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	<title>ArcheoRivista - rivista di archeologia &#187; interviste</title>
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		<title>Intervista al professor Edoardo D’Angelo</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 13:25:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Carta d&#8217;identità Università: Napoli Suor Orsola Benincasa Nome del corso: Archeologia e Scienze dell’Antichità e del Medioevo Competenze didattiche: (LM) Anno di istituzione: 2009 (prima era una Specialistica) Numero di docenti (2008): circa 25 Numero di iscritti (2008): circa 100 Sede principale: Napoli, via S, Caterina 37 Recapiti: Napoli, via S, Caterina 37 D Oltre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-11709" title="professor Edoardo D’Angelo" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/professor-Edoardo-D’Angelo.jpg" alt="professor Edoardo D’Angelo" width="100" height="93" /></strong></p>
<p><strong>Carta d&#8217;identità</strong></p>
<ul>
<li>Università: Napoli Suor Orsola Benincasa</li>
<li>Nome del corso: Archeologia e Scienze dell’Antichità e del Medioevo</li>
<li>Competenze didattiche: (LM)</li>
<li>Anno di istituzione: 2009 (prima era una Specialistica)</li>
<li>Numero di docenti (2008): circa 25</li>
<li>Numero di iscritti (2008): circa 100</li>
<li>Sede principale: Napoli, via S, Caterina 37</li>
<li>Recapiti: Napoli, via S, Caterina 37</li>
</ul>
<p><strong>D Oltre all&#8217;insegnamento, quali sono i principali progetti in corso?</strong><br />
R L’Ateneo ha operato, nell’ambito dell’archeologia postclassica, su diversi fronti. Per molti anni il centro delle attività è stato costituito dall’abbazia di San Vincenzo al Volturno, in Molise, uno dei più grandi siti altomedievali europei. Dallo studio di questo “giacimento” è scaturita una copiosa produzione scientifica, che ha interessato, oltre all’ambito prettamente archeologico, in tutte le sue declinazioni, anche quelli degli studi storici e storico-artistici. Contemporaneamente, da quasi un decennio si lavora all’esplorazione del grande castello di Rupe Canina, che divenne celebre in età normanna per essere stato feudo della famiglia dei conti di Alife che, per molti anni, tennero testa a re Ruggero II d’Altavilla.</p>
<p>Per quanto riguarda l’area mediterranea occorre ricordare il progetto di ricerca “Monastiraki”, che nasce da una collaborazione che l’Ateneo ha messo in essere negli ultimi anni con l’Archaeological Institute of Cretological Studies per lo studio archeologico e l’applicazione di nuovi strumenti di tecnologia avanzata al complesso protopalaziale di Monastiraki a Creta (Grecia).  Sulla base di una convenzione con la Soprintendenza di Trapani e il Comune di Pantelleria si ricorda il progetto di scavo e ricerca protostorica presso il sito di Mursia sull’isola di Pantelleria (Trapani).</p>
<p>Infine, un progetto fortemente collegato con il territorio di appartenenza dell’ Ateneo: il “Progetto Vivara”, che prevede ricerche archeologiche di terra e subacquee a Procida-Vivara. Tutti i reperti provenienti dall’isola di Vivara sono oggetto di studio e analisi presso i laboratori dell’Ateneo.  Tale progetto è finalizzato ad un’unica azione globale di valorizzazione di un’isola caratterizzata dalla presenza di eccezionali testimonianze dell’età del Bronzo in uno con gli aspetti più suggestivi della natura.</p>
<p>Si segnala anche l’importanza del prosieguo del progetto di ricerca scientifica nell’area di Pompei con lo scavo condotto dal Prof. Pappalardo e dal Dott. Grimaldi nell’area del giardino della Casa di Marco Fabio Rufo a Pompei in Convenzione con la Soprintendenza Archeologica di Pompei. Le ricerche condotte sul campo sono ora in corso di pubblicazione e nel futuro si amplierà lo spettro dell’intervento con altri saggi che verranno condotte nelle adiacenti case del Bracciale d’Oro e di Maras Castricio.</p>
<p>Tali progetti, già oggetto di varie pubblicazioni e comunicazioni a convegni internazionali, si affiancano al lavoro e alla presenza svolto sul campo dal Centro Internazionale per gli Studi Pompeiani “Amedeo Maiuri” dell’Ateneo che sta svolgendo, in accordo con il Comune di Pompei, un ruolo importante nella rivalutazione dell’area a Nord degli scavi di Pompei (CISP).</p>
<p><strong>D E quelli per il futuro?</strong><br />
R Il laboratorio di Archeologia Tardoantica e Medievale, da quattro anni basato a Piedimonte Matese presso la sede della Società Storica del Medio Volturno, sta ampliando ed approfondendo il suo sguardo sul ricchissimo orizzonte archeologico dell’Alto Casertano, ed in particolare della Valle del Volturno: stiamo avviando un promettente progetto di indagine presso l’abbazia del SS.Salvatore di San Salvatore Telesino (BN), che fu luogo ove, nel XII secolo, dimorarono personaggi del calibro di S. Anselmo di Canterbury e del cronista Alessandro di Telese. A Pompei la ricerca sul campo continuerà nei modi e nei tempi già precedentemente esplicitati con l’ausilio ed il supporto didattico del CISP per permettere la formazione dei nostri studenti in una delle aree archeologiche più importanti al mondo.</p>
<p><strong>D Il progetto già realizzato che è il vostro “fiore all&#8217;occhiello”?</strong><br />
R Fra i diversi risultati, vale la pena ricordare soprattutto il volume sul Molise preromanico e romanico che vedrà la luce nel 2012 per i tipi della Jaca Book, all’interno della prestigiosa collana “Patrimonio Artistico Italiano”. L’Ateneo Suor Orsola si è impegnato a promuovere e diffondere la cultura della qualità, attraverso una adeguata pianificazione, gestione e controllo di tutte le attività di ricerca. Nel 2006 questo processo si è concluso con successo con la certificazione UNI EN ISO 9001: 2008 per “formazione, progettazione e ricerca nel campo delle scienze e tecniche applicate all’archeologia e del restauro attraverso l’attività di laboratorio”. Con tale certificazione il Laboratorio di Scienze e Tecniche applicate all’ Archeologia, afferente al CdL Magistrale in Archeologia e Scienze dell’Antichità e del Medioevo, testimonia il suo impegno nella ricerca, nell’attività di formazione e nella progettazione a tutto vantaggio per i discenti. L’obiettivo raggiunto costituisce dunque il tangibile riconoscimento del lavoro efficiente, trasparente e funzionale che il Laboratorio sta svolgendo in questi ultimi anni nell’ambito del Corso di Laurea in Archeologia e Scienze dell’Antichità e del Medioevo.</p>
<p>L’Ateneo Suor Orsola si è impegnato a promuovere e diffondere la cultura della qualità, attraverso una adeguata pianificazione, gestione e controllo di tutte le attività di ricerca. Nel 2006 questo processo si è concluso con successo con la certificazione UNI EN ISO 9001: 2008 per “formazione, progettazione e ricerca nel campo delle scienze e tecniche applicate all’archeologia e del restauro attraverso l’attività di laboratorio”. Con tale certificazione il Laboratorio di Scienze e Tecniche applicate all’ Archeologia, afferente al CdL Magistrale in Archeologia e Scienze dell’Antichità e del Medioevo, testimonia il suo impegno nella ricerca, nell’attività di formazione e nella progettazione a tutto vantaggio per i discenti. L’obiettivo raggiunto costituisce dunque il tangibile riconoscimento del lavoro efficiente, trasparente e funzionale che il Laboratorio sta svolgendo in questi ultimi anni nell’ambito del Corso di Laurea in Archeologia e Scienze dell’Antichità e del Medioevo.</p>
<p>La presenza dell’Ateneo nell’area archeologica di Pompei tra il 2004 ed il 2007 ha dato la possibilità a più di 500 studenti di formarsi sul campo mediante il loro periodo di frequnza e partecipazione alle attività di scavo e ricerca condotte nell’area dal Prof. Pappalardo e dal Dott. Grimaldi. Ciò ha portato ad una costante formazione degli studenti sul delicato tema della conservazione in relazione allo scavo e alla tutela e fruizione di un bene chiuso al pubblico quale quello della Casa di Marco Fabio Rufo.</p>
<p>In più in collaborazione con l’Università di Tokyo si è giunti ad una prima vera monografia delle case occupanti l’area dell’Insula Occidentalis a Pompei con in più la pubblicazione per la prima volta di oltre 1000 fotografie a colori degli apparati decorativi ancora visibili in queste dimore, operazione questa che funge da memoria per lo stato di conservazione di una delle aree più belle di Pompei non accessibili dal pubblico visitatore.</p>
<p>Il CISP ha invece il merito di conservare e preservare sul territorio la memoria degli scavi e delle ricerche ivi condotte attraverso la conservazione di parte della Biblioteca di Amedeo Maiuri, fonfo sottoposto a vincolo.</p>
<p><strong>D Avete collaborazioni con altri enti e istituzioni italiani?</strong><br />
R Il Laboratorio di Archeologia Tardoantica e Medievale tradizionalmente collabora in primo luogo con gli Enti territoriali, con i quali costruisce progetti per la valorizzazione del patrimonio archeologico e monumentale postclassico. Ma meritano di essere ricordate le collaborazioni con l’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e con la Scuola Speciale per Archivisti e Bibliotecari della “Sapienza” di Roma, per l’edizione degli inediti di Vincenzo Federici, lo studioso che pubblicò l’edizione critica del Chronicon Vulturnense, la principale fonte sulla storia di San Vincenzo al Volturno.</p>
<p><strong>D E con enti e istituzioni stranieri?</strong><br />
R Si è appena avviata la nostra collaborazione con il progetto europeo del Corpus dell’Architettura Religiosa dell’Europa (secoli IV – XI), per il censimento di tutte le presenze monumentali cristiane del territorio della Campania. In questi ultimi anni si è dato vita a un programma di sviluppo per i rapporti di cooperazione internazionale, nel settore delle tecnologie avanzate dei beni culturali archeologici, volto soprattutto ai Paesi del Mediterraneo. Tra questi si ricorda l’accordo di collaborazione scientifica con l’Università di Cordoba (Spagna). Nell’area pompeiana poi la collaborazione stretta riguarda non solo gli enti locali ma soprattutto Università internazionali quali quelle di Tokyo, Alicante, Valencia, e si sta lavorando per una collaborazione con l’Università di Cincinnati negli USA.</p>
<p><strong>D Qual è il rapporto con le Soprintendenze?</strong><br />
R L’interazione con le Soprintendenze nel nostro campo è ineludibile. La sua efficacia dipende molto dalle specificità delle condizioni dei singoli contesti in cui si opera. Lo sforzo è comunque sempre quello di operare in condizioni di massima collaborazione. Gli scavi archeologici sono realizzati sulla base di specifici accordi di collaborazione con le Soprintendenze Archeologiche di riferimento territoriale.</p>
<p><strong>D Quali sono i processi di formazione sul campo per gli allievi?</strong><br />
R Pur nelle crescenti difficoltà degli ultimi anni, cerchiamo sempre di offrire agli studenti il più ampio ventaglio di opportunità formative, che spaziano dall’apprendimento delle tecniche di gestione, documentazione ed edizione dello scavo archeologico, alla conoscenza diretta delle fonti scritte utili per la contestualizzazione storica dei siti medievali, allo studio delle diverse classi di reperti. Incoraggiamo gli studenti più volenterosi a seguire l’attività del laboratorio anche oltre quanto strettamente previsto dalla “contabilità” dei crediti, affinché sia loro reso possibile partecipare nel modo più completo alla costruzione ed allo sviluppo dei nostri progetti di ricerca.</p>
<p>Attraverso la costituzione di poli territoriali strettamente connessi con scavi archeologici di terra e di mare e la creazione di laboratori dedicati alle scienze e tecniche applicate all’archeologia, agli studenti è data la possibilità di acquisire e sperimentare tutte le tecniche legate allo scavo archeologico e allo studio dei reperti. L’impostazione metodologica ha previsto, quindi, l’alternanza di diversi momenti fra loro correlati: formazione-sperimentazione-ricerca, nella convinzione che soltanto la diretta conduzione di un’attività di analisi e di elaborazione progettuale può garantire l’effettiva acquisizione di competenze. L’impegno didattico e formativo ha previsto anche la realizzazione di laboratori sul campo, con l’uso di strumentazione diagnostica portatile, per affrontare questioni archeometriche, analisi bioarcheologiche e di studio del territorio. Numerosi studenti-laureandi hanno preso parte alle nostre ricerche e spesso hanno partecipato alla presentazione e pubblicazione dei risultati.</p>
<p>Attraverso la costituzione di poli territoriali strettamente connessi con scavi archeologici di terra e di mare e la creazione di laboratori dedicati alle scienze e tecniche applicate all’archeologia, agli studenti è data la possibilità di acquisire e sperimentare tutte le tecniche legate allo scavo archeologico e allo studio dei reperti. L’impostazione metodologica ha previsto, quindi, l’alternanza di diversi momenti fra loro correlati: formazione-sperimentazione-ricerca, nella convinzione che soltanto la diretta conduzione di un’attività di analisi e di elaborazione progettuale può garantire l’effettiva acquisizione di competenze. L’impegno didattico e formativo ha previsto anche la realizzazione di laboratori sul campo, con l’uso di strumentazione diagnostica portatile, per affrontare questioni archeometriche, analisi bioarcheologiche e di studio del territorio. Numerosi studenti-laureandi hanno preso parte alle nostre ricerche e spesso hanno partecipato alla presentazione e pubblicazione dei risultati.</p>
<p><strong>D Ricorrete a sponsor o finanziatori a progetto?</strong><br />
R Seguire questo percorso oggi è assolutamente prioritario, soprattutto quando i progetti di ricerca impattano direttamente sul territorio e devono essere costruiti con i rappresentanti delle comunità che vi abitano e che vedono in essi opportunità di valorizzazione del proprio patrimonio storico.</p>
<p><strong>D Come gestite la divulgazione del vostro lavoro verso il grande pubblico?</strong><br />
R Come anticipavo nella risposta alla domanda precedente, questo è un aspetto cui ho sempre attribuito la massima rilevanza. Nel 2007, ad esempio, la costruzione di una “docufiction” su San Vincenzo al Volturno, realizzata con l’applicazione delle tecnologie della ricostruzione 3D del sito archeologico, ci è valsa il premio per la migliore realizzazione didattica al II Festival Internazionale del Cinema Archeologico di Roma. Su questa scia, ancora nel 2011 abbiamo fatto approdare sulle pagine di “Archeo” i risultati degli scavi per la riscoperta del Criptoportico romano di Alife.<br />
L’Ateneo è dotato di un ufficio stampa e, quindi, le principali attività svolte dal Corso di Laurea sono sempre divulgate sul sito WEB dell’Ateneo e riprese dagli organi di stampa. Ricordiamo, quale esempio di promozione dell’incontro tra ricerca e comunicazione, la realizzazione della manifestazione “Archeologia e Media” svolta al Suor Orsola nel 2009. Sono presenti molti contributi e comunicati stampa relativi ai nostri interventi anche i ambito pompeiano con anche l’utilizzo di intere pagine della cultura su testate giornalistiche nazionali oltre ovviamente a comunicazioni di ambito scientifico internazionale.</p>
<p><strong>D Il vostro rapporto con la stampa?</strong><br />
R Da incrementare sempre, con lo spirito di raggiungere il grande pubblico attraverso vettori selezionati e di qualità. È di fine dicembre 2011 un’ampia pagina dedicataci dal “Mattino” di Napoli sui risultati degli scavi di Rupe Canina e, più in generale, del Laboratorio di Archeologia Tardoantica e Medievale.</p>
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		<title>Intervista a Edoardo Borzatti von Löwenstern</title>
		<link>http://www.archeorivista.it/0011663_intervista-a-edoardo-borzatti-von-lowenstern/</link>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 11:05:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Todisco</dc:creator>
				<category><![CDATA[interviste]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.archeorivista.it/?p=11663</guid>
		<description><![CDATA[Il prof. Borzatti (a destra) con lo sceicco locale Carta di identità Nome e cognome: Edoardo Borzatti von Löwenstern. Qualifica: Ex Professore Associato presso il Dipart. di Biologia Evoluzionistica. Univers. di FI. Professione: Attualmente collocato a riposo. Recapito: Via Fra’ Giovanni Angelico 18 - Firenze &#8211; eborvonlow@libero.it &#8211; ecoquat@unifi.it Qual è il suo percorso formativo-professionale? Maturità classica poi laurea [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><em><img class="alignnone size-full wp-image-11664" title="Borzatti" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/Borzatti.jpg" alt="il prof. Borzatti - a destra - con lo sceicco locale" width="350" height="225" /></em><br />
<em>Il prof. Borzatti (a destra) con lo sceicco locale</em></p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Carta di identità</strong></p>
<ul>
<li>
<div align="JUSTIFY"><strong>Nome e cognome:</strong> Edoardo Borzatti von Löwenstern.</div>
</li>
<li>
<div align="JUSTIFY"><strong>Qualifica:</strong> Ex Professore Associato presso il Dipart. di Biologia Evoluzionistica. Univers. di FI.</div>
</li>
<li>
<div align="JUSTIFY"><strong>Professione:</strong> Attualmente collocato a riposo.</div>
</li>
<li>
<div align="JUSTIFY"><strong>Recapito:</strong> Via Fra’ Giovanni Angelico 18 - Firenze &#8211; <a href="mailto:eborvonlow@libero.it">eborvonlow@libero.it</a> &#8211; <a href="mailto:ecoquat@unifi.it">ecoquat@unifi.it</a></div>
</li>
</ul>
<p align="JUSTIFY"><strong>Qual è il suo percorso formativo-professionale?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Maturità classica poi laurea in Scienze Geologiche.</p>
<p align="JUSTIFY">Libera docenza in Paleontologia Umana. Assistente di Ruolo all’Università. di Firenze dal 1967 al 1980.</p>
<p align="JUSTIFY">Prof. Associato dal 1980 per l’insegnamento della Paleontologia Umana nel corso di laurea in Scienze Naturali (Univ. di Firenze).</p>
<p align="JUSTIFY">Direttore dell’Istituto di Antropologia dell’Università di Firenze dal 1985 al 1988.</p>
<p align="JUSTIFY">Fondatore nel 1979 del periodico annuale “Studi per l’Ecologia del Quaternario”, tutt’oggi Editore e Direttore Responsabile. Ha condotto scavi e ricerche in molte località italiane; ho organizzato missioni di ricerca in Terra del Fuoco (Argentina), in Afghanistan, nel Sahara algerino, in Giordania. Ho organizzato cinque Mostre documentarie su argomenti circa le mie ricerche.</p>
<p align="JUSTIFY">Ho all’attivo 180 fra libri ed articoli pubblicati, oltre ai 340 prodotti dal mio gruppo di lavoro. Mi è stata conferita la cittadinanza onoraria di Atella, la “Torre d’oro” dall’EPT di Puglia. Una grotta di recente scoperta e due specie di animali nuovi per la scienza sono stati dedicati al mio nome. Ho realizzato una base (di 310 mq coperti) per ospitare i ricercatori italiani nel deserto della Giordania meridionale.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Di cosa si occupa attualmente?</strong></p>
<ul>
<li>
<div align="JUSTIFY">Ricerche in Basilicata (Atella, PZ): esplorazione del Bacino di Atella e scavi stratigrafici nel sito Acheuleano antico del Cimitero di Atella.</div>
</li>
<li>
<div align="JUSTIFY">Indagini esplorative nel territorio del Sannio (BN).</div>
</li>
<li>
<div align="JUSTIFY">Ricerche interdisciplinari nei deserti della Giordania meridionale e allestimento del museo Antropologico-Naturalistico in territorio beduino. Preferisco non disperdere la mia attenzione su interessi a “macchie di leopardo”, che in genere realizzano percezioni episodiche, ma difficilmente consentono delle conoscenze complete ed organiche su un dato argomento.</div>
</li>
</ul>
<p align="JUSTIFY"><strong>Per quali enti o istituzioni lavora?</strong></p>
<ul>
<li>
<div align="JUSTIFY">Ricerche sul terreno su incarico del Museo Archeologico Provinciale di Potenza.</div>
</li>
<li>
<div align="JUSTIFY">Ricerche sul terreno su incarico del Comune di S. Lorenzello (BN).</div>
</li>
</ul>
<p align="JUSTIFY"><strong>Il progetto più importante di cui si è occupato?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Le ricerche nel Bacino di Atella, PZ, in Italia (38 missioni) e le ricerche interdisciplinari nei deserti della Giordania meridionale (50 missioni). Sono comunque due punti di arrivo conseguiti in seguito ad esperienze di diversa natura, maturate in molti anni di lavoro sul terreno ed in laboratorio.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Cosa pensa dello stato attuale della ricerca sia archeologica che antropologica in Italia?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">A causa delle difficoltà economiche nazionali ogni iniziativa risulta difficilmente realizzabile. Comunque, sia per l’una che per l’altra disciplina, è in atto un pervasivo declino delle ricerche e della loro stessa incisività, connesso indiscutibilmente all’opinabile gestione delle poche risorse da parte delle Commissioni ad essa preposte ed al disimpegno di molti ricercatori, se non anche alla stessa preparazione di questi ultimi dal momento che molto spesso le loro carriere sono legate più a favoritismi clientelari che a meriti culturali.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Cosa dovremmo imparare dall’estero e cosa possiamo insegnare noi a loro?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Dall’estero europeo dovremmo emulare quel senso di dignità nazionale che da parte nostra oggi è quasi smarrito: a parer mio poco possiamo insegnare se non a comunità orientali ancora in via di sviluppo, verso le quali comunque molti ricercatori sembrano provare poco entusiasmo.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Qual è l’obiettivo delle sue ricerche attuali?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Un faticoso tentativo di tener alto il prestigio culturale del nostro paese, non solo attraverso i risultati scientifici realizzati o da realizzare, ma anche mediante corretti rapporti umani con le popolazioni di Stati nostri amici. Inoltre la necessità di migliorare la conoscenza di certe problematiche le quali, se anche non volte ad applicazioni materialmente utili, possono in ogni caso migliorare la nostra maturità intellettuale ed ampliare quelle conoscenze che da sempre costituiscono l’oggetto di una attività scientifica.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Come è organizzato e cosa studia esattamente il Centro Studi per l’Ecologia del Quaternario?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">A me fa capo attualmente il “Laboratorio di Ecologia del Quaternario”; dal “Centro Studi per l’Ecologia del Quaternario” mi sono dimesso nel 1989 perché la sua sede materiale (al Circeo, nel Lazio) risultava troppo lontana dal nostro centro operativo di ricerche. A Firenze lo abbiamo sostituito con la fondazione del GIRQUA (Gruppo Italiano per le Ricerche sul Quaternario).</p>
<p align="JUSTIFY">Il “Laboratorio di E. Q. è rappresentato da un gruppo di lavoro al quale aderiscono studenti universitari, tecnici e specialisti oltre che cultori della materia. Le tematiche delle indagini sono essenzialmente naturalistiche, paleontologiche, paleo-antropologiche e antropologiche. Dal punto di vista finanziario tutte le ricerche di laboratorio, oltre ad alcune sul terreno (Giordania), sono assolutamente auto-finanziate.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Le sue ricerche e i suoi scavi sul suolo italiano a cosa hanno portato?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Le mie ricerche in Italia, unitamente al gruppo che con me lavora, si sono andate incentrando sulle caratteristiche comportamentali di <em>Homo erectus (H. antecessor) </em>che rappresenta il più antico abitatore della nostra penisola (da 1 milione di anni a 100.000 anni fa circa). Di questo ominide si conosceva una sfocata attività venatoria vicariata normalmente dall’esercizio di un probabile sciacallaggio nei confronti di animali disabilitati e dall’utilizzo vero e proprio di carcasse di animali già morti, la lavorazione monotona e rozza della pietra volta a disarticolare la carne dalle prede, la capacità di frammentare le loro ossa, la facoltà di accendere il fuoco.</p>
<p align="JUSTIFY">Le ricerche nel territorio di Atella, ove la sua presenza è ben testimoniata, hanno posto in luce una serie di altre facoltà psichiche sconosciute che fanno di questo essere un uomo di gran lunga più emancipato del suo discendente, l’uomo di Neanderthal. Si sono trovate le prove tangibili di una sua specializzazione nella caccia ai pachidermi (soprattutto all’elefante antico uno dei più grandi mammiferi terrestri mai vissuti) esercitata costringendo un membro del branco, previamente isolato, ad impantanarsi nelle melme di un lago. Adoperava in questa attività (a guisa di arma ad “effetto morale”) una pietra leggera (radiolarite porosa), che lanciava contro la preda con il solo scopo di disorientarla; era solito rifornirsi di questo tipo di pietra in un affioramento che aveva scoperto a più di un km di distanza dalle rive del lago; prima di usarle era solito appiattire intenzionalmente le pietre in modo che, lanciate facendole roteare, potessero acquisire una gittata maggiore e mantenere la direzione di lancio. Alla morte dell’animale, irrimediabilmente invischiato nelle melme, interveniva nella macellazione mediante degli strumenti preparati con la tecnica tradizionale, ma elaborati poi sulla carcassa mediante tre procedure specializzate fino ad oggi assolutamente sconosciute agli studiosi.</p>
<p align="JUSTIFY">Per prede meno grandi ed impegnative e forse anche per difendersi da incontri con animali predatori, quest’uomo portava con se una specie di mazza snodata realizzata con delle pietre rese, mediante un accurato intervento tecnico, di forma poliedrica sub-sferoidale, legate insieme ad una piccola asta di legno: non sono mai state trovate testimonianze di altri tipi di arma. Anche se non vi siano prove tangibili non appare aleatoria l’ipotesi che durante la caccia ai pachidermi ci fosse un concorso di più individui: pianificazione della battuta, esperienza, previsione della riuscita dell’impresa ed infine valutazione del prodotto venatorio in relazione al numero di persone da sfamare. A tutto ciò deve aggiungersi l’esperienza nella pratica della macellazione, la spartizione delle parti dell’animale secondo gerarchie imposte nelle comunità di cacciatori, la possibile conservazione delle carni stesse non fruite sul posto ed asportate rapidamente prima dell’arrivo di grandi predatori attratti dalla carcassa. Una serie di attitudini che in definitiva ha convinto i ricercatori di essere di fronte alla testimonianza di vere e proprie strutture sociali, anche se primitive. Ulteriori indagini mirano attualmente al ritrovamento di eventuali resti ossei di questo cacciatore che abbiamo battezzato ”Uomo di Atella”: malgrado nulla sia stato fino ad ora ritrovato nei territori sottoposti a studio, si conosce tuttavia la sua morfologia somatica grazie ai resti fossili coevi recuperati in altre località italiane ed europee. Non va dimenticato il fatto che fino ad oggi alcune filosofie religiose, proprio a causa della sua apparente primitività, avevano relegato questa umanità al di fuori dell’ambito umano, almeno per quanto riguarda la sua spiritualità: questa avrebbe avuto inizio solo a partire dall’uomo di Neanderthal (100.000 anni or sono).</p>
<h3 align="JUSTIFY">Le ricerche in Giordania</h3>
<p align="JUSTIFY"><strong><img class="alignnone size-full wp-image-11666" title="Giordania, deserto di Wadi Rum, pietra topografica di Jebel Amud" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/Wadi-Rum028.jpg" alt="Wadi Rum, pietra topografica di Jebel Amud" width="600" height="749" /></strong></p>
<p align="JUSTIFY"><strong>La Giordania sembra che possa riservare molte sorprese future a livello culturale. Quanto ancora c’è da lavorare a riguardo?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Quando ci si impegna a risolvere un problema, di qualsiasi natura esso sia, si apre la strada a una serie infinita di altri problemi: prevedere la fine di una ricerca diviene allora davvero difficile.</p>
<p align="JUSTIFY">In Giordania le ricerche erano iniziate con lo scopo di studiare la morfologia culturale dei beduini, la sua origine e la sua evoluzione: alla fine ci siamo trovati impegnati in più di una cinquantina di tematiche fra loro rigorosamente correlate e che alla fine hanno richiesto l’intervento di oltre quaranta fra specialisti e tecnici di varie discipline scientifiche ed umanistiche. Non v’è dubbio che il Vicino Oriente sia la culla delle nostre civiltà: le sue conquiste iniziate circa 10.000 anni fa daranno alla fine origine alle grandi civiltà del Bacino del Mediterraneo (Egiziana, Greca e Romana). Il lavoro iniziato dalle nostre missioni può considerarsi solo una prima fase di quanto ancora rimane da fare.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>La Giordania come tutela il proprio patrimonio culturale?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Il suo patrimonio culturale, almeno per quanto riguarda i beni materiali da noi messi in luce, non è particolarmente rilevante: altra cosa se ci si riferisce al patrimonio, soprattutto archeologico, sul quale lavorano specialisti di tutte le nazioni.</p>
<p align="JUSTIFY">Purtroppo la Giordania è tormentata da gravi problemi sociali e finanziari: i suoi funzionari mostrano un alto senso di responsabilità e un grande impegno personale nel curare l’ingente patrimonio culturale in attivo incremento.</p>
<p align="JUSTIFY">Deterioramento dovuto al tempo, saccheggio da parte di collezionisti e vandalismo fine a se stesso (come dappertutto avviene) possono con difficoltà essere arginati. Non avendo poi mezzi finanziari per le ricerche, il governo giordano affida a stranieri ogni iniziativa: questi poi, esaurite le loro indagini sul terreno, non si curano più di quanto abbandonano ad un destino purtroppo prevedibile.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Com’è il suo rapporto con le tribù locali?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">E’ stato ed è tuttora ottimo: se così non fosse stato non avrei potuto lavorare in territori desertici che i beduini ritengono di loro proprietà. I beduini stessi mi hanno donato la terra per fabbricare la base italiana a Disi (2000 mq), mi hanno consentito di esplorare il territorio senza alcuna interferenza, mi hanno aiutato come hanno potuto nella ricerca stessa. Questo mi ha permesso di ripagarli portando a conoscenza internazionale il loro territorio ed il patrimonio storico-naturalistico in esso presente, innescando così un turismo in continuo incremento, cosa che ha nettamente migliorato le condizioni economiche delle famiglie alle quali il pascolo ormai non prometteva più alcun futuro. Si è così andato instaurando un rapporto di grande amicizia e di stima reciproca non solo nei miei riguardi, ma soprattutto verso tutti gli italiani recepiti quasi come dei fratelli.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Quali possono essere l’importanza e il contributo archeologico, antropologico e paleontologico della “mappa” di pietra di Jabel Amud?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Se devo essere sincero non ho mai dato particolare rilevanza alla scoperta della “mappa” di Jebel Amud: questa rappresenta solo la testimonianza di un particolare rapporto fra il mondo beduino pastorale e quello degli antichi agricoltori calcolitici, che dal 5000 circa al 3000 a. C. sono vissuti nella regione, quando il clima più umido permise loro di esercitare una economia di tipo misto (agricoltura ed allevamento di bovini). La mappa con ogni probabilità permetteva ai beduini il controllo del pagamento, da parte degli agricoltori, di una tassa (<em>khone)</em> atta ad esentarli da eventuali razzie: certamente una testimonianza materiale interessante per la sua precisa realizzazione e la sua stessa antichità, che suscita nei visitatori di oggi della curiosità, ma che ha una relativa risultanza scientifica dal momento che questo tipo di rapporto, fra sedentari e nomadi, era già storicamente noto. Almeno altre due mappe di questo tipo sono state individuate, come era dopotutto prevedibile, in aree al di fuori di quelle strettamente rappresentate dalla mappa di Jebel Amud.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>E dei petroglifi del Wadi Rum?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Molto più importante risulta invece la produzione rupestre (incisioni e pitture) dispersa in tutto il territorio. Non è il frutto di impegni volti ad un godimento spirituale, come può essere una espressione artistica in genere: si tratta di vere e proprie comunicazioni fatte da chi, vivendo isolato nei deserti ed in continuo spostamento, non aveva niente altro da utilizzare all’infuori delle rocce per poter mantenere in qualche modo una relazione con i propri simili.</p>
<p align="JUSTIFY">Nata circa 8000 anni fa in forma di espressioni pittografiche di stile naturalistico-veristico, questa produzione, essenzialmente beduina, fu destinata presto a trasmettere non solo notizie facilmente descrivibili, ma anche dei concetti astratti soprattutto in ambito cultuale (propiziazione, ringraziamento, fertilità, protezione, ecc.): furono così elaborati progressivamente dei veri e propri ideogrammi, dipinti sulle rocce in ocra rossa o con altri coloranti. In poco tempo queste simbologie finirono inevitabilmente con lo standardizzarsi fino a dare origine ai caratteri di una scrittura meglio organizzata: in questo modo, proprio fra quelle genti dalle quali questo tipo di comunicazione si era sviluppato, nasceva la prima scrittura alfabetica!</p>
<p align="JUSTIFY">Mentre le incisioni rupestri sono rappresentate nel territorio da almeno 20.000 figurazioni che attraversano tutti i tempi, le pitture ideogrammatiche sono presenti in più di 320 siti databili fra il 4800 ed il 2000 a. C.: rappresentano una realtà unica al mondo, se non altro perché da queste, attraverso un processo di acrofonia, peraltro noto nella letteratura archeologica, si originerà nel giro di pochi secoli il Tamudico, scrittura alfabetico-fonogrammatica in tempi di gran lunga precedenti quelli della scritture Cuneiformi sumeriche o Demotico-Ieratico-Geroglifiche egiziane legate ancora ad una struttura di tipo sillabico. Più evoluta e diffusa su un’area estremamente ampia, l’esperienza Tamudica contrasterà le suddette scritture relegandole nei territori dei relativi imperi in cui erano nate e nei quali erano usate e per ciò stesso destinate a seguirli nella loro stessa fine senza lasciare alcuna discendenza: si estenderà presto su un territorio sconfinato (Vicino Oriente, Africa centro settentrionale, Bacino del Mediterraneo) assumendo nel corso di un lungo tempo delle prevedibili varianti che caratterizzeranno alla fine le scritture di oggi, siano esse le nostre occidentali che quelle arabe.</p>
<p align="JUSTIFY">Questa ipotesi sollevata dalle ricerche effettuate per circa 40 anni, resta la più originale e la più stimolante per gli studi futuri: tuttavia è inutile ricordare che nulla risulta definitivamente sicuro in queste tematiche le quali, proprio per le infinite variabili che in genere vi sono presenti, non possono raggiungere facilmente delle verità di natura matematica. Solo il concorso di più indagini e discipline in stretta correlazione fra loro potrà apportare altri contributi alla risoluzione di un problema che, per quanto mi concerne, ho voluto solamente proporre.</p>
<p align="JUSTIFY">Termino così questo sintetico intervento solo su alcune delle ricerche alle quali ho dedicato buona parte della mia vita: su tutte non è possibile a meno di non riscrivere un’opera che forse non avrei neppure il tempo di terminare! La bibliografia prodotta è assolutamente esauriente riguardo agli impegni miei e del gruppo da me coordinato; a essa rimando chi avesse interesse di continuare questo tipo di indagini.</p>
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		<title>Intervista all’Associazione Etolia</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Jan 2012 13:52:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Abbiamo intervistato per voi Anna D&#8217;Eredità, presidente dell&#8217;Associazione &#8220;Etolia&#8221;. Carta d&#8217;identità dell’Associazione Nome ufficiale: “Etolia” Scopi sociali: Operare con ogni mezzo legittimo per informare, coinvolgere, mobilitare l’opinione pubblica in merito alla cultura storica, archeologica, architettonica, artistica, turistica e geologica del territorio, con particolare attenzione alla tutela e alla salvaguardia degli insediamenti archeologici. Anno di fondazione: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11575" title="associazione-etolia" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/associazione-etolia.jpg" alt="Intervista all’Associazione Etolia " width="400" height="381" /></p>
<p>Abbiamo intervistato per voi <strong>Anna D&#8217;Eredità</strong>, presidente dell&#8217;Associazione &#8220;Etolia&#8221;.</p>
<p><strong>Carta d&#8217;identità dell’Associazione</strong></p>
<p><strong>Nome ufficiale</strong>: “Etolia”<br />
<strong>Scopi sociali</strong>: Operare con ogni mezzo legittimo per informare, coinvolgere, mobilitare l’opinione pubblica in merito alla cultura storica, archeologica, architettonica, artistica, turistica e geologica del territorio, con particolare attenzione alla tutela e alla salvaguardia degli insediamenti archeologici.<br />
<strong>Anno di fondazione</strong>: Giugno 2011<br />
<strong>Presidente</strong>: Anna D’Eredità<br />
<strong>Numero di soci</strong>: 40 membri fondatori. L’Associazione conta inoltre di 2.228 simpatizzanti sulla pagina Facebook ufficiale “Salviamo il tesoro archeologico di Castellaneta”.<br />
<strong>Sede principale</strong>: C. da Le Grotte in Castellaneta (Ta), in attesa di sede operativa.<br />
<strong>Altre sedi</strong>: La sede potrà variare a seconda delle esigenze e per decisione degli aderenti.<br />
<strong>Recapiti</strong>: Sito web: <a href="http://www.etolia,it" target="_blank">http://www.etolia,it</a> &#8211; mail: <a href="info@etolia.it">info@etolia.it</a></p>
<p><strong>D In breve, ci racconti la storia dell’Associazione.</strong><br />
R A partire da Giugno 2010, durante i lavori per la realizzazione del metanodotto Massafra – Biccari per conto della Snam e in seguito al trapianto di alcuni olivi secolari, sono stati portati alla luce reperti archeologici di notevole importanza. La Soprintendenza archeologica ha quindi ritenuto opportuno ampliare le indagini di scavo oltre il tracciato del metanodotto, scoprendo livelli di frequentazione di diverse epoche storiche, dall’Età del Bronzo al periodo tardo-imperiale. Gli scavi sono durati circa un anno grazie al finanziamento dell’Eni. Successivamente, giunta la notizia della prossima ricopertura, si è costituito un movimento spontaneo e popolare, avente come obiettivo la sensibilizzazione dell’opinione pubblica circa la presenza in C. da Le Grotte di un insediamento archeologico di grande rilevo, al fine di evitarne la chiusura e l’oblio.</p>
<p><strong>D In quali settori è attualmente impegnata?</strong><br />
R Nel settore dei “beni culturali”, che compongono il patrimonio storico, artistico, monumentale, demo-etno-antropologico, archeologico ed ogni testimonianza avente valore di civiltà; nel settore della “tutela”, con attività dirette a riconoscere, conservare e proteggere i beni culturali e ambientali; nel settore della “gestione”, con attività dirette ad assicurare la fruizione dei beni culturali e ambientali; nel settore della “valorizzazione”, con ogni attività diretta ad incrementare la conoscenza e la fruizione degli stessi beni.</p>
<p><strong>D Quali sono i principali progetti in corso?</strong><br />
R Tutelare, in base ai mezzi e alle possibilità, catalogare, raccogliere e fotografare tutto il materiale archeologico del territorio di appartenenza.</p>
<p><strong>D E quelli per il futuro?</strong><br />
<strong></strong>R Predisporre e curare progetti multidisciplinari, attività laboratoriali, progetti di solidarietà sociale, in collaborazione con tutti gli Enti e le Associazioni che perseguano gli stessi fini.</p>
<p><strong>D Il progetto già realizzato che è il vostro “fiore all&#8217;occhiello”?</strong><br />
R Sicuramente il convegno/workshop ARCHE(O)ENERGIA – “Giacimenti culturali del passato come motore per il futuro”, che ha avuto luogo nei giorni 28 e 29 Ottobre 2011, presso la chiesa Santa Maria dell’Assunta a Castellaneta (Ta). Il workshop, suddiviso in quattro sezioni quali: ARCHE(O)TUTELA, ARCHE(O)LOGIA, ARCHE(O)ISTITUZIONI e ARCHE(O)ECONOMIA, ha ottenuto un notevole successo.</p>
<p><strong>D Avete collaborazioni con enti e istituzioni italiani?</strong><br />
R Non ci sono, al momento, collaborazioni stabili, tuttavia, Enti e Istituzioni si sono attivati qualora necessario mostrandosi sensibili alle nostre attività.</p>
<p><strong>D E con enti e istituzioni stranieri?</strong><br />
R Non ancora.</p>
<p><strong>D Il rapporto con il mondo dell&#8217;istruzione e della formazione?</strong><br />
R I nostri progetti mirano al perseguimento di attività tese alla tutela dell’ambiente come momento di formazione, di partecipazione attiva e spontanea, di crescita culturale e umana. Ricordiamo infine, i seminari rivolti agli studenti e agli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado, con particolare attenzione alla partecipazione dei disabili.</p>
<p><strong>D Organizzate corsi e seminari?</strong><br />
R Ci stiamo attivando per questo e il workshop “ARCHE(O)ENERGIA” ne è un’ esempio.</p>
<p><strong>D Il budget annuale su cui potete contare è adeguato per i vostri scopi?</strong><br />
R Le risorse associative sono costituite principalmente da quote sociali, contributi di Enti pubblici, privati e singoli cittadini e dalle entrate derivanti da iniziative promozionali finalizzate all’autofinanziamento. A questo proposito citiamo l’iniziativa “ARCHE(O)CENA” realizzata in collaborazione con l’I.P.S. “Mauro Perrone” di Castellaneta (Ta), che ci ha permesso di raccogliere fondi più o meno adeguati per i nostri scopi.</p>
<p><strong>D Gli Enti pubblici sono sensibili alle vostre attività?</strong><br />
R Fortunatamente si sono finora rivelati sensibili ed hanno captato da subito quelle che sono le linee guida del nostro operato.</p>
<p><strong>D Ricorrete a sponsor o finanziatori a progetto?</strong><br />
R Gli sponsor e i finanziatori a progetto si rivelati di palese e indubbia utilità.</p>
<p><strong>D Come gestite la divulgazione del vostro lavoro verso il grande pubblico?</strong><br />
R Principalmente attraverso il web con gallerie fotografiche, filmati e documentari e soprattutto grazie allo streaming delle riunioni che l’Associazione tiene regolarmente. La nostra pagina facebook è inoltre ricca di aggiornamenti di ogni tipo. Non mancherà in futuro la divulgazione tramite riviste, giornali e la pubblicazione di un Bollettino periodico. E’ possibile altresì aderire all’Associazione anche tramite il sito internet compilando il format predisposto e versando la quota associativa prevista.</p>
<p><strong>D Il vostro rapporto con la stampa?</strong><br />
R Nel nostro sito web è presente una sezione dedicata alla rassegna stampa che raccoglie articoli di giornale, interviste fatte all’Associazione, pagine web dedicate ai nostri progetti e segnalazioni fatte dagli associati a testate giornalistiche locali e nazionali.</p>
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		<title>Intervista al vaticanista Andrea Tornielli</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 14:23:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Todisco</dc:creator>
				<category><![CDATA[interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Nome e cognome: Andrea Tornielli Qualifica: vaticanista Professione: giornalista Qual è stato il suo percorso formativo? Ho frequentato il liceo classico e mi sono laureato in Lettere classiche (in Storia della lingua greca) all’università di Padova. E il suo percorso professionale? Ho collaborato con testate locali, nel 1992 mi sono trasferito a Roma, assunto come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-11509" title="Andrea-Tornielli" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/Andrea-Tornielli.jpg" alt="Intervista al &quot;vaticanista&quot; Andrea Tornielli" width="400" height="256" /></strong></p>
<ul>
<li>Nome e cognome:<strong> Andrea Tornielli</strong></li>
<li>Qualifica<strong>: vaticanista</strong></li>
<li>Professione<strong>: giornalista</strong></li>
</ul>
<p><strong>Qual è stato il suo percorso formativo?</strong></p>
<p>Ho frequentato il liceo classico e mi sono laureato in Lettere classiche (in Storia della lingua greca) all’università di Padova.</p>
<p><strong>E il suo percorso professionale?</strong></p>
<p>Ho collaborato con testate locali, nel 1992 mi sono trasferito a Roma, assunto come praticante giornalista dal mensile internazionale 30Giorni, sono diventato giornalista professionista nel 1994. Dal 1996 al 2011 ho lavorato come vaticanista e inviato speciale del quotidiano Il Giornale. Nell’aprile 2011 sono passato a La Stampa.</p>
<p><strong>Di cosa si occupa attualmente?</strong></p>
<p>Ora seguo l’informazione religiosa e vaticana in particolare per La Stampa e per il sito web Vatican Insider, un canale informativo in tre lingue che ha iniziato le sue pubblicazioni nel giugno 2011.</p>
<p><strong>Per quali enti o istituzioni lavora?</strong></p>
<p>Nessuno.</p>
<p><strong>Il progetto più importante su cui ha lavorato?</strong></p>
<p>Ho scritto una cinquantina di libri, diversi dei quali tradotti anche all’estero. Probabilmente il più significativo è una biografia di Pio XII (Un uomo sul trono di Pietro), pubblicato nel 2007 per la collana delle Scie di Mondadori: per scriverlo ho avuto accesso all’archivio di famiglia di Papa Pacelli, fino a quel momento mai consultato.</p>
<p><strong>Ha collaborazioni all&#8217;estero?</strong></p>
<p>Collaboro stabilmente con la rivista spagnola Palabra, ho avuto collaborazioni saltuarie con Die Welt.</p>
<p><strong>Storia del cristianesimo:</strong></p>
<p><strong>I Suoi studi si concentrano sulla storia della Chiesa e quindi sul cristianesimo a partire dalle origini. È possibile fare luce sui primi decenni del cristianesimo utilizzando come guida gli scritti apocrifi e gnostici oltre ai Vangeli canonici?</strong></p>
<p>A mio avviso, è assai difficile. Indipendentemente dal fatto che i quattro canonici siano appunto “canonici”, cioè riconosciuti tali dall’autorità ecclesiastica, il valore storico dei testi di Marco, Matteo, Luca e Giovanni non è paragonabile a quello di altri testi, come gli apocrifi e gli gnostici, generalmente molto più tardi nonché infarciti di elementi fantasiosi per riconoscere i quali non occorre essere un biblista o un filologo. I vangeli canonici sono stati riconosciuti tali non perché la Chiesa abbia operato una selezione arbitraria, ma semplicemente perché erano i più diffusi tra le prime comunità cristiane in quanto ritenuti più credibili, più attendibili e risalenti con certezza alla testimonianza apostolica. C’è una giusta e interessante rivalutazione dei testi gnostici e apocrifi nel nostro tempo, che talvolta sfocia in improprie presentazioni tendenti a dimostrare che la Chiesa ha voluto nascondere la verità su Gesù, oppure in presunti scoop e campagne editoriali. Ma la realtà dei fatti è alla portata di tutti: basta leggere qualche pagina dei quattro evangelisti e confrontarla con i testi apocrifi e gnostici per rendersi conto dell’abissale differenza.</p>
<p><strong>Il “caso Ipazia”: i cristiani da perseguitati a persecutori. Perché il cristianesimo non ha saputo attenersi alle esperienze dei Vangeli e degli apostoli nel passaggio da religione bandita a credo tollerato e poi ufficiale dell’impero?</strong></p>
<p>Alla domanda si risponde tenendo conto della natura umana, che è “ferita” dal peccato originale, un peccato che riguarda tutti, cristiani (ed ecclesiastici) compresi. Dunque le pagine nere della storia cristiana, le contro-testimonianze, le infedeltà passate, presenti e future, per quanto tristi e dolorose, sono conseguenze del fatto che noi sappiamo che cos’è il bene ma talvolta compiamo il male. Detto questo, sono convinto che la storia della Chiesa e più in generale del cristianesimo debba essere continuamente studiata e approfondita, senza cadere nel rischio di creare leggende nere come pure leggende rosa. E senza cadere nel rischio di giudicare il passato con la mentalità che abbiamo acquisito oggi. Ciò ovviamente non per giustificare in alcun modo errori e crimini commessi in altre epoche, ma per collocarli nella giusta prospettiva storica. Per quanto riguarda il caso di Ipazia, tornato in auge grazie a un recente film, bisogna ricostruire bene le circostanze in cui avvenne la sua uccisione, nel 415, per opera dei un gruppo di cristiani. Eusebio di Cesarea racconta che la l’intellettuale pagana non fu uccisa per ordine di San Cirillo di Alessandria né venne trucidata per motivi strettamente religiosi, quanto piuttosto politici. Coloro che la linciarono erano per lo più eretici «parabolani», cristiani inclini al fanatismo che prendevano il loro nome dai gladiatori che affrontavano i leoni nelle arene prima dell’abolizione di questi spettacoli circensi da parte dell’imperatore Teodosio. Tra Cirillo, patriarca di Alessandria, e il prefetto della città, Oreste, era scoppiato un dissidio politico. Anche Oreste era sospettato di paganesimo e così i cristiani paraboliani, ai quali si era unito qualche monaco ugualmente fanatico, se la presero con Ipazia, che era la favorita del prefetto. In questo triste episodio entrarono in gioco elementi quali l’odio tutto egiziano per i dominatori bizantini. Il patriarca Cirillo seppe dell’omicidio di Ipazia dopo che questo era avvenuto. Con ciò, ovviamente, non intendo sminuire le responsabilità dei fanatici cristiani linciatori e assassini, ma soltanto restituire un contesto che è un po’ più complesso di quanto non appaia da certe semplificazioni.</p>
<p><strong>Qual è stata la chiave del successo degli insegnamenti di Gesù in un mondo antico basato sulla </strong><em><strong>virtus</strong></em><strong> militare, sull’accumulo della ricchezza e del </strong><em><strong>luxus</strong></em><strong>?</strong></p>
<p>Quella cristiana è un’autentica rivoluzione. Agli elementi che lei cita aggiungerei anche un capovolgimento nelle relazioni tra gli uomini, un’affermazione della dignità di ogni uomo, l’affermazione della dignità della donna (ricordiamo che c’erano delle donne seguaci di Gesù e che sono donne le prime testimoni della sua resurrezione). Io credo che la “chiave del successo”, anche se parliamo di un processo lento che è costato la vita a tanti testimoni, stia nell’evento centrale del cristianesimo, cioè l’incarnazione di un Dio che si fa uomo, muore e risorge. Un Dio che assume la natura umana e che chiede a chi lo segue di riconoscerlo in chi soffre, in chi è più debole. Un Dio che mette al bando formalismi e ipocrisie.</p>
<p><strong>Perché dopo il crollo dell’impero di Roma il cristianesimo non è stato sostituito dal credo pagano di alcuni dei popoli germani invasori che anzi hanno abbandonato l’antica fede per accettare la conversione?</strong></p>
<p>Credo per le ragioni che ho cercato di esporre nella precedente risposta. E anche perché il cristianesimo non è legato a una particolare cultura: si tratta di un annuncio che sa valorizzare tutto ciò che c’è di buono nelle diverse culture. Devo aggiungere che, guardando agli ultimi duemila anni di storia e analizzando alcuni snodi epocali come quello che lei cita, vien da pensare che se l’esperienza cristiana ha resistito e si è diffusa, diventando capace di creare civiltà, ci deve essere una ragione.</p>
<p><strong>Qualora si scoprisse che determinate “verità” (verginità di Maria ed esistenza di possibili “fratelli” di Gesù, resurrezione del Messia ecc…) in realtà furono tramandate per “propaganda ideologica”, e non perché genuine, verrebbe meno una parte del cristianesimo e del suo affascinante messaggio ecumenico?</strong></p>
<p>La sua domanda mette insieme elementi in sé molto diversi. Innanzitutto i “fratelli” di Gesù: con quel termine nella società ebraica del primo secolo si indicavano anche i cugini. E in ogni caso questi “fratelli” avrebbero potuto essere i figli di un primo matrimonio di Giuseppe rimasto vedovo. Centrale e irrinunciabile è la resurrezione. Se Cristo non è risorto il cristianesimo cade e non ha ragione di esistere. Non verrebbe meno una parte, viene meno tutto.</p>
<p><strong>Tenendo conto che il Vaticano è uno stato sovrano e territoriale, come si può conciliare l’esistenza di un patrimonio ecclesiastico così consistente con il messaggio evangelico e proto-cristiano?</strong></p>
<p>Il patrimonio che lei cita riferito al Vaticano è per lo più costituito da opere d’arte di valore inestimabile, in molti casi dedicate al culto, che sono state realizzate e acquisite lungo i secoli e che sono messe a disposizione di chi le vuole vedere o visitare. In questo senso è una “ricchezza”, una bellezza che può essere fruita da tutti. Va anche ricordato che il Vaticano e più in generale la Chiesa usano le risorse di cui dispongono per fare del bene, in molti casi esercitando un’azione di supplenza rispetto agli Stati e aiutando persone che altrimenti non sarebbero sostenute da nessuno, senza distinzione di etnia o di credo religioso. Detto questo, le autorità ecclesiastiche (e in particolare quelle vaticane) hanno bisogno – come del resto tutti i cristiani – di continua conversione. Hanno bisogno di recuperare lo stile evangelico.</p>
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		<item>
		<title>Intervista a Alberto Cazzella sugli scavi a Tas-Silg (Malta)</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Dec 2011 13:19:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[interviste]]></category>
		<category><![CDATA[scavi]]></category>

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		<description><![CDATA[Il sito di Tas-Silg Abbiamo intervistato per voi Alberto Cazzella, Professore Ordinario di Paletnologia e incaricato di Paletnologia e di Archeologia e Antichità Egee presso la Scuola di Speializzazione in Beni Archeologici dell&#8217;Università La Sapienza di Roma, che ha guidato la spedizione archeologica dell&#8217;Università romana all&#8217;area archeologica di Tas-Silg, a Malta. Iniziamo con una breve [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-11374" title="Malta-Tas-Silg" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/12/Malta-Tas-Silg.jpg" alt="Alberto Cazzella Malta-Tas-Silg" width="600" height="450" /></em><br />
<em>Il sito di Tas-Silg</em></p>
<p>Abbiamo intervistato per voi <strong>Alberto Cazzella</strong>, Professore Ordinario di Paletnologia e incaricato di Paletnologia e di Archeologia e Antichità Egee presso la Scuola di Speializzazione in Beni Archeologici dell&#8217;Università La Sapienza di Roma, che ha guidato la spedizione archeologica dell&#8217;Università romana all&#8217;area archeologica di<strong> Tas-Silg</strong>, a Malta.<br />
<strong><br />
Iniziamo con una breve storia della campagna di scavo 2011</strong></p>
<p>Il<strong> frammento di crescente lunare in agata</strong> è venuto in luce nel corso della campagna di scavi 2010 al limite settentrionale dell’area di scavo, nei pressi di un altare ellenistico. Mentre stavamo asportando i resti di un piano pavimentale di età storica fatto di torba, una preparazione realizzata con argilla mista a calcare polverizzato, tra i frammenti di ceramica e di materiali architettonici riutilizzati all’interno di tale preparazione un reperto realizzato in una pietra particolare con strane incisioni ha attirato subito l’attenzione di tutti. Ci siamo resi subito conto che si trattava di un’iscrizione cuneiforme, del tutto inattesa in un sito maltese. Il reperto è stato quindi fotografato direttamente sul sito e consegnato immediatamente ai colleghi della Superintendence of Cultural Heritage. Prima di diffondere la notizia abbiamo pensato che fosse necessario che uno specialista fornisse le indicazioni sul periodo di realizzazione, il luogo e il significato della scritta. Ci siamo rivolti quindi a Padre Werner Mayer, del Pontificio Istituto Biblico di Roma, uno dei massimi esperti di testi cuneiformi a livello mondiale. Padre Mayer è stato in grado di fornici tutte le informazioni necessarie su questi punti e ora un suo articolo è in corso di stampa sulla Rivista “Orientalia”.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11377" title="agata-tas-silg" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/12/agata-tas-silg.jpg" alt="agata con iscrizione cuneiforme da tas silg" width="600" height="522" /></p>
<p><strong>Con quali criteri è stata delimitata l’area di indagine ?</strong></p>
<p>Il santuario di <strong>Tas-Silg a Malta</strong> è un sito archeologico di per sé eccezionale. Si tratta di uno dei grandi santuari megalitici del Neolitico Tardo (III millennio a.C.) tipici delle isole maltesi: caratterizzati da straordinari edifici di culto unici nella preistoria del Mediterraneo. Questo di Tas-Silg però fu riutilizzato nelle fasi successive fino all’epoca storica, quando l’ edificio megalitico principale divenne la cella di un tempio prima fenicio e poi romano e infine il battistero di una chiesa bizantina.</p>
<p>Gli scavi della <strong>Missione Archeologica Italiana a Malta</strong> nel sito sono stati avviati negli anni ’60 ed hanno messo in luce importanti testimonianze del plurimillenario santuario, in particolare delle sue fasi storiche. Gli scavi finalizzati all’esplorazione dei livelli preistorici sono iniziati nel 2003 a cura della cattedra di Paletnologia dell’Università Sapienza di Roma, con la collaborazione della Dott. <strong>Giulia Recchia</strong> dell’Università di Foggia: insieme con i colleghi delle altre Università che compongono la Missione Archeologica Italiana (le Proff. <strong>Maria Pia Rossignani</strong> della Cattolica di Milano e <strong>Grazia Semeraro</strong> dell’Università del Salento) e a quelli della Superintendence of Cultural Heritage ( il Soprintendente <strong>Anthony Pace</strong> e il Dott. <strong>Nathaniel Cutajar</strong>) si è individuata, all’interno del sito, l’area di indagine più promettente per la ricerca sulle fasi preistoriche di costruzione e uso del santuario, fino ad allora poco conosciute. Si tratta della zona a nord-est dell’edificio principale , noto a grandi linee già dalle ricerche degli anni ’60 dove affioravano alcuni elementi megalitici isolati, e dove il deposito archeologico, che in altri punti del sito ha uno spessore limitato, si presentava con una potenza di almeno 2 m.<br />
<strong><br />
Quali sono le caratteristiche del reperto?</strong></p>
<p>Il<strong> frammento in agata muschiata</strong> è riferibile a un elemento a forma di semiluna, accuratamente levigato. L’iscrizione cuneiforme è presente solo su una delle due facce, quella leggermente convessa, che presumibilmente doveva essere a vista, mentre l’altra è perfettamente piana e forse era appoggiata su un supporto. Nell’iscrizione, incompleta, si dice che questa immagine del dio-luna <strong>Sin</strong> (derivante dalla forma stessa dell’oggetto) era stata dedicata a una divinità della città di babilonese di <strong>Nippur</strong> (probabilmente Ninurta, che in una tradizione mesopotamica era il figlio di Sin) da parte di un gruppo di individui. Il tipo di scrittura e i nomi fanno risalire l’iscrizione a un momento da collocare intorno al 1300 a.C., durante il cosiddetto periodo della dominazione cassita sulla Babilonia.</p>
<p><strong>In che cosa consiste l’eccezionalità?</strong></p>
<p>Gli elementi di eccezionalità sono più di uno. Il primo, il più evidente, è che si tratta di un oggetto rinvenuto a migliaia di chilometri dal luogo in cui fu prodotto e inizialmente depositato, con un’iscrizione che presumibilmente nessuno a Malta, quando l’oggetto vi arrivò, era in grado di leggere. E’ quindi probabile che sia stata la preziosa materia prima con cui fu realizzato e l’accurata lavorazione a renderlo un manufatto apprezzato anche al di fuori del contesto di origine e a spingere qualcuno a effettuare il trasporto, diretto o in più passaggi, che lo condusse a Malta. Del resto anche nella Babilonia l’agata doveva essere considerata un materiale esotico di pregio: in particolare si può ricordare che una delle principali fonti di reperimento nell’antichità si trovava nella Sicilia sud-orientale. Un altro elemento di eccezionalità, meno evidente ma derivato dall’accurata analisi di Padre Mayer, è costituito dal fatto che i dedicanti babilonesi del crescente lunare in agata si autoidentificarono come un gruppo, mentre in genere si trattava di singoli personaggi di rango che offrivano un bene alla divinità. Si tratta, quindi, di un atteggiamento rituale poco documentato, che apre nuovi interrogativi sull’organizzazione sociale del culto nella Mesopotamia del periodo cassita.</p>
<p><strong>In quale contesto storico si colloca e quale è l’ipotesi sulla sua provenienza?</strong></p>
<p>Mentre, come si è accennato, il contesto storico dell’area originaria in cui il crescente lunare in agata fu prodotto e dedicato, la Babilonia fra XIV e XIII sec. a.C., è ben definito grazie alla ricerca di Padre Mayer, resta problematico il modo in cui uscì dal santuario mesopotamico in cui fu dedicato e il momento in cui arrivò a Malta. Per quel che riguarda la prima questione, Padre Mayer fa notare che un oggetto votivo non poteva uscire dal luogo di dedica se non per effetto di una depredazione connessa con un atto di guerra. La situazione della Mesopotamia dopo il 1300 circa a.C. non fu molto pacifica e già non molto dopo questa data il santuario in cui si trovava potrebbe essere stato depredato. Una volta divenuto parte di un bottino di guerra l’oggetto, che aveva perso il suo valore sacro, poteva entrare in una rete “commerciale” o di scambi di doni nelle aree circostanti la Mesopotamia stessa.</p>
<p>Ma per arrivare fino a Malta doveva essere divenuto un bene svincolato dalla realtà economica e ideologica del Vicino Oriente, che viaggiava su uno degli itinerari marittimi che collegavano il Mediterraneo orientale con quello centrale. I vettori più probabili di tale trasporto via mare su lunga distanza possono essere stati i Micenei/Ciprioti, negli ultimi secoli del II millennio a.C., o i Fenici, nei primi secoli del I millennio o meglio, per quel che riguarda Malta in particolare, l’VIII sec. a.C. Al momento ci sembra più probabile che siano stati i primi, che avevano organizzato un’intensa rete di scambi con la Sicilia, in cui entrava in qualche modo anche l’arcipelago maltese, a portare qui l’oggetto in esame. Se così fosse, sarebbe importante notare che la presenza difficilmente casuale in un luogo come Tas-Silg, che manteneva ancora nella tarda età del Bronzo una funzione di luogo di culto, potrebbe far pensare che il santuario già avesse una fama che superava i limiti dell’arcipelago maltese e che l’oggetto sia stato qui dedicato da navigatori provenienti dal Mediterraneo orientale, come avverrà nei secoli successivi.</p>
<p><strong>Altre testimonianze di particolare interesse?</strong></p>
<p>Il complesso preistorico di Tas-Silg è notevole per diversi altri aspetti. Gli scavi condotti a partire dal 2003 hanno consentito di mettere in luce una parte di quello che doveva essere un grande santuario megalitico nel Neolitico Tardo (III millennio a.C.). Al “tempio” individuato negli anni ’60 si sono aggiunti parti di altri tre edifici con impianto simile ma di differenti dimensioni: oltre a due edifici più piccoli, è iniziato lo scavo di un quarto “tempio”, simile al primo, distrutto da un incendio che ha preservato in posto gli elementi utilizzati al suo interno. Sono inoltre stati messi in luce una scalinata e diversi ambienti e spazi scoperti a pianta quadrangolare, che si inseriscono tra gli edifici “templari” a pianta curvilinea.</p>
<p>Anche questi ambienti appaiono comunque collegati con attività di culto e non di tipo pratico. Si può quindi cercare di comprendere meglio l’articolazione interna di un grande santuario maltese del III millennio a.C. e la sua utilizzazione rituale rispetto a quanto attualmente noto. E’ stato inoltre possibile seguire tutta la sequenza culturale delle successive fasi preistoriche, fino all’arrivo dei Fenici nell’VIII sec. a.C., individuando le trasformazioni subite dal santuario, che comunque non fu mai abbandonato. Di notevole interesse sono anche gli elementi che possono indicare le relazioni con contesti esterni: oltre l’agata stessa, si possono ad esempio ricordare oggetti in ceramica e in metallo della fase tarda dell’età del Bronzo probabilmente importati dalla Sicilia.</p>
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		<title>Intervista a Laura Baratin</title>
		<link>http://www.archeorivista.it/0011309_intervista-a-laura-baratin/</link>
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		<pubDate>Sat, 10 Dec 2011 13:56:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Abbiamo intervistato per voi l&#8217;architetto Laura Baratin, esperto in rilievi e documentazione dei beni culturali. Nome e cognome: LAURA BARATIN Qualifica: ARCHITETTO Professione: PROFESSORE ASSOCIATO Recapito: VIA GUIDO GUINIZELLI 58 00152 ROMA D. Qual&#8217;è stato il suo percorso formativo? R. Laureata in architettura, dottorato in scienze geodetiche topografiche. D. E il suo percorso professionale? R. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11335" title="Laura-Baratin" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/12/Laura-Baratin.jpg" alt="Intervista a Laura Baratin" width="600" height="480" /></p>
<p>Abbiamo intervistato per voi l&#8217;architetto <strong>Laura Baratin</strong>, esperto in rilievi e documentazione dei beni culturali.</p>
<p><strong>Nome e cognome</strong>: LAURA BARATIN<br />
<strong>Qualifica</strong>: ARCHITETTO<br />
<strong>Professione</strong>: PROFESSORE ASSOCIATO<br />
<strong>Recapito</strong>: VIA GUIDO GUINIZELLI 58 00152 ROMA</p>
<p><strong>D. Qual&#8217;è stato il suo percorso formativo?</strong><br />
R. Laureata in architettura, dottorato in scienze geodetiche topografiche.</p>
<p><strong>D. E il suo percorso professionale?</strong><br />
R. Architetto esperta in rilievi e documentazione dei beni culturali e gestione dati con sistemi gis.</p>
<p><strong>D. Di cosa si occupa attualmente?</strong><br />
R. Insegno all’Università di Urbino documentazione, disegno e rilievo dei beni culturali al corso di conservazione e restauro dei beni culturali; coordinatrice del corso di conservazione e restauro dei beni culturali all’Università di Urbino; coordinatrice del comitato nazionale delle lauree quinquennali a ciclo unico in restauro.</p>
<p><strong>D. Per quali enti o istituzioni lavora?</strong><br />
R. Università di Urbino.</p>
<p><strong>D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?</strong><br />
R. Malta “la fabbrica delle mura” progetto di conservazione del sistema fortificato maltese.</p>
<p><strong>D. Il prossimo impegno lavorativo?</strong><br />
R. Gis dei siti archeologici di baalbeck e tiro in libano.</p>
<p><strong>D. Ha collaborazioni all&#8217;estero? se no, prevede di averle?</strong><br />
R. Si.</p>
<p><strong>D. Il suo sogno nel cassetto?</strong><br />
R. La creazione di un centro per la documentazione e valorizzazione dei beni culturali dotati di moderne tecnologie come centro di ricerca e di didattica avanzata.</p>
<p><strong>Archeologia italiana</strong></p>
<p><strong>D. Cosa pensa dello stato attuale dell&#8217;archeologia italiana?</strong><br />
R. E’ un settore in crisi come tutta la cultura in Italia.</p>
<p><strong>D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?</strong><br />
R. Pompei, domus aurea, parchi archeologici lasciati in abbandono.</p>
<p><strong>D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?</strong><br />
R. Identità culturale, unicità del patrimonio, rapporto patrimonio paesaggio.</p>
<p><strong>D. Cosa dovremo imparare dall&#8217;estero?</strong><br />
R. Come si gestisce il patrimonio e di conseguenza la sua valorizzazione in un corretto rapporto pubblico privato.</p>
<p><strong>D. Cosa possiamo invece insegnare loro?</strong><br />
R. Approfondimento delle nostre ricerche, soluzioni creative in emergenza.</p>
<p><strong>D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l&#8217;archeologia italiana?</strong><br />
R. Il governo e le amministrazioni locali cambiando l’atteggiamento nei confronti del nostro patrimonio sia come investimenti sia come normativa.</p>
<p><strong>d. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?</strong><br />
R. Maggiore circolazione delle conoscenze e uno sforzo verso la grande diffusione serve a sensibilizzare di più i cittadini, piuttosto che tenere le scoperte chiuse in un cassetto e solo per pochi esperti.</p>
<p><strong>Musei</strong></p>
<p><strong>D. La sua opinione sui musei italiani?</strong><br />
R. Necessitano di una maggiore attenzione alle nuove tendenze ed un adeguamento anche normativo per favorire la partecipazione.</p>
<p><strong>D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?</strong><br />
R. Creando dei percorsi culturali appropriati.</p>
<p><strong>D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?</strong><br />
R. La cultura deve essere a pagamento.</p>
<p><strong>D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?</strong><br />
R. Sì, è utile per far capire quello che non si può solo descrivere, è un mezzo per preparare una visita, non va enfatizzata come unico strumento.</p>
<p><strong>D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?</strong><br />
R. Fondamentale per mantenere un interesse nel settore.</p>
<p><strong>D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?</strong><br />
R. Alcuni sì, alcuni no.</p>
<p><strong>D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?</strong><br />
R. Ci sono ottime riviste ma purtroppo non raggiungono il grande pubblico.</p>
<p><strong>Beni culturali e privati</strong></p>
<p><strong>D. Cosa pensa dell&#8217;affidamento dei beni archeologici ai privati?</strong><br />
R. Va regolamentato in modo attento e se può servire ad una migliore fruizione perché no.</p>
<p><strong>D. Ritiene la Ronchey una buona legge?</strong><br />
R. Sì.</p>
<p><strong>D. I fondi a disposizione dell&#8217;archeologia italiana sono sufficienti?</strong><br />
R. No.</p>
<p><strong>D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?</strong><br />
R. Entrambe.</p>
<p><strong>D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?</strong><br />
R. Sì.</p>
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		<item>
		<title>Intervista all&#8217;Associazione ArcheoStorica APS</title>
		<link>http://www.archeorivista.it/0011311_intervista-allassociazione-archeostorica-aps/</link>
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		<pubDate>Sat, 10 Dec 2011 13:54:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Abbiamo intervistato Laura Comis che ci ha introdotti nel mondo dell’Associazione ArcheoStorica APS. Carta d&#8217;identità dell’Associazione Nome ufficiale: ArcheoStorica APS Scopi sociali: la ricerca e promozione culturale, etica e spirituale. Per la realizzazione dei propri scopi l&#8217;associazione si propone in particolare: La progettazione e la realizzazione di laboratori educativi, didattici ed esperienziali per istituti scolastici ed [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11333" title="aps" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/12/aps.jpg" alt="ArcheoStorica APS" width="600" height="314" /></p>
<p>Abbiamo intervistato <strong>Laura Comis</strong> che ci ha introdotti nel mondo dell’<strong>Associazione ArcheoStorica APS</strong>.</p>
<p><strong>Carta d&#8217;identità dell’Associazione</strong></p>
<p><strong>Nome ufficiale</strong>: ArcheoStorica APS<br />
<strong>Scopi sociali</strong>: la ricerca e promozione culturale, etica e spirituale. Per la realizzazione dei propri scopi l&#8217;associazione si propone in particolare:</p>
<ul>
<li>La progettazione e la realizzazione di laboratori educativi, didattici ed esperienziali per istituti scolastici ed enti territoriali preposti alla valorizzazione dei Beni Culturali anche in collaborazione con altri enti e/o associazioni sotto forma di consulenza specializzata</li>
<li>La ricerca archeologica, antropologica e storica tramite lo scavo archeologico stratigrafico, lo studio della cultura materiale, lo studio delle fonti archivistiche ed edite finalizzata alla valorizzazione del patrimonio culturale in collaborazione con gli enti preposti alla tutela ed alla valorizzazione dei Beni Culturali</li>
<li>La divulgazione attraverso diversi media degli studi compiuti, delle fonti utilizzate e delle attività svolte anche tramite iniziative editoriali di tipo periodico e non</li>
<li>Lo sviluppo della rievocazione storica come strumento di valorizzazione dei beni culturali anche all’interno di attività didattiche, come strumento di sviluppo sociale e culturale, anche in collaborazione con altre associazioni, e sotto forma di consulenza specializzata</li>
<li>L’utilizzo dell’archeologia sperimentale come strumento di ricerca finalizzata all’interpretazione del record archeologico</li>
<li>La realizzazione di corsi di ricerca, formazione e sperimentazione</li>
<li>La progettazione, l’allestimento e la realizzazione di mostre od esibizioni didattiche e/o divulgative per enti territoriali preposti alla valorizzazione dei beni culturali anche in collaborazione con altri enti e/o associazioni sotto forma di consulenza specializzata</li>
<li>L&#8217;utilizzo della drammatizzazione e di tecniche teatrali per la divulgazione storica, la didattica e lo sviluppo culturale e sociale della persona.</li>
</ul>
<p><strong>Anno di fondazione</strong>: 2010<br />
<strong>Presidente</strong>: Dario Pedrazzini<br />
<strong>Numero di soci</strong>: 7<br />
<strong>Sede:</strong> Via Carso 25, Fabbrico (Reggio Emilia)<br />
<strong>Recapiti</strong>:</p>
<ul>
<li>mail- <a href="mailto:archeostorica@antiqva-italia.eu">archeostorica@antiqva-italia.eu</a></li>
<li>tel: 3487626841</li>
</ul>
<p><strong>D In breve, ci racconti la storia dell’Associazione.</strong><br />
R L’associazione di promozione sociale è stata fondata per fornire una struttura solida di interfaccia con gli enti nel campo della tutela ma soprattutto della valorizzazione dei Beni Culturali, soprattutto archeologici e storici. In pratica, i soci fondatori, tutti professionisti nell’ambito dei Beni Culturali, avendo verificato tramite la propria esperienza il vuoto normativo che determina spesso l’impossibilità di mettere in campo le proprie competenze nell’ambito della valorizzazione, hanno optato per la creazione di una struttura di volontariato che possa garantire la fruizione della Cultura a 360 gradi. Dopo i primi mesi dalla fondazione, dove abbiamo cercato di avviare le attività, abbiamo cominciato a collaborare con enti pubblici per la promozione di buone pratiche della rievocazione storica.</p>
<p><strong>D In quali settori è attualmente impegnata?</strong><br />
R I settori principali di attività sono la progettazione e la realizzazione di percorsi formativi per operatori museali e/o di enti pubblici e di rievocatori dell’evo antico; la ricerca finalizzata alla fruizione; l’utilizzo di tecniche innovative per la valorizzazione (Museum theatre);</p>
<p><strong>D Quali sono i principali progetti in corso?</strong><br />
R Il progetto più impegnativo è quello della realizzazione di un percorso formativo sull’uso della rievocazione storica dell’evo antico inserito nell’ambito del progetto transfrontaliero per la creazione del parco archeologico dell’alto adriatico per conto dell’IBC, l’Istituto per i Beni Artistici Culturali e Naturali della Regione Emilia-Romagna.</p>
<p><strong>D E quelli per il futuro?</strong><br />
R Tra i progetti in corso di studio, oltre a corsi di formazione per rievocatori e non di diverso tema, c’è un ambizioso progetto di teatro sperimentale per la valorizzazione del teatro popolare di epoca romana; la realizzazione di animazione museale attiva e anche eventi di valorizzazione del territorio tramite la rievocazione.</p>
<p><strong>D Il progetto già realizzato che è il vostro “fiore all&#8217;occhiello”?</strong><br />
R Sono due, il primo è il percorso formativo “E’ di scena la storia” dove abbiamo creato una piattaforma di progettazione culturale condivisa tra enti e rievocatori e dove è stato possibile effettuare un “up to date” rispetto al panorama europeo. Il secondo è un evento di Museum Theatre sull’epoca villanoviana (“L’alba degli Etruschi”) che si è realizzato presso il Museo Archeologico di Castelfranco Emilia (Mo), dove il pubblico è stato coinvolto attivamente in una scena di vita dell’epoca, grazie all’attenta realizzazione di manufatti basati sui reperti archeologici ed ad una teatralità di grande impatto.</p>
<p><strong>D Avete collaborazioni con enti e istituzioni italiani?</strong><br />
R Si, principalmente con Musei civici ed enti territoriali Regionali.</p>
<p><strong>D E con enti e istituzioni stranieri?</strong><br />
R Non ancora, anche se è in previsione l’affiliazione al network internazionale dei Musei Archeologici all’Aperto e dell’Archeologia Sperimentale (EXARC).</p>
<p><strong>D Il rapporto con il mondo dell&#8217;istruzione e della formazione?</strong><br />
R E’ stato studiato un percorso didattico per le scuole elementari della Regione che tuttavia ad oggi non è stato ancora realizzato.</p>
<p><strong>D Organizzate corsi e seminari?</strong><br />
R Si, al di là di quello organizzato nell’ambito del progetto transfrontaliero sull’utilizzo intelligente della rievocazione storica, abbiamo in progetto un corso sulla Metodologia dell’Archeologia Sperimentale, uno di sperimentazione attiva sulla Danza Armata, uno in fase di studio sulla teoria e pratica per la realizzazione di abiti antichi.</p>
<p><strong>D Il budget annuale su cui potete contare è adeguato per i vostri scopi?</strong><br />
R Assolutamente no. Dipendiamo interamente dall’apporto di finanziamenti esterni per coprire i costi vivi delle nostre attività.</p>
<p><strong>D Gli enti pubblici sono sensibili alle vostre attività?</strong><br />
R Alcuni, più pronti ad intravvedere l’innovazione delle nostre metodologie si sono interessati attivamente, coinvolgendoci in progetti interessanti. Altri, più legati ad una valorizzazione “classica”, non dimostrano grande interesse.</p>
<p><strong>D Ricorrete a sponsor o finanziatori a progetto?</strong><br />
R Per ora no, ma siamo un’associazione giovane!</p>
<p><strong>D Come gestite la divulgazione del vostro lavoro verso il grande pubblico?</strong><br />
R E’ attualmente molto vivo tra i soci il dibattito sulla creazione di un sito web dedicato.</p>
<p><strong>D Il vostro rapporto con la stampa?</strong><br />
R Fino ad ora, ci avvaliamo principalmente dei mezzi di e-communication, mentre per la stampa “cartacea”, al momento non abbiamo ancora avuto occasioni adatte a sviluppare un rapporto adeguato, ma, come già ricordato prima, abbiamo una storia ancora breve, quindi in futuro speriamo di avere occasioni per sviluppare questo tipo di rapporto.</p>
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		<title>Intervista a Renato Fasolo: nuova ipotesi sulla morte di Otzi</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 11:42:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[interviste]]></category>
		<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[Oetzi]]></category>

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		<description><![CDATA[Abbiamo intervistato per voi il professor Renato Fasolo che ci parla della sua ipotesi sulla morte di Otzi. Quando ha incominciato a occuparsi del “caso Otzi”? Già noto per la mia lunga esperienza nel campo dell&#8217;archeologia sperimentale, nel 1997 l&#8217;Ufficio Beni Archeologici della Provincia di Bolzano, mi affidò l&#8217;incarico di realizzare la ricostruzione delle sembianze [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11185" title="Renato Fasolo " src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/Renato-Fasolo.jpg" alt="Renato Fasolo " width="512" height="365" /></p>
<p>Abbiamo intervistato per voi il professor <strong>Renato Fasolo</strong> che ci parla della sua ipotesi sulla morte di Otzi.</p>
<p><strong>Quando ha incominciato a occuparsi del “caso Otzi”?</strong><br />
Già noto per la mia lunga esperienza nel campo dell&#8217;archeologia sperimentale, nel 1997 l&#8217;Ufficio Beni Archeologici della Provincia di Bolzano, mi affidò l&#8217;incarico di realizzare la ricostruzione delle sembianze della mummia e di tutto il suo corredo.  Ebbi quindi l&#8217;opportunità di accedere con mano, sia a Innsbruck che a Bolzano, a tutti i reperti e allo stesso corpo dell&#8217;uomo.  L&#8217;accurata riproduzione per fini espositivi di tutti gli elementi della scoperta, m&#8217;impose di tener conto di tutte le rilevanze scientifiche (condizioni del corpo, antiche modalità di lavorazione, tipi di materiali, ecc&#8230;), il che mi permise di contestualizzare l&#8217;insieme.  Il modello realizzato divenne l&#8217;icona del nuovo Museo Archeologico di Bolzano.</p>
<p><strong>Quali studi ha condotto?</strong><br />
Sempre nella mia qualità di archeologo sperimentale, successivamente venni incaricato di verificare la funzionalità di alcuni reperti, da confrontarsi con le varie ipotesi scientifiche.  In particolare l&#8217;ascia in rame per individuarne i possibili usi pratici, l&#8217;enigmatico deschetto in marmo classificato come amuleto e due contenitori di betulla diversamente interpretati.  I risultati furono entusiasmanti, come illustarto nelle mie relazioni (ad esempio: i contenitori di betulla non sono due, bensì le due parti di un solo contenitore).</p>
<p><strong>Da quale indizio nasce la sua ipotesi sulla morte di Otzi?</strong><br />
In primis la particolare disposizione dei molti reperti sparpagliati nel luogo del ritrovamento.  Espressi la mia ipotesi già nel 2000 durante il primo congresso dedicato alla mummia, avallata nel 2010, dieci anni dopo, da un&#8217;equipe di studiosi dell&#8217;Università la Sapienza in un contributo pubblicato da Antiquity.  Dopo la tardiva scoperta di una freccia conficcata nella spalla sinistra, l&#8217;osservazione del foro d&#8217;entrata, ben evidente anche nella radiografia, mi forniva un&#8217; ulteriore conferma.  L&#8217;impatto di una freccia scagliata da distanza più o meno ravvicinata, dall&#8217;alto o dal basso, in ogni caso avrebbe frantumato l&#8217;osso frastagliandolo a raggera.  Invece i contorni del foro sono regolarmente arrotondati, come se l&#8217;osso fosse stato sottoposto a un intervento di trapanazione, un procedimento associabile piuttosto a scopi rituali. Anche il piccolo foro sottostante indicherebbe un intervento manuale.  E&#8217; sconcertante che nessuno tra i molti studiosi abbia notato la particolare conformazione dei fori, che escluderebbe l&#8217;aggressione quale causa della morte di Otzi.</p>
<p><strong>In cosa consisteva il rituale che Lei ha riconosciuto?</strong><br />
Il caso volle che il corpo di Otzi si conservasse organicamente leggibile. Lo si fosse rinvenuto scheletrito in posizione supina del suo corredo sarebbero rimasti solo l&#8217;ascia in rame, la punta di freccia all&#8217;altezza della spalla sinistra, le punte di freccia della faretra sul lato destro, il dischetto di marmo e tre piccoli strumenti in selce, elementi simbolicamente associabili ai corredi funebri di alcune inumazioni rituali eneolitiche di Cumarola, Spilamberto e Remedello.  Il possesso dell&#8217;ascia in rame testimonia il rango dell&#8217;uomo. Forse la conservazione del suo corpo avrebbe potuto apportare un proseguo di benefici alla comunità (in tutta la storia dell&#8217;umanità, anche ai nostri giorni, questo riguardo è stato sempre riservato alle salme dei grandi uomini, santi, regnanti, condottieri, ecc.<br />
Sì può ipotizzare che il corpo venisse dissanguato per mezzo della trapanazione che raggiungeva l&#8217;arteria claviale e consentiva anche l&#8217;inserimento della freccia, il cui significato è ignoto.<br />
Poi, rivestito e corredato venisse trasportato in quota e deposto sullo sperone roccioso sovrastante la conca dove lo si ritrovava.  I dati stabiliscono che la morte avvenne in tarda primavera. Il processo di disidratazione poteva essersi avviato durante tutta l&#8217;estate in cui rimase in quota sorvegliato dai pastori stazionanti l&#8217;alpeggio. Protetto dai danni che i saprofagi avrebbero provocato in altre condizioni.</p>
<p><strong>Malgrado non sia ancora chiaro il significato del cerimoniale funebre. Lei cosa ne pensa?</strong><br />
La mia ipotesi contrastava apertamente le interpretazioni formulate oltralpe. L&#8217;affare Otzi richiedeva una gestione controllata che continua a sostenere ad oltranza la cosiddetta teoria del disastro, che vede un uomo aggredito e ferito, in fuga nel mentre si dissanguava completamente, morire la dove venne trovato, sorvolando su molti aspetti contraddittori. Non viene fornita spiegazione sull&#8217;assenza di traccie ematiche sul vestiario, che avrebbe dovuto presentarsi intriso dalla copiosa fuoriuscita di sangue e neppure come il corpo fosse rimasto indenne dall&#8217;assalto dei saprofagi; non viene giustificata la mancanza dell&#8217;asta della freccia e perchè gli aggressori non si siano appropriati della preziosa ascia in rame. Se Otzi fosse stato soccorso dai compagni, perchè non rimossero il suo corpo? O almeno recuperato l&#8217;ascia? Molte altre domande, troppe, rimangono senza risposta.</p>
<p><strong>Quali elementi non sono coerenti nella precedente ipotesi, quella proposta dal geoarcheologo Alexander Binsteiner?</strong><br />
L&#8217;ipotesi non è incoerente: L&#8217;approvvigionamento di selce nell&#8217;area alpina e padana riguarda in gran parte la Lessinia e il Monte Baldo ed è attestata sin dal Paleolitico, maggiormente riscontrabile nel Neo-eneolitico. In relazione all&#8217;Età del Rame, la valle dell&#8217;Adige è via di transito e scambio tra insediamenti lungo il corso del fiume e ciò può avvalorare la tesi dello studioso austriaco, considerando la presenza presso Otzi di altri manufatti in selce con le stesse caratteristiche di quelle della Lessinia.</p>
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		<title>Intervista all&#8217;Associazione Pomerium</title>
		<link>http://www.archeorivista.it/0011101_intervista-allassociazione-pomerium/</link>
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		<pubDate>Thu, 10 Nov 2011 13:34:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Todisco</dc:creator>
				<category><![CDATA[interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Nome ufficiale: Associazione Pomerium Scopi sociali: Gli associati a Pomerium sono innanzitutto appassionati della cultura e della civiltà romana. Pomerium si offre come un &#8220;luogo&#8221; dove chiunque con la stessa nostra passione può ritrovarsi e condividere esperienze, idee e conoscenze sul mondo romano. Il nome stesso dell&#8217;associazione vuole appositamente rievocare il perimetro dell&#8217;Urbe e vuole [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><strong><img class="alignnone size-full wp-image-11103" title="pomerium" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/pomerium.jpg" alt="Associazione Pomerium" width="400" height="151" /></strong></p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Nome ufficiale:</strong> Associazione Pomerium</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Scopi sociali:</strong> Gli associati a Pomerium sono innanzitutto appassionati della cultura e della civiltà romana. Pomerium si offre come un &#8220;luogo&#8221; dove chiunque con la stessa nostra passione può ritrovarsi e condividere esperienze, idee e conoscenze sul mondo romano. Il nome stesso dell&#8217;associazione vuole appositamente rievocare il perimetro dell&#8217;Urbe e vuole intenderlo come luogo vivo di aggregazione. Pomerium promuove iniziative di carattere culturale volte ad attività di studio, ricerca e divulgazione storico-archeologica nell&#8217;ambito di Roma Antica ed in particolare dell&#8217;età repubblicana.</p>
<ul>
<li>
<div align="JUSTIFY"><strong>Anno di fondazione:</strong> 2004</div>
</li>
<li>
<div align="JUSTIFY"><strong>Presidente:</strong> Fabrizio Marocco</div>
</li>
<li>
<div align="JUSTIFY"><strong>Numero di soci:</strong> circa 50</div>
</li>
<li>
<div align="JUSTIFY"><strong>Sede:</strong> Roma</div>
</li>
<li>
<div align="JUSTIFY"><strong>Recapiti:</strong> Via Roberto Fucini 63, 00137 Roma c/o Fabrizio Marocco</div>
</li>
<li>
<div align="JUSTIFY">Email <a href="mailto:info@pomerium.org">info@pomerium.org</a></div>
</li>
<li>
<div align="JUSTIFY">Sito <a href="http://www.pomerium.org/" target="_blank">http://www.pomerium.org/</a></div>
</li>
</ul>
<p align="JUSTIFY"><strong>In breve, ci racconti la storia dell&#8217;associazione</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Il primo nucleo nasce sulla spinta di una delle molte comunità virtuali in rete. Presto alcuni degli iscritti maturano l&#8217;idea di fondare a tutti gli effetti un’associazione che possa dotarsi di una struttura organizzativa più solida e soprattutto possa presentarsi come interlocutrice con le amministrazioni di tutela dei beni storici ed archeologici, gli enti e le altre organizzazioni culturali. Dal 2004, anno di fondazione, Pomerium cresce in numero e sviluppa iniziative proprie, spesso patrocinate da enti territoriali ed istituzionali.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>In quali settori è attualmente impegnata?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Divulgazione e informazione</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Quali sono i vostri principali progetti in corso?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Essenzialmente continuiamo, come sempre, ad organizzare incontri periodici fra gli associati (e non), come visite guidate a musei e siti di particolare interesse storico-archeologico, partecipazione a convegni, mostre. Parallelamente abbiamo consolidato alcune attività, appoggiandoci agli strumenti informatici di internet. Il notiziario quadrimestrale “Pomerium”, dove occasionalmente partecipano anche esperti del settore storico, archeologico o artistico, vuole essere un momento di approfondimento di eventi o temi storici, con il puro intento divulgativo. Il calendario tradizionale romano allo stesso modo vuole far conoscere ai presenti come era scandita la vita del mondo romano nell&#8217;arco dell&#8217;anno solare, oltre che a costituire, per i volontari &#8220;fotografi&#8221;, un divertente esercizio di &#8220;cattura&#8221; di foto a tema.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>E quelli per il futuro?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Lo scopo fondante dell&#8217;associazione fu quello dell&#8217;aggregazione, ed è ciò che continueremo a fare: vivere assieme una passione comune. Sicuramente vorremo crescere numericamente e continueremo ad approfondire la conoscenza della <em>Romanitas</em> divulgandola contemporaneamente. Ci piacerebbe inoltre stringere ulteriormente i rapporti con altre associazioni simili alle nostre. Un importante passo avanti sarebbe creare una rete, una sinergia.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Perché è importante tramandare il passato di Roma attraverso eventi e progetti come i vostri?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Ci tengo a precisare che noi associati di Pomerium siamo tutti persone che &#8220;vivono il proprio tempo&#8221;, il presente: la cultura romana semplicemente ci appartiene perché è la nostra radice, per l&#8217;attuale società occidentale ma in modo maggiore per noi italiani che ne siamo i diretti discendenti. La conoscenza generale delle civiltà antiche, quando non dimenticata, è spesso travisata, stereotipata e, nel migliore delle ipotesi, superficiale. Divulgare è come raccontare la nostra storia e in questa nostra storia ci sono molti aspetti positivi tutt&#8217;oggi assolutamente validi. Il nostro modo di raccontare la <em>Romanitas</em> è quello di trovarne proprio l&#8217;attualità, far emergere gli aspetti ancora vivi e proporre modelli &#8220;nuovi&#8221; ad essa ispirata.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>In cosa consisteva il progetto che ha riscosso maggior successo?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">La visita agli studios di Cinecittà sul set di “<em>Rome</em>”, prodotto dalla HBO. Abbiamo avuto una partecipazione alla nostra visita organizzata senza precedenti.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Avete collaborazioni con enti e istituzioni italiani?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Al momento con il Parco Regionale dell’Appia Antica per la distribuzione del nostro CD sul parco omonimo e, come patrocinio, con Roma Capitale; in passato con la Soprintendenza Archeologica Centrale di Roma e Italia Nostra.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>E con enti e istituzioni stranieri?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Attualmente no.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Il rapporto con il mondo dell&#8217;istruzione e della formazione?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Per il momento sporadico. Le partecipazioni al nostro notiziario di esperti del settore è stato di carattere &#8220;privato&#8221;.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Organizzate corsi e seminari?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Per il momento no, ma stiamo curando alcuni contatti.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Il budget annuale su cui potete contare è adeguato per i vostri scopi?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Per la dimensione attuale delle nostre attività è giusto bastevole, considerando però che gli associati vi partecipano in modo volontario. Certamente per crescere avremo bisogno di far convergere maggiori risorse.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Gli enti pubblici sono sensibili alle vostre attività?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">In modo variabile a seconda del periodo (inizio o fine mandato, ecc.). Spesso tutto dipende dal rapporto che si crea e con la propensione personale del dirigente pubblico di turno.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Ricorrete a sponsor o finanziatori a progetto?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">No.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Come gestite la divulgazione del vostro lavoro verso il grande pubblico?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">La distribuzione avviene in formato elettronico su media scala, sfruttando le risorse internet, con target selezionato al mondo degli studiosi, addetti ai lavori e appassionati in genere.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Il vostro rapporto con la stampa?</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Per il momento non abbiamo rapporti con la stampa.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Intervista a Yuri Leveratto: la missione sulla cordigliera di Paucartambo</title>
		<link>http://www.archeorivista.it/0010953_intervista-a-yuri-leveratto-la-missione-sulla-cordigliera-di-paucartambo/</link>
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		<pubDate>Fri, 04 Nov 2011 08:57:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[interviste]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.archeorivista.it/?p=10953</guid>
		<description><![CDATA[Abbiamo intervistato per voi il ricercatore Yuri Leveratto, in particolare sulla missione nella cordigliera di Paucartambo a cui ha partecipato insieme al team guidato dallo statunitense Gregory Deyermenjan. Cosa narra il mito del Paititi andino? Il Paititi si può definire come un “insieme di leggende”, ma l’origine del mito viene dagli scritti di alcuni cronisti spagnoli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-10973" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/3.jpg" alt="" width="600" height="450" /></p>
<p>Abbiamo intervistato per voi il ricercatore <strong>Yuri Leveratto</strong>, in particolare sulla missione nella <strong>cordigliera di Paucartambo</strong> a cui ha partecipato insieme al team guidato dallo statunitense Gregory Deyermenjan.</p>
<p><strong>Cosa narra il mito del Paititi andino?</strong></p>
<p>Il Paititi si può definire come un “insieme di leggende”, ma l’origine del mito viene dagli scritti di alcuni cronisti spagnoli del secolo XVI e XVII, in particolare Vaca de Castro, Sarmiento de Gamboa, Juan Alvarez Maldonado e Juan de Lizarazu. Essi narrarono di un regno ricchissimo e potente, situato nella selva bassa amazzonica presso il Rio Paititi, che forse corrispondeva al Rio Guaporé. Secondo la leggenda alcuni Incas avevano instaurato rapporti amichevoli con questo regno amazzonico la cui etnia dominante era quella dei Moxos. Il mito descrive che quando l’inca Guaynaapoc rientrò al Cusco nel 1537, trovandolo ormai occupato dagli Spagnoli, decise di rientrare verso il Paititi portandosi con se moltissimi Incas e i simboli sacri dell’impero: il grande disco solare d’oro raffigurante il Signore Supremo Viracocha, la catena d’oro di Huascar, un oggetto simbolico rappresentante il serpente bicefalo del peso di circa una tonnellata, e una statua antropomorfa d’oro anch’essa raffigurante Viracocha.</p>
<p>Con il passare del tempo molti avventurieri (i primi dei quali furono Pedro de Candia e Juan Alvarez Maldonado), cercarono il Paititi, ma nessuno riuscì a trovarlo, sia per le difficoltà intrinseche della selva bassa amazzonica, sia per le malattie fulminanti, che per gli attacchi di feroci indigeni. Il fatto che gli Incas fuggitivi passarono per le vallate andine situate ad oriente del Cusco per raggiungere la selva bassa, diede origine al mito del “Paititi andino”, ossia la leggenda (che però ha un fondo di realtà), che abbiano instaurato la loro base non nella selva bassa amazzonica, ma proprio in qualche luogo segreto, situato in una delle numerose ed impervie vallate ubicate ad est del Cusco, nei territori oggi corrispondenti al Parco Nazionale del Manu o alle zone adiacenti (come il Santuario Nazionale del Megantoni).</p>
<p>La leggenda del “Paititi andino” ha avuto un ulteriore impulso quando l’antropologo Vasco Nuñez del Prado, nel 1955, ha ricompilato alcuni racconti della comunità di indigeni discendenti diretti degli Incas situati a Queros, i quali gli narrarono il mito di Inkarri, il semi-Dio andino che fondò Queros e quindi si inoltrò nell’oasi del Paititi, percorrendo un antichissimo camino di pietra.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-10974" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/4.jpg" alt="" width="600" height="450" /></p>
<p><strong>Quali erano gli obiettivi della spedizione nella cordigliera di Paucartambo a cui ha partecipato insieme all’equipe guidata dallo statunitense Gregory Deyermenjan?</strong></p>
<p>Gregory Deyermenjian, in alcune sue spedizioni precedenti, aveva già percorso parzialmente il “cammino di pietra andino”, situato nella cordigliera di Paucartambo, nell’intenzione di percorrerlo fino in fondo per vedere cosa vi sia al di là di esso. Le enormi difficoltà intrinseche di quelle esplorazioni, come le grandi distanze, l’aspra orografia del terreno, la vicinanza con indigeni non contattati a volte ostili e pericolosi, e l’impossibilità di giungervi in elicottero (vista la presenza constante di nebbie intense), ha reso fino ad oggi impossibile esplorare la parte del cammino incaico situata al di là del “lago de Angel”, uno specchio d’acqua situato a 3950 mt. s.l.d.m., nel Santuario Nazionale del Megantoni. L’obiettivo della spedizione nella cordigliera di Paucartambo era quello di percorrere alcuni rami del “cammino incaico”, situati nella frontiera tra la regione di Cusco e quella del Madre de Dios, per rendersi conto quale fosse la via più indicata per poter raggiungere, in un secondo tempo, il lago de Angel, ed esplorare la zona di selva alta situata al di là di esso.</p>
<p><strong>Vuole illustrarci le tappe fondamentali che hanno caratterizzato la missione?</strong></p>
<p>Una volta giunti presso la vallata del Rio Yavero abbiamo iniziato una difficile caminata inoltrandoci nella valle del Rio Chunchusmayo (un suo affluente). Seguivamo una ramificazione del “cammino incaico” in direzione del famoso “altopiano di Pantiacolla”, luogo mitico dove si narra che Inkarri abbia fondato la sua Paititi. Avevamo alcune notizie frammentarie sulla possibilità di trovare alcune rovine nella selva alta, un particolare tipo di bioma sud-americano, in pratica una densa foresta che si estende fino ai 3500 metri d’altezza s.l.d.m.</p>
<p>Già nel luogo detto Llactapata (città altà, in quechua), situato a 1900 metri d’altezza s.l.d.m. abbiamo potuto documentare un interessate “tambo”, in pratica una costruzione rettangolare con otto incavi, utilizzati, a mio parere, per motivi cerimoniali. Abbiamo deciso di continuare in direzione di una grande montagna chiamata “Cerro Miraflores”.</p>
<p>All’altezza di circa 2500 metri s.l.d.m. abbiamo trovato un altro “tambo”, situato in piena selva alta. E’ da lì che il giorno seguente abbiamo iniziato la vera esplorazione, ma le diffilcoltà della selva ci hanno impedito di centrare l’obiettivo. Era molto difficile avanzare a colpi di machete della foresta quasi impenetrabile del Cerro Miraflores, e solo con l’aiuto delle nostre due guide esperte peruviane abbiamo potuto farci un’idea della possibile ubicazione delle rovine.</p>
<p>Solo il giorno seguente abbiamo trovato le prime abitazioni nascoste nella selva e quindi la spianata pricipale con un grande muro con quattro incavi cerimoiniali (a mio parere anticamente erano otto, ma il muro è parzialmente crollato). Poi lentamente la cittadella ci ha svelato tutti i suoi segreti: altre abitazioni, tombe, incavi cerimoniali, e muri di contenzione utilizzati per l’agricoltura.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-10975" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/7.jpg" alt="" width="600" height="450" /></p>
<p><strong>Vuole parlarci delle caratteristiche dei luoghi di riposo, o “tambo”, ritrovati?</strong></p>
<p>I “tambo” sono luoghi di riposo che gli gli Incas utilizzavano per ripararsi dalle intemperie, riposare, ma anche intercambiare prodotti con i popoli della selva bassa amazzonica. In pratica delle semplici costruzioni rettangolari in pietra costruite a volte in epoca pre-incaica.</p>
<p><strong>E quelle della cittadella pre-inca di Miraflores?</strong></p>
<p>La cittadella pre-inca di Miraflores fu senza dubbio un luogo importante nell’antichità. Secondo la nostra documentazione e gli studi che abbiamo effettuato (senza scavi), siamo giunti alla conclusione che fu un centro agricolo costruito in epoca pre-inca (a questa conclusione siamo giunti in quanto gli angoli dei muri sono smussati e non perpendicolari come nelle classiche costruzioni inca), esteso su circa 2 ettari. Il fatto però che vi siano molte abitazioni, alcune tombe (almeno due), e una spianata cerimoniale con alcuni incavi nel muro principale, fa pensare che il sito di Miraflores non abbia avuto solo una funzione agrícola ma anche anche rituale e quindi religiosa. Non dobbiamo dimenticare che nella concezione andina il ciclo delle stagioni, relazionato con la produzione agrícola era considerato sacro e quindi aveva una valenza simbolica e cerimoniale.</p>
<p>Naturalmente vi sono state varie interpretazioni nel nostro grupo sulla funzione della cittadella pre-inca di Miraflores, A chi erano destinate le derrate agricole (mais, fagioli, patate, ecc.), ivi prodotte? Vi sono due teorie al riguardo. La prima è che fossero destinate ai soldati che facevano la guardia nello spartiacque tra i fiumi che si dirigono verso il Rio Urubamba e quelli che si dirigono verso il Madre de Dios, in pratica la frontera dell’impero incaico. La seconda teoria vuole che a Miraflores si producessero derrate agricole propio per gli Incas del Paititi, situato forse al di là dello spartiacque, oltre il lago de Angel.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-10976" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/9.jpg" alt="" width="600" height="450" /></p>
<p><strong>Quali risultati possono essere ascritti dunque a questa spedizione?</strong></p>
<p>In Perú vi sono ancora moltissimi siti archeologici sconosciuti, soprattutto nella cosidetta “selva alta”. Purtoppo si fa pochissimo per esplorare alcune vallate remote, e ancor meno per valorizzare alcuni siti già scoperti che, se debitamente studiati, potrebbero svelarci molto di più sulla Storia e le abitudini degli antichi popoli andini.</p>
<p>I risultati di questa esplorazione, guidata da Gregory Deyermenjian alla quale ho avuto l’onore di partecipare, sono importanti: innanzitutto la scoperta di una nuova cittadella della quale si disconosceva l’esistenza, che potrà portare in futuro a studi archeologi in situ, allo scopo di appurare chi furono i costruttori di Miraflores. Inoltre l’esistenza di un sito archeologico di tale valenza, proprio nella direzione del lago de Angel, è una prova in più dell’estrema importanza della zona in questione, per la futura ubicazione del Paititi.</p>
<p>Noi, del gruppo di Deyermenjian continueremo nelle nostre ricerche, con lo scopo ultimo di poter percorrere fino in fondo il “cammino di pietra”, per poter scoprire cosa vi sia al di là di esso.</p>
<p><a href="www.yurileveratto.com/it" target="_blank">www.yurileveratto.com/it</a></p>
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		<title>Intervista a Jacopo Ortalli</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Oct 2011 09:33:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Abbiamo intervistato per voi il professor Jacopo Ortalli, docente dell’Università di Ferrara. Nome e cognome: Jacopo Ortalli Qualifica: Professore Professione: Docente (Professore Associato) di Archeologia classica all’Università di Ferrara Recapito: Dipartimento di Scienze storiche, via Paradiso 12, 44100 Ferrara D. Qual&#8217;è stato il suo percorso formativo? R. Laureato in Lettere classiche e specializzato in Archeologia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Abbiamo intervistato per voi il professor<strong> Jacopo Ortalli</strong>, docente dell’Università di Ferrara.</p>
<p><strong>Nome e cognome</strong>: Jacopo Ortalli<br />
<strong>Qualifica</strong>: Professore<br />
<strong>Professione</strong>: Docente (Professore Associato) di Archeologia classica all’Università di Ferrara<br />
<strong>Recapito</strong>: Dipartimento di Scienze storiche, via Paradiso 12, 44100 Ferrara</p>
<p><strong>D. Qual&#8217;è stato il suo percorso formativo?</strong><br />
R. Laureato in Lettere classiche e specializzato in Archeologia a Bologna, con Guido Achille Mansuelli, ho affiancato la formazione teorica universitaria a quella pratica della ricerca sul campo partecipando a numerose campagne di scavo archeologico in Italia e all’estero.</p>
<p><strong>D. E il suo percorso professionale?</strong><br />
R. Per diversi anni sono stato funzionario della Soprintendenza archeologica dell’Emilia Romagna, occupandomi in particolare dei territori di Bologna e Rimini e dirigendo il Museo archeologico nazionale di Sarsina e quindi quello etrusco di Marzabotto. Dal 2011 insegno all’Università di Ferrara. Si tratta di due ambiti professionali fondamentalmente convergenti ma al tempo stesso anche molto diversi tra di loro; la duplice esperienza è stata indubbiamente molto utile per maturare una conoscenza ampia e approfondita delle molteplici problematiche che riguardano l’archeologia, dalla tutela, alla ricerca, alla valorizzazione.</p>
<p><strong>D. Di cosa si occupa attualmente?</strong><br />
R. Fin dagli anni Ottanta ho individuato alcuni specifici indirizzi di ricerca, incentrati su grandi tematiche antichistiche, che ho coltivato attraverso lo scavo e lo studio e ai quali tuttora mi dedico. In particolare mi interessano la ricostruzione degli insediamenti urbani nella loro evoluzione storica, urbanistica e architettonica, e l’analisi dei contesti funerari per quelle che ne furono le principali manifestazioni materiali e ideologiche.</p>
<p><strong>D. Per quali enti o istituzioni lavora?</strong><br />
R. Attualmente la mia attività lavorativa riguarda soprattutto l’Università di Ferrara. Al tempo stesso, convinto della necessità di aprirsi alle più ampie collaborazioni, ho mantenuto stretti rapporti anche operativi con diverse Soprintendenze archeologiche e con altri Atenei, Enti di ricerca e Musei.</p>
<p><strong>D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?</strong><br />
R. Alcune delle esperienze più significative tra quelle passate riguardano contesti in cui ad una impegnativa ricerca archeologica si è accompagnata la valorizzazione dei risultati conseguiti: dalla ricomposizione del grande mausoleo di Rufus nel Museo di Sarsina, allo scavo e musealizzazione dei complessi urbani pluristratificati della Sala Borsa a Bologna e della domus del Chirurgo a Rimini.<br />
Tuttora in corso è il progetto internazionale che assieme a John Scheid, del College de France, coordino da una decina d’anni con la collaborazione della Soprintendenza archeologica di Bologna e di alcuni dei più affermati studiosi europei nel campo dell’archeologia sepolcrale. L’iniziativa, completamente autogestita, riguarda la sperimentazione di nuove procedure di scavo stratigrafico, di analisi e di interpretazione dei dati offerti dalle necropoli, al fine di ricostruire nel dettaglio il culto funerario di età romana in Italia e nelle province dell’impero.</p>
<p><strong>D. Il prossimo impegno lavorativo?</strong><br />
R. Proseguire e arricchire le ricerche sulle città e le necropoli cui ho già fatto cenno.</p>
<p><strong>D. Ha collaborazioni all&#8217;estero? Se no, prevede di averle?</strong><br />
R. Oltre ai rapporti individuali intrattenuti con alcuni colleghi stranieri, ricordo il mio progetto di ricerca sul culto funerario che da anni mi ha permesso di avviare una stretta e stabile collaborazione con studiosi che lavorano in diverse istituzioni: Soprintendenze Archeologiche di Bologna, Roma, Mainz, Nimes e Frejus, College de France, Ecole Pratique des Hautes Etudes, CNRS, INRAP, Ecole Francaise de Rome, Università di Kiel, Berna, Bruxelles, La Rochelle, Amiens, Bordeaux, Londra-King’s College, Musei archeologici di Francoforte e Lussemburgo.</p>
<p><strong>D. Il suo sogno nel cassetto?</strong><br />
R. Generale e di sistema, non personale: che finalmente si comprendano le potenzialità e l’enorme importanza del nostro patrimonio storico, paesaggistico e artistico, come fattore di identità comune e di crescita culturale, sociale ed anche economica, senza che ne sia misurato il valore solo attraverso l’immediata redditività o il risalto di qualche evento episodico.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p><strong>D. Le piazze antiche: funzioni e valenze ideologiche. Cosa ci può dire a proposito?</strong><br />
R. Nelle città romane la “piazza grande” rivestiva un’importanza centrale non solo dal punto di vista topografico ma anche come luogo polivalente, di incontro e di confronto dell’intera comunità, per la quale rappresentava un forte segno identitario. Per questo occorre non limitarsi ad una lettura urbanistica e monumentale del forum, sforzandosi di coglierne anche gli aspetti materiali e i significati simbolici legati alla vita quotidiana del civis e all’essenza ideale dell’urbs.</p>
<p><strong>D. Da un simile approccio può emergere la natura antropologica della piazza.</strong><br />
<strong> Come viene documentata?</strong><br />
R. Nelle società evolute, dotate di una cultura propriamente urbana, i valori primari ed essenziali della piazza, da quelli funzionali di mercato a quelli politici e sociali connessi alle riunioni pubbliche e alle manifestazioni popolari, rispondono ad esigenze fondamentali, intimamente legate alla natura umana. Il modo di frequentare ed usare il foro da parte dei Romani trova così numerosi confronti con ciò che si verifica nelle piazza di tante altre genti, in luoghi e in tempi diversi, fino ai nostri giorni.</p>
<p><strong>D. L’esempio di Roma. Vuole illustrarcelo?</strong><br />
R. Come in tanti altri campi, anche per quanto riguarda il foro Roma è una sorta di eccezione rispetto a ciò che normalmente si riscontra nel resto dell’impero, dal momento che qui vengono esaltate al massimo, quasi esasperate, quelle che altrove sono caratteristiche tutto sommato ordinarie. Nella capitale, dunque, si assiste ad una moltiplicazione delle componenti e delle strutture forensi di tipo politico, amministrativo e religioso; le stesse piazze, con i fori imperiali che si affiancano all’antico foro romano, crescono e si stratificano nel tempo. È comunque sul versante celebrativo e propagandistico che risalta la specificità di Roma, con l’affastellarsi di archi trionfali e di monumenti, colonne e statue onorarie.</p>
<p><strong>D. Ha riscontrato simili caratteristiche in altre città italiche e dell’impero?</strong><br />
R. Certamente, anche se in scala ridotta. Colonie, municipi e centri minori vedevano nell’imitazione della capitale un fattore di crescita delle proprie qualità di vita e della propria rappresentatività politica; e così ovunque emergono indizi della volontà di prendere Roma come modello, in primo luogo, appunto, nella monumentalizzazione del centro urbano e nella valorizzazione del foro.</p>
<p><strong>D. Vuole fornircene qualche esempio?</strong><br />
R. L’adozione del modello urbano appare sistematica nei tanti casi italici e provinciali di edificazioni o ristrutturazioni della prima età imperiale, quando i fori si specializzano assumendo una connotazione eminentemente politica e celebrativa. Ad imitazione dei fori di Cesare e di Augusto le piazze tendono allora a chiudersi e ad articolarsi in rigorose geometrie architettoniche nelle quali risaltano i poli civici per eccellenza, vale a dire la basilica e il tempio cittadino.</p>
<p><strong>D. Quali sono le caratteristiche più ricorrenti?</strong><br />
R. Oltre agli aspetti monumentali appena ricordati si può segnalare la tendenziale chiusura delle piazze al transito veicolare pesante. La specializzazione del foro in senso politico implicava infatti l’allontanamento di impianti ed attività che potevano sminuirne l’aulica rappresentatività, quali i traffici e il mercato; è per questo motivo che nei primi secoli dell’impero la maggior parte delle piazze romane vennero pedonalizzate.</p>
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		<title>Intervista al Gruppo Speleologico Savonese DLF</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Oct 2011 17:10:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Abbiamo intervistato per voi Fabrizio Falco che ci ha parlato del Gruppo Speleologico Savonese. Carta d&#8217;identità dell’Associazione Nome ufficiale: Gruppo Speleologico Savonese DLF Scopi sociali: Organizzazione culturale, scientifica e sportiva che si propone l&#8217;esplorazione e lo studio delle grotte e delle aree carsiche, del fenomeno carsico epigeo ed ipogeo, ed altre attività speleologiche di ricerca. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-10759" title="Gruppo Speleologico Savonese DLF" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/10/Gruppo-Speleologico-Savonese-DLF.jpg" alt="Gruppo Speleologico Savonese DLF" width="134" height="134" /></p>
<p>Abbiamo intervistato per voi Fabrizio Falco che ci ha parlato del <strong>Gruppo Speleologico Savonese</strong>.</p>
<p><strong>Carta d&#8217;identità dell’Associazione</strong></p>
<p><strong>Nome ufficiale</strong>: Gruppo Speleologico Savonese DLF<br />
<strong>Scopi sociali</strong>: Organizzazione culturale, scientifica e sportiva che si propone l&#8217;esplorazione e lo studio delle grotte e delle aree carsiche, del fenomeno carsico epigeo ed ipogeo, ed altre attività speleologiche di ricerca.<br />
<strong>Anno di fondazione</strong>: 1967<br />
<strong>Presidente</strong>: Rinaldo Massucco<br />
<strong>Numero di soci</strong>: 30<br />
<strong>Sede principale</strong>: Savona<br />
<strong>Recapiti</strong>: Via Pirandello, 10R 17100 Savona<br />
Sito web: <a href="www.gruppospeleosavonese.it" target="_blank">www.gruppospeleosavonese.it</a></p>
<p><strong>D In breve, ci racconti la storia dell’Associazione.</strong><br />
Il Gruppo nasce più di quarant’anni fa ad opera di alcuni giovani savonesi appassionati di speleologia e già nel 1969 viene organizzato il 1° Corso di Speleologia. Con gli anni il numero di soci è aumentato e numerose sono state le grotte scoperte ed esplorate, non solo in Liguria, ma anche in Piemonte e Toscana, tra queste spiccano il Buranco di Bardineto (oltre 2 km di sviluppo) e la Grotta Balbiseolo (oltre 4 km di sviluppo).</p>
<p><strong>D In quali settori è attualmente impegnata?</strong><br />
Principalmente si occupa di speleologia in cavità naturali, ma anche di archeologia, cavità artificiali, tutela dell’ambiente.</p>
<p><strong>D Quali sono i principali progetti in corso?</strong><br />
Proseguono le esplorazioni e gli studi delle grotte e delle acque sotterranee nelle aree carsiche della provincia di Savona e si stanno ultimando due pubblicazioni, una sull’area carsica di Bergeggi ed una sul Buranco di Bardineto. Stiamo inoltre partecipando al progetto di revisione delle aree carsiche liguri e riposizionamento mediante GPS delle cavità sotterranee.</p>
<p><strong>D E quelli per il futuro?</strong><br />
Continueremo la nostra attività di ricerca e documentazione dell’enorme patrimonio speleologico che la nostra regione possiede.</p>
<p><strong>D Il progetto già realizzato che è il vostro “fiore all&#8217;occhiello”?</strong><br />
Il nostro Gruppo ha sempre dato molta importanza alla documentazione. Sicuramente l’aver raccolto (ed in buona parte prodotto) svariate pubblicazioni ed avere oggi una delle due più importanti biblioteche specializzate in speleologia della Liguria.</p>
<p><strong>D Avete collaborazioni con enti e istituzioni italiani?</strong><br />
Facciamo parte della Società Speleologica Italiana e della Delegazione Speleologica Ligure (Federazione dei Gruppi Speleologici Liguri), collaboriamo praticamente con tutte le Amministrazioni Comunali, Provinciali e Regionali delle aree sulle quali svolgiamo la nostra attività e spesso con la Soprintendenza per i Beni Archeologici. Collaboriamo inoltre con il Museo Storico Archeologico di Savona, l’Istituto Internazionale di Studi Liguri, Il Centro Studi Sotterranei Priamàr soprattutto per effettuare visite guidate nei sotterranei della fortezza di Savona il Priamàr.</p>
<p><strong>D E con enti e istituzioni stranieri?</strong><br />
In passato siamo stati attivi anche all’estero (Isola di Saona-Cuba). Attualmente le nostre attività all’estero si limitano a sporadiche escursioni turistiche.</p>
<p><strong>D Il rapporto con il mondo dell&#8217;istruzione e della formazione?</strong><br />
Periodicamente organizziamo proiezioni e conferenze direttamente nelle scuole, soprattutto nelle primarie ed è capitato più volte di accompagnare gruppi di ragazzi anche sul territorio carsico.</p>
<p><strong>D Organizzate corsi e seminari?</strong><br />
Ogni anno organizziamo un corso di speleologia di primo livello. Durante il corso, con lezioni teoriche e pratiche, vengono non solo insegnate le nozioni fondamentali di geologia e carsismo che caratterizzano l’ambiente delle grotte, ma anche le tecniche di progressione per praticare questa attività in sicurezza. Cooperiamo inoltre alle iniziative promosse dalla provincia per quanto riguarda la tutela territorio (Educambiente).</p>
<p><strong>D Il budget annuale su cui potete contare è adeguato per i vostri scopi?</strong><br />
Quando le idee ed i progetti sono tanti il budget non è mai adeguato. Diciamo che fino ad oggi siamo comunque sempre riusciti a portarli a termine, anche se a volte al costo di qualche sacrificio personale.</p>
<p><strong>D Gli enti pubblici sono sensibili alle vostre attività?</strong><br />
Sempre meno purtroppo, ma ci sono, fortunatamente, realtà positive.</p>
<p><strong>D Ricorrete a sponsor o finanziatori a progetto?</strong><br />
Fino all’anno scorso potevamo contare su finanziamenti regionali, ora purtroppo, a seguito dei vari tagli, possiamo contare solo sulle nostre forze.</p>
<p><strong>D Come gestite la divulgazione del vostro lavoro verso il grande pubblico?</strong><br />
Periodicamente pubblichiamo un bollettino, dal titolo “Stalattiti e Stalagmiti” sull’attività svolta e realizziamo pubblicazioni tematiche. Gestiamo inoltre un sito internet ed una pagina su Facebook.</p>
<p><strong>D Il vostro rapporto con la stampa?</strong><br />
Assolutamente positivo. E’ nostra consuetudine in occasione di qualche nuova scoperta o iniziativa contattare i giornali o le radio locali, che rispondono sempre con la massima disponibilità.</p>
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