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	<title>ArcheoRivista - rivista di archeologia &#187; preistoria</title>
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		<title>Intervista alla paleontologa Silvia Bello sui crani umani scoperti in Inghilterra</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Apr 2012 12:45:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[interviste]]></category>
		<category><![CDATA[preistoria]]></category>

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		<description><![CDATA[D. Qual&#8217;è stato il suo percorso formativo? R. Ho conseguito la Laurea in Scienze Naturali all&#8217;Università di Torino nel 1995, quindi mi sono trasferita a Marsiglia dove ho fatto due Master, uno in Preistoria (1997) e uno in Antropologia Biologica (1998). Ho conseguito il PhD fra l&#8217;Università di Firenze e l&#8217;Università di Marsiglia nel 2001 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-12291" title="silvia-bello" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/04/silvia-bello.jpg" alt="paleontologa Silvia Bello" width="600" height="399" /></p>
<p>D. Qual&#8217;è stato il suo percorso formativo?<br />
R. Ho conseguito la Laurea in Scienze Naturali all&#8217;Università di Torino nel 1995, quindi mi sono trasferita a Marsiglia dove ho fatto due Master, uno in Preistoria (1997) e uno in Antropologia Biologica (1998). Ho conseguito il PhD fra l&#8217;Università di Firenze e l&#8217;Università di Marsiglia nel 2001 su pratiche funebri e tafonomia umana.</p>
<p>D. E il suo percorso professionale?<br />
R. Dopo il dottorato ho fatto domanda per una Borsa di studio Europea, la Marie Curie, per venire a lavorare al Natural History Museum di Londra con Peter Andrews, esperto in tafonomia. Mi è andata bene, ho vinto la borsa e ho iniziato il mio lavoro con Peter nel settembre 2002. La borsa di studio post-dottorato ha coperto 2 anni di ricerca, dopodiché, ho avuto un periodo di circa 8 mesi senza contratto. Ma fortunatamente nel 2005 mi e stata offerta la possibilità di lavorare ancora al NHM al progetto AHOB (Ancient Human Occupation of Britain: http://www.ahobproject.org/ ) finanziato dal Leverhulme Trust e diretto dal Professore Chris Stringer. AHOB iniziò nel 2001 e doveva terminare nel 2006, quindi il mio doveva essere un lavoro temporaneo per l&#8217;ultimo anno del progetto. Ma il Leverhulme Trust ha offerto un rinnovo del progetto, per un totale di altri 6 anni. In Ottobre quest&#8217;anno il progetto si conclude, ma nuovi fondi sono stati avanzati per una serie di nuovi progetti dalla Calleva Foundation. Dirigerò uno di questi progetti intitolato &#8216;Human Behaviour in 3D&#8217;.</p>
<p>D. Di cosa si occupa attualmente?<br />
Al momento lavoro come Ricercatrice al Natural History Museum di Londra (UK) al progetto intitolato Ancient Human Occupation of Britain (AHOB). Tale progetto ha lo scopo di individuare e capire le diverse fasi dell&#8217;occupazione umana in Gran Bretagna a partire da circa 1.0 mya. All&#8217;interno di questo progetto sviluppo il mio interesse per l&#8217;evoluzione del comportamento umano attraverso l&#8217;analisi di cutmarks individuati su resti faunistici e umani rinvenuti in siti quali Boxgrove, Gough&#8217;s Cave, Kent&#8217;s Cavern&#8230;<br />
Al momento sto conducendo esperimenti su ossa faunistiche per riprodurre diversi tipi di modificazioni che possono essere associate ad attività umane, in modo da poter meglio interpretare lo studio di materiali fossili. Per analisi microscopiche uso una nuova tecnologia di analisi (Alicona) che permette ricostruzioni ad alta risoluzione in 3D. E una nuova tecnologia che sorpassa precedenti tecniche di analisi (e.g. SEM).</p>
<p>D. Per quali enti o istituzioni lavora?<br />
R. Lavoro per il Natural History Museum (NHM) di Londra. Il progetto per cui lavoro (AHOB) é finanziato dal Leverhulme Trust. Il progetto finirà quest&#8217;anno, e a partire da Ottobre 2011 inizierò a lavorare a un mio progetto autonomo (&#8216;Human behaviour in 3D&#8217;) finanziato dalla Calleva Institution con base sempre al NHM.</p>
<p>D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?<br />
R. Penso l&#8217;analisi dei resti ossei umani di Gough&#8217;s Cave, sia, al momento, il progetto più eccitante a cui ho lavorato. La descrizione delle modificazioni osservate sulle ossa umane e la scoperta dell&#8217;uso dei crani come coppe é stata una bella esperienza&#8230;fortunatamente non ancora finita. L&#8217;analisi delle ossa post-cranial sta già rivelando eccitanti risultati.</p>
<p>D. Il prossimo impegno lavorativo?<br />
R. Vedi sopra.<br />
Ma mi sto anche iniziando una collaborazione per analisi di materiali proveniente dal sito di Schöningen in Germania.  Inoltre quest&#8217;anno e l&#8217;anniversario della scoperta di Piltdown, il fossile truffa. Per questo sto lavorando con diverse persone al museo per nuove analisi del materiale, per meglio capire come hanno fatto a produrre una truffa cosi accurata.</p>
<p>D. Ha collaborazioni all&#8217;estero? Se no, prevede di averle?<br />
R. Ho recentemente iniziato una collaborazione con esperti tafonomi spagnoli per un lavoro comune sul sito di Atapuerca.  Per il sito di Schöningen sto collaborando con ricercatori dell&#8217;Università di Leiden (Olanda).  Ho mantenuto collaborazioni con Marsiglia, e sto iniziando nuove collaborazioni con l&#8217;Universitá di Bordeaux.</p>
<p>D. Il suo sogno nel cassetto?<br />
R. Su un piano professionale, venire a Londra e lavorare al Natural History Museum con Chris Stringer su fossili di cui ho letto tanto era il mio sogno nel cassetto. Adesso che ho visto il sogno nella sua realtà, sogno che il sogno non finisca. Non potrei sperare in un gruppo di collaboratori migliore.</p>
<p>D. Come è avvenuta la scoperta dei crani umani nella contea inglese del Somerset?<br />
R. Allego il PDF di una pubblicazione su <a href="http://www.archeorivista.it/comuni/Gough-caves.pdf">Gough’s Cave</a> che spiega la storia dei fossili.  I fossili sono stati ritrovati durante diversi scavi, il più recente dei quali nel 1992. Io non ero ancora qui all&#8217;epoca. E interessante vedere come su un material che e stato studiato cosi tanto, si possa ancora dire qualcosa di nuovo ed eccitante.</p>
<p>D. A quale periodo cronologico risalgono e a quale cultura sono collegabili?<br />
R. 14,700 BP cal. Sono ossa del Paleolitico superiore, epoca culturale Maddaleniano</p>
<p>D. Vuole illustrarci le caratteristiche di questi reperti emerse nel corso delle analisi?<br />
R. Ecco il PDF dell&#8217;articolo: <a href="http://www.archeorivista.it/comuni/pone-bello.pdf">Earliest Directly-Dated Human Skull-Cups</a></p>
<p>D. Vi sono altre scoperte comparabili a quella inglese?<br />
R. Si ci sono altre scoperte di crani coppa un po&#8217; ovunque nel mondo e appartenenti ad epoche diverse. Nell&#8217;articolo questo è spiegato dettagliatamente.</p>
<p>D. Quali sono i progetti futuri relativi allo studio dei crani?<br />
R. Ci sono due aspetti che mi interessano particolarmente:</p>
<ul>
<li>1. la somiglianza dei crani coppa di GC con altri provenienti da altre zone e da altri periodi preistorici e storici (e.g. crani coppa dell&#8217;etá del Bronzo in Spagna, d&#8217;epoca recente in Australia, Neolitici della Germania). Una tradizione che appare in luoghi e tempi diversi senza alcun legame fra loro. Perché?</li>
<li>2. la somiglianza con crani coppa dello stesso periodo provenienti dalla Francia (Isturitz e Le Placard). Sembra che l&#8217;apparizione di crani coppa inizi nel Paleolitico Superiore, senza nessun esempio precedente. Perché?</li>
</ul>
<p><em>(foto fonte kataweb)</em></p>
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		<title>Reggio Emilia. Scoperta una tazza d&#8217;oro dell&#8217;età del Bronzo</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Apr 2012 12:39:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>
		<category><![CDATA[età del Bronzo]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel corso della riunione dei soci dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria di Reggio Emilia che si terrà lunedì 23 aprile 2012, alle 15.30, saranno presentati i dati preliminari relativi a due eccezionali depositi di reperti metallici. La scoperta più sensazionale consiste in una tazza in oro riferibile all’età del Bronzo, venuta alla luce nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-12334" title="tazza-oro" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/04/tazza-oro1.jpg" alt="Reggio Emilia. Scoperta una tazza d'oro dell'età del Bronzo" width="500" height="357" /></p>
<p>Nel corso della riunione dei soci dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria di Reggio Emilia che si terrà lunedì 23 aprile 2012, alle 15.30, saranno presentati i dati preliminari relativi a due eccezionali depositi di reperti metallici. La scoperta più sensazionale consiste in una<strong> tazza in oro </strong>riferibile all’<strong>età del Bronzo</strong>, venuta alla luce nel corso degli scavi alle cave Spalletti di Montecchio Emilia. Malgrado il ritrovamento sembri privo di contesto, l’importanza del reperto, la sua singolarità in ambito italiano e la comparazione con analoghi oggetti europei lo collocano tra le più significative scoperte degli ultimi tempi. L’eccezionale testimonianza, che ha soltanto altri tre confronti nel mondo, sarà presentata al Museo Archeologico Nazionale di Parma venerdì 1 giugno, alle 10.30.</p>
<p>Il primo deposito individuato ha restituito quattordici manufatti in bronzo, quasi tutti integri, tra cui compaiono alcune asce, dei falcetti, un pugnale e due frammenti di panelle, databili al Bronzo recente e rinvenuti a nord di Castelnuovo ne&#8217; Monti, sul Monte Gebolo, che si affaccia sulla valle del Secchia, sul quale si nota una singolare disposizione di massi.</p>
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		<title>Termini Imerese. SiciliAntica denuncia incuria e abbandono di graffiti preistorici</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Apr 2012 12:02:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[degrado e rischi]]></category>
		<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[Borgo Scuro]]></category>
		<category><![CDATA[Paleolitico]]></category>

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		<description><![CDATA[Parte dall’Associazione SiciliAntica la denuncia contro l’incuria e l’abbandono dei graffiti preistorici del riparo di Borgo Scuro, risalenti a 13 mila anni fa, che si trovano nell’interessante riparo di Borgo Scuro, un’area archeologica scoperta nel 1985, dove sono stati individuati frammenti di quarzite e selce con punte a dorso abbattuto, strumenti tipici del Paleolitico finale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-12240" title="borgo-scuro-3" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/04/borgo-scuro-3.jpg" alt="riparo di Borgo Scuro" width="600" height="394" /></p>
<p>Parte dall’Associazione SiciliAntica la denuncia contro l’<strong>incuria </strong>e l’<strong>abbandono </strong>dei<strong> graffiti preistorici </strong>del<strong> </strong><strong>riparo di Borgo Scuro</strong>, risalenti a 13 mila anni fa, che si trovano nell’interessante riparo di Borgo Scuro, un’area archeologica scoperta nel 1985, dove sono stati individuati frammenti di quarzite e selce con punte a dorso abbattuto, strumenti tipici del Paleolitico finale siciliano. Le incisioni lineari, tra le prime scoperte in Europa, sono state individuate dall’esperto di preistoria siciliana Giovanni Mannino che aveva ipotizzato la presenza di ulteriori graffiti lineari o figurati, da confermare con una successiva campagna di scavi.</p>
<p>Ma oggi il sito preistorico si trova in uno stato di totale incuria e di completo abbandono, scrive <strong>Alfonso Lo Cascio</strong>, della Presidenza regionale SiciliAntica, nella lettera inviata alla Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Palermo e al Sindaco del Comune di Termini Imerese. La zona, nascosta tra la vegetazione, è invasa da rifiuti. Sino a poco tempo fa, il sito era addirittura recintato e usato come porcilaia. Una situazione che non fa onore alla prestigiosa grotta paleolitica.</p>
<p>Per questa ragione, l’Associazione chiede il recupero dell’area e la sua tutela poiché il <strong>riparo di Borgo Scuro</strong>, con le sue ancora indecifrabili incisioni lineari, potrebbe essere parte di un percorso turistico attraverso i luoghi della preistoria di Termini Imerese. Il comune, infatti, vanta una grande tradizione negli studi sulla presenza dell’uomo preistorico nel territorio. Il primo ritrovamento preistorico risale al 1871, quando l’erudito sacerdote Carmelo Palumbo individuò un sito dell’Età della pietra. In seguito a questa scoperta, che si inserisce nel grande fermento di scavi che in Europa porta alla nascita della paletnologia moderna, i ritrovamenti si moltiplicarono, aiutando a individuare le numerose vicende culturali che si sono succedute nel territorio, nel corso di una dozzina di millenni.</p>
<p>Sulla base delle indagine sin qui effettuate, si pensa che il territorio termitano sia stato abitato da clan di cacciatori e raccoglitori paleolitici e poi da gruppi umani che hanno percorso tutta la preistoria, come dimostrano i manufatti esposti nei Musei di Termini Imerese e Palermo. La maggior parte dei ritrovamenti furono realizzati nella seconda metà del XIX secolo, per opera del già citato sacerdote Carmelo Palumbo e dal geologo Saverio Ciofalo, entrambi termitani, ai quali si unì in seguito l’erudito Giuseppe Patiri. Senza dimenticare il decisivo apporto fornito da studiosi come Luigi Mauceri, Ettore Gabrici, Jole Bovio Marconi, Paolo Graziosi, Carmela Angela Di Stefano, Giovanni Mannino, Stefano Vassallo, Sebastiano Tusa, e le numerose personalità straniere, come Von Andrian, Schweinfurth, Vaufrey, che all’inizio del XX secolo, richiamati dalle scoperte avvenute, visitarono il territorio.</p>
<p>Circa centoquaranta anni di studi e ricerche hanno portato alla scoperta di caverne e ripari che testimoniano della significativa frequentazione dell’uomo dal paleolitico all’Età del Ferro, a partire dal celebre Riparo del castello, al Riparo di Contrada Franco, alla grotta Geraci, Pileri, Natali, alla grotta Di Novo, Pernice, Navarra e altri ancora.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-12243" title="borgo-scuro-2" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/04/borgo-scuro-2.jpg" alt="riparo di Borgo Scuro" width="494" height="741" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-12241" title="borgo-scuro-1" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/04/borgo-scuro-1.jpg" alt="" width="494" height="741" /></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Eritrea. Scoperto un colossale accumulo di amigdale</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Apr 2012 20:05:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[L’ultima campagna di scavi archeologici nel bacino sedimentario di Buya, in Eritrea, condotta dal gruppo di ricerca internazionale guidato dal paleoantropologo Alfredo Coppa, dell’Università La Sapienza di Roma, si è rivelata sorprendente. I ricercatori hanno scoperto un “santuario delle amigdale” con resti umani e dell’industria litica, databili a circa un milione di anni fa e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-12204" title="santuario delle amigdale" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/04/santuario-delle-amigdale.jpg" alt="santuario delle amigdale" width="600" height="401" /></p>
<p>L’ultima campagna di scavi archeologici nel bacino sedimentario di Buya, in Eritrea, condotta dal gruppo di ricerca internazionale guidato dal paleoantropologo <strong>Alfredo Coppa</strong>, dell’Università La Sapienza di Roma, si è rivelata sorprendente. I ricercatori hanno scoperto un <strong>“santuario delle amigdale”</strong> con resti umani e dell’industria litica, databili a circa un milione di anni fa e sono certi dell’identificazione perché l’area è senza dubbio uno dei luoghi a più elevata concentrazione di manufatti litici di tipo acheuleano di quel periodo.</p>
<p>Gli archeologi si sono trovati di fronte a una spianata di reperti di basalto, selce, scisti e quarzite, ammucchiatisi nei secoli a causa di fenomeni di erosione differenziata e si tratta verosimilmente di depositi del fondo di un canale che, su un’area di quattrocento metri quadrati, vede accumulate centinaia di amigdale che attestano una frequentazione umane prolungata nel tempo.</p>
<p>Il periodo attorno a un milione di anni fa è cruciale per comprendere la storia dell’evoluzione umana, ma fino ad ora sono limitate le testimonianze risalenti a quest’epoca rinvenute in Africa e si attestano principalmente nell&#8217;area di Dancalia, all’imbocco della Rift Valley. L’ultima campagna di scavi sul sito di Mulhuli-Amo ha restituito anche diversi frammenti, quasi certamente riconducibili a un solo cranio che rappresenta il terzo individuo scoperto solamente nel corso dell’ultimo anno e a poche decina di metri dal toro frontale MA 154. Risale, invece, a sedici anni fa, la scoperta del cranio di UA 31, il primo esemplare ritrovato nella zona che suscitò molto scalpore nell&#8217;ambiente scientifico internazionale.</p>
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		<title>Sudafrica. L’uomo scoprì il fuoco oltre un milione di anni fa</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2012 12:39:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Da oggi la quotata domanda “Quando l’uomo ha scoperto il fuoco?” ha una risposta in più, che potrà aiutare a una migliore comprensione delle tappe dell’evoluzione umana. Infatti, un’équipe internazionale di studiosi, diretti da Francesco Berna e afferenti alla Boston University, ha individuato nella grotta di Wonderwerk, in Sudafrica, i resti di un falò, databile [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-12189" title="scoperta-fuoco-uomo-preistorico" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/04/scoperta-fuoco-uomo-preistorico.jpg" alt="Sudafrica. L’uomo scoprì il fuoco oltre un milione di anni fa" width="600" height="415" /></p>
<p>Da oggi la quotata domanda “<strong>Quando l’uomo ha scoperto il fuoco?</strong>” ha una risposta in più, che potrà aiutare a una migliore comprensione delle tappe dell’evoluzione umana. Infatti, un’équipe internazionale di studiosi, diretti da Francesco Berna e afferenti alla Boston University, ha individuato nella grotta di Wonderwerk, in Sudafrica, i resti di un falò, databile a più di un milione di anni fa. Gli archeologi hanno affermato che tra le ceneri sono riconoscibili i resti di ossa di animali erbivori, fatto che lascia intendere che il fuoco sia stato acceso consapevolmente, benché non siano state riscontrate tracce di attività preparatorie. L’uso regolare del fuoco si faceva risalire, fino ad oggi, a circa 400 mila anni fa, anche se diverse scoperte (come la recente in Sudafrica) fanno pensare che alcuni popoli lo utilizzassero già tra i 700 mila e gli 800 mila anni fa.</p>
<p>Il ritrovamento, descritto dettagliatamente dalla rivista “Pnas”, pubblicata dall’Accademia di Scienze Americane, è stato commentato dal direttore degli scavi, Francesco Berna, che ha spiegato la compatibilità delle evidenze con la cottura dei cibi, particolarmente della carne, benché resti da dimostrare con sicurezza che le ossa non fossero gettate nel fuoco dopo il consumo di carne e midollo crudi. A questa linea di ricerca, gli studiosi stanno iniziando a lavorare analizzando le tracce d’uso su strumenti litici e ossa.</p>
<p>Infatti, l’uso del fuoco per cucinare i cibi è ritenuto il punto di svolta che ha spinto l’essere umano ad evolversi più velocemente poiché cuocendo i cibi si consumano meno energie per la digestione e si evitano diverse malattie. Per il team coordinato dall’archeologo italiano, questa costituirebbe la prova che a partire dall’Homo erectus sia stata adottata una dieta a base di cibi cotti e la ricerca proverebbe che l’uomo avesse una certa familiarità con il fuoco già un milione di anni fa. Questa ipotesi si basa su alcune testimonianze archeologiche considerate, però, ambigue poiché provengono da siti all’aria aperta in cui non si può escludere l’azione di incendi naturali. I ritrovamenti nella caverna di Wonderwerk sfatano, invece, molti di questi dubbi.</p>
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		<title>Scozia, Isola di Skye. Scoperto il più antico strumento musicale a corde dell’Europa occidentale</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Apr 2012 10:15:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Lattanzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Un gruppo di archeologi è certo di aver dissotterrato i resti del più antico strumento musicale a corda che sia mai stato ritrovato, fino ad oggi, nell’Europa occidentale. Si tratta di un piccolo pezzo di legno intagliato, purtroppo rotto e bruciato, che è stato ritrovato nel corso di alcuni scavi condotti in una grotta sull’isola [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-12153" title="skye-strumento-musicale-01" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/04/skye-strumento-musicale-01.jpg" alt="Scozia, Isola di Skye. Scoperto il più antico strumento musicale a corde dell’Europa occidentale" width="500" height="281" /></p>
<p>Un gruppo di archeologi è certo di aver dissotterrato i resti del più <strong>antico strumento musicale a corda</strong> che sia mai stato ritrovato, fino ad oggi, nell’Europa occidentale. Si tratta di un piccolo pezzo di legno intagliato, purtroppo rotto e bruciato, che è stato ritrovato nel corso di alcuni scavi condotti in una grotta sull’isola di <strong>Skye</strong>. Secondo gli archeologi sembra proprio che quel pezzettino di legno appartenga al manico di una lira risalente a oltre 2.300 anni fa.</p>
<p>Lo specialista in archeologia musicale Graeme Lawson sostiene che si tratti di una scoperta che porterebbe a un cambiamento epocale nella nostra conoscenza della storia della musica. Il professore di Cambridge, infatti, aggiunge anche che potrebbe portare la storia della musica complessa indietro di oltre un migliaio di anni, nelle epoche più buie della nostra preistoria. La rilevanza della scoperta, inoltre, non abbraccerebbe solo il mondo della musica ma, in modo più specifico, quello delle poesie interpretate come canzoni, perché questo è lo scopo a cui, nella maggior parte dei casi, erano preposti gli strumenti di questo tipo.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-12154" title="skye-strumento-musicale-02" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/04/skye-strumento-musicale-02.jpg" alt="Scozia, Isola di Skye. Scoperto il più antico strumento musicale a corde dell’Europa occidentale" width="304" height="171" /></p>
<p>Le più antiche lire che si conoscano hanno qualcosa come cinquemila anni e sono state ritrovate in quello che oggi è il moderno Iraq, e già questi antichissimi modelli erano di struttura piuttosto complessa e finemente realizzati. In Europa occidentale, però, non si sono trovate molte tracce di strumenti di questo tipo; magari sono state scoperte delle raffigurazioni, ma non dei veri e propri resti come quelli che sono stati ritrovati nella High Pasture Cave, sull’isola di Skye (luogo dove sono stati riportati alla luce anche resti dell’epoca del bronzo e del ferro), e recentemente esposti a Edimburgo.</p>
<p>Lo storico culturale, professor Purser, sostiene che la cosa più eccitante di questo ritrovamento è la conferma di una continuità nella passione per la musica tipica dei Celti occidentali. E gli strumenti musicali, che solitamente erano realizzati in legno, molto difficilmente sopravvivono al passare degli anni e dei secoli, anche se se ne fa riferimento nelle prime letterature e appaiono anche, in diverse forme, in diverse incisioni rupestri in Scozia e in Irlanda, tanto da diventare emblematici per entrambe le culture ed entrambi i paesi.</p>
<p>Il professor Steven Birch, un archeologo che ha collaborato negli scavi, ha dichiarato che le parti più profonde della grotta sono state raggiunte utilizzando una scalinata di pietra. Secondo quanto ha dichiarato, discendere quegli antichi, ripidi e stretti gradini e transitare dalla luce al buio trasporta immediatamente in un mondo completamente differente, dove i sensi umani sono accentuati e dove, per via della conformazione della caverna, il suono rappresenta una delle maggiori componenti di questo mondo diverso, grazie anche al rumore di un torrente sotterraneo che rende l’ambiente calmo e rilassante.</p>
<p>Il dottor Fraser Hunter, il principale curatore delle collezioni romane e dell’età del ferro presso i musei nazionali scozzesi, sostiene che questo frammento di strumento musicale potrebbe, letteralmente, “portare un po’ di musica in un passato silenzioso”. La segretaria degli affari culturali ed esterni Fiona Hyslop ha anche aggiunto che si tratta di una scoperta di incredibile importanza, che dimostra chiaramente come i loro antenati erano soliti utilizzare la musica nei loro rituali religiosi e nella loro vita quotidiana e che Skye era un importante luogo di incontro per diverse generazioni, dove la musica occupava un ruolo di fondamentale importanza sia dal punto di vista delle celebrazioni che dal punto di vista sociale per chi ha vissuto in quel luogo più di duemila anni fa.</p>
<p>Il prezioso frammento di manico di lira è stato recentemente restaurato da un gruppo di archeologi specialisti in restauri di Edimburgo, ed è attualmente conservato insieme ad altri resti ritrovati nella stessa caverna, all’interno un progetto culturale supportato dall’ Highland Council e dall’associazione dei musei storici e nazionali scozzesi.</p>
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		<title>Etiopia, Burtele. Un piede di 3.4 milioni di anni svela un ominide bipede sconosciuto</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Apr 2012 10:08:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Lattanzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Otto frammenti ossei fossili relativi a un piede (destro), rinvenuti in Etiopia in un banco di rocce sedimentarie e che vantano la rispettabile età di oltre 3.4 milioni di anni, dimostrano che gli Australopithecus afarensis, la specie a cui appartiene anche la celebre Lucy, non erano gli unici ominidi che hanno abitato quella regione e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-12149" title="piede-burtele-01" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/04/piede-burtele-01.jpg" alt="Etiopia, Burtele. Un piede di 3.4 milioni di anni svela un ominide bipede sconosciuto" width="600" height="396" /></strong></p>
<p><strong>Otto frammenti ossei fossili</strong> relativi a un <strong>piede</strong> (destro), rinvenuti in Etiopia in un banco di rocce sedimentarie e che vantano la rispettabile età di oltre 3.4 milioni di anni, dimostrano che gli Australopithecus afarensis, la specie a cui appartiene anche la celebre <strong>Lucy</strong>, non erano gli unici ominidi che hanno abitato quella regione e in quell’epoca storica.</p>
<p>Le ossa del piede di <strong>Burtele</strong>, che sono stati presentati a fine aprile 2012 dalla rivista Nature, corrispondono infatti a un ominide che doveva essere in grado di muoversi con grande scioltezza sopra gli alberi ma che era anche capace di camminare in posizione eretta quando scendeva fino al suolo.</p>
<p>Secondo quanto dichiarato nel corso di un’intervista da Yohannes Haile-Selassie, paleontologo presso l’Università Case Western Reserve di Cleveland negli Stati Uniti e primo artefice di questa indagine, si tratterebbe di una scoperta estremamente importante per due ragioni.</p>
<p>Da una parte, infatti, porterebbe informazioni di grande importanza e rilevanza sull’anatomia dei piedi degli antenati degli umani; dall’altro, dimostrerebbe per la prima volta e in maniera inconfutabile che la specie a cui apparteneva Lucy non era da sola, ma conviveva con altre specie di ominidi, questione che è stata l’argomento di interminabili dibattiti scientifici negli ultimi trent’anni.</p>
<p>La scoperta di questo piede, secondo Haile-Selassie, rafforzerebbe quindi l’ipotesi che gli Australopithecus afarensis, che hanno abitato le regioni orientali dell’Africa tre o quattro milioni di anni fa, siano da considerarsi i diretti antenati del genere umano, anche se secondo Salvador Moyà, direttore dell’Istituto catalano di Paleontologia, sussisterebbero ancora molte incognite riguardo alla relazione tra gli australopitechi e gli umani.</p>
<p>Secondo l’ipotesi avanzata da Haile-Selassie, però, i primi esseri umani erano discendenti degli Australopithecus garhi, che molto probabilmente erano capaci di costruire rudimentali utensili in pietra qualcosa come 2.5 milioni di anni fa. E gli Australopithecus garhi, a loro volta, erano discendenti degli afarensis, la specie a cui appartiene Lucy.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-12150" title="piede-burtele-02" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/04/piede-burtele-02.jpg" alt="Etiopia, Burtele. Un piede di 3.4 milioni di anni svela un ominide bipede sconosciuto" width="500" height="330" /></p>
<p>Il piede degli afarensis, ad ogni modo, assomiglia molto di più al nostro piede di quello scoperto poco fa in Etiopia. Gli otto resti fossili presentati dalla rivista Nature mostrano una curiosa combinazione di caratteristiche tipiche dell’adattamento sia alla vita negli alberi che a quella sul terreno. Il primo dito, molto più simile al nostro pollice che al nostro alluce, è infatti arboricolo. Invece di essere allineato alle altre dita, infatti, è in posizione obliqua, cosa che lo rende ideale per afferrare i rami ma non altrettanto per camminare o per correre.</p>
<p>Di contro, le articolazioni tra i metatarsi e le falangi, lì dove le dita si uniscono alla pianta del piede, permettono un’iperflessione: è la stessa posizione che assumiamo noi alla fine di ogni passo o quando ci mettiamo in punta di piedi, ossia quando le dita possono rimanere perpendicolari rispetto alla pianta, con la differenza che noi non possiamo assumerla con le mani a meno che non si presenti una forma di iperlassità. Per questo possiamo affermare che le articolazioni tra i metatarsi e le falangi del piede di Burtele è caratteristica della capacità di camminare in posizione eretta, su due piedi. Secondo Bruce Latimer, coautore della ricerca, si tratta in ogni caso di un piede molto primitivo, che non permetteva la percorrenza di grandi distanze e che faceva sì che i suoi possessori camminassero in un modo che oggi sembrerebbe quantomeno curioso.</p>
<p>Al confronto, Lucy era una vera e propria atleta: le impronte di Laetoli, scoperte in Tanzania nel 1978 e attribuite a tre Australopithecus afarensis, dimostrano infatti che le popolazioni di allora dovevano possedere un piede anatomicamente moderno, molto simile al nostro. Lucy, aveva già l’alluce allineato con le altre quattro dita del piede, un tallone largo e stabile e un ponte ben arcuato per assorbire l’energia di ogni passo o balzo: tutte caratteristiche, queste, che non si incontrano nel piede di Burtele. Secondo Latimer, Lucy era completamente bipede e non saliva più sugli alberi.</p>
<p>Il piede di Burtele è stato dissotterrato in una zona che attualmente è desertificata, ma che qualche milione di anni fa doveva essere ricoperta di una fitta vegetazione di tipo tropicale. Beverly Saylor, coautrice della ricerca e professoressa presso l’Università Case Western Reserve di Cleveland come Haile Selassie e Latimer, aggiunge che le analisi fisiche e chimiche condotte sui sedimenti indicano chiaramente che si trattava di una zona boscosa, umida e attraversata da fiumi e torrenti.</p>
<p>I resti fossili sono stati ritrovati a pochi chilometri da dove è stato dissotterrato lo scheletro di Lucy nel 1974. Dato che le due specie hanno vissuto nella stessa epoca e nella stessa regione, i ricercatori suggeriscono che molto probabilmente hanno occupato nicchie ecologiche ben distinte. Secondo questa interpretazione, l’ominide di Burtele doveva aver vissuto ai margini della selva tropicale e aver sfruttato l’appoggio logistico di alberi e arbusti per muoversi, mentre gli Australopitecus afarensis si erano espansi anche fuori dalla selva grazie all’incredibile prodigio biomeccanico dei loro piedi.</p>
<p>Secondo Haile-Selassie, una scoperta di questo tipo dimostra che la nostra evoluzione non ha seguito un andamento lineare con un unico lignaggio in ogni epoca, ma che si è invece trattato di un processo molto più complesso, con diversi lignaggi che hanno convissuto nella stessa epoca e addirittura nella stessa zona.</p>
<p>Per il momento i ricercatori non hanno attribuito il piede di Burtele a nessuna specie e a nessun genere. Sicuramente si tratta di un reperto troppo antico per appartenere alla specie umana, visto che quello che conosciamo come appartenente al genere “Homo” non fece la sua comparsa se non almeno un milione di anni dopo. E le caratteristiche degli otto fossili sembra facciano escludere che si possa trattare di un australopiteco, neanche se fosse di una specie diversa da quella a cui appartiene Lucy.</p>
<p>La specie a cui sembra più plausibile che appartenga il piede di Burtele è l’Ardipithecus ramidus, un ominide vissuto 4.4 milioni di anni fa, anch’esso scoperto in Etiopia. Gli otto fossili potrebbero quindi appartenere a un ardipiteco discendente del ramido, anche se attualmente non si possiedono sufficienti prove per attribuirlo a un determinato genere o a una determinata specie. Secondo Haile-Selassie, inoltre, non si può neanche sostenere che sia un ardipiteco solo per il fatto di possedere un sistema di locomozione simile; potrebbe infatti essere un altro tipo di ominide che abbia conservato questo adattamento alla locomozione. Adesso non resta che cercare di recuperare altri resti fossili che possano aiutare il mondo scientifico a comprendere in modo più completo approfondito a chi appartengano quei resti.</p>
<p><strong>Didascalie delle foto</strong></p>
<p>1) Due frammenti del metatarsi del quarto dito del piede, che risulta essere troppo lungo per poter afferrare i rami. Museo di Storia Naturale di Clevelan / Yohnnes Haile-Selassie.</p>
<p>2) Gli otto resti fossili del piede di Burtele che sono stati recuperati. Si tratta di un piede destro; il dito pi corto sulla sinistra è l’alluce (un metatarso e una falange), mentre gli altri tre sono il secondo, il terzo e il quarto. Non è rimasto nulla del dito mignolo. Museo di Storia Naturale di Clevelan / Yohnnes Haile-Selassie.</p>
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		<item>
		<title>Nuvolera. Individuato un osservatorio astronomico preistorico?</title>
		<link>http://www.archeorivista.it/0012138_nuvolera-individuato-un-osservatorio-astronomico-preistorico/</link>
		<comments>http://www.archeorivista.it/0012138_nuvolera-individuato-un-osservatorio-astronomico-preistorico/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 30 Mar 2012 17:06:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Todisco</dc:creator>
				<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Armando Bellelli sulle pietre del Sercol di Nuvolera La scoperta relativamente recente, opera di Armando Bellelli (ricercatore storico locale), Marco Bertagna e Alberto Pozzi, sta suscitando l’interesse di curiosi, studiosi locali e non solo. Nuvolera, in provincia di Brescia, è un piccolo comune ai piedi del monte Cavallo, un’altura di 420 metri s.l.m., sede si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><em><img class="alignnone size-full wp-image-12139" title="Armando Bellelli sulle pietre del Sercol di Nuvolera" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/03/Armando-Bellelli-sulle-pietre-del-Sercol-di-Nuvolera.jpg" alt="Armando Bellelli sulle pietre del Sercol di Nuvolera" width="600" height="513" /></em><br />
<em>Armando Bellelli sulle pietre del Sercol di Nuvolera</em></p>
<p align="JUSTIFY">La scoperta relativamente recente, opera di <strong>Armando Bellelli</strong> (ricercatore storico locale), <strong>Marco Bertagna</strong> e <strong>Alberto Pozzi</strong>, sta suscitando l’interesse di curiosi, studiosi locali e non solo.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Nuvolera</strong>, in provincia di <strong>Brescia</strong>, è un piccolo comune ai piedi del <strong>monte Cavallo</strong>, un’altura di 420 metri s.l.m., sede si un misterioso cerchio di pietre del diametro di circa 42 metri che ricorda i perimetri dei castellieri alpini protostorici ma che per le sue ridotte dimensioni potrebbe essere annoverato tra gli osservatori archeo-astronomici realizzati e utilizzati dalle antiche popolazioni gardesane.</p>
<p align="JUSTIFY">Il “<strong>Sercol</strong>” di Nuvolera, così è detto il cerchio di pietre, è visibile anche dalle fotografie satellitari.</p>
<p align="JUSTIFY"><em><img class="alignnone size-full wp-image-12140" title="Sercol a Nuvolera" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/03/Sercol-a-Nuvolera.jpg" alt="Sercol a Nuvolera" width="600" height="432" /></em><br />
<em> Sercol a Nuvolera da satellite (ingrandito, sotto)</em></p>
<p align="JUSTIFY"><img class="alignnone size-full wp-image-12141" title="sercol particolare" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/03/sercol-particolare.jpg" alt="sercol particolare" width="600" height="500" /></p>
<p align="JUSTIFY">Sulla base di leggende, vive nella memoria degli abitanti, i quali spesso hanno evitato di frequentare il luogo per timore nei confronti dell’aura di misticismo e di esoterismo che questa collina riverbera, i tre appassionati hanno individuato la presenza di qualche selce (forse mesolitica) e di alcune pietre forse lavorate dall’uomo tra cui l’<em>omphalos</em>, la pietra centrale, recante una coppella e fessura naturale plausibilmente lavorata dall’uomo e orientata verso ovest, molto simile alla runa Algiz, un’asta verticale da cui si diramano due segmenti laterali inclinati.</p>
<p align="JUSTIFY">L’opera muraria è stata realizzata all’interno di su un fossato circolare; al momento della riscoperta era circondata di rovi ed erbacce.</p>
<p align="JUSTIFY"><em><img class="alignnone size-full wp-image-12142" title="cerchio pietre a como2 - da archeoblog.net" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/03/cerchio-pietre-a-como2-da-archeoblog.net_.jpg" alt="cerchio pietre a como" width="600" height="400" /></em><br />
<em> Cerchio pietre a Como &#8211; da archeoblog.net</em></p>
<p align="JUSTIFY">Gli appassionati di storia locale e i ricercatori del gruppo speleologico TESES cercheranno di comprendere meglio la funzione del luogo su cui si vocifera che ancora oggi si presti ad essere un santuario neopagano.</p>
<p align="JUSTIFY">La più eclatante scoperta in ambito archeo-astronomico avvenne nel 2007 a San Fermo della Battaglia (Co): si trattò del grande complesso di VI-V secolo a.C., forse con funzione rituale, composto da due anelli di pietre a secco di cui quello maggiore misurava ben 70 metri di diametro.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Nota:</strong> Si ringrazia il sig. Bellelli per la cortesia delle immagini senza indicazione della fonte</p>
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		<title>Cina, Maludong. Scoperti fossili di una specie sconosciuta di ominidi?</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Mar 2012 14:35:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Lattanzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Uno dei crani da Maludong I resti di quella che potrebbe essere una specie umana finora sconosciuta sono stati ritrovati e identificati in una regione del sud della Cina. Le ossa, che appartengono per lo meno a cinque individui, secondo la datazione risalirebbero a un periodo compreso tra gli 11.500 e i 14.500 anni fa. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-12077" title="cranio-cina" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/03/cranio-cina.jpg" alt="Cina, Maludong. Scoperti fossili di una specie sconosciuta di ominidi" width="304" height="405" /></em><br />
<em> Uno dei crani da Maludong</em></p>
<p>I resti di quella che potrebbe essere una specie umana finora sconosciuta sono stati ritrovati e identificati in una regione del sud della Cina. Le ossa, che appartengono per lo meno a cinque individui, secondo la datazione risalirebbero a un periodo compreso tra gli 11.500 e i 14.500 anni fa. Per il momento, gli studiosi e gli archeologi li chiamano semplicemente la “<strong>Gente della Caverna del Cervo Rosso</strong>”, per via del nome popolare dato al luogo dove sono stati dissotterrati.</p>
<p>Il gruppo di archeologi responsabili della scoperta ha dichiarato alla rivista PLoS One che serviranno analisi molto più approfondite e dettagliate dei fossili prima di poter affermare con certezza che si tratti di un nuovo lignaggio umano. A questo proposito uno dei leader del team, il professor Darren Curnoe dell’Università di New South Wales, in Australia, ha dichiarato che è necessaria molta cautela prima di poterli classificare in modo definitivo e inequivocabile.</p>
<p>Secondo quanto lo studioso ha dichiarato alla BBC News, infatti, una delle ragioni di tutta questa cautela è data dal fatto che, alquanto incredibilmente, nella scienza dell’evoluzione umana, o paleoantropologia, attualmente non esiste una definizione biologica universalmente condivisa della nostra stessa specie (Homo Sapiens), quindi si tratta di un’area tuttora ancora ricca di contenziosi.</p>
<p>Parecchi di questi resti sono rimasti nelle collezioni archeologiche cinesi per molto tempo, e solo recentemente sono state oggetto di indagini più approfondite. I resti di alcune degli individui dissotterrati provengono da <strong>Maludong</strong> (o Caverna del Cervo Rosso), vicino alla città di <strong>Mengzi</strong>, nella provincia di Yunnan. Un ulteriore scheletro è stato scoperto a Longlin, nella vicina provincia di Guangxi.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-12078" title="Maludong" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/03/Maludong.jpg" alt="Cina, Maludong. Scoperti fossili di una specie sconosciuta di ominidi" width="304" height="171" /></em><br />
<em>Gli scavi nella grotta di Maludong </em></p>
<p>I crani e i denti degli individui ritrovati nelle due diverse località sono molto simili tra di loro, cosa che fa suggerire che siano appartenuti alla stessa popolazione. Ma le loro caratteristiche generali sono molti diverse da quelle che potrebbero essere definite come “pienamente umane”; la gente della Caverna del Cervo Rosso, infatti, è caratterizzata da un mix di caratteristiche arcaiche e moderne. In linea generale, infatti, queste persone avevano basi craniche arrotondate con arcate soppracciliari piuttosto prominenti, e i crani sono caratterizzati da un’ossatura piuttosto spessa: i volti, inoltre, erano corti e piatti e quasi nascosti dalla grossa fronte, e avevano nasi molto larghi. Le mascelle sporgevano in avanti ma mancava loro un mento come quello che caratterizza l’uomo moderno. Delle TAC realizzate alle cavità craniche indicano che queste persone dovevano avere dei lobi frontali di aspetto abbastanza moderno ma dei lobi anteriori o parietali abbastanza arcaici. Avevano, infine, dei denti molari di dimensioni considerevoli.</p>
<p>Il professor Curnoe e i suoi colleghi hanno prospettato alla rivista PLoS One due possibili scenari riguardo all’origine della Gente della Caverna del Cervo Rosso. Una sostiene che queste persone rappresenterebbero una prima migrazione di un Homo Sapiens dall’aspetto piuttosto primitivo che si è sviluppato in modo indipendente dalle altre specie sviluppatesi in Asia, prima di estinguersi. Un’altra possibilità, invece, ipotizza che sarebbe veramente potuta esistere una specie distinta di Homo Sapiens che si è sviluppata in Asia e che ha vissuto parallelamente alla nostra specie fino ad un’epoca relativamente recente. Un terzo scenario, proposto da scienziati non connessi alla ricerca in corso, suggeriscono che la Gente della Caverna del Cervo Rosso potrebbe essere stata una popolazione ibrida.</p>
<p>Secondo quanto affermato dalla dottoressa Isabelle De Groote, paleoantropologa presso il museo di storia naturale di Londra, è possibile che queste persone fossero umani moderni che si sono mischiati con una specie di umani più arcaici. Un’altra opzione è che questa specie si sia evoluta con tratti e caratteristiche più primitive per via di una deviazione genetica o a causa dell’isolamento, o ancora in risposta a una pressione ambientale, ad esempio la situazione climatica. Anche il professor Curnoe sostiene che si tratti di ipotesi altrettanto valide.</p>
<p>Attualmente si sta cercando di estrarre dei campioni di DNA dai  resti, che potrebbero restituire informazioni rispetto all’incrocio tra specie diverse, esattamente com’è successo durante lo studio di altre specie umane, ad esempio gli uomini di Neanderthal e un enigmatico gruppo di persone proveniente dalla Siberia e conosciuti come Denisovans.</p>
<p>Indipendentemente da quale sia la loro posizione esatta nell’albero genealogico dell’Homo Sapiens, la Gente della Caverna del Cervo Rosso rappresenta una scoperta davvero importante anche solo per la scarsità di esemplari correttamente datati e correttamente descritti provenienti da questa parte del mondo. E il loro ritrovamento offre un grandissimo contributo all’affascinante e sempre più complessa storia delle migrazioni e dello sviluppo umani.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-12079" title="Darren-Curnoe-Ji Xueping-cranio-Longlin" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/03/Darren-Curnoe-Ji-Xueping-cranio-Longlin.jpg" alt="Darren Curnoe e Ji Xueping con il cranioda Longlin" width="304" height="220" /></em><br />
<em> Darren Curnoe e Ji Xueping con il cranio da Longlin</em></p>
<p>Il professor Cunroe ha affermato che la Gente della Caverna del Cervo Rosso ha abitato la Cina in un’epoca davvero interessante, ossia durante quella che viene chiamata era epipaleolitica o fine dell’età della Pietra. Non lontano da Longlin esistono dei siti archeologici molto famosi dove sono stati rinvenuti alcuni dei più antichi reperti risalenti all’epipaleolitico in Asia. Le persone dell’epoca avevano un aspetto abbastanza moderno e stavano già iniziando a realizzare opere e manufatti in ceramica per la conservazione degli alimenti. E avevano già imparato a raccogliere riso selvatico dalle terre che li circondavano. Questo fa pensare a un periodo di transizione dal periodo della raccolta a quello dell’agricoltura.</p>
<p>Ancora non è chiaro come la Gente delle Caverna del Cervo Rosso si posizioni in questo scenario, anche se il team di ricerca ha promesso che saranno svolte ulteriori e approfondite indagini anche su alcuni utensili in pietra e manufatti di carattere culturale e artistico rinvenuti nel corso di scavi condotti nelle vicinanze.</p>
<p>A capo del progetto, insieme al professor Curnoe, c’è anche il professor Ji Xueping dello Yunnan Institute of Cultural Relics and Archaeology.</p>
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		<title>Dos de la Forca (Bz). Arrivano i primi risultati del progetto di ricerca</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Mar 2012 09:51:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[convegni]]></category>
		<category><![CDATA[preistoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Martedì 13 marzo 2012, presso il Museo Archeologico di Bolzano, con la conferenza “10.000 anni fa nella Valle dell’Adige&#8230;” sono stati illustrati i primi risultati del progetto di ricerca promosso dal museo nel sito mesolitico del Dos de la Forca, vicino a Salorno. L’archeologa Ursula Wierer e altri cinque ricercatori hanno presentato la grande quantità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-12032" title="dos de la forca" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/03/dos-de-la-forca.jpg" alt="Dos de la Forca, vicino a Salorno" width="600" height="382" /></p>
<p>Martedì 13 marzo 2012, presso il Museo Archeologico di Bolzano, con la conferenza “10.000 anni fa nella Valle dell’Adige&#8230;” sono stati illustrati i primi risultati del progetto di ricerca promosso dal museo nel sito mesolitico del <strong>Dos de la Forca</strong>, vicino a <strong>Salorno</strong>.</p>
<p>L’archeologa Ursula Wierer e altri cinque ricercatori hanno presentato la grande quantità di reperti ricollegabili ad un insediamento usato nel Mesolitico per circa mille anni, fra l’8400 e il 7500 avanti Cristo. Scoperto quindici anni fa, l’accampamento era situato vicino alle zone umide dell’Adige e fungeva da campo base per la caccia e per la pesca. Infatti, al suo interno sono stati individuate ossa di prede venatorie quali lucci, molluschi e tartarughe, mammiferi come castori e cinghiali, e schegge di arnesi in selce che hanno permesso di capire meglio come vivevano i nostri predecessori.</p>
<p>Il complesso progetto, dedicato dal Museo Archeologico dell’Alto Adige al sito mesolitico, si chiama “Vivere vicino all’acqua. Risorse, tecnologia e mobilità nel Mesolitico. Il caso studio del sito Dos de la Forca di Salorno (Alto Adige)”. Proprio l’esame sui numerosi reperti, eseguito coniugando l’archeologia alle scienze naturali, consentirà di ricostruire – questo l’obiettivo del progetto – la vita degli abitati mesolitici, situati presso zone umide. A tale fine è stato formata un’équipe interdisciplinare di cinque specialisti (Stefano Bertola, Simona Arrighi, Lorenzo Betti, Monica Gala e Jacopo Crezzini), diretta dalla studiosa Ursula Wierer.</p>
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		<title>Novafeltria. Importante scoperta paleontologica</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Mar 2012 13:24:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca & studi]]></category>
		<category><![CDATA[Mesozoico]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel settembre 2010 Paolo Giordani, cercatore di minerali, individuò casualmente a Novafeltria, presso la Cava di Monte Ceti, un cranio fossile appartenente a un vertebrato di grosse dimensioni, vissuto nel Mesozoico, epoca per la quale l’Appenino settentrionale non aveva ancora restituito testimonianze archeologiche. Grazie alla mediazione del professor Loris Bagli, l’antichissimo e eccezionale ritrovamento fu [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11929" title="novafeltria" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/03/novafeltria.jpg" alt="" width="500" height="303" /></p>
<p>Nel settembre 2010 Paolo Giordani, cercatore di minerali, individuò casualmente a Novafeltria, presso la Cava di Monte Ceti, <strong>un cranio fossile</strong> appartenente a un vertebrato di grosse dimensioni, vissuto nel <strong>Mesozoico</strong>, epoca per la quale l’Appenino settentrionale non aveva ancora restituito testimonianze archeologiche. Grazie alla mediazione del professor Loris Bagli, l’antichissimo e eccezionale ritrovamento fu immediatamente sottoposto all’attenzione di Maria Luisa Stoppioni, responsabile del Museo della Regina di Cattolica, che segnalò la scoperta alla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell&#8217;Emilia-Romagna. I problemi erano due: stabilire a quale animale e era geologica appartenesse il reperto, e assicurarsi che fosse conservato in maniera ottimale, definendo il luogo ideale e il tipo di restauro necessario.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-11930" title="paolo-giordani" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/03/paolo-giordani.jpg" alt="Paolo Giordani" width="600" height="377" /></em><br />
<em>Paolo Giordani in una foto da &#8220;Il Resto del Carlino&#8221;</em></p>
<p>Paragonato alle numerose testimonianze paleontologiche rinvenute nella stessa zona e in diverse aree della Val Marecchia, il cranio di Novafeltria si è subito rivelato molto più antico. I test preliminari condotti in un primo momento da Benedetto Sala dell’Università degli Studi di Ferrara e in seguito dagli esperti in vertebrati fossili del Mesozoico del Museo Capellini di Bologna, hanno comprovato che le rocce argillose grazie alle quali il fossile si è preservato fino ad oggi risalgono ad un’epoca compresa tra i novanta e i sessantacinque milioni di anni fa. Altri particolari unici del fossile hanno fornito aggiuntive informazioni che si sono rivelate fondamentali all’identificazione: la massa del cranio, la lunghezza dei denti (fino a 15 centimetri) e l’incredibile robustezza delle mandibole indicano che si tratta di un grande predatore, quasi sicuramente un rettile, che abitava nel vasto mare che anticamente separava l’Europa dall’Africa.</p>
<p>Grazie all’equipe coordinata dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell&#8217;Emilia-Romagna, alla quale collaborano l&#8217;Università degli Studi di Bologna, i Comuni di Cattolica e di Novafeltria, e la Provincia di Rimini, la fortunata scoperta avrà un futuro. Dell’analisi e il restauro di questo unico reperto, che sicuramente fornirà nuovi dettagli sul Mesozoico, si occuperà il paleontologo Federico Fanti, che ha già condotto parecchie campagne di scavo e ricerche sui dinosauri. Per motivi logistici, il reperto fossile verrà momentaneamente spostato a Bologna, dove sarà preparato ed esaminato. Al termine delle ricerche, e una volta identificato questo grande predatore, il cranio diventerà un&#8217;attrazione importantissima e parteciperà numerose mostre itineranti sul territorio regionale.</p>
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		<title>Sud Africa. Scoperto frammento di pietra con incisioni colorate di 100.000 anni fa</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Mar 2012 13:08:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Lattanzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Un piccolo frammento di pietra colorata, che riporta una sequenza di incisioni lineari, potrebbe rappresentare il reperto scritto più antico del mondo. Il reperto, che sarà ampiamente descritto nell&#8217;edizione Aprile 2012 dell’autorevole Journal of Archaeology, vanta qualcosa come 100.000 anni di anzianità e potrebbe essere anche l’oggetto di arte astratta più antico del mondo.  Il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11918" title="Sud Africa. Scoperto frammento di pietra con incisioni colorate di 100.000 anni fa. " src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/03/plaqueta-de-piedra-coloreada-con-ocre-e-incisiones.jpg" alt="Sud Africa. Scoperto frammento di pietra con incisioni colorate di 100.000 anni fa. " width="600" height="454" /></p>
<p>Un piccolo frammento di pietra colorata, che riporta una sequenza di incisioni lineari, potrebbe rappresentare il reperto scritto più antico del mondo. Il reperto, che sarà ampiamente descritto nell&#8217;edizione Aprile 2012 dell’autorevole Journal of Archaeology, vanta qualcosa come 100.000 anni di anzianità e potrebbe essere anche l’oggetto di arte astratta più antico del mondo.  Il prezioso frammento è stato recuperato nella Grotta del fiume Klasies, nella provincia orientale del Capo, in Sud Africa.</p>
<p>Secondo quanto dichiarato da Riaan F. Rifikin, uno dei direttori del team di archeologi che ha compiuto il ritrovamento e professore presso l’Istituto dell’Evoluzione Umana dell’Università di Witwatersrand (Sud Africa), alcuni resti umani ritrovati nei paraggi indicano senza alcun dubbio che la pietra è stata realizzata dall’Homo Sapiens.</p>
<p>Rifkin e i suoi colleghi, Francesco d’Errico e Renata García Moreno, hanno effettuato approfondite analisi non invasive sull’oggetto, utilizzando tecnologie come la fluorescenza a raggi X e analisi microscopiche, che hanno permesso agli studiosi di esaminare ogni minimo dettaglio della pietra colorata con ocra, che sembra essere un frammento di una pietra di dimensioni maggiori.</p>
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