessi economici che orbitano attorno al sito archeologico. Infatti, connessioni veloci, urbanizzazione selvaggia, autostrade e rifiuti stanno cancellano gradualmente le linee di Nazca.</p>
<p>La denuncia del grave deterioramento della famosa testimonianza peruviana giunge dall’archeologo <strong>Giuseppe Orefici</strong>, direttore del Cisrap, che lavora da trent&#8217;anni sul territorio peruviano. Lo studioso sottolinea che i transiti della Panamerica sui geoglifi non hanno di certo aiutato la conservazione delle enormi incisioni nel terreno e l’espansione urbana smisurata, voluta dai politici locali e permessa dallo Stato peruviano, con il benestare del Ministero della Cultura, ha cambiato il volto dell’area di Nacza. Inoltre, è stato scavato un solco per ricoprire le fibre ottiche impiantate dalla compagnia spagnola Telefónica che ha danneggiato notevolmente la parte dei geoglifi incisi vicini alla Panamericana, mentre l’industria estrattiva e l’espansione agricola hanno causato un terribile scempio paesaggistico, ecologico e idro-ecologico, compromettendo ulteriormente le linee. Il degrado si estende anche nelle altre città: la capitale regionale Ica, Palpa, Cahuachi.</p>
<p>L’unico elemento imperante pare essere l’interesse economico. Il sindaco attuale vede nel turismo un importante fattore di sviluppo, ma il suo predecessore ha scaricato per dieci anni l’immondizia sulle linee di Nazca e, benché denunciato dal Ministero, non è mai stato fermato. E anche oggi quello che si sta facendo per tutelare questa importante testimonianza archeologica è praticamente zero. Il Ministero afferma di non fruire dei mezzi per intervenire, considerando che il suo rappresentante locale non possiede manco una motocicletta per spostarsi sulla vasta area dove sono incise le linee. E neanche si interviene su chi promuove e concretizza le invasioni della zona interessata dai geoglifi. Per salvaguardarle i monumenti archeologici basterebbe un minimo di responsabilità civile e di amore per il proprio patrimonio archeologico e storico, commenta il professore.</p>
<p>Fortunatamente, molti studiosi si sono accorti della strage di un retaggio culturale che appartiene a tutto il mondo. Ad esempio, il Cisrap, spiega il professore, benché non operi direttamente su Nazca, ma a Cahuachi, dove svolge continuativamente da trent’anni indagini archeologiche, ha iniziato dal 2002 un programma di consolidamento, conservazione e valorizzazione della più grande costruzione cerimoniale in mattone crudo del mondo. I risultati del lavoro, di risonanza internazionale, hanno consentito di proteggere almeno questo importantissimo monumento, visitato oggi da migliaia di persone.</p>
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		<title>Georgia, USA. Scoperte le rovine di una città di fondazione Maya</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Jan 2012 10:54:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli edifici della cittadella risalirebbero a 1.100 anni fa e potrebbe trattarsi di Yuhapa, cercata nel 1540 dall’esploratore Hernando de Soto. Ricostruzione del sito Un’équipe di archeologi statunitensi ha recentemente riportato alla luce le rovine di un’antica città maya rimasta celata tra le montagne dello stato della Georgia. La cittadella risale a circa 1.100 anni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Gli edifici della cittadella risalirebbero a 1.100 anni fa e potrebbe trattarsi di Yuhapa, cercata nel 1540 dall’esploratore Hernando de Soto.</strong></p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-11528" title="citta-maya-georgia" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/citta-maya-georgia.jpg" alt="Georgia, USA. Scoperte le rovine di una città di fondazione Maya" width="600" height="465" /></em><br />
<em>Ricostruzione del sito</em></p>
<p>Un’équipe di archeologi statunitensi ha recentemente riportato alla luce le rovine di un’antica città maya rimasta celata tra le montagne dello stato della Georgia. La cittadella risale a circa 1.100 anni fa e si crede che i Maya l’abbiano costruita dopo essere fuggiti dalle guerre, dalle eruzioni vulcaniche e dalle carestie che stavano affliggendo, in quella epoca, il centroamerica.</p>
<p>Pare che la città riportata alla luce sia proprio Yuhapa, la stessa che era stata cercata a lungo dall’esploratore spagnolo Hernando de Soto nel lontano 1540. Fino ad oggi, gli archeologi hanno dissotterrato 154 pareti e marciapiedi pavimentati. Oltre a questo, hanno anche scoperto un sofisticato sistema di irrigazione.</p>
<p>Alla fine degli anni &#8217;90, Mark Williams, archeologo presso l’Università della Georgia nonché direttore del LAMAR Insititute, aveva diretto una serie di ricerche presso il monte Kenimer, situato a sud ovest di Barrstown Bald, nella valle del Nacoochee (Georgia); un giorno venne a sapere che i residenti del vicino villaggio di Sautee erano a conoscenza dell’esistenza di una specie di montagna piramidale composta da cinque parti ben distinte.</p>
<p>Williams scoprì che si trattava di una “montagnola” argillosa edificata intorno all’anno 900 d.C.: per via della sua datazione troppo recente Williams non aveva potuto attribuire l’edificazione del monumento ai Maya. Ma nel corso dell’anno successivo, un ingegnere in pensione di nome Cary Waldrup fece richiesta al servizio forestale degli Stati Uniti perché contrattassero l’archeologo Johannes Lobuser per permettergli di studiare il sito.</p>
<p>Lobuser battezzò il sito archeologico col nome di 9UN367 e dichiarò che questo tipo di ritrovamento era tipico esclusivamente delle zone del centro America e del sud America. Gli studiosi sono entrati in contatto con le popolazioni indigene della zona e hanno messo a confronto il loro linguaggio e le loro ceramiche con quelle dei Maya, incontrando numerosissime similitudini e affinità.</p>
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		<title>Messico. Studioso smentisce la profezia Maya del 2012</title>
		<link>http://www.archeorivista.it/0011296_messico-studioso-smentisce-la-profezia-maya-del-2012/</link>
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		<pubDate>Tue, 13 Dec 2011 13:10:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca & studi]]></category>

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		<description><![CDATA[Niente più fine del mondo, ma semplicemente l’inizio di una nuova era. Secondo Sven Gronemeyer, studioso tedesco de La Trobe University in Australia, la tavoletta su cui è incisa l’iscrizione, che si trova in Messico, sul Monumento 6 del tempio Maya di Tortuguero, è in parte illeggibile e quello che ne rimane indicherebbe il principio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11366" title="Sven Gronemeyer" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/12/Sven-Gronemeyer.jpg" alt="Sven Gronemeyer" width="167" height="250" /></p>
<p>Niente più fine del mondo, ma semplicemente l’inizio di una nuova era. Secondo<strong> Sven Gronemeyer</strong>, studioso tedesco de La Trobe University in Australia, la tavoletta su cui è incisa l’iscrizione, che si trova in Messico, sul Monumento 6 del tempio Maya di Tortuguero, è in parte illeggibile e quello che ne rimane indicherebbe il principio di un nuovo ciclo. Al posto di morte e distruzione, quindi, il ritorno dal cielo di Bolon Yokte, la misteriosa divinità Maya della guerra.</p>
<p>L’ipotesi di Gronemeyer è giunta qualche giorno dopo l’annuncio da parte dell’Istituto messicano di Antropologia relativo alla scoperta di una seconda testimonianza che avrebbe avallato la profezia del 2012 ed è stata comunicata proprio nel corso di una conferenza, organizzata dall’Istituto nell’area archeologica di Palenque, nel Messico meridionale, allo scopo di inibire la nuova ondata di panico scatenata dall’ultimo ritrovamento. La nuova iscrizione è stata trovata su un mattone, tra le rovine di Comalcalco, nei pressi di Tortuguero, e potrebbe riferirsi esplicitamente al 2012, ma per adesso il documento è tenuto dall’Istituto lontano dagli occhi del pubblico.</p>
<p>In contrasto con le previsione apocalittiche pullulate negli ultimi anni, che attribuiscono a eventi diversi il compito di porre fine al mondo, lo studioso tedesco ritiene che l’iscrizione si riferisca solamente alla fine di un periodo, incominciato 5125 anni fa con l’inizio dell’Età dell’Oro e che finirà il 21 dicembre 2012. Infatti, Bolon Yokte è anche la divinità della trasformazione: secondo Gronemeyer, l’antico sovrano Bahlam Ajaw aveva semplicemente indicato il passaggio del dio e l’intenzione di ospitarlo nel tempio di Tortuguero. La data ha una valenza simbolica perché è vista come il riflesso del giorno della creazione.</p>
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		<title>USA, Bassa California. Nuova scoperta proverebbe una migrazione umana lungo la costa</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 11:22:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Nella regione del Cabo, nella Bassa California del sud, alcuni archeologi dell’Istituto Nazionale di Antropologia e di Storia (INAH-Conaculta) hanno individuato un sito con centinaia di rudimentali utensili realizzati dall’uomo in un periodo storico che va da 11.0000 a 8.000 anni fa. Il ritrovamento di questi reperti, che possono vantare una età media di 9.000 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="LEFT"><img class="alignnone size-full wp-image-11112" title="el-coyote" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/el-coyote.jpg" alt="" width="600" height="447" /></p>
<p align="LEFT">Nella regione del <strong>Cabo</strong>, nella <strong>Bassa California</strong> <strong>del sud</strong>, alcuni archeologi dell’Istituto Nazionale di Antropologia e di Storia (INAH-Conaculta) hanno individuato un sito con centinaia di rudimentali utensili realizzati dall’uomo in un periodo storico che va da 11.0000 a 8.000 anni fa. Il ritrovamento di questi reperti, che possono vantare una età media di 9.000 anni, rinforza l’ipotesi di una migrazione effettuata per via costiera da parte dei primi abitanti del continente americano.</p>
<p align="LEFT">Il ritrovamento è stato effettuato in un luogo che gli archeologi hanno soprannominato<strong> El Coyote</strong>, che si aggiunge ad altri siti simili sparsi nella stessa zona e individuati in precedenza; sommati l’uno all’altro essi suggeriscono che gli uomini siano scesi lungo la costa e abbiano quindi raggiunto per quella via l&#8217;area che oggi è la penisola della Bassa California. La migrazione sarebbe appunto avvenuta nel corso del primo Olocene.</p>
<p align="LEFT">I progressi e i risultati della ricerca, iniziata tre anni fa in questo sito archeologico, sono stati diffusi dagli archeologi <strong>dell’INAH</strong>: Isaac Aquino, direttore delle ricerche, e Leticia Barajas, direttrice degli scavi, i quali affermano che, per l’estensione di El Coyote, per la quantità di artefatti che ancora sono nascosti sotto la terra e per la continuità cronologica che sono in grado di offrire, il loro studio e la loro accurata analisi apporteranno un prezioso contributo per la comprensione delle meccaniche di insediamento umane antiche e più recenti nella penisola; tutte questioni già sollevate dagli archeologi che hanno già lavorato in questa zona negli anni precedenti.</p>
<p align="LEFT">A partire dall’analisi dei materiali archeologici ritrovati, infatti, gli specialisti hanno identificato uno sviluppo della tecnologia nel processo di elaborazione e di applicazione degli utensili di pietra uguale a quello che è stato riscontrato in altri siti della regione del Cabo, per altro con la stessa successione cronologica e la stessa data di origine con quelli che sono stati ritrovati nell’isola Espíritu Santo; per questo hanno motivo di credere che si tratti dello stesso gruppo culturale, ancora non identificato, che è sceso lungo la costa del Golfo della California dalle regioni più settentrionali della penisola verso il sud fino a incontrare delle isole e decidere di occupare una parte di questa regione.</p>
<p align="LEFT">El Coyote si estende per un centinaio di ettari, localizzati prevalentemente nella parte costiera del Golfo della California, o Mar di Cortés; in queste terre sono stati ritrovati centinaia di utensili di pietra e conchiglie che sembrano essere state manipolate dall’uomo, ad esempio la Chama Buddiana, un mollusco la cui durezza fa in modo che possa essere aperta solo con il fuoco, di cui sono stati infatti ritrovati alcuni esemplari bruciati. Inoltre, sono stati riportati alla luce anche resti di animali marini e terrestri che sono stati evidentemente consumati, oltre ad accessori per la pesca, di quelli realizzati con tre ganci ricavati da conchiglie di madreperla.</p>
<p align="LEFT">Questi oggetti millenari si trovano in diversi punti del sito, che gli archeologi hanno diviso in “accampamenti”, alcuni a cielo aperto e senza tetto, altri all’interno di grotte. Sono stati rinvenuti anche spazi che erano stati adibiti a primitivi laboratori per la fabbricazione di ferramenta di pietra e di conchiglia e aree di lavorazione e di consumo dei molluschi: tutte attività che lasciano presupporre lo sviluppo di attività ben distinte ma collegate tra di loro, ad esempio l’estrazione di una particolare pietra e la fabbricazione di utensili per poter sfruttare le risorse terrestri e marine. I materiali ritrovati indicano anche che gli antenati degli abitanti della Bassa California erano già in grado di navigare in un’epoca tanto remota utilizzando un qualche tipo di semplice zattera con cui affrontavano il mare aperto e dalla quale si tuffavano a diverse profondità; è stato possibile dedurre questo in quanto alcuni dei resti di specie marine incontrate potevano essere raccolte solo ed esclusivamente immergendosi in acque profonde.</p>
<p align="LEFT">Le analisi di laboratorio condotte su alcuni campioni di materiale archeologico recuperato rivelano una presenza umana costante in questa regione, da oltre 9.000 anni fa fino al XVI secolo. Per studiare questi materiali, i ricercatori dell’INAH li hanno raggruppati in due periodi storici in base alla loro datazione: il primo gruppo risale al Primo Olocene o Proto-deserto (da 11.000 a 8.000 anni fa), mentre il secondo va dal Tardo Olocene (2.700 anni fa) fino all’arrivo dei primi esploratori spagnoli nella penisola della Bassa California, nel XVI secolo. Per via del grande lasso di tempo che esiste tra i due periodi storici, gli archeologi pensano che ci sia stata un’altra epoca intermedia durante la quale sono state sviluppate le tecnologie necessarie per la caccia degli animali terrestri, anche se per il momento non sono state ritrovate, in questa zona, sufficienti prove a sostengo di questa tesi.</p>
<p align="LEFT">Isaac Aquino e Leticia Barajas hanno dichiarato che del periodo più antico sono state ritrovate centinaia di conchiglie appartenenti alla specie <em>Dosinia ponderosa,</em> che sono state utilizzate dagli uomini primitivi come utensili; sono oggetti molto ricorrenti in tutti i punti soggetti a scavi, per cui si può supporre che questo mollusco ha ricoperto un ruolo di grandissima importanza per queste popolazioni primitive. Insieme alle conchiglie sono state ritrovate anche grandi quantità di utensili in pietra per tagliare e battere, come tenaglie, martelli, pennelli, raschietti e coltelli, la cui età si stima tra gli 8.600 e i 9.300 anni, che sono stati utilizzati per lavorare le fibre vegetali e il legno così come per aprire le conchiglie e consumare i molluschi. Ancora, sono state ritrovate anche grandi quantità di elementi in madreperla, alcuni già tagliati e ben ripuliti, e tre ganci realizzati con questo stesso materiale, uguali ad altri ritrovati dall’archeologa Harumi Fujita nella Covacha Babisuri, sull’isola di Espíritu Santo. Secondo Barajas e Aquino, questi utensili erano stati costruiti per pescare circa 8.000 anni fa in quella che oggi si chiama la Penisola della Bassa California.</p>
<p align="LEFT">Per quanto riguarda ilsecondo periodostorico di frequentazione del sito, da 2.000a 3.000anni fa, la maggior parte degli reperti trovati consiste in utensili in pietra di vario genere ma sempre intagliati in entrambi i lati; per quest’epoca gli studiosi hanno notato un incremento della produzione di questi utensili, ad esempio i coltelli e le punte dei proiettili.</p>
<p align="LEFT">Il tipo di utensili più “recenti”, infine, rivela il livello di organizzazione lavorativa raggiunto dai primi abitanti della penisola della Bassa California, che permise loro di montare trappole per la caccia delle specie più difficili da catturare, come il delfino azzurro, di cui sono stati ritrovati alcuni elementi ossei nelle zone archeologiche più recenti, e la cui cattura ha segnato l’inizio di un cambiamento graduale nello sfruttamento delle specie marine, grazie a un’organizzazione di maggiore complessità.</p>
<p align="LEFT">Fino a oggi gli studiosi dell’INAH hanno identificato 51 specie di fauna marina studiando i resti ossei emersi dagli scavi nell’area di El Coyote, tra cui bivalvi e conchiglie, oltre ad alcune lische di pesce e ossa di mammiferi, come il delfino e il lupo marino, e ancora resti ossei di fauna terrestre come cervi, lepri e diversi tipi di uccelli. A detta degli archeologi, El Coyote può essere stato, circa 9.000 anni fa, un importante centro di produzione di utensili in pietra per la pesca, per la caccia e per il consumo di alimenti, forse il più grande di tutta la parte meridionale della penisola della Bassa California; nei suoi circa centro ettari di estensione, infatti, ogni cinque o dieci metri sono state ritrovate prove che l’uomo ha lavorato la pietra nel periodo olocenico.</p>
<p align="LEFT">Infine, gli studiosi hanno segnalato che fino a questo momento non sono stati ritrovati scheletri umani, per cui non è ancora possibile sapere a che ceppo etnico appartenevano gli abitanti di El Coyote. Senza dubbio Aquino ha spiegato che quando sono arrivati i primi esploratori spagnoli nel Cabo, nel XVI secolo, la regione era abitata da un gruppo etnico chiamato Pericué, etnia attualmente già estinta.</p>
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		<title>Intervista a Yuri Leveratto: la missione sulla cordigliera di Paucartambo</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Nov 2011 08:57:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Abbiamo intervistato per voi il ricercatore Yuri Leveratto, in particolare sulla missione nella cordigliera di Paucartambo a cui ha partecipato insieme al team guidato dallo statunitense Gregory Deyermenjan. Cosa narra il mito del Paititi andino? Il Paititi si può definire come un “insieme di leggende”, ma l’origine del mito viene dagli scritti di alcuni cronisti spagnoli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-10973" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/3.jpg" alt="" width="600" height="450" /></p>
<p>Abbiamo intervistato per voi il ricercatore <strong>Yuri Leveratto</strong>, in particolare sulla missione nella <strong>cordigliera di Paucartambo</strong> a cui ha partecipato insieme al team guidato dallo statunitense Gregory Deyermenjan.</p>
<p><strong>Cosa narra il mito del Paititi andino?</strong></p>
<p>Il Paititi si può definire come un “insieme di leggende”, ma l’origine del mito viene dagli scritti di alcuni cronisti spagnoli del secolo XVI e XVII, in particolare Vaca de Castro, Sarmiento de Gamboa, Juan Alvarez Maldonado e Juan de Lizarazu. Essi narrarono di un regno ricchissimo e potente, situato nella selva bassa amazzonica presso il Rio Paititi, che forse corrispondeva al Rio Guaporé. Secondo la leggenda alcuni Incas avevano instaurato rapporti amichevoli con questo regno amazzonico la cui etnia dominante era quella dei Moxos. Il mito descrive che quando l’inca Guaynaapoc rientrò al Cusco nel 1537, trovandolo ormai occupato dagli Spagnoli, decise di rientrare verso il Paititi portandosi con se moltissimi Incas e i simboli sacri dell’impero: il grande disco solare d’oro raffigurante il Signore Supremo Viracocha, la catena d’oro di Huascar, un oggetto simbolico rappresentante il serpente bicefalo del peso di circa una tonnellata, e una statua antropomorfa d’oro anch’essa raffigurante Viracocha.</p>
<p>Con il passare del tempo molti avventurieri (i primi dei quali furono Pedro de Candia e Juan Alvarez Maldonado), cercarono il Paititi, ma nessuno riuscì a trovarlo, sia per le difficoltà intrinseche della selva bassa amazzonica, sia per le malattie fulminanti, che per gli attacchi di feroci indigeni. Il fatto che gli Incas fuggitivi passarono per le vallate andine situate ad oriente del Cusco per raggiungere la selva bassa, diede origine al mito del “Paititi andino”, ossia la leggenda (che però ha un fondo di realtà), che abbiano instaurato la loro base non nella selva bassa amazzonica, ma proprio in qualche luogo segreto, situato in una delle numerose ed impervie vallate ubicate ad est del Cusco, nei territori oggi corrispondenti al Parco Nazionale del Manu o alle zone adiacenti (come il Santuario Nazionale del Megantoni).</p>
<p>La leggenda del “Paititi andino” ha avuto un ulteriore impulso quando l’antropologo Vasco Nuñez del Prado, nel 1955, ha ricompilato alcuni racconti della comunità di indigeni discendenti diretti degli Incas situati a Queros, i quali gli narrarono il mito di Inkarri, il semi-Dio andino che fondò Queros e quindi si inoltrò nell’oasi del Paititi, percorrendo un antichissimo camino di pietra.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-10974" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/4.jpg" alt="" width="600" height="450" /></p>
<p><strong>Quali erano gli obiettivi della spedizione nella cordigliera di Paucartambo a cui ha partecipato insieme all’equipe guidata dallo statunitense Gregory Deyermenjan?</strong></p>
<p>Gregory Deyermenjian, in alcune sue spedizioni precedenti, aveva già percorso parzialmente il “cammino di pietra andino”, situato nella cordigliera di Paucartambo, nell’intenzione di percorrerlo fino in fondo per vedere cosa vi sia al di là di esso. Le enormi difficoltà intrinseche di quelle esplorazioni, come le grandi distanze, l’aspra orografia del terreno, la vicinanza con indigeni non contattati a volte ostili e pericolosi, e l’impossibilità di giungervi in elicottero (vista la presenza constante di nebbie intense), ha reso fino ad oggi impossibile esplorare la parte del cammino incaico situata al di là del “lago de Angel”, uno specchio d’acqua situato a 3950 mt. s.l.d.m., nel Santuario Nazionale del Megantoni. L’obiettivo della spedizione nella cordigliera di Paucartambo era quello di percorrere alcuni rami del “cammino incaico”, situati nella frontiera tra la regione di Cusco e quella del Madre de Dios, per rendersi conto quale fosse la via più indicata per poter raggiungere, in un secondo tempo, il lago de Angel, ed esplorare la zona di selva alta situata al di là di esso.</p>
<p><strong>Vuole illustrarci le tappe fondamentali che hanno caratterizzato la missione?</strong></p>
<p>Una volta giunti presso la vallata del Rio Yavero abbiamo iniziato una difficile caminata inoltrandoci nella valle del Rio Chunchusmayo (un suo affluente). Seguivamo una ramificazione del “cammino incaico” in direzione del famoso “altopiano di Pantiacolla”, luogo mitico dove si narra che Inkarri abbia fondato la sua Paititi. Avevamo alcune notizie frammentarie sulla possibilità di trovare alcune rovine nella selva alta, un particolare tipo di bioma sud-americano, in pratica una densa foresta che si estende fino ai 3500 metri d’altezza s.l.d.m.</p>
<p>Già nel luogo detto Llactapata (città altà, in quechua), situato a 1900 metri d’altezza s.l.d.m. abbiamo potuto documentare un interessate “tambo”, in pratica una costruzione rettangolare con otto incavi, utilizzati, a mio parere, per motivi cerimoniali. Abbiamo deciso di continuare in direzione di una grande montagna chiamata “Cerro Miraflores”.</p>
<p>All’altezza di circa 2500 metri s.l.d.m. abbiamo trovato un altro “tambo”, situato in piena selva alta. E’ da lì che il giorno seguente abbiamo iniziato la vera esplorazione, ma le diffilcoltà della selva ci hanno impedito di centrare l’obiettivo. Era molto difficile avanzare a colpi di machete della foresta quasi impenetrabile del Cerro Miraflores, e solo con l’aiuto delle nostre due guide esperte peruviane abbiamo potuto farci un’idea della possibile ubicazione delle rovine.</p>
<p>Solo il giorno seguente abbiamo trovato le prime abitazioni nascoste nella selva e quindi la spianata pricipale con un grande muro con quattro incavi cerimoiniali (a mio parere anticamente erano otto, ma il muro è parzialmente crollato). Poi lentamente la cittadella ci ha svelato tutti i suoi segreti: altre abitazioni, tombe, incavi cerimoniali, e muri di contenzione utilizzati per l’agricoltura.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-10975" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/7.jpg" alt="" width="600" height="450" /></p>
<p><strong>Vuole parlarci delle caratteristiche dei luoghi di riposo, o “tambo”, ritrovati?</strong></p>
<p>I “tambo” sono luoghi di riposo che gli gli Incas utilizzavano per ripararsi dalle intemperie, riposare, ma anche intercambiare prodotti con i popoli della selva bassa amazzonica. In pratica delle semplici costruzioni rettangolari in pietra costruite a volte in epoca pre-incaica.</p>
<p><strong>E quelle della cittadella pre-inca di Miraflores?</strong></p>
<p>La cittadella pre-inca di Miraflores fu senza dubbio un luogo importante nell’antichità. Secondo la nostra documentazione e gli studi che abbiamo effettuato (senza scavi), siamo giunti alla conclusione che fu un centro agricolo costruito in epoca pre-inca (a questa conclusione siamo giunti in quanto gli angoli dei muri sono smussati e non perpendicolari come nelle classiche costruzioni inca), esteso su circa 2 ettari. Il fatto però che vi siano molte abitazioni, alcune tombe (almeno due), e una spianata cerimoniale con alcuni incavi nel muro principale, fa pensare che il sito di Miraflores non abbia avuto solo una funzione agrícola ma anche anche rituale e quindi religiosa. Non dobbiamo dimenticare che nella concezione andina il ciclo delle stagioni, relazionato con la produzione agrícola era considerato sacro e quindi aveva una valenza simbolica e cerimoniale.</p>
<p>Naturalmente vi sono state varie interpretazioni nel nostro grupo sulla funzione della cittadella pre-inca di Miraflores, A chi erano destinate le derrate agricole (mais, fagioli, patate, ecc.), ivi prodotte? Vi sono due teorie al riguardo. La prima è che fossero destinate ai soldati che facevano la guardia nello spartiacque tra i fiumi che si dirigono verso il Rio Urubamba e quelli che si dirigono verso il Madre de Dios, in pratica la frontera dell’impero incaico. La seconda teoria vuole che a Miraflores si producessero derrate agricole propio per gli Incas del Paititi, situato forse al di là dello spartiacque, oltre il lago de Angel.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-10976" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/9.jpg" alt="" width="600" height="450" /></p>
<p><strong>Quali risultati possono essere ascritti dunque a questa spedizione?</strong></p>
<p>In Perú vi sono ancora moltissimi siti archeologici sconosciuti, soprattutto nella cosidetta “selva alta”. Purtoppo si fa pochissimo per esplorare alcune vallate remote, e ancor meno per valorizzare alcuni siti già scoperti che, se debitamente studiati, potrebbero svelarci molto di più sulla Storia e le abitudini degli antichi popoli andini.</p>
<p>I risultati di questa esplorazione, guidata da Gregory Deyermenjian alla quale ho avuto l’onore di partecipare, sono importanti: innanzitutto la scoperta di una nuova cittadella della quale si disconosceva l’esistenza, che potrà portare in futuro a studi archeologi in situ, allo scopo di appurare chi furono i costruttori di Miraflores. Inoltre l’esistenza di un sito archeologico di tale valenza, proprio nella direzione del lago de Angel, è una prova in più dell’estrema importanza della zona in questione, per la futura ubicazione del Paititi.</p>
<p>Noi, del gruppo di Deyermenjian continueremo nelle nostre ricerche, con lo scopo ultimo di poter percorrere fino in fondo il “cammino di pietra”, per poter scoprire cosa vi sia al di là di esso.</p>
<p><a href="www.yurileveratto.com/it" target="_blank">www.yurileveratto.com/it</a></p>
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		<title>Perù, Lambayeque. Scoperta la tomba di un misterioso personaggio pre-incaico</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Aug 2011 12:11:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Continuano le scoperte archeologiche nella zona di Lambayeque, nel Perù settentrionale, grazie ai nuovi scavi partiti con l’arrivo dei fondi del Fondo Italo Peruviano, dell’Unidad Ejecutora 111 e del Fondo Contra Valor della Francia. Il sito che ora è al centro dell’attenzione è quello di Chornancap-Huaca Chotuna, dove Carlos Wester La Torre, direttore del Museo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-9952" title="chotuna-tomba42" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/08/chotuna-tomba42.jpg" alt="" width="400" height="329" /></p>
<p>Continuano le scoperte archeologiche nella zona di <strong>Lambayeque</strong>, nel Perù settentrionale, grazie ai nuovi scavi partiti con l’arrivo dei fondi del<strong> Fondo Italo Peruviano</strong>, dell’Unidad Ejecutora 111 e del Fondo Contra Valor della Francia. Il sito che ora è al centro dell’attenzione è quello di <strong>Chornancap-Huaca Chotuna</strong>, dove <strong>Carlos Wester La Torre</strong>, direttore del <strong>Museo Brüning</strong> e responsabile della zona occidentale del dipartimento, ha portato alla luce la sepoltura del “boia”, una tomba pre-incaica di un uomo attorniato da coltelli da cerimonia.</p>
<p>Il ritrovamento è avvenuto in un luogo che anticamente corrispondeva a un importante centro cerimoniale della civiltà Lambayeque, conosciuta anche come Sicán. Questa popolazione si sviluppò lungo le coste del Perù settentrionale dall’800 dopo Cristo al 1375, quando il vicino popolo <strong>Chimú</strong> la sottomise. Gli studiosi ipotizzano che i sovrani di Chotuna-Chornancap si definivano discendenti di una divinità marina chiamata Naylamp. In base alla leggenda, dopo il crollo della cultura Moche, Naylamp giunse dall’oceano con tantissime zattere cariche di guerrieri per fondare la civiltà Sicán.</p>
<p>Le operazioni di scavo condotte precedentemente a Chotuna-Chornancap restituirono un santuario di 250 metri quadrati al cui interno era stata scoperta una piramide a forma di tomba, denominata Huaca Norte, che conservava le spoglie di trentatré persone, di cui trenta di sesso femminile. Gli scheletri mostrano tracce di mutilazioni e di torture e secondo gli esperti le donne furono vittime di sacrifici rituali.</p>
<p>All’interno della nuova sepoltura, ritrovata nel corso degli scavi effettuati in un’area di Chotuna-Chornancap, sono stati ritrovati i resti di un maschio fra i venti e i trenta anni, la cui tomba venne eretta tra la fine del 1200 e l’inizio del 1300 dopo Cristo. Non si conoscono ancora le cause della morte, ma i ricercatori credono, considerando il tipo e la quantità di manufatti che costituiscono il corredo funerario – come ceramiche, un gonnellino di dischi in rame e diversi coltelli di rame lavorati – che facesse parte dell’élite Sicán e che celebrasse i sacrifici umani disposti dai sacerdoti. Wester pensa che probabilmente il “sacrificatore” avesse un ruolo vero e proprio nelle cerimonie legate ai sacrifici.</p>
<p>Nelle vicinanze della sepoltura sono state trovate altre ceramiche e alcuni oggetti in metallo: è possibile che vi siano stati lasciati come offerte al boia, o potrebbero indicare la presenza di una seconda tomba.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-9953" title="chotuna-tomba40" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/08/chotuna-tomba40.jpg" alt="Lambayeque. Scoperta la tomba di un misterioso personaggio pre-incaico " width="600" height="408" /></em><br />
<em>Sopra e sotto: l&#8217;area dello scavo della tomba</em></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-9954" title="chotuna-tomba43" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/08/chotuna-tomba43.jpg" alt="Lambayeque. Scoperta la tomba di un misterioso personaggio pre-incaico " width="600" height="374" /></p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-9955" title="chotuna-tomba45" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/08/chotuna-tomba45.jpg" alt="Lambayeque. Scoperta la tomba di un misterioso personaggio pre-incaico " width="600" height="360" /></em><br />
<em>Ricostruzione 3D del misterioso personaggio sepolto nella tomba</em></p>
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		<title>Città del Messico. Colossi olmechi in mostra</title>
		<link>http://www.archeorivista.it/009748_citta-del-messico-colossi-olmechi-in-mostra/</link>
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		<pubDate>Mon, 25 Jul 2011 18:42:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia Lischi</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[mostre]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel Museo di Antropologia di Città del Messico è stata inaugurata il 19 di luglio una mostra sulle opere scultoree colossali della civiltà Olmeca, intitolata “Obras colosales del mundo Olmeca”. La mostra è composta da 118 elementi, perlopiù teste giganti in pietra, alcune delle quali raggiungono un’altezza superiore al metro mezzo ed un peso che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-9749" title="Colossi olmechi in mostra" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/07/Colossi-olmechi-in-mostra.jpg" alt="Città del Messico. Colossi olmechi in mostra" width="600" height="414" /></p>
<p>Nel <strong>Museo di Antropologia di Città del Messico</strong> è stata inaugurata il 19 di luglio una mostra sulle opere scultoree colossali della civiltà Olmeca, intitolata “<strong>Obras colosales del mundo Olmeca</strong>”.</p>
<p>La mostra è composta da 118 elementi, perlopiù teste giganti in pietra, alcune delle quali raggiungono un’altezza superiore al metro mezzo ed un peso che si aggira attorno alle 4-6 tonnellate. Tutte le sculture sono ascrivibili alla cultura Olmeca, che ha caratterizzato il Messico centro-meridionale fra il 1400 ed il 400 a.C.</p>
<p>La mostra sarà visitabile fino alla fine di ottobre 2011.</p>
<p>Per maggiori <strong>informazioni</strong>:</p>
<p>sito web: <a href="http://www.mna.inah.gob.mx/" target="_blank">http://www.mna.inah.gob.mx/</a></p>
<!-- Social Ring Buttons Start --><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeorivista.it/009748_citta-del-messico-colossi-olmechi-in-mostra/" data-text="Città del Messico. Colossi olmechi in mostra" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeorivista.it%2F009748_citta-del-messico-colossi-olmechi-in-mostra%2F"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div><!-- Social Ring Buttons End -->]]></content:encoded>
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		<title>Messico, Yucatán. Scoperti sette nuovi siti Maya</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Jul 2011 10:54:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia Lischi</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Nell’area di Sitpach, nei pressi della città di Mérida (Messico), sono stati individuati da studiosi appartenenti all’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia (INAH) messicano ben sette nuovi siti archeologici appartenenti alla civiltà Maya ed un elevato numero di sepolture. La città di Mérida si trova nel Messico meridionale ed è capitale dello stato federato dello [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-9733" title="Yucatán-Scoperti-sette-siti-Maya" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/07/Yucatán-Scoperti-sette-siti-Maya.jpg" alt="Messico, Yucatán. Scoperti sette nuovi siti Maya" width="600" height="402" /></p>
<p>Nell’area di <strong>Sitpach</strong>, nei pressi della <strong>città di Mérida</strong> (Messico), sono stati individuati da studiosi appartenenti all’<strong>Istituto Nazionale di Antropologia e Storia (INAH)</strong> messicano ben sette nuovi siti archeologici appartenenti alla <strong>civiltà Maya</strong> ed un elevato numero di sepolture.</p>
<p>La città di Mérida si trova nel Messico meridionale ed è capitale dello stato federato dello Yucatán. Venne costruita dallo spagnolo Francisco de Montejo de León (1542) sulle rovine di un’antica città maya, <em><strong>Ichcaansihó</strong></em>, già abbandonata all’arrivo degli spagnoli.</p>
<p>Il progetto archeologico dell’INAH ha svolto le ricerche e gli scavi nell’area attigua alla città (dai 4 ai 6 Km di distanza), individuando i siti in un’area non superiore ai 1000 ettari.</p>
<p>Gli studiosi affermano che i resti ritrovati appartengono al periodo <strong>Preclassico Tardo</strong> (dal 300 a.C. al 250 d.C.). Le sepolture scoperte, appartenenti a 75 individui, hanno permesso, per la prima volta nell’area, il ritrovamento di <strong>vasellame policromo</strong>. Secondo l’archeologo <strong>Luis Raùl Pantoja Dìaz</strong>, coordinatore del progetto, le scoperte avvenute sono di fondamentale importanza poiché indicano che, già dal preclassico tardo, esisteva nel luogo una società complessa e stratificata. Gli studi fin’ora condotti, invece, avevano portato gli archeologi a pensare che l’area, all’epoca, fosse disabitata a causa dell’aridità del suolo.</p>
<p>Il materiale recuperato durante le campagne di scavo è conservato presso lo <em><strong>Yucatán INAH Center</strong></em>, in attesa di essere sottoposto a più approfondite analisi per determinarne con maggior precisione l’età.</p>
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		<item>
		<title>Roma. Presentati i lavori della Missione Italiana a Chan Chan</title>
		<link>http://www.archeorivista.it/009684_roma-presentati-i-lavori-della-missione-italiana-a-chan-chan/</link>
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		<pubDate>Thu, 21 Jul 2011 12:21:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[convegni]]></category>
		<category><![CDATA[CNR]]></category>
		<category><![CDATA[ITABC]]></category>

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		<description><![CDATA[In occasione del centenario della riscoperta di Machu Picchu, la cui straordinaria bellezza e maestosità hanno fatto sì che diventasse col tempo una destinazione mitica, la cui immagine ormai di identifica con lo stesso Perù, l’Istituto per le Tecnologie Applicate ai Beni Culturali del CNR offre il suo contributo presentando a Roma, in data 21 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-9696" title="lavori della Missione Italiana a Chan Chan" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/07/Chan-Chan-missione-italiana.jpg" alt="lavori della Missione Italiana a Chan Chan" width="600" height="415" /></p>
<p>In occasione del centenario della riscoperta di <strong>Machu Picchu</strong>, la cui straordinaria bellezza e maestosità hanno fatto sì che diventasse col tempo una destinazione mitica, la cui immagine ormai di identifica con lo stesso Perù, l’Istituto per le Tecnologie Applicate ai Beni Culturali del <strong>CNR</strong> offre il suo contributo presentando a Roma, in data 21 luglio 2011, le attività che la Missione Italiana svolge da circa nove anni sul sito archeologico di <strong>Chan Chan</strong>, Trujillo, Perù. Chan Chan, così come Machu Picchu, è incluso nella lista UNESCO del Patrimonio Mondiale e può diventare un’attrattiva turistica sulla costa desertica e un polo dell’architettura in terra cruda, contrapposto a quello della “sierra” e del mondo in pietra degli Incas.</p>
<p>Chan Chan era la capitale dell’impero Chimù che tra il IX e il XV secolo arrivò ad estendersi su una superficie di venti chilometri quadrati, venendo a rappresentare il più grande insediamento dell’America latina realizzato in adobe. Questo maestoso esempio di organizzazione urbana costituisce un momento di sintesi delle diverse civiltà succedutesi sulla costa e rappresenta un importante contributo alla realizzazione della civiltà andina.</p>
<p>In Perù, la Missione Italiana dell’ITABC del CNR sta portando avanti dal 2002 un’operazione di documentazione, conservazione e valorizzazione del sito archeologico per contribuire allo sviluppo del territorio culturalmente e storicamente ad esso collegato e per sostenere la società e l’economia della regione grazie allo sviluppo dell’artigianato. Le attività della missione sono dirette alla valorizzazione turistica del sito e della regione settentrionale del Perù, solitamente meno conosciuta ma ricca di bellissime testimonianze, attraverso la progettazione e la realizzazione di un Parco Archeologico e delle infrastrutture ad esso collegate. La fase di studio e di progettazione è stata resa possibile dalla collaborazione tra Università Politecnica delle Marche, Università di RomaTre, Istituto Italo latino Americano, Ministerio de Cultura del Perù e con il supporto del Ministero degli Affari Esteri.</p>
<p>Programma:</p>
<p>Introduzione ai lavori 9,30-10,15<br />
Luciano Maiani Presidente del CNR<br />
Maria Mautone Direttore Dipartimento Patrimonio Culturale<br />
Salvatore Garraffo Direttore dell’ITABC<br />
S. E. Cesar Castillo Ramirez Ambasciatore del Perù in Italia<br />
Salvatore Piro Responsabile della commessa (PC.P01.007)</p>
<p>Presentazione dei lavori 10,30 – 13.00<br />
Roberto Orazi Co-Direttore della Missione a Chan Chan<br />
“Chan Chan e la costa nord del Perù: il mondo dell’architettura di terra”<br />
Francesca Colosi Direttore della Missione a Chan Chan<br />
“La Missione Italiana a Chan Chan: obiettivi e realizzazioni”<br />
Coffe break 11,00 – 11,15<br />
Gabriele Fangi Università Politecnica delle Marche<br />
“Topografi a e remote sensing per lo studio di Chan Chan e del suo territorio”<br />
Carlo Alberto Bozzi e Eva Malinverni Università Politecnica delle Marche<br />
“Il SIT del Parco Archeologico di Chan Chan: banca dati e architettura del sistema”<br />
Alessandro Cecili e Alessandro Cinnirella LabGis – Università Roma Tre<br />
“Il Portale di Chan Chan e la navigazione in Internet”<br />
Roberto Gabrielli e Andrea Angelini CNR &#8211; ITABC<br />
“Fotogrammetria e modelli 3D per Palacio Rivero”<br />
Andrea Monaco Servizio Cooperazione IILA<br />
“L’IILA e il progetto di sostegno al Parco Archeologico di Chan Chan”</p>
<!-- Social Ring Buttons Start --><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeorivista.it/009684_roma-presentati-i-lavori-della-missione-italiana-a-chan-chan/" data-text="Roma. Presentati i lavori della Missione Italiana a Chan Chan" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeorivista.it%2F009684_roma-presentati-i-lavori-della-missione-italiana-a-chan-chan%2F"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div><!-- Social Ring Buttons End -->]]></content:encoded>
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		<title>Messico, Chichén Itzà. Scheletri confermano sacrifici umani nel mondo Maya</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Jul 2011 23:27:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Melania Marano</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel sito archeologico di Chichén Itzà, nel cenote Holtun, voragine contenente acqua dolce, sono stati rinvenuti i resti di sacrifici umani al dio della pioggia Chaak. Gli individui identificati sono sei, di cui quattro adulti e due bambini, accanto ai quali sono stati portati alla luce anche vasi, conchiglie, perline, coltelli e ossa di animali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-9494" title="sacrifici-umani-maya" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/07/sacrifici-umani-maya.jpg" alt="Messico, Chichén Itzà. Scheletri confermano sacrifici umani nel mondo Maya" width="600" height="450" /></p>
<p>Nel sito archeologico di <strong>Chichén Itzà</strong>, nel <strong>cenote Holtun</strong>, voragine contenente acqua dolce, sono stati rinvenuti i resti di sacrifici umani al dio della pioggia <strong>Chaak</strong>. Gli individui identificati sono sei, di cui quattro adulti e due bambini, accanto ai quali sono stati portati alla luce anche vasi, conchiglie, perline, coltelli e ossa di animali di cane e di cervo. Questi dovevano essere connessi con il rituale che si deve essere svolto in quel luogo in modo da comunicare con il divino. Inoltre, rilevante è risultata l&#8217;identificazione di concentrazioni di carbone che hanno fatto pensare alla presenza di un fuoco, certamente connesso alla realizzazione del rituale.</p>
<p>All&#8217;epoca del rituale, dopo l&#8217;850 d.C., il livello dell&#8217;acqua nella grotta doveva essere inferiore rispetto allo stato attuale tanto da permettere la creazione di questo contesto venti metri sotto la superficie. I resti archeologici, infatti, sono stati rinvenuti al di sotto del piano attuale in un passaggio orizzontale in una delle pareti del cenote.</p>
<p>Questo tipo di rinvenimento va a confermare quella che è un&#8217;usanza già attestata per la cultura Maya, fiorita nel sud della Penisola dello Yucatàn: raffigurazioni artistiche su vasi o stele rappresentano giovani e bambini nell&#8217;atto di essere sacrificati. E il luogo del rinvenimento confermerebbe anche la credenza del popolo Maya che riteneva che i cenotes fossero varchi nella terra che mettessero in contatto il mondo umano con quello divino, come riferisce il Prof. Guillermo Anda dell&#8217;Universidad Autonoma de Yucatàn, direttore delle ricerche archeologiche durante le quali sono state indagate anche altre 33 grotte.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-9495" title="CenoteSagrado__Chichen_Itza_Messico" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/07/CenoteSagrado__Chichen_Itza_Messico.jpg" alt="Cenote-Sagrado" width="600" height="400" /></em><br />
<em>Il cenote Sagrado</em></p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-9496" title="Chichen_Castillo" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/07/Chichen_Castillo.jpg" alt="Castillo" width="600" height="383" /><br />
La piramide Castillo a Chichén Itzà</em></p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-9497" title="Sacrifici umani nel mondo dei Maya" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/07/Sacrifici-umani-nel-mondo-dei-Maya.jpg" alt="Sacrifici umani nel mondo dei Maya" width="600" height="400" /><br />
Un rilievo Maya con scene di sacrifici umani</em></p>
<!-- Social Ring Buttons Start --><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeorivista.it/009492_messico-chichen-itza-scheletri-confermano-sacrifici-umani-nel-mondo-maya/" data-text="Messico, Chichén Itzà. Scheletri confermano sacrifici umani nel mondo Maya" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeorivista.it%2F009492_messico-chichen-itza-scheletri-confermano-sacrifici-umani-nel-mondo-maya%2F"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div><!-- Social Ring Buttons End -->]]></content:encoded>
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		<title>Messico, Palenque. Microtelecamera svela una tomba maya dipinta e inviolata</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jun 2011 23:33:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Melania Marano</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>
		<category><![CDATA[Palenque]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;uso di una telecamera ha permesso di addentrarsi in una tomba intatta, di 5 mq circa, che si trova in una piramide dell&#8217;Acropoli della città di Palenque nel Chiapas, stato messicano. La tomba era conosciuta già dal 1999 ma l&#8217;instabilità della piramide non ha permesso finora l&#8217;accesso. La telecamera è stata spinta fino a 5 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-9217" title="tomba-maya-palenque-01" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/06/tomba-maya-palenque-01.jpg" alt="" width="456" height="263" /></p>
<p>L&#8217;uso di una telecamera ha permesso di addentrarsi in una tomba intatta, di 5 mq circa, che si trova in una piramide dell&#8217;Acropoli della città di Palenque nel Chiapas, stato messicano. La tomba era conosciuta già dal 1999 ma l&#8217;instabilità della piramide non ha permesso finora l&#8217;accesso.</p>
<p>La telecamera è stata spinta fino a 5 m di profondità e ha permesso l&#8217;osservazione degli affreschi parietali, costituiti da figure rese in nero su sfondo rosso, e del corredo formato da reperti in giada, in madreperla e ceramici. Sulla base delle immagini pervenute si esclude la presenza di un sarcofago, a differenza della tomba di Pakal il Grande, identificata nel Tempio delle Iscrizioni e rinvenuta negli anni &#8217;50 del secolo scorso.</p>
<p>L&#8217;intera area archeologica, in cui la tomba è ubicata, abbraccia un&#8217;area di circa 2 kmq anche se è stato indagato solo il 10% a causa della vegetazione presente e delle sepolture degli ultimi governanti che si sono fatti seppellire sulle strutture tombali di epoca precedente.</p>
<p>Secondo gli studiosi la tomba indagata dovrebbe risalire al 431 d.C.-550 d.C., mentre per l&#8217;attribuzione c&#8217;è più di un&#8217;ipotesi: la prima sostiene che appartenga a K’uk’Bahlam, il primo signore della città; secondo la seconda dovrebbe appartenere a Ix Yohl Ik’nal, governatrice di Palenque.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-9218" title="tomba-maya-palenque-00" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/06/tomba-maya-palenque-00.jpg" alt="" width="458" height="255" /></em><br />
<em>Esterno della tomba</em></p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-9219" title="tomba-maya-palenque-02" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/06/tomba-maya-palenque-02.jpg" alt="" width="457" height="259" /></em></p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-9220" title="tomba-maya-palenque-03" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/06/tomba-maya-palenque-03.jpg" alt="" width="455" height="336" /></em></p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-9221" title="tomba-maya-palenque-04" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/06/tomba-maya-palenque-04.jpg" alt="" width="350" height="183" /></em></p>
<!-- Social Ring Buttons Start --><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeorivista.it/009216_messico-palenque-microtelecamera-svela-una-tomba-maya-dipinta-e-inviolata/" data-text="Messico, Palenque. Microtelecamera svela una tomba maya dipinta e inviolata" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeorivista.it%2F009216_messico-palenque-microtelecamera-svela-una-tomba-maya-dipinta-e-inviolata%2F"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div><!-- Social Ring Buttons End -->]]></content:encoded>
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		<title>Isernia. Risultati e prospettive della missione archeologica italiana in Colombia</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Apr 2011 11:03:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[convegni]]></category>
		<category><![CDATA[scavi]]></category>

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		<description><![CDATA[Mercoledì 30 marzo 2011 si è tenuto a Isernia un incontro intitolato “La missione archeologica italiana in Colombia. Risultati e prospettive future”, in occasione del quale sono stati presentati i risultati del lavoro dei partecipanti alla spedizione, con l’importante collaborazione delle Istituzioni coinvolte nell’iniziativa, che hanno testimoniato l’importanza del progetto e del ruolo svolto da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mercoledì 30 marzo 2011 si è tenuto a Isernia un incontro intitolato “<strong>La missione archeologica italiana in Colombia. Risultati e prospettive future</strong>”, in occasione del quale sono stati presentati i risultati del lavoro dei partecipanti alla spedizione, con l’importante collaborazione delle Istituzioni coinvolte nell’iniziativa, che hanno testimoniato l’importanza del progetto e del ruolo svolto da ciascuna di esse nell’ambito della spedizione.<span id="more-8049"></span></p>
<p>Dopo i saluti da parte di Giovanni Cannata, Magnifico Rettore dell’Università del Molise, e di Adriano Giannola, Presidente della Fondazione Banco di Napoli, Juan Manuel Prieto, Ambasciatore colombiano in Italia, ed Ettore Janulardo, referente del Settore Archeologia per il Ministero degli Affari Esteri, i lavori sono stati aperti da Marco Marchetti, Direttore del Dipartimento di Scienze e Tecnologie per l’Ambiente ed il Territorio, e da Paolo Mauriello, Preside della Facoltà di Scienze Umane e Sociali dell’Università del Molise. Sono intervenuti: Monica Dimate, Primo Ministro dell’Ambasciata colombiana in Italia, Carlo Emilio Piazzini, direttore dell’Instituto Colombiano de Antropologia e Historia, Antonella Minelli, professoressa di Antropologia della Facoltà di Scienze Umane e Sociali e dagli esperti delle indagini archeologiche: Marilena Cozzolino, Annarosa Di Nucci, Sandra Guglielmi, Emanuele Pittoni, Marco Giannantonio e Daniela D’Amore dell’Università del Molise.</p>
<p>La spedizione archeologica realizzata quest’anno dall’Università degli Studi del Molise in Colombia, ed avviata nel 2008, nell’ambito delle spedizioni archeologiche ed etnoantropologiche all’estero, sovvenzionate dal Ministero degli Affari Esteri, è riuscita ad attivare relazioni di collaborazione internazionale, rivolti all’approfondimento di temi scientifici, connessi con la ricostruzione delle dinamiche del più antico insediamento dell’area colombiana. Nel corso del progetto sono state applicate tecniche di ricerca innovative per facilitare l’indagine archeologia di campo e contribuire a spiegare alcune lacune informative, attraverso il confronto tecnologico, il supporto interdisciplinare, il potenziamento strumentale e lo scambio di professionalità.</p>
<p>La spedizione, diretta da Antonella Minelli, con l’aiuto logistico del Dipartimento di Scienze e Tecnologie per l’Ambiente ed il Territorio dell’Università del Molise, è stata effettuata presso il sito di <strong>Checua</strong>, nell’area del Municipio di Nemocon, dal 29 ottobre al 4 dicembre 2010 ed è stata finanziata dal Ministero degli Affari Esteri e dalla Fondazione Banco di Napoli. Il gruppo scientifico che ha partecipato alle ricerche è risultato composto da archeologi, archeozoologi, antropologi e studenti della Facoltà molisana che hanno messo in campo le loro competenze, interfacciando con le professionalità locali e progettando interventi di studio.</p>
<p>Lo scavo archeologico, seguito alla verifica preventiva sul sito di Checua, è stato concentrato in due saggi, di sei e otto metri quadrati. Le superfici scavate hanno rivelato un gran numero di testimonianze paleontologiche: resti di conigli, curì, cervi, roditori e gasteropodi, oggetto della caccia dei clan umani preistorici; reperti in pietra lavorata inerenti alle attività di raccolta e cacca; utensili lavorati in osso come aghi, zagaglie e punzoni; reperti antropologici: quattro tombe realizzate per individui subadulti. L’area archeologica ha permesso di ricostruire una linea culturale, relativa a popolamenti di cacciatori-raccoglitori a cielo aperto, tra i più antichi conosciuti in area colombiana, datati fra i nove mila e i tremilacinquecento anni fa.</p>
<p>I risultati positivi degli interventi di indagine archeologica hanno posto le basi per una continuazione della ricerca, per il prossimo anno e per gli anni futuri in termini di scientificità, valorizzazione, formazione, internazionalizzazione e divulgazione.</p>
<!-- Social Ring Buttons Start --><div class="social-ring"><div class="social-ring-button"><a href="http://twitter.com/share" data-url="http://www.archeorivista.it/008049_isernia-presentati-i-risultati-e-le-prospettive-future-della-missione-archeologica-italiana-in-colombia/" data-text="Isernia. Risultati e prospettive della missione archeologica italiana in Colombia" data-count="horizontal" class="sr-twitter-button twitter-share-button"></a></div><div class="social-ring-button"><g:plusone size="medium" callback="plusone_vote"></g:plusone></div><div class="social-ring-button"><iframe allowtransparency="true" frameborder="0" hspace="0" marginheight="0" marginwidth="0" scrolling="no" style="width: 70px; height: 21px; position: static; left: 0px; top: 0px; visibility: visible; " tabindex="-1" vspace="0" width="100%" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/plugins/wordpress-social-ring//includes/share.php?url=http%3A%2F%2Fwww.archeorivista.it%2F008049_isernia-presentati-i-risultati-e-le-prospettive-future-della-missione-archeologica-italiana-in-colombia%2F"></iframe></div></div><div style="clear:both;">&nbsp;</div><!-- Social Ring Buttons End -->]]></content:encoded>
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