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	<title>ArcheoRivista - rivista di archeologia &#187; preistoria</title>
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		<title>Rignano Garganico. Tentato furto nella Grotta Paglicci, a rischio crollo</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 13:22:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[degrado e rischi]]></category>
		<category><![CDATA[preistoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Il sito paleolitico di Grotta Paglicci, a Rignano Garganico (Fg), è stato vittima di un tentativo di furto con scasso. Dalla segnalazione presentata ai Carabinieri, alla Soprintendenza Archeologica della Puglia e al Comune da un’associazione locale si evince che nel corso di una visita di perlustrazione della zona attorno al sito preistorico, tre appassionati di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11706" title="furto-grotta-paglicci" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/furto-grotta-paglicci.jpg" alt="" width="600" height="486" /></p>
<p>Il sito paleolitico di <strong>Grotta Paglicci</strong>, a <strong>Rignano Garganico</strong> (Fg), è stato vittima di un tentativo di furto con scasso. Dalla segnalazione presentata ai Carabinieri, alla Soprintendenza Archeologica della Puglia e al Comune da un’associazione locale si evince che nel corso di una visita di perlustrazione della zona attorno al sito preistorico, tre appassionati di archeologia abbiano rilevato un buco nella parete in cemento armato che salvaguarda l’entrata all’area degli scavi. Per fortuna, le massicce strutture di ferro hanno impedito ai tombaroli di proseguire.</p>
<p>Grazie al recente interessamento del <strong>Centro Studi Paglicci</strong> era stato lanciato un allarme a livello nazionale attraverso il Tg3 e il Tg2 sulla condizione di degrado e di abbandono della grotta preistorica, che come tutti sappiamo, ha restituito negli ultimi quarant’anni oltre quarantacinquemila testimonianze paleolitiche, databili in un periodo di tempo che oscilla tra i cinquecentomila e gli undicimila anni fa. I servizi andati in onda sulle due reti nazionali segnalavano proprio la necessità di mettere in sicurezza un simile tesoro, lamentando i ripetuti furti e i crolli di una larga area della caverna.</p>
<p>L’assoluta indifferenza delle istituzioni locali, regionali e nazionali, nei confronti di una testimonianza di importanza internazionale, è evidenziata anche dagli estensori della denuncia, spedita anche al Comando Carabinieri TPC di Roma. Ci si lamenta, soprattutto, del governo comunale che non avrebbe mosso un dito per risolvere la questione esproprio e tentare di venire in possesso della zona per occuparsi della sua ristrutturazione e della sua tutela.</p>
<p>A causa delle pericolose condizioni in cui verte la grotta, anche gli scavi sono stati interrotti e gli archeologi dell’Università di Siena si sono trovati impossibilitati a continuare il proprio lavoro di ricerca. La Pubblica Amministrazione ha comunicato che invierà i proprio operatori per tappare il foro, ma sarebbe necessario programmare un sopralluogo per appurare l’eventuale intrusione dei ladri, che potrebbero aver danneggiato irreparabilmente questo bene dal valore immane.</p>
<p><strong>Informazioni</strong></p>
<p><a href="http://www.paglicci.net" target="_blank">www.paglicci.net</a></p>
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		<title>Siberia, Altai. Scoperto il cane addomesticato più antico</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 13:18:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Il ritrovamento del cranio di un cane risalente a circa 33.000 anni fa, avvenuto in una caverna situata nelle montagne dell’Altai, in Siberia, è la chiara e più antica evidenza di un’antica pratica di addomesticamento degli animali da parte dell&#8217;uomo, in questo caso dei cani. Insieme a quelli ritrovati in precedenza in una caverna in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11661" title="cane-domestico-altai-2" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/cane-domestico-altai-2.jpg" alt="Siberia. Scoperto il cane addomesticato più antico" width="600" height="200" /></p>
<p>Il ritrovamento del <strong>cranio</strong> di un <strong>cane</strong> risalente a circa<strong> 33.000 anni fa</strong>, avvenuto in una caverna situata nelle montagne dell’Altai, in <strong>Siberia</strong>, è la chiara e più antica evidenza di un’antica pratica di addomesticamento degli animali da parte dell&#8217;uomo, in questo caso dei cani.</p>
<p>Insieme a quelli ritrovati in precedenza in una caverna in Belgio, questi resti indicano chiaramente che l’addomesticamento dei cani è stata una pratica avviatasi autonomamente in diverse zone geografiche e che ha avuto luogo non nello stesso momento storico, ma in diverse fasi. Questo vuol dire che i migliori amici degli uomini possono avere origini da antenati diversi, contrariamente a quello che invece sostengono le verifiche del DNA fatte sino a oggi.</p>
<p>Secondo quanto affermato da un team di ricercatori dell’Università dell’Arizona, entrambi i cani, ossia quello siberiano e quello belga, sono stati identificati come specie addomesticate in base alle loro caratteristiche morfologiche. Questa affermazione si basa sul fatto che i lupi hanno il muso lungo e sottile, con i denti non ravvicinati, mentre il processo di addomesticazione ha portato (con il passare del tempo) all’accorciamento del muso, all’ampliamento della mandibola e all’avvicinamento dei denti.</p>
<p>Tra l’altro, il cranio ritrovato nelle montagne della Siberia è straordinariamente ben conservato, cosa che ha permesso agli archeologi di poter effettuare delle misurazioni molto accurate e da diverse angolazioni del cranio, dei denti e della mandibola.</p>
<p>I ricercatori, che hanno utilizzato l’acceleratore dell’Università dell’Arizona per poter arrivare a una datazione precisa del cranio ritrovato in Siberia, hanno anche aggiunto che ci sono prove sufficienti del fatto che si tratti di un animale domestico, anche se la cosa più curiosa è che non sembra essere un possibile antenato dei cani contemporanei.</p>
<p>I resti di questo animale sono stati ubicati, cronologicamente parlando, poco prima dell’ultima glaciazione, ossia quindi tra 26.000 e 19.000 anni fa, quando le distese di ghiaccio avevano raggiunto la loro massima estensione e avevano modificato in modo estremamente drammatico la vita degli esseri umani e degli animali. E sembra che né il lignaggio del cane belga né quello del cane siberiano siano riusciti a sopravvivere a un’era tanto spietata dal punto di vista della qualità della vita.</p>
<p>Senza dubbio, i due crani indicano chiaramente che l’addomesticamento dei cani da parte degli esseri umani è una pratica che si è verificata in diverse occasione nel corso della storia, e in diverse località geografiche: questa affermazione potrebbe voler dire che i cani del giorno d’oggi potrebbero avere diversi avi diversi invece che un unico antenato comune come si ipotizza da più parti.</p>
<p>Secondo i ricercatori, il fatto più interessante è che solitamente, ed erroneamente, si tende a pensare che l’addomesticamento nei tempi antichi sia stato circoscritto ad animali che, come mucche, pecore e capre, avessero qualche utilità come fonti di cibo o di pelliccia da utilizzare per gli indumenti. I cani, invece, sono stati addomesticati non perché fossero in grado di diventare fornitori di un qualche tipo di “prodotto”, ma come animali da compagnia, di aiuto nella caccia e, non per ultimo, per la maggiore protezione indivuduale in un periodo in cui la vita certo non doveva essere facile. E sono stati addomesticati prima di qualsiasi altro animale simile.</p>
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		<title>Poggiomarino (Na). Lo scavo del villaggio di Longola verrà ricoperto</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 13:02:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[scavi]]></category>

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		<description><![CDATA[La Soprintendenza per i Beni archeologici di Napoli e Pompei ha annunciato in una nota, seguita alla conferenza appena svoltasi a Poggiomarino, in provincia di Napoli, la conclusione nel mese di dicembre 2011 degli scavi archeologici avviati in località Longola, nell’ambito di un Progetto che si propone di risistemare la zona circostante, attraverso la realizzazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11602" title="Longola" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/Longola.jpg" alt="Poggiomarino (Na). Lo scavo del villaggio di Longola verrà ricoperto " width="600" height="364" /></p>
<p>La Soprintendenza per i Beni archeologici di Napoli e Pompei ha annunciato in una nota, seguita alla conferenza appena svoltasi a <strong>Poggiomarino</strong>, in provincia di Napoli, la conclusione nel mese di dicembre 2011 degli scavi archeologici avviati in località <strong>Longola</strong>, nell’ambito di un Progetto che si propone di risistemare la zona circostante, attraverso la realizzazione di depositi archeologici e di attività di valorizzazione. Nel sito di Longola sono emersi i resti di un insediamento databile all’età del Bronzo, che si estende per oltre sette ettari e conservatori sotto a una falda d’acqua a quattro metri di profondità.</p>
<p>Le singolari caratteristiche dell’insediamento protostorico, costituito da costruzioni in legno di facile deperibilità, nonché il livello della falda, che necessita un continuo utilizzo di pompe idrauliche che consentano le operazione, sono alla base della decisione di ricoprire la zona scavata. Tale opzioni è, momentaneamente, la sola che può assicurare la tutela delle importanti testimonianze archeologiche.</p>
<p>Questa scelta non comprometterà in alcun modo la valorizzazione dell’area, della quale, per ora, gli scavi hanno esplorato solo una piccola porzione. La Soprintendenza ha confermato il proprio impegno per il futuro, in stretta collaborazione co n l’Amministrazione locale e la Regione, a mettere in opera quanto dovuto per costruire un percorso di valorizzazione che miri alla realizzazione di un Parco di archeologia sperimentale.</p>
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		<title>Francia. Importante scoperta archeologica in una grotta sui Pirenei</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Jan 2012 13:39:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli ultimi ritrovamenti effettuati all’interno dell’antro di Mas d’Asil, situata nella parte francese dei Pirenei, hanno sovreccitato il mondo scientifico. Da alcune settimane, un’équipe di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Ricerca Archeologica Preventiva sta lavorando agli scavi preventivi del progetto di rivalutazione di questa grotta, classificata come zona protetta. Al principio del mese di dicembre 2011, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11564" title="Mas-d-Asil-2" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/Mas-d-Asil-2.jpg" alt="" width="400" height="525" /></p>
<p>Gli ultimi ritrovamenti effettuati all’interno dell’antro di <strong>Mas d’Asil</strong>, situata nella parte francese dei Pirenei, hanno sovreccitato il mondo scientifico. Da alcune settimane, un’équipe di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Ricerca Archeologica Preventiva sta lavorando agli scavi preventivi del progetto di rivalutazione di questa grotta, classificata come zona protetta. Al principio del mese di dicembre 2011, gli archeologi hanno identificato uno strato archeologico tralasciato dalle indagini del diciannovesimo secolo, dal quale hanno estratto numerosi reperti archeologici, come selci, ossa, etc.</p>
<p>Questo ritrovamento insperato ha permesso di datare il sito tra i trentacinque mila e i dodici mila anni avanti Cristo e di contestualizzare i reperti d’arte mobiliari e gli altri materiali emersi agli inizi del ventesimo secolo. Il contesto ambientale, invece, si potrà ricostruire grazie alla grande sequenza stratigrafica, spessa fino a sette metri, che renderà la caverna una zona archeologicamente viva. L’obiettivo è quello di formare un ottimo team di ricerca e di reperire partner che sovvenzionino un programma scientifico integrativo allo scopo di rilanciare l’interesse archeologico e turistico del sito.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11565" title="Mas-d-Asil" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/Mas-d-Asil.jpg" alt="" width="600" height="436" /></p>
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		<title>Giordania. Foto aeree scoprono una nuova “Nazca” in Medio Oriente</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Jan 2012 11:01:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Si estendono in territorio giordano dalla Siria all’Arabia Saudita, possono essere viste dall’alto ma non dalla terra e sono sconosciute alla maggior parte delle persone. Sono la versione mediorientale delle Linee di Nazca (dei geroglifici o disegni antichissimi che si estendono nei deserti della parte più meridionale del Perù) e oggi, grazie alle più sofisticate [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="LEFT"><img class="alignnone size-full wp-image-11532" title="circoli-Azraq03" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/circoli-Azraq03.jpg" alt="" width="600" height="399" /></p>
<p align="LEFT">Si estendono in territorio <strong>giordano</strong> dalla Siria all’Arabia Saudita, possono essere viste dall’alto ma non dalla terra e sono sconosciute alla maggior parte delle persone. Sono la versione mediorientale delle Linee di Nazca (dei geroglifici o disegni antichissimi che si estendono nei deserti della parte più meridionale del Perù) e oggi, grazie alle più sofisticate tecnologie e alle mappature satellitari e a uno speciale programma di fotografia aerea in Giordania, gli studiosi stanno approfondendo la conoscenza del loro mistero. E sono tante, oltre duemila.</p>
<p align="LEFT">Gli archeologi ne parlano come di ‘<strong>ruote’</strong>, e si tratta di massi di pietra con un’ampia varietà di disegni e raffigurazioni, tutti accomunati dal possedere una specie di forma tonda con dei raggi che partono dal suo centro. Gli studiosi credono che possano essere fatti risalire all’antichità, per lo meno a duemila anni fa. Nella maggior parte dei casi si trovano nelle distese di lava e hanno estensioni che vanno dai 25 ai 70 metri circa di ampiezza. Secondo David Kennedy, professore di materie classiche e di storia antica presso la University of Western Australia, solo in Giordania esistono strutture di questo tipo costruite in pietra che sono molto più numerose delle Linee di Nazca, che si estendo in aree ben più ampie e che tra le altre cose sono anche molto più antiche.</p>
<p align="LEFT">I recenti studi di Kennedy, che saranno pubblicati nella prossima uscita dell’autorevole rivista Journal of Archaeological Science, rivelano che queste ruote sono solo una parte di tutta una serie di disegni in pietra, che comprendono anche aquiloni (strutture in pietra utilizzate per incanalare e poi uccidere gli animali), ciondoli (pietre antropomorfe allineate che partono da luoghi sepolcrali) e mura, strutture misteriose che attraversano tutto il panorama per centinaia di metri e che sembrano non avere alcuno scopo pratico.</p>
<p align="LEFT">Le ricerche del suo team fanno parte di un progetto aereo a lungo termine che nasce per individuare siti archeologici in tutta la Giordania. Al momento, Kennedy e i membri del suo staff sono perplessi riguardo al significato delle strutture, a cosa possa essere servite e a quale sia il loro significato.</p>
<p align="LEFT"><em><img class="alignnone size-full wp-image-11533" title="foto1-aquilone" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/foto1-aquilone.jpg" alt="" width="600" height="398" /></em><br />
<em>Un aquilone</em></p>
<p align="LEFT"><em><strong>Strutture affascinanti</strong></em></p>
<p align="LEFT">La specializzazione principale di Kennedy è l’archeologia romana, ma è rimasto molto colpito da queste strutture quando, ancora studente, aveva letto i racconti di alcuni piloti della Royal Air Force che le avevano sorvolate intorno agli anni Venti lungo le rotte postali attraverso la Giordania. Secondo Kennedy, non è possibile non rimanere affascinati da una scoperta come questa.</p>
<p align="LEFT">Nel 1927, infatti, il tenente della RAF Percy Maitland aveva pubblicato un articolo riguardo a queste rovine sulla rivista Antiquity, riportando che le aveva sorvolate in un’area lavica e che, insieme ad altre strutture di pietra, erano chiamate dai beduini ‘opere degli uomini antichi’.</p>
<p align="LEFT">Kennedy e il suo team stanno studiando queste strutture utilizzano una serie di fotografie aeree e il programma Google Earth, visto che da terra non era possibile riconoscere la forma delle ruote. A volte sul sito si riesce a distinguere alcune delle forme, ma non è facile come quando le si guarda da un centinaio di metri di altezza: a quella distanza le figure prendono forma molto più nitidamente. Ovviamente, queste figure dovevano essere molto più precise nel momento in cui erano state costruite; sicuramente le persone dell’epoca e delle epoche successive ci hanno camminato sopra e attraverso per centinaia e migliaia di anni, senza avere la più pallida idea di cosa fossero e di che forma avessero.</p>
<p align="LEFT"><em><img class="alignnone size-full wp-image-11535" title="foto2-ruote" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/foto2-ruote.jpg" alt="" width="600" height="385" /></em><br />
<em>Un gruppo di ruote</em></p>
<p align="LEFT"><em><strong>A cosa servivano?</strong></em></p>
<p align="LEFT">Ad oggi, nessuna di queste ruote sembra essere stata scavata; questo rende la loro datazione e la comprensione del loro scopo molto difficile. Gli archeologi che le hanno studiate nell’epoca pre-Google Earth hanno pensato che potessero essere i resti di alcune case o di cimiteri. Kennedy sostiene che nessuna di queste spiegazioni sembra adattarsi bene a questo mistero. Secondo lui, infatti, sembra che ci sia un continuum culturale in un’area in cui le persone hanno sentito la necessità di costruire delle strutture a pianta circolare.</p>
<p align="LEFT">Alcune delle ruote sono state trovate in zone molto isolate, mentre altre erano tutte vicine una all’altra. In un luogo particolare, vicino all’oasi di Azraq, ne sono state trovate circa un centinaio, tutte ammassate insieme in gruppi di dodici. Secondo Kennedy, si tratta di quelle più significative tra tutte.</p>
<p align="LEFT">In Arabia Saudita il team di ricerca di Kennedy ha trovato anche tipi di ruota leggermente diversi: alcuni infatti sono rettangolari e non sono affatto delle ruote, mentre altre hanno sempre una pianta circolare ma hanno solo due raggi che vanno a formare una sbarra allineata spesso nella direzione in cui il sole sorge e tramonta in Medioriente. Quelle che sono state rinvenute in Siria e in Giordania, al contrario, hanno raggi molto più numerosi e non sembrano avere alcun tipo di allineamento con i fenomeni astrologici. Kennedy infatti sostiene che studiandole per tantissimi anni non è mai stato veramente colpito dalla direzione che prendevano i raggi.</p>
<p align="LEFT">Le sculture di pietra antropomorfe sono state spesso messe in relazione con le ruote; a volte circondano il perimetro di un muso, altre volte si trovano in mezzo ai raggi. In Arabi Saudita alcune di queste pietre antropomorfe, viste dall’alto, sembrano in qualche modo collegate ad antichi siti sepolcrali o in ogni modo destinati a riti religiosi.</p>
<p align="LEFT">Dare una collocazione temporale esatta a queste ruote non è facile, visto che sembrano provenire direttamente da un’epoca che va dall’era preistoria fino a un’epoca collocabile all’incirca duemila anni fa. Gli studiosi hanno notato che le ruote sono spesso ritrovate sopra agli aquiloni, che risalgono a novemila anni fa, ma mai al contrario. Secondo Kennedy, questo fa pensare che le ruote siano molto più recenti degli aquiloni.</p>
<p align="LEFT">Amelia Sparavigna, professoressa di fisica presso il Politecnico di Torino, ha raccontato via email alla rivista Live Science di essere d’accordo con il fatto che queste strutture possono essere paragonate a dei geroglifici nello stesso modo in cui lo sono le Linee di Nazca. Secondo quanto afferma, infatti, se si può definire ‘geroglifico’ un segno molto ampio ricavato ‘manualmente’ su una superficie, allora anche i cerchi di pietra sono dei geroglifici. Quindi, anche la funzione di queste misteriose ruote potrebbe essere molto simile a quella degli enigmatici disegni ritrovati nel deserto di Nazca. Ampliando il discorso, se si considerano i cerchi di pietre come un luogo sacro di preghiera per le genti dell’antichità, o luoghi rituali in qualche modo connessi con gli eventi archeologici o con le stagioni, le ruote potrebbero avere la stessa funzione dei geroglifici del sud America, ad esempio le Linee di Nazca, ha concluso la Sparavigna nella sua comunicazione email. Funzione su cui ancora non è stata fatta sufficiente chiarezza.</p>
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		<title>Roma. Luca Cavalli-Sforza coordina “Homo Sapiens”</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 13:06:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[mostre]]></category>
		<category><![CDATA[preistoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Presso il Palazzo delle Esposizioni (Roma) un progetto coordinato da Luigi Luca Cavalli-Sforza che ripercorre le orme dei nostri antichi progenitori attraverso i risultati delle più recenti ricerche. Luca Cavalli-Sforza Come noi tutti sappiamo l’Homosapiens fa la sua comparsa in Africa intorno ai 200.000 anni fa, e da lì inizia il suo viaggio che lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Presso il <strong>Palazzo delle Esposizioni</strong> (Roma) un progetto coordinato da <strong>Luigi Luca Cavalli-Sforza</strong> che ripercorre le orme dei nostri antichi progenitori attraverso i risultati delle più recenti ricerche.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-11504" title="Luca Cavalli-Sforza" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/Luca-Cavalli-Sforza.jpg" alt="Luca Cavalli-Sforza" width="469" height="600" /></em><br />
<em>Luca Cavalli-Sforza</em></p>
<p>Come noi tutti sappiamo l’<em><strong>Homo</strong></em><em><strong>sapiens</strong></em> fa la sua comparsa in Africa intorno ai 200.000 anni fa, e da lì inizia il suo viaggio che lo porterà a colonizzare le regioni Euro – Asiatiche e ad entrare in contatto con altri rappresentanti dello stesso genere come i famosi Neandertaliani.</p>
<p>La nostra storia evolutiva però, ha radici molto più profonde e sempre radicate nel continente Africano, ed è proprio per questo motivo che è stato deciso di far partire la mostra da un punto molto più lontano nel tempo.</p>
<p>Nell’anno 1976 a Laetoli (località della Tanzania a 45Km a sud di Olduvai) Mary Leakey rinvenne le orme più famose della paleoantropologia, che sarebbero la testimonianza della più antica “passeggiata” della preistoria.</p>
<p>Queste tracce furono lasciate da due <em><strong>Australopithecus afarensis</strong></em>, la cui più importante rappresentate è la celebre “Lucy” riportata alla luce nel 1974 in Etiopia nella regione dell’Afar da Donald Johanson.</p>
<p>Il visitatore sarà quindi da subito immerso nella storia delle ricerche e potrà vedere con i suoi occhi il progresso compiuto dalla scienza, per la comprensione del nostro passato.</p>
<p>Il percorso poi, si articolerà con coerenza cronologica mostrando il celebre “Turkana Boy” (1,6 milioni di anni fa) tra i primi illustri testimoni del genere Homo (<em><strong>H.ergaster</strong></em>), scoperto – completo per il 90% nelle sue parti scheletriche &#8211; nell’anno 1984 sulla riva occidentale dell’omonimo lago ed i cui resti furono interamente recuperati.</p>
<p>Di questo ragazzo &#8211; morto attorno ai 9 anni e di corporatura molto più robusta di un suo coetaneo moderno &#8211; viene presentata la più attendibile ricostruzione.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11505" title="Turkana Boy" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/Turkana-Boy.jpg" alt="Turkana Boy" width="220" height="627" /><br />
<em>Turkana Boy</em></p>
<p>La mostra dunque, intende mostrare attraverso solidi dati sperimentali, quanta strada sia stata compiuta nel campo della ricerca delle nostre origini attraverso le interazioni di più settori scientifici.</p>
<p>I risultati delle ricerche archeologiche, paleoantropologiche e genetiche giocano un ruolo fondamentale nella comprensione di un processo evolutivo che vuole rispondere alle più antiche domande: chi siamo, quali sono i percorsi che ci hanno portato fin qui, e che posto abbiamo in natura.</p>
<p>Sono tanti i rappresentati del genere Homo che possono aiutarci a risolvere questi quesiti, ed è proprio per questo motivo che alla mostra è stata concessa &#8211; dalla Georgia &#8211; la mandibola di <em><strong>Homo georgicus</strong></em> (datata intorno ad 1,85 milioni di anni or sono) rinvenuta nell’anno 2001 a Dmanisi.</p>
<p>I percorsi quindi non saranno solo multimediali ma terranno conto di testimonianze archeologiche che renderanno certamente più comprensibile l’intero tragitto espositivo.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11506" title="Homo georgicus" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/Homo-georgicus.jpg" alt="Homo Georgicus" width="400" height="463" /><br />
<em>Homo Georgicus</em></p>
<p>Ma quali informazioni e quali “insegnamenti” può fornirci la mostra?</p>
<p>Dal punto di vista scientifico l’esposizione intende ricostruire il mosaico delle ricerche svoltesi nel tempo e consegnarle al pubblico con la massima semplicità.</p>
<p>Oggi l’orizzonte della comprensione risulta essere molto più limpido di quanto non lo fosse solo poche decine di anni fa, quando la nostra evoluzione era delineata ancora con cautela in quanto tutte le prove raccolte non descrivevano un modello lineare, ma piuttosto illustravano una molteplicità di forme che portarono gradualmente nel tempo alla comparsa dell’ <em><strong>Homo sapiens</strong></em>.</p>
<p>E’ stato questo il concetto “chiave” che ha voluto esporre Luigi Luca Cavalli-Sforza alla presentazione dell’evento, precisando che queste diversità sono il risultato dei vari adattamenti alla natura in cui l’uomo ha vissuto da sempre e che hanno costantemente generato nuove risposte a stimoli differenti.</p>
<p>L’uomo per sopravvivere ha dovuto sempre confrontarsi con lo scenario naturale dei luoghi che ha abitato, e spesso ha dovuto convivere con individui simili come nel caso dei Neandertaliani.</p>
<p>Intorno ai 200.000 anni fa infatti, i nostri antenati poco a poco lasciarono il continente Africano e nelle regioni Euro – Asiatiche entrarono in contatto con l’<em><strong>Homo neanderthalensis</strong></em> con cui divisero per lungo tempo ampi territori, e con cui probabilmente strinsero rapporti personali.</p>
<p>Dalle indagini effettuate sul DNA, sembrerebbe che queste interazioni siano state – in alcuni casi – molto strette.</p>
<p>I due genomi infatti, risultano identici al 99,84% e molti esperti ritengono che tra <em>Sapiens</em> e Neanderthal potrebbero esserci stati molti incroci, come proverebbero i reperti attribuibili ad un bambino recuperati in Portogallo a Lagar Velho databili a 25.000 anni fa, e di cui la seconda sezione della mostra espone una fedele ricostruzione ad opera di Lorenzo Possenti.</p>
<p>Le ricerche in corso tutt’ora però, non hanno ancora chiarito come mai l’uomo di Neanderthal intorno ai 30.000 anni or sono scomparve lasciando campo libero all’<em><strong>Homo</strong></em><em><strong>sapiens</strong></em>.</p>
<p>E’ proprio da questo punto cruciale della nostra evoluzione che l’uomo cosiddetto moderno inizia quel cammino che lo porterà ad essere il protagonista indiscusso sulla scena della terra, e che gli farà acquisire conoscenze sempre più utili alla sua sopravvivenza.</p>
<p>Da quel momento in poi l’arte rupestre andrà sempre più articolandosi in forme e strutture diverse, a testimonianza di una nuova coscienza sociale e spirituale.</p>
<p>Dopo questa lunga cavalcata cronologica l’esposizione giunge al termine guidando il visitatore attraverso l’ultima sala, quella cioè che descrive il passaggio dell’uomo da cacciatore – raccoglitore a contadino intorno ai 12.000 anni fa.</p>
<p>Analizzando l’intero percorso evolutivo dell’uomo non si può dunque fare a meno di notare – come ha sottolineato Luca Cavalli-Sforza – la ricorrente differenza degli individui che ci hanno preceduto, e forse questo potrebbe farci riflettere sul significato che ai giorni nostri dovrebbe assumere il concetto di tolleranza della diversità.</p>
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		<title>Homo Floresiensis: nuovi scenari per la ricerca</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 13:01:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[preistoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Si aprono nuovi scenari per la ricerca sull’HomoFloresiensis: il dibattito è sempre più acceso tra chi sostiene la tesi di una malformazione congenita e chi è convinto di trovarsi di fronte ad una nuova specie di ominide. Storia della scoperta dell&#8217;HomoFloresiensis Nel settembre del 2003 un team di ricercatori indonesiani ed australiani in una caverna [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si aprono nuovi scenari per la ricerca sull’<strong>Homo</strong><strong>Floresiensis</strong><em>: i</em>l dibattito è sempre più acceso tra chi sostiene la tesi di una malformazione congenita e chi è convinto di trovarsi di fronte ad una <strong>nuova specie di ominide</strong>.</p>
<h2>Storia della scoperta dell&#8217;HomoFloresiensis</h2>
<p>Nel settembre del 2003 un team di ricercatori indonesiani ed australiani in una caverna sull’isola indonesiana di <strong>Flores</strong> (una delle piccole isole dell’arcipelago della Sonda), rinvenne i resti di un ominide vissuto intorno ai 18.000 anni fa.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-7178" title="Caverna Flores" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/01/Caverna-Flores.jpg" alt="Caverna Flores " width="600" height="399" /></em><br />
<em>Caverna Flores &#8211; Veduta interna della caverna in cui è stato rinvenuto l’ominide</em></p>
<p>Alle prime analisi i reperti scheletrici recuperati risultarono subito di piccole dimensioni, tanto da far pensare agli scienziati di trovarsi di fronte ad una nuova specie di ominide a cui fu attribuito il nome di <em><strong>Homo Floresiensis</strong></em>.</p>
<p>Il reperto “guida” risultò essere un cranio (catalogato come LB1) appartenuto ad una donna vissuta intorno ai 18.000 anni or sono e non completamente fossilizzato. Vennero alla luce poi, anche altri frammenti attribuibili a 7 individui differenti e con essi tracce di focolari e complessi utensili. L’interesse scientifico però, scaturiva dal fatto che l’esemplare femminile di circa 30 anni presentava dimensioni complessive mai registrate prima su un adulto.</p>
<h3>Il dibattito</h3>
<p>La questione fu subito dibattuta e si giunse alla conclusione che il fenomeno fosse spiegabile attraverso il “nanismo insulare”, che interessa qualsiasi essere vivente che abita in spazi ristretti con risorse limitate. Queste particolari condizioni di vita &#8211; secondo lo scopritore Australiano Peter Brown – avrebbero indotto l’<em>Homo</em><em>Erectus</em> (che lasciò l’Africa intorno ad 1,4 milioni di anni fa dirigendosi verso l’Europa e l’Asia) ad evolversi in forma “ridotta”, come nel caso dei Negritos delle Filippine.</p>
<p><img class="alignnone  wp-image-7179" title="Cranio Homo Floresiensis" src="http://www.archeoguida.it/wp-content/uploads/2012/01/Cranio-Homo-Floresiensis.jpg" alt="Cranio dell’HomoFloresiensis" width="600" height="459" /><br />
<em>Cranio dell’HomoFloresiensis a confronto con quello di un uomo dei nostri tempi</em></p>
<p>Può dirsi dunque chiarito l’enigma di Flores?</p>
<p>Un articolo della prestigiosa rivista PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences), frutto dello studio di un team di paleoantropologi Americani, Australiani ed Indonesiani sembrerebbe ribatte le argomentazioni secondo cui la donna di Flores rappresenti una nuova specie di ominide.</p>
<p>Il Professore Teuku Jacob paleoantropologo indonesiano, precisa che non si tratterebbe neanche di una donna ma di un uomo, e che per di più apparterrebbe alla nostra stessa specie. Le così ridotte dimensioni del cranio rispetto al corpo sarebbero il segno di una malformazione neurologica congenita.</p>
<p>Anche nel caso in cui l’evoluzione tenda a rimpicciolire le dimensioni corporee il cervello resta proporzionato, mentre nell’<em><strong>Homo</strong></em><em><strong>Floresiensis</strong></em> le dimensioni della testa risultano essere eccessivamente ridotte rispetto al resto del corpo.</p>
<p>Secondo il Professor Jacob ed i suoi sostenitori, sarebbe quindi stato impossibile (con quel volume celebrale) costruire utensili così sofisticati da consentire la caccia ad un gruppo di elefanti nani presenti sull’isola come gli Stegodon, e dunque la conclusione più ovvia sarebbe quella che l’individuo preso in considerazione fosse affetto da microcefalea.</p>
<p>Una conferma a queste teoria viene da un recente studio effettuato dai ricercatori guidati dall’antropologo Ralph Holloway della Columbia University di New York. Dopo aver analizzato le cavità craniche di 21 bimbi microcefali ed averle confrontate con le stime relative agli esami di 118 infanti sani, è stato concluso che due esami in particolare (prominenza del cervelletto ed ampiezza frontale) potrebbero risultare utili per selezionare soggetti microencefali e non.</p>
<p>Gli studiosi hanno poi paragonato le cavità craniche di 10 calchi di esseri umani microencefali, 4 Australopitechi, 17 <em>Homo Erectus</em>, 79 non affetti, e l’<em><strong>Homo</strong></em><em><strong>Floresiensis</strong></em>, giungendo alla conclusione che quest’ultimo combaciasse in maniera migliore con le stime raccolte da microcefali e dagli Australopitechi. La deduzione finale di Holloway è che il cranio appartenesse ad un soggetto affetto da microcefalea e non necessariamente di una specie distinta dalla nostra, convalidando così la teoria di Jacob.</p>
<p>Risultano però essere in disaccordo, Peter Brown (Paleoantropologo tra gli scopritori dei reperti sull’isola di Flores) dell’Università del New England in Australia e l’antropologa Dean Falck della State University di Tallahassee. Quest’ultima critica le analisi svolte sostenendo che quei vecchi fossili risultano deformati e frammentati.</p>
<p>La stessa studiosa in passato aveva già svolto indagini sul cranio dell’<em><strong>Homo</strong></em><em><strong>Floresiensis</strong></em> stabilendo che si trattasse di una specie nuova e distinta, e commenta:</p>
<blockquote><p>“Avevamo avuto l’opportunità di lavorare con il calco dell’<em><strong>Homo</strong></em><em><strong>Floresiensis</strong></em> che questo team ha usato, ma lo abbiamo messo da parte perché la forma era troppo scadente”.</p></blockquote>
<p>(Fonte &#8211; Il Fatto Storico: La natura degli Hobbit &#8211; <a href="http://ilfattostorico.com/2011/08/29/la-natura-degli-hobbit7/" target="_blank">http://ilfattostorico.com/2011/08/29/la-natura-degli-hobbit7/</a>)</p>
<p>Secondo William Jungers, Paleoantropologo presso la Stony Brook University di New York, poi, Holloway noterebbe molte affinità tra i crani dell’<em><strong>Homo Floresiensis</strong></em> e quello di Australopithecus ma le ignorerebbe perché convinto della microcefalia.</p>
<p>Insomma il dibattito sembra destinato a rimanere acceso, anche perché negli ultimi anni a causa delle controversie scientifiche non si è più scavato sull’isola Indonesiana, e lo stato di conservazione dei materiali rende (ad oggi) improbabile l’ipotesi di trovare elementi idonei all’esame del DNA che certamente potrebbe fornire un importante contributo alla questione.</p>
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		<title>Belluno, Monte Pelmo. Scoperta impronta di dinosauro</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jan 2012 13:04:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[La speleologa Roberta Tanduo e il geologo Francesco Sauro sono responsabili di un’interessantissima scoperta, avvenuta a 3025 metri sul livello del mare, sulla Cresta dello spallone, tra le Dolomiti. Si tratta di una serie di depressioni nella roccia, somiglianti, per disposizione e forma, a orme di dinosauro. Grazie a una prospezione della superficie rocciosa più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11474" title="monte-Pelmo-impronte-dinosauri" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/monte-Pelmo-impronte-dinosauri.jpg" alt="Belluno, Monte Pelmo. Scoperta impronta di dinosauro" width="600" height="452" /></p>
<p>La speleologa Roberta Tanduo e il geologo Francesco Sauro sono responsabili di un’interessantissima scoperta, avvenuta a 3025 metri sul livello del mare, sulla Cresta dello spallone, tra le Dolomiti. Si tratta di una serie di depressioni nella roccia, somiglianti, per disposizione e forma, a<strong> orme di dinosauro</strong>. Grazie a una prospezione della superficie rocciosa più accurata, è stata poi individuata una pista di cinque impronte, che si susseguono lungo una sola direttrice e a distanza regolare.</p>
<p>Le orme sono state fotografate e riprese dal cineoperatore Enzo Procopio e le immagini sono state analizzate, in un secondo tempo, da Matteo Belvedere, paleontologo dell’Università di Padova, che ha convalidato l’ipotesi, spiegando che l’orlo, o rilievo, circondante le depressioni e detto “bordo di espulsione”, indica che la depressione non è stata causata dal carsismo, ma dall’impressione di un oggetto nella roccia.</p>
<p>Considerando la loro andatura, le orme potrebbero essere appartenute a un animale bipede, ma questa ipotesi potrà essere avvalorata soltanto in seguito ad ulteriori analisi. Le cattive condizioni di conservazione, dovute alla natura carsica della roccia e all’azione degli agenti atmosferici, non permette di individuare precisamente la specie animale. Le dimensioni (15-20 cm di lunghezza) e l’orientamento presumibilmente bipede, però, fanno pensare a un dinosauro carnivoro di medie o piccole dimensioni (3-4 m di lunghezza), affine ad un Coelophysis.</p>
<p>Il ritrovamento avalla l’enorme potenziale paleontologico delle Dolomiti, impervie montagne in cui gli affioramenti sono situati molto spesso su versanti ripidi o in aree di cresta di difficile accesso. Se l’ipotesi iniziale dovesse essere confermata, le orme sono tra le più alte scoperte in Europa, secondo soltanto a quelle conservate in Svizzera, sulla cima del Piz Mitgel, a 3127 m di altitudine. Le ricerche riprenderanno l’estate prossima ed è verosimile che la superficie rocciosa riveli nuove e interessanti piste. Infatti, più a occidente, sui versanti del Monte Pelmetto, sono già conosciute altre orme di dinosauro impresse nella roccia della Dolomia Principale.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Monte Sant’Angelo. Scoperto un importante sito archeologico di 12.000 anni or sono</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Dec 2011 11:47:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Una caverna con evidenti resti di insediamenti umani databili alla preistoria, e alla &#8220;protostoria&#8221;, è stata individuata la scorsa estate (2011) sulle alture di Monte Sant’Angelo, ma il suo ritrovamento è stato comunicato solamente ieri dalla Soprintendenza per i Beni archeologici della Puglia. La scoperta, completamente fortuita, è di estrema rilevanza per l’archeologia del Gargano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11456" title="archeologia_scoperta_monte sant angelo" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/12/archeologia_scoperta_monte4.jpg" alt="" width="600" height="409" /></p>
<p>Una caverna con evidenti resti di insediamenti umani databili alla preistoria, e alla &#8220;protostoria&#8221;, è stata individuata la scorsa estate (2011) sulle alture di<strong> Monte Sant’Angelo</strong>, ma il suo ritrovamento è stato comunicato solamente ieri dalla Soprintendenza per i Beni archeologici della Puglia. La scoperta, completamente fortuita, è di estrema rilevanza per l’archeologia del Gargano e della Puglia.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11459" title="Monte sant'Angelo scoperta archeologica " src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/12/archeologia_scoperta_monte2.jpg" alt="" width="287" height="408" /></p>
<p>L’importanza del sito è data dall’individuazione di reperti riferibili a diverse epoche storiche, dall’età del Bronzo al Neolitico. La grotta ha una predisposizione religiosa e votiva: infatti, sono state individuate delle nicchie all’interno delle quali sono state ritrovate delle antefisse, rappresentazioni di volti sacri, oltre a una sporgenza sulla roccia della caverna che ritrae un personaggio predominante dell’epoca con corona e vari oggetti. I beni verranno catalogati grazie a un finanziamento del Parco del Gargano, mentre la Soprintendenza si impegnerà nella tutela e valorizzazione di questo sito e degli altri presenti sul territorio.</p>
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		<title>Gran Bretagna, Stonehenge. Le grandi pietre giunsero dal Galles 5.000 anni fa</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Dec 2011 11:54:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>
		<category><![CDATA[Stonehenge]]></category>

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		<description><![CDATA[Sembra ormai certo che la prima fase della costruzione del famoso circolo di pietre di Stonhenge risalga a circa 5000 anni fa e che la struttura cultuale sia stata realizzata con macigni provenienti dalle terre del Galles sud-occidentale, area che si trova a molti chilometri di distanza. La notizia è stata comunicata dagli scopritori, i geologi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11408" title="Stonehenge" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/12/Stonehenge.jpg" alt="Stonehenge" width="600" height="397" /></p>
<p>Sembra ormai certo che la prima fase della costruzione del famoso circolo di pietre di <strong>Stonhenge</strong> risalga a circa 5000 anni fa e che la struttura cultuale sia stata realizzata con macigni provenienti dalle terre del Galles sud-occidentale, area che si trova a molti chilometri di distanza.</p>
<p>La notizia è stata comunicata dagli scopritori, i geologi <strong>Richard Bevins</strong>, del Museo Nazionale del Galles, e <strong>Robert Ixer</strong>, dell’Università di Leicester. Gli studiosi hanno individuato un’area, vicino a Point Season, nel Pembrokeshire, come il sito originario di alcuni dei massi della famosa zona archeologica, identificando per la prima volta con certezza il punto di origine delle pietre.</p>
<p>La scoperta permetterà agli archeologi di decidere l’esito di un dibattito che si trascina da tempo: se i massi sono stati estratti altrove e trasportati da uomini preistorici o se sono state trasportare nel Witshire da un ghiacciaio centinaia di migliaia di anni prima. Le ultime indagini hanno rivelato che i macigni sarebbero stati estratti da luoghi con implicazioni di tipo magico e spirituale; spostandole per duecentocinquanta chilometri, i costruttori del complesso di monoliti pensavo di aver trasportato qualcosa di più che una semplice pietra.</p>
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		<title>Aosta. Nuova teoria sulle “coppelle”: sarebbero mappe stellari</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Dec 2011 13:15:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca & studi]]></category>
		<category><![CDATA[coppelle]]></category>

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		<description><![CDATA[Venerdì 9 dicembre 2011, nel corso di una serata organizzata presso la Cittadella dei Giovani di Aosta, Guido Cossard, archeoastronomo valdostano, ha illustrato la sua ultima scoperta relativa agli inacavi semisferici, ricavati nella roccia e risalenti alla preistoria, conosciuti con il nome di “coppelle”. Secondo lo studioso, molte configurazioni di coppelle rappresenterebbero costellazioni celesti e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11371" title="coppelle" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/12/coppelle.jpg" alt="Guido Cossard coppelle" width="600" height="450" /></p>
<p>Venerdì 9 dicembre 2011, nel corso di una serata organizzata presso la Cittadella dei Giovani di Aosta, <strong>Guido Cossard</strong>, archeoastronomo valdostano, ha illustrato la sua ultima scoperta relativa agli inacavi semisferici, ricavati nella roccia e risalenti alla preistoria, conosciuti con il nome di “<strong>coppelle</strong>”. Secondo lo studioso, molte configurazioni di coppelle rappresenterebbero costellazioni celesti e sarebbero state impiegate in campo astronomico, pur non escludendo che alla base di tali realizzazioni artistiche potessero esserci altre motivazioni.</p>
<p>La nuova teoria di Cossard riaccende la discussione sulle coppelle e sul loro scopo. Alcuni ricercatori pensano che si tratti fondamentalmente di un gesto votivo: una specie di ex-voto preistorico, frutto di un lavoro lungo e faticoso, in un atto di preghiera e di devozione. Altri studiosi ritengono che le coppelle venissero usate come contenitori, nei quali venivano rovesciati liquidi infiammabili, probabilmente olii combustibili, allo scopo di appiccare piccole fiammelle circoscritte in onore di un qualche rituale oggi dimenticato.</p>
<p>L’esperto valdostano, dopo tre anni di lavoro, con la collaborazione e grazie alle segnalazione dei valdostani, è riuscito a identificare diversi simboli lunari e solari incisi, ma anche numerose raffigurazioni di costellazioni, ottenute attraverso le coppelle, tra cui spiccano Cassiopea, la Vergine, le due Orse, il Cigno e Cefeo, il cui numero e qualità non lasciano dubbi circa l’interpretazione astronomica.</p>
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		<title>Cina. Scoperta la più antica evidenza di violenza tra uomini</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 10:12:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca & studi]]></category>

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		<description><![CDATA[Secondo i risultati di una moderna ricerca, una frattura risanata scoperta su un antico cranio proveniente dalla Cina potrebbe essere la più antica e documentata prova della violenza tra uomini. L’individuo a cui è appartenuto il teschio, vissuto tra i 150.000 e i 200.000 anni fa, ha infatti riportato una ferita traumatica alla tempia destra, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="LEFT"><img class="alignnone size-full wp-image-11354" title="uomo-di-maba" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/12/uomo-di-maba.jpg" alt="piu antica tracia di violenza tra uomini" width="500" height="281" /></p>
<p align="LEFT">Secondo i risultati di una moderna ricerca, una frattura risanata scoperta su un antico <strong>cranio</strong> proveniente dalla Cina potrebbe essere la <strong>più antica e documentata prova della violenza tra uomini</strong>. L’individuo a cui è appartenuto il teschio, vissuto tra i 150.000 e i 200.000 anni fa, ha infatti riportato una ferita traumatica alla tempia destra, probabilmente dopo essere stato colpito da una qualche sorta di proiettile. Ma l’antico cacciatore/raccoglitore, il cui sesso ancora non è chiaro, è sopravvissuto per poter raccontare la storia, in quanto la feria era ormai perfettamente risanata al momento della sua morte.</p>
<p align="LEFT">Il cranio venne scoperto in una grotta vicino a <strong>Maba</strong>, nel sud della Cina, nel 1958. Dalle analisi risulta che prima della sua sepoltura, un grosso roditore, con tutta probabilità un porcospino, deve aver rosicchiato le ossa del malcapitato defunto, rimuovendo una porzione significativa del volto.</p>
<p align="LEFT">Il professor <strong>Trinkaus</strong>, della Washington University di St Louis, Stati Uniti, che fa parte dell’équipe internazionale che si è occupata di riesaminare il ritrovamento, ha dichiarato che la frattura da pressione nella zona della tempia destra doveva con tutta probabilità essere il risultato di un impatto molto diretto e molto localizzato.</p>
<p align="LEFT">Secondo lo studioso, una ferita di quel tipo avrebbe potuto essere provocata da un forte colpo con un sasso, ma ha subito sottolineato che uno dei maggiori problemi dell’antichità era lo stile di vita molto duro che le persone erano costrette a condurre, cacciando animali di media e grande taglia da molto vicino, animali che sicuramente non gradivano il fatto di essere aggrediti con delle lance e che si difendevano dall’attacco degli uomini scalciando e combattendo con le corna di cui molti di essi erano dotati. Nonostante tutto, per la dimensione e la posizione della ferita, pare proprio che in questo caso non si tratti di un incidente di caccia ma di un colpo ricevuto dal lancio di un oggetto pesante.</p>
<p align="LEFT"><em><strong>Istinto di sopravvivenza</strong></em></p>
<p align="LEFT">Oltre ai severissimi mal di testa che una frattura di questo tipo ha sicuramente causato allo sfortunato uomo/donna di Malba, una ferita di questo tipo, secondo quanto si può esperire dalla moderna medicina, suggerisce che la persona che l’ha subita doveva aver sofferto anche di una qualche forma di amnesia temporanea.</p>
<p align="LEFT">Il filosofo inglese Thomas Hobbes (XVI secolo) scrisse che la vita naturale degli uomini in condizioni ‘naturali’, com’era quella dell’antichità, era ‘brutta, brutale e corta’; questo ritrovamento in Cina altro non fa che confermare questa tesi riguardo allo stile di vita dei nostri antichissimi antenati.</p>
<p align="LEFT">Nonostante il forte colpo ricevuto, l’individuo a cui apparteneva il teschio era sopravvissuto almeno per settimane o mesi dopo il trauma, a giudicare dalla completa guarigione della frattura. E secondo il professor Trinkaus, questo fatto rappresenta un importantissimo risvolto di questo ritrovamento. Si tratterebbe dell’ennesimo caso, in un numero sempre crescente di fossili risalenti all’antichità, che dimostrerebbe una sopravvivenza a lungo termine dopo severe ferite o problemi congeniti. Sono infatti numerose le evidenze di diversi tipi di traumi, alcuni di lieve entità, altri che dimostrano una maggiore gravità, nonché anche un’incidenza sorprendentemente alta di condizioni mediche e problemi che si riscontrano anche oggi nella vita moderna, ma che sono estremamente rare, quindi la possibilità di ritrovarne qualcuna nel non molto nutrito archivio di fossili finora disponibili è molto bassa.</p>
<p align="LEFT"><em><strong>Reti di supporto nell’antichità?</strong></em></p>
<p align="LEFT">Trinkaus afferma anche che, nell’antichità, parecchie persone con ferite erano sopravvissute egregiamente anche dopo il trauma; i ricercatori sono portati a credere che questa sia la prova dell’esistenza, millenni fa, di sistemi di cura e di supporto tra i primi, antichi gruppi di uomini.</p>
<p align="LEFT">Visto che erano riusciti a costruire un certo numero di armi, è inevitabile che alcune liti personali tra qualcuno di loro finissero in modo piuttosto grave; allo stesso tempo, però, i feriti potevano contare sull&#8217;aiuto reciproco, o della comunità, per sopravvivere e recuperare.</p>
<p align="LEFT">L’individuo ritrovato a Malba sicuramente non era un uomo moderno come noi, ma apparteneva a una popolazione definita ‘arcaica’, composta di indivudi che popolavano il sud est asiatico nello stesso periodo in cui gli uomini di Neanderthal dominavano l’Europa.</p>
<p align="LEFT">È possibile che il ritrovamento cinese sia anche collegato a una misteriosa popolazione conosciuta col nome di uomini di Denisova, che sono stati identificati come un gruppo distinto di uomini preistorici sulla base di studi condotti sul DNA.</p>
<p align="LEFT">In ogni modo, il professor Trinkaus pensa che ci sia stato un continuum di popolazione tutt’attraverso la grande distesa di terra denominata Eurasia. Gli uomini di Neanderthal erano i rappresentanti occidentali di questo <em>continuum</em>, dove Maba e gli altri ritrovamenti ne rappresentano la parte occidentale. L’unica differenza tra gli uni e gli altri, in questo caso, consiste nel fatto che gli uomini di Neanderthal hanno un nome che li identifica, mentre a tutti gli altri ancora non è stato assegnato.</p>
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