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	<title>ArcheoRivista - rivista di archeologia &#187; storia medievale</title>
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		<item>
		<title>Quadrato del Sator: nuove ipotesi interpretative</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 15:01:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Todisco</dc:creator>
				<category><![CDATA[ricerca & studi]]></category>
		<category><![CDATA[storia medievale]]></category>

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		<description><![CDATA[Nuove ipotesi di interpretazione del Sator Le interpretazioni della frase sibillina del Sator sono frutto della ricerca dell’autore che, per correttezza, ha ritenuto doveroso fornire comunque una bibliografia sull’argomento. Per le precedenti interpretazioni si veda l’articolo sul Sator in Archeoguida. La diffusione della misteriosa frase latina “sator arepo tenet opera rotas” non trova ancora interpretazioni univocamente riconosciute [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11656" title="Capestrano (AQ, chiesa medievale di San Pietro ad Oratorium, il Quadrato Magico" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/sator05.jpg" alt="sator arepo tenet opera rotas" width="600" height="394" /></p>
<h2>Nuove ipotesi di interpretazione del Sator</h2>
<p>Le interpretazioni della frase sibillina del Sator sono frutto della ricerca dell’autore che, per correttezza, ha ritenuto doveroso fornire comunque una bibliografia sull’argomento. Per le precedenti interpretazioni si veda l’articolo sul Sator in Archeoguida.</p>
<p>La diffusione della misteriosa frase latina “<em>sator arepo tenet opera rotas</em>” non trova ancora interpretazioni univocamente riconosciute dalla comunità scientifica a causa della sua polivalenza di inquadramento sociale (in ambito sia mistico-religioso sia laico-profano), cronologico (attestato dal I al XVI secolo) e geografico (Italia, Francia, Spagna, Ungheria, Inghilterra).</p>
<p>La storia del “Quadrato del Sator” sembrerebbe risalire al primo impero romano quindi ascrivibile in un contesto in cui il cristianesimo in Europa era tutt’altro che la religione preponderante. L’ambiente in cui nacque il suo messaggio iniziatico fu quasi sicuramente quello pagano forse con alcuni influssi di stampo giudaico-cristiano.</p>
<p>La continuazione d’uso di questo schema grafico associato ad un motto-messaggio potrebbe essere avvenuta in un contesto come quello dell’Europa cristiana, sia laica sia clericale, con un travisamento o rinnovato utilizzo del significato morale che la frase riverberava nella società romana più o meno colta.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-11655" title="Schema classico del quadrato del Sator" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/ipotesisator01.jpeg" alt="Schema classico del quadrato del Sator" width="250" height="251" /></em><br />
<em>Schema classico del quadrato del Sator</em></p>
<p>Le seguenti ipotesi interpretative considerano la possibilità che la parola AREPO sia di origine greca.</p>
<h3>ipotesi del “seminatore-guerriero”</h3>
<p>è possibile che il breve motto fosse nato con l’intento di elogiare lo stile di vita dell’uomo dedito al lavoro dei campi ma anche alla difesa della patria quindi un contadino-guerriero come quello della società romana fino alla riforma militare del generale Mario (II-I secolo a.C.).</p>
<p>A tale proposito, per ottenere una non facile palindromia con 25 lettere, sarebbe stato inserito come secondo vocabolo l’aggettivo greco “àreios” ovvero “guerresco, bellicoso” in caratteri greci maiuscoli: APEIOΣ / APEIOC formato da sei lettere e in seguito ridotto a cinque nel seguente modo:</p>
<p>APEIOC &gt; APEPC &gt; APEPO &gt; AREPO</p>
<p>Nel primo passaggio la I e la O si sarebbero fuse in un’unica lettera graficamente simile alla P.</p>
<p>Nel secondo passaggio il sigma finale, C, avrebbe visto mutare di poco la propria forma divenendo una O.</p>
<p>Nel terzo passaggio, esclusivamente per motivi di palindromia, alla P si sarebbe aggiunta una linea per ottenere R. AREPO così diverrebbe il palindromo di OPERA da un originale aggettivo greco inserito in una frase latina, frutto di un’operazione erudita non estranea alla sfera intellettuale romana (basti pensare che anche Seneca nel I secolo d.C. avrebbe fatto uso, non raramente, di termini greci nei propri scritti; il <em>Trattato del Sublime</em> “<em>Perì Hypseos</em>” fu redatto nel greco del I secolo d.C. così come anche i “Dialoghi con sé stesso” di Marco Aurelio, II secolo d.C.).</p>
<p>Il più famoso esempio mitico del contadino-guerriero è un eroe illustre della Roma della prima Repubblica, Lucio Cincinnato, forse ispiratore del motto nato in un periodo sanguinoso, fra Repubblica e Impero, in cui era stata caldeggiata da Augusto la ripresa della morale e del mito.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-11657" title="“Cincinnato abbandona l'aratro per diventare dittatore”, di Juan Antonio Ribera (1779-1860)" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/ipotesisator02.jpg" alt="“Cincinnato abbandona l'aratro per diventare dittatore”, di Juan Antonio Ribera (1779-1860)" width="600" height="444" /></em><br />
<em>“Cincinnato abbandona l&#8217;aratro per diventare dittatore”, di Juan Antonio Ribera (1779-1860)</em></p>
<h3>ipotesi α privativo + aggettivo</h3>
<p>altrettanto possibile è la derivazione di AREPO da α privativa unita all’aggettivo greco ρέπων “<em>rèpon</em>” (da <em>rèpo</em> = inclinarsi, piegarsi) o πέπων “<em>pèpon</em>” (maturo). In entrambi i casi le lettere totali con alfa sarebbero sei e, sempre per motivi di palindromia e di spazio, si sarebbe tralasciata l’ultima lettera portando ai seguenti passaggi:</p>
<p>alfa + <em>rèpo(n)</em> = AREΠΩ &gt; AREPΩ &gt; AREPO</p>
<p>alfa + <em>pèpo(n)</em> = AΠEΠΩ &gt; APEPΩ &gt; AREPO</p>
<p>In ambedue le situazioni la lettura è in chiave spirituale, associabile all’ambiente cristiano, e con la prima parola si indicherebbe il seminatore che non si fa piegare/sottomettere dalle fatiche della vita così come il cristiano non deve soccombere di fronte alle tentazioni mentre nel secondo campo semantico il rimando è alla giovane età di Cristo morto sulla croce e quindi “non ancora maturo” ovvero “giovane”.</p>
<p>In entrambi i casi è stato necessario un forte adattamento dai caratteri greci maiuscoli a quelli latini maiuscoli.</p>
<p>Non si esclude un passaggio dalla prima ipotesi (seminatore-guerriero) alla seconda nella fase di transizione da paganesimo a cristianesimo.</p>
<h3>Bibliografia</h3>
<ul>
<li>GUARDUCCI M. 1965, <em>Il misterioso “Quadrato Magico”, l’interpretazione di Jérome Carcopino e documenti nuovi</em> in <em>Rivista di archeologia classica</em>, XVII, pp. 219-270.</li>
<li>GWYN GRIFFITHS J. 1971, <em>&#8216;Arepo&#8217; in the Magic &#8216;Sator&#8217; Square&#8217;</em> in <em>The Classical Review</em>, vol XXI.</li>
<li>IANNELLI N. 2009, Sator – <em>Epigrafe del culto delle sacre origini di Roma &#8211; la genesi e il significato del quadrato magico svelati nella teoria della correlazione astronomica</em>, Foggia.</li>
<li>PALMIERI R. 2003,<em> L’enigma di Sator, incontri di archeologia</em>. Conferenza tenutasi nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli, 10 maggio 2003.</li>
</ul>
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		<title>Venafro. Una mostra celebra l’Abbazia di San Vincenzo al Volturno</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 14:28:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[mostre]]></category>
		<category><![CDATA[storia medievale]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 22 gennaio è il giorno in cui si celebra la festa di San Vincenzo martire di Saragozza e quest’anno i festeggiamenti a Venafro sono stati arricchiti dall’inaugurazione della mostra “Splendori dal Medioevo. L’abbazia di San Vincenzo al Volturno al tempo di Carlo Magno”. Allestita dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Molise e curata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone  wp-image-11633" title="San Vincenzo al Volturno, monastero moderno" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/foto-sanvin56-600x398.jpg" alt="mostra abbazia San Vincenzo al Volturno" width="600" height="398" /></p>
<p>Il 22 gennaio è il giorno in cui si celebra la festa di <strong>San Vincenzo</strong> martire di Saragozza e quest’anno i festeggiamenti a Venafro sono stati arricchiti dall’inaugurazione della mostra “Splendori dal Medioevo. L’<strong>abbazia di San Vincenzo al Volturno</strong> al tempo di Carlo Magno”. Allestita dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Molise e curata da Paola Quaranta e Alfonsina Russo, l’esposizione verrà ospitata fino al 4 novembre 2012 presso l’ex Convento di Santa Chiara, sede del Museo Archeologico di Venafro.</p>
<p>Attraverso fonti storiche e testimonianze materiali, la<strong> mostra </strong>vuole ripercorrere la<strong> storia dell’Abbazia benedettina</strong>, dall’ottavo secolo – anno della sua fondazione – all’undicesimo. Al primo periodi di vita del complesso religioso si riferisce l’altare dipinto della Chiesa Sud. Il secondo settore è dedicato alla rinascita d’età carolingia, durante la quale l’Abbazia, già conosciuta in epoca longobarda, tocca il massimo splendore e viene inclusa nel novero delle abbazie poste sotto la diretta protezione di Carlo Magno. Il nono secolo è il periodo di massima espansione: gli abati Giosué, Talarico ed Epifanio trasformano il cenobio, prima, in una vera e propria città monastica e poi, grazie alle sue ricche finanze e ben nove chiese, in uno dei più grandi monasteri europei. Questa fase è illustrata da vetrate multicolore, oggetti in vetro e meravigliosi dipinti, fra i quali è esposta la sequenza dei profeti, dei santi e degli abati.</p>
<p>In seguito al saccheggio arabo, avvenuto nell’881, la comunità monastica viene trasferita e il monastero rinascerà alla fine del decimo secolo, con il restauro della basilica maggiore e la ristrutturazione di altre strutture del chiostro carolingio. Infine, nell’undicesimo secolo l’invasione normanna spinge i monaci a trasferirsi sulla sponda opposta del Volturno dove costruiscono un nuovo monastero fortificato. L’ultima sezione dell’esposizione, dedicata a “La presenza araba a Venafro e in Molise tra IX e X secolo. Gli scacchi e la simbologia”, presenterà per la prima volta in Molise, gli scacchi trovati nel 1932 in una tomba di Venafro ed esposti al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.</p>
<p>Informazioni:<br />
Orario: martedì-sabato: 9.00-19.00; domenica: 13.30-19.30; chiuso il lunedì.<br />
Ingresso: € 2,00 (salve riduzioni).</p>
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		<title>Galway, Gran Bretagna. Scoperto un omicidio di mille anni or sono</title>
		<link>http://www.archeorivista.it/0011537_galway-gran-bretagna-scoperto-un-omicidio-di-mille-anni-or-sono/</link>
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		<pubDate>Tue, 10 Jan 2012 11:14:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[scoperte]]></category>
		<category><![CDATA[storia medievale]]></category>

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		<description><![CDATA[La scoperta di una freccia conficcata in un teschio fa scattare il sospetto: omicidio. Un mistero svelato 1000 anni dopo il delitto. Tutto è iniziato con il ritrovamento di uno scheletro, deposto in una tomba poco profonda in un villaggio della zona di Galway. L&#8217;esame dei resti ha svelato come il cranio fosse stato trapassato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La scoperta di una freccia conficcata in un teschio fa scattare il sospetto: omicidio. Un mistero svelato 1000 anni dopo il delitto.</strong></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11538" title="" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/Galway-omicidio.jpg" alt="" width="600" height="450" /></p>
<p>Tutto è iniziato con il ritrovamento di uno scheletro, deposto in una tomba poco profonda in un villaggio della zona di Galway. L&#8217;esame dei resti ha svelato come il cranio fosse stato trapassato dalla punta metallica di una freccia, trovata tra le ossa; ecco emergere immediatamente l&#8217;ipotesi di un delitto consumato quasi 1000 anni fa e rimasto ignoto fino a oggi.</p>
<p>Recenti lavori in una cava nei pressi di Tisaxonm, vicino a Newcastle, hanno riportato alla luce dei resti umani. Subito sono iniziate le operazioni di studio archeologico, condotte dall’archeologo Martin Fitzpatrick della Arch Consultancy Ltd, fondata dal National Monuments Service. Dalle ricerche è emerso che il tumulo sepolcrale era una tomba poco profonda e che il corpo, quello di un uomo di età tra i 17 e i 25 anni, giaceva rannicchiato sul fianco, piuttosto che disteso come spesso avviene. Un piccolo foro nel cranio era l’unica ferita riscontrabile in uno scheletro che è stato trovato altrimenti in buone condizioni.</p>
<p>Da ulteriori studi effettuati dall’osteoarcheologo Caoimhe Tobin è emerso che la ferita era stata provocata da una piccola punta di freccia lunga circa 4 centimetri, che era stata in grado di trapassare la parete ossea, e che è stata recuperata dall’interno del cranio. Una prima analisi suggerisce che potrebbe risalire al IX o X secolo.</p>
<p>Inoltre, sono anche state rinvenute tracce di un passaggio sotterraneo in un’altra parete della stessa cava. Si è poi scoperto che il passaggio segreto portava a un ambiente sotterraneo di quelli solitamente utilizzati come rifugio o magazzino. Data la loro datazione, che li posiziona intorno al IX secolo, si pensa che queste costruzioni possano essere state strutture difensive tipiche dell’epoca.</p>
<p>Fitzpatrick ha spiegato che, anche se non esiste alcuna fortificazione associata con questo ambiente sotterraneo, il sito ecclesiastico di Templemoyle si trova nelle vicinanze, e le due cose potrebbero essere collegate. Ha anche aggiunto che Templemoye è particolarmente importante dal punto di vista archeologico per le sue caratteristiche: comprende infatti una recinzione, un pozzo, una chiesa, un cimitero, un sistema di campi ed era strategicamente posizionato vicino al Tisaxon, da cui prende il nome la città adiacente. In particolar modo la chiesa e il cimitero sono degni di nota in quanto sono posizionati sul crinale che originariamente si estendeva a nord-est della chiesa.</p>
<p>Dal 1952, durante gli scavi per l’estrazione di sabbia e di ghiaia nell’area, sono stati dissotterrati tanti tumuli sepolcrali, e nel 1979 sono stati riportati alla luce anche una lapide con un’iscrizione che recita <em>OROIT AR MAELPOIL </em>e una campana da mano di ferro ricoperta di bronzo risalente a un periodo che va dal VIII al IX secolo. La cava è stata recentemente attiva a ovest della chiesa e del cimitero, nella zona dove sono stati ritrovati la freccia e lo scheletro di un uomo assassinato oltre 1000 anni fa.</p>
<p>Secondo Fitzpatrick questi ritrovamenti indicano che la vita in questa zona non doveva essere stata proprio idilliaca a quei tempi, dato che è stato scoperto un assassinio la cui vittima peraltro è stata seppellita frettolosamente in una tomba poco profonda. Un ritrovamento che solleva molte domande sulla vittima, sul perché è stato ucciso, se la sua uccisione ha qualcosa a che vedere con il passaggio sotterraneo scoperto precedentemente o se è solo la vittima di una battaglia. Se nei dintorni ce ne saranno altri come lui è ancora tutto da scoprire.</p>
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		<title>Ratley, Gran Bretagna. Famiglia scopre un cimitero sassone sotto casa</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jan 2012 14:04:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Lattanzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[scoperte]]></category>
		<category><![CDATA[storia medievale]]></category>

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		<description><![CDATA[Difficile immaginare la sorpresa di un abitante del Warwickshire quando i costruttori addetti alla ristrutturazione della loro casa gli hanno comunicato di aver rinvenuto delle ossa umane sotto il suo patio. Stephen e Nicky West stavano seguendo i lavori di restauro della propria dimora quando un operaio ha dissotterrato i resti: hanno sentito bussare alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><img class="alignnone size-full wp-image-11483" title="battle of Edgehill 1" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/battle-of-Edgehill-1.jpg" alt="" width="500" height="281" /></p>
<p align="JUSTIFY">Difficile immaginare la sorpresa di un abitante del Warwickshire quando i costruttori addetti alla ristrutturazione della loro casa gli hanno comunicato di aver rinvenuto delle ossa umane sotto il suo patio. Stephen e Nicky West stavano seguendo i lavori di restauro della propria dimora quando un operaio ha dissotterrato i resti: hanno sentito bussare alla porta e quando sono andati ad aprire, si sono trovati di fronte il costruttore, con un teschio in mano, che diceva loro di aver fatto una scoperta straordinaria.</p>
<p align="JUSTIFY">La coppia aveva vissuto nella loro casa a Ratley, un piccolo villaggio nella zona meridionale del Warwickshire, per quasi sette anni. Il villaggio si trova vicino a Edgehill, dove è stata combattuta la battaglia di Edgehill e dove le armate del re si sono scontrate con quelle dei <strong>Parlamentarians</strong> nel 1642, all’inizio della Guerra Civile inglese.</p>
<p align="JUSTIFY">In un primo momento il signor West ha pensato che i corpi rinvenuti sotto la sua casa potessero essere finiti lì in seguito a quella guerra, tant’è che quando sono iniziati i lavori di ristrutturazione qualcuno aveva preannunciato loro che avrebbero potuto rinvenire delle ossa risalenti alla guerra civile; evidentemente si erano sbagliati di molti, moltissimi anni, visto che le ossa sono stata datate e pare che siano anteriori a quel periodo di almeno ottocento anni.</p>
<p align="JUSTIFY"><img class="alignnone  wp-image-11484" title="battle of Edgehill 2" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/battle-of-Edgehill-2.jpg" alt="" width="350" height="197" /></p>
<p align="JUSTIFY">In seguito a questo ritrovamento, i signori West hanno subito informato gli archeologi del Warwickshire County Council: il loro direttore, Stuart Palmer, ha fatto visita alla casa e ha dichiarato che le ossa dovevano essere state seppellite lì molti anni prima, e non si trattava affatto né di resti della guerra civile né di qualche evento più recente. Palmer ha anche detto che la sua équipe normalmente non avviava indagini scientifiche per ogni ritrovamento, data la scarsità di fondi, ma siccome i coniugi West erano tanto intrigati dalla misteriosa scoperta, la commissione archeologica del Warwickshire ha deciso di approfondire l’esame sui resti.</p>
<p align="JUSTIFY">Le ossa sono state riportate alla luce un anno fa, ma solo recentemente sono stati resi pubblici i risultati delle ricerche: gli archeologi hanno identificato i resti di almeno quattro corpi, tra cui due femmine adulte, un giovane uomo e un bambino di sesso indefinito e di età che si aggira tra i dieci e i dodici anni. La datazione al carbonio effettuata su due degli scheletri ha fissato la loro morte tra il 650 e l’820 d.C., ossia più o meno nella metà di quello che è comunemente conosciuto come il periodo Sassone. In quell’epoca l’Inghilterra era suddivisa in un gran numero di reami e il villaggio di Ratley avrebbe potuto trovarsi in una zona di frontiera nel corso di una guerra tra il regno Sassone degli Hwicce e l’allora dominante regno degli “angli”.</p>
<p align="JUSTIFY">Palmer ha dichiarato che la scoperta di una zona sepolcrale ancora sconosciuta è un evento molto raro e importante, in quanto apporta un enorme contributo a un periodo della storia del Warwickshire fino a quel momento archeologicamente inesistente. Le analisi approfondite degli scheletri hanno permesso di scoprire informazioni preziose sulla salute della popolazione della metà del periodo Sassone, che era soggetta frequentemente a lunghi periodi di malnutrizione e a tutta una serie di infezioni che ci rimandano l’immagine di una vita molto dura e spesso caratterizzata da un dolore fisico continuo e persistente.</p>
<p align="JUSTIFY">Palmer ha anche detto che è molto difficile trovare ossa in qualsiasi parte di questa regione, men che meno nel giardino di una casa privata, e questo gli ha fatto pensare che le ossa quasi sicuramente facevano parte di un cimitero molto più esteso.</p>
<p align="JUSTIFY">Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il signor West non ha espresso alcun disagio riguardo al fatto di abitare proprio sopra un antico cimitero, anzi ha dichiarato di essere quasi emozionato dalla quantità di storia che giace sotto la sua casa, nella speranza che un evento così singolare non arrivi mai a disturbare il suo sonno.</p>
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		<title>Colleferro. Presentati i risultati degli scavi al Castello di Piombinara</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2011 10:46:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[scavi]]></category>
		<category><![CDATA[storia medievale]]></category>

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		<description><![CDATA[La presentazione dei risultati delle campagne di scavo 2011, sul Castello di Piombinara, nel territorio del Comune di Colleferro che ogni anno, ha lo scopo di fare il quadro della situazione sul progetto di ricerca della Missione Archeologica, che sta lentamente riportando alla luce uno dei siti medievali più importanti del Lazio Meridionale, ha fatto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11415" title="piombinaria-2011-4" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/12/piombinaria-2011-4.jpg" alt="risultati degli scavi al Castello di Piombinara" width="600" height="450" /></p>
<p>La presentazione dei risultati delle <strong>campagne di scavo 2011</strong>, sul<strong> Castello di Piombinara</strong>, nel territorio del Comune di <strong>Colleferro</strong> che ogni anno, ha lo scopo di fare il quadro della situazione sul progetto di ricerca della Missione Archeologica, che sta lentamente riportando alla luce uno dei siti medievali più importanti del Lazio Meridionale, ha fatto risaltare novità di estremo interesse.<br />
Innanzitutto l’intera area del castello è stata fatto oggetto di un’indagine geognostica a tappeto, eseguita con il georadar. Questa ha evidenziato la presenza di aree di abitazione e strutture difensive non rilevabili ad un esame autoptico e sconosciute dalle fonti antiche e moderne, tra tutti l’individuazione di quella che potrebbe essere la cinta muraria del castello primitivo o del monastero di S.Cecila, inglobata nel XIII secolo dal più grande recinto edificato da <strong>Riccardo Conti</strong>, fratello del <strong>papa Innocenzo III</strong> . L’indagine, comunque, consentirà una progettazione più puntuale degli interventi scavo per gli anni a venire.</p>
<p>Sono continuati gli interventi sulla necropoli, individuata nell’area della chiesa castellana, di cui sono state rinvenute 68 tombe a fossa terragna, con più di cento individui di varia età e sesso. In molte delle tombe scavate nel corso dell’anno 2011, gli inumati avevano un corredo-arredo personale che ha consentito di individuare almeno due fasi cronologiche; la prima risalente all’altomedioevo, con corredi costituiti per lo più da anelli ed orecchini di chiara derivazione da modelli tardoromani e bizantini. La seconda fase legata ad inumazioni localizzabili, quasi esclusivamente nella zona presbiteriale della chiesa, coeva alla costruzione del castello dei Conti Una indagine più approfondita sulle murature della chiesa ha permesso di rilevare una tessitura muraria alquanto incerta, costituita da blocchi e bozze di tufo di dimensioni variabili, disposti in file non regolari, con un discreto numero di elementi fittili di rincalzo, che la assimila ad altre strutture di culto del territorio come ad esempio la chiesa di S.Ilario Ad bivium costruita davanti la catacomba omonima, situata nel territorio del comune di Valmontone.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11416" title="piombinaria-2011-7" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/12/piombinaria-2011-7.jpg" alt="risultati degli scavi al Castello di Piombinara" width="600" height="370" /></p>
<p>Dall’indagine delle fonti, si è pensato di identificare i resti di questa chiesa con quella di S. Nicola, citata nella Bolla del Papa Lucio III del 1182.</p>
<p>Della stessa chiesa di S.Maria ha parlato la restauratrice Gigliola Patrizi, in merito all’indervento di consolidamento di frammenti di affresco provenienti da un vano sotterraneo pertinente alla chiesa medievale, probabilmente databili al XIV secolo e pertinenti alla figura di una Madonna con Bambino.</p>
<p>Un lavoro lungo, paziente e delicato, dunque, che viene svolto di concerto tra Comune di Colleferro, Soprintendenza ai Beni Archeologici del Lazio, Museo archeologico del Territorio Toleriense, Coop. Il Betilo e scuole, con il supporto di sponsorizzazione della Italcementi, società attenta al recupero e al restauro di monumenti, testimonianze dirette della storia del nostro Paese da preservare nel tempo. Che ha aderito, ormai già dal 2005, alla richiesta dell’Amministrazione Comunale di Colleferro per il recupero e la valorizzazione del Castello di Piombinara a conferma anche dello stretto legame che la unisce al territorio in cui opera. Da quest’anno si è aggiunto un nuovo sponsor, la Flyren, grazie all’interessamento del Dr. Carlo Garuzzo.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11417" title="piombinaria-2011-5" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/12/piombinaria-2011-5.jpg" alt="risultati degli scavi al Castello di Piombinara" width="600" height="450" /></p>
<p>Questa sociètà opera nel territorio nel settore del fotovoltaico è già si è fatta promotrice di interventi di rilevazione del patrimonio archeologico del Comune di Colleferro. All’Ispettore della Soprintendenza per i Beni archeologici del Lazio Alessandro Betori, infine, è toccato il compito di terminare i lavori, tirando le conclusioni. “Quanto viene fatto qui a Colleferro è molto positivo”, ha detto parlando della collaborazione con le scuole. Betori ha anche sottolineato l’importanza di essere sempre più vicini per il progetto di fruizione e conoscenza dei reperti archeologici locali e la necessità, quindi, di riconsiderare il grado di collaborazione tra le istituzioni per offrire sempre migliore godimento del bene culturale ai cittadini. Portando il saluto della Soprintendente per i beni archeologici del Lazio Marina Sapelli, ha detto che la stessa plaude a quanto si sta facendo a Colleferro e all’impegno profuso nella cura del patrimonio di questo territorio.</p>
<p><em>Angelo Luttazzi </em><br />
<em>Direttore Museo Archeologico del Territorio Toleriense di Colleferro</em></p>
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		<title>Cava de’ Tirreni (Sa). L’abbazia compie 1000 anni</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2011 14:03:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[eventi culturali]]></category>
		<category><![CDATA[storia medievale]]></category>
		<category><![CDATA[Abbazia della Santissima Trinità di Cava]]></category>

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		<description><![CDATA[Quest’anno è ricorso il millenario dell’Abbazia della Santissima Trinità di Cava, ricordato attraverso diverse attività con l’obiettivo di valorizzare il monastero, che tanta importanza ebbe a livello europeo nel pieno medioevo, e il suo enorme lascito artistico e culturale. Infatti, tra l’undicesimo e il tredicesimo secolo, l’Abbazia è stata certamente la più famosa casa monastica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11384" title="Abbazia-Santissima-Trinità-Cava-Tirreni" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/12/Abbazia-Santissima-Trinità-Cava-Tirreni.jpg" alt="Abbazia della Santissima Trinità di Cava" width="400" height="294" /></p>
<p>Quest’anno è ricorso il millenario dell’<strong>Abbazia della Santissima Trinità di Cava</strong>, ricordato attraverso diverse attività con l’obiettivo di valorizzare il monastero, che tanta importanza ebbe a livello europeo nel pieno medioevo, e il suo enorme lascito artistico e culturale. Infatti, tra l’undicesimo e il tredicesimo secolo, l’Abbazia è stata certamente la più famosa casa monastica benedettina dell’Italia meridionale, e da essa dipendevano oltre quattrocento fondazioni ecclesiastiche. La continua presenza a Cava di turisti e studiosi, provenienti da ogni parte del mondo, attirati dalla singolarità del fondo pergamenaceo altomedioevale e dai manoscritti miniati, oltre che dalla bellezza dei beni artistici conservati all’interno della struttura, rappresenta un motivo di vanto e stimola un forte senso di responsabilità nei confronti del passato.</p>
<p>Per la pregnanza che riveste il progetto è stata presentata nell’autunno 2008 la proposta di Legge n. 1889, il cui percorso di è concluso con l’approvazione della Legge n. 92 nell’estate successiva, avente per oggetto ”Disposizioni per la valorizzazione dell&#8217;Abbazia della Santissima Trinità di Cava de&#8217; Tirreni”. Per la realizzazione dell’evento, la Legge ha messo a disposizione un fondo speciale di 250 mila euro per il 2009, di 500 mila per il 210, di 450 mila per il 2011 e altrettanti per il 2012. Il progetto ha previsto lavori di restauro dei manufatti, degli affreschi e dei dipinti, di ristrutturazione architettonica e di valorizzazione culturale, turistica e ambientale del complesso monastico, finalizzati al conseguimento di diversi obiettivi.</p>
<p>Uno degli intenti era riconoscere all’iniziativa il pregnante valore religioso, cosicché la secolare tradizione spirituale dei monaci di Cava potesse toccare i visitatori del Monumento e creare diversi momenti di riflessione teologica e raccoglimento. Allo stesso tempo, grande importanza è stata assegnata agli interventi di restauro artistico e architettonico, ma anche alle occasioni di confronto scientifico, percorsi ed esposizioni tematiche proposte al pubblico di fedeli, medievisti e visitatori. Il recupero dell’ex Seminario, ad esempio, al quale si vuole assegnare una funzione di accoglienza per i tanti turisti che vorranno pernottare presso il Monumento, è apparso fin dall’inizio, fondamentale. Infatti, la costruzione di nuove strutture ricettive e turistiche è una delle priorità per raggiungere l’obiettivo di una valorizzazione più ampia e una fruizione del Monastero più completa.</p>
<p>In corso di realizzazione c’è anche un film-documentario, che ricostruirà le origini del cenobio e l’evoluzione dell’Ordo Cavensis attraverso l’intero territorio dell’Italia meridionale. Il filmato, basato su un’aggiornata e rigoroso consulenza storica sulle vicende dell’Abbazia e sul suo patrimonio architettonico, librario, documentario e storico-artistico, impiegherà tecnologie di grafica tridimensionale per le ricostruzioni virtuali degli ambienti e scritturerà attori e figuranti professionisti per girare gli episodi più importanti della storia del Monumento.</p>
<p>Un altro progetto, gestito dall’Istituto Centrale per gli Archivi, prevede di inventariare e digitalizzare i documenti scritti o editi dalla fine del Medioevo ad oggi su Cava de’ Tirreni e sulla sua Congregazione, nonché di censire il materiale documentario relativo alle chiese e ai monasteri cavensi, per consentire una funzionale e corretta fruizione da parte di turisti e studiosi. Mentre il Comune di Cava de’ Tirreni si è occupato degli eventi di carattere scientifico, come mostre, convegni e concerti, e dei numerosi appuntamenti di carattere spirituale.</p>
<p>Le attività svolte sono state frutto dell’appassionata collaborazione tra più soggetti che hanno scelto di dedicare tempo e risorse alla causa per la comune stima e riverenza nei confronti di un’interessante esperienza spirituale che perdura a Cava da oltre mille anni.</p>
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		<title>Scozia, Ardnamurchan. Scoperta una “nave” funeraria vichinga praticamente intatta</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Oct 2011 09:54:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[scoperte]]></category>
		<category><![CDATA[storia medievale]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo oltre un millennio di permanenza sotto uno spesso strato di sedimenti è tornata alla luce una &#8220;nave funeraria&#8221; vichinga. La scoperta è avvenuta nell’estremo lembo occidentale della Scozia, precisamente nella penisola dell’ Ardnamurchan; secondo gli studiosi che stanno lavorando sul sito si tratta della prima tomba di questo tipo trovata intatta sul territorio britannico. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-10834" title="Ardnamurchan01" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/10/Ardnamurchan01.jpg" alt="Ardnamurchan. nave funeraria vichinga" width="600" height="355" /></p>
<p>Dopo oltre un millennio di permanenza sotto uno spesso strato di sedimenti è tornata alla luce una <strong>&#8220;nave funeraria&#8221; vichinga</strong>. La scoperta è avvenuta nell’estremo lembo occidentale della Scozia, precisamente nella penisola dell’ <strong>Ardnamurchan</strong>; secondo gli studiosi che stanno lavorando sul sito si tratta della prima tomba di questo tipo trovata intatta sul territorio britannico.</p>
<p>I resti dell’imbarcazione conservavano numerose ossa dell&#8217;uomo (o degli uomini ?) sepolto all&#8217;interno della nave trasformata in cassa. Accanto ai resti sono state rinvenute importati testimonianze archeologiche come cui uno scudo, una spada e una cassa che erano sicuramente riunite in origine nella parte centrale della nave funeraria, attorno al defunto, o al suo fianco.</p>
<p>In relazione alla datazione, secondo l’esperto Colleen Batey la tomba potrebbe risalire addirittura al decimo secolo dopo Cristo.</p>
<p>L&#8217;imbarcazione è lunga solo cinque metri e alta sulla fiancata circa uno e mezzo; rappresenta dunque un vascello di piccole dimensioni ma si ritiene che abbia navigato le acque della Scozia, della Scandinavia e dell’Irlanda.</p>
<p>Il corredo funerario del guerriero, individuato in una fossa di cinque metri, è costituito da una spada con l’elsa finemente ornata, un’ascia, uno scudo, una lancia e alcuni spilloni in bronzo; sono stati ritrovati molti altri reperti in ferro, che devono ancora essere studiati. I reperti trovati e il loro stato di conservazione rendono questo sito una delle più importanti tombe vichinghe mai scoperte in Gran Bretagna.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-10835" title="Ardnamurchan02" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/10/Ardnamurchan02.jpg" alt="Ardnamurchan. nave funeraria vichinga" width="600" height="343" /><br />
<em>Parte del corredo funrario: una spada, una testa di ascia e uno degli spilloni di bronzo.</em></p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-10837" title="Ardnamurchan03" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/10/Ardnamurchan03.jpg" alt="Ardnamurchan. nave funeraria vichinga" width="600" height="349" /></em><br />
<em>L&#8217;esame della spada</em></p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-10838" title="Ardnamurchan04" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/10/Ardnamurchan04.jpg" alt="Ardnamurchan. nave funeraria vichinga" width="360" height="624" /></em><br />
<em>Radiografia della spada</em></p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-10840" title="Ardnamurchan05" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/10/Ardnamurchan05.jpg" alt="Ardnamurchan. nave funeraria vichinga" width="600" height="370" /></em><br />
<em>Spillone in bronzo</em></p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-10841" title="Ardnamurchan06" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/10/Ardnamurchan06.jpg" alt="Ardnamurchan. nave funeraria vichinga" width="600" height="338" /></em><br />
<em>Ricostruzione della nave funeraria</em></p>
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		<title>Piazza Armerina. Presentati i risultati della recente campagna scavi</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Oct 2011 17:42:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[scavi]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>
		<category><![CDATA[storia medievale]]></category>

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		<description><![CDATA[Durante la conferenza stampa tenutasi mercoledì 12 ottobre 2011 a Piazza Armerina sono stati presentati i risultati dell’ultima campagna di scavi presso il villaggio medievale, venuto alla luce nell’area che circonda la Villa Romana del Casale, diretta da Patrizio Pensabene, professore dell’Università La Sapienza di Roma. Alla conferenza sono intervenuti anche Rosa Oliva, Direttore dell’ente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-10781" title="Piazza-Armerina-villa-casale" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/10/Piazza-Armerina-villa-casale.jpg" alt="Piazza Armerina. Presentati i risultati della recente campagna scavi" width="600" height="336" /></p>
<p>Durante la conferenza stampa tenutasi mercoledì 12 ottobre 2011 a Piazza Armerina sono stati presentati i risultati dell’<strong>ultima campagna di scavi presso il villaggio medievale</strong>, venuto alla luce nell’area che circonda la Villa Romana del Casale, diretta da <strong>Patrizio Pensabene</strong>, professore dell’Università La Sapienza di Roma. Alla conferenza sono intervenuti anche Rosa Oliva, Direttore dell’ente parco Floristella, e Fulvia Caffo, Soprintendente di Enna.</p>
<p>Prima dell’esposizione delle indagini, il sindaco Nigrelli ha presentato il professor Pensabene, ringraziando contemporaneamente i partner privati che hanno supportato la campagna di scavo, fungendo da veri e propri mecenati per sopperire alla mancanza dei fondi necessari a concludere la ricerca. La comunità di Piazza Armerina è investita dell’importante compito di tutelare il sito archeologico, patrimonio dell’Umanità, e per raggiungere questo obiettivo è indispensabile la collaborazione delle singole persone provenienti dai diversi settori.</p>
<p>La ricerca archeologica resta sterile se non viene adeguatamente contestualizzata. Gli scavi sono incominciati nel 2004 in seguito alla scoperta di un villaggio medievale fondato in epoca islamica alla fine del decimo secolo e, da allora, è ripresa ogni anno, con la collaborazione dei docenti della Kore di Enna, Daniela Patti e Paolo Barresi, e di moltissimi studenti di archeologia sia dell’Università di Enna, sia della Sapienza e di altri atenei stranieri (Cadice, Tarragona, Siviglia).</p>
<p>I risultati e i ritrovamenti emersi dall’ultima campagna di scavi sono stati mostrati attraverso la proiezioni di diapositive. In particolare, vanno segnalate le numerose pareti affrescate, le fasi della scoperta di un edificio termale di età tardo-antica con due stanze absidali, una più a sud con una profonda vasca nell’abside, l’altra più a nord con pareti mosaicate da motivi decorativi a onde che la ricollegano alla Villa dove è emerso un mosaico con la stessa decorazione. La struttura termale fu rimpiegata in un periodo successivo a partire dall’epoca bizantina e anche durante quella arabo-normanna. Interessante anche la scoperta di un capitello ionico afferente alla Villa e il ritrovamento di trenta pozzi medievali.</p>
<p>I risultati emersi dagli scavi medievali contribuiscono alla conoscenza e allo studio della Villa e permetteranno anche un ulteriore arricchimento dell’offerta per i visitatori. Il prossimo progetto è l’inaugurazione contemporanea della Villa e del Museo di Palazzo Trigona, un sistema museale che congiungerà il centro storico di Piazza Armerina alla Villa, nell’ambito del territorio antropizzato.</p>
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		<title>Spoleto. Concluso lo scavo nella rocca Albornoz</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2011 13:52:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[scavi]]></category>
		<category><![CDATA[storia medievale]]></category>
		<category><![CDATA[Longobardi]]></category>

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		<description><![CDATA[Si sono concluse con successo gli scavi annuali della necropoli longobarda, situata all’interno della più antica cerchia muraria della fortezza Albornoz, a Spoleto, condotti dal Museo Civico di Biassono con personale ingaggiato tra i soci del gruppo ricerche archeologiche del Lambro, e diretti da Ermanno Arslan, conservatore del Museo, Letizia Pani Ermini, vicepresidente del Centro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-10722" title="Rocca-Albornoz" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/10/Rocca-Albornoz.jpg" alt="Spoleto. Concluso lo scavo nella rocca Albornoz" width="600" height="376" /></p>
<p>Si sono concluse con successo gli scavi annuali della<strong> necropoli longobarda</strong>, situata all’interno della più antica cerchia muraria della fortezza Albornoz, a Spoleto, condotti dal Museo Civico di Biassono con personale ingaggiato tra i soci del gruppo ricerche archeologiche del Lambro, e diretti da Ermanno Arslan, conservatore del Museo, Letizia Pani Ermini, vicepresidente del Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo di Spoleto, e Francesca Romana Stasolla, professoressa di Archeologia medievale dell’Università La Sapienza di Roma.</p>
<p>Durante le ricerche sono emersi inediti e preziosissimi documenti, gli ornamenti di ferro ageminato della cintura porta spada di un longobardo del settimo secolo dopo Cristo. La scoperta di un corredo funebre ha confermato l’ubicazione di una necropoli sulla collina che domina la città, dove in antichità si ergeva l’acropoli di epoca etrusca e romana, sostituita nel medioevo dalla Chiesa di Sant’Elia, della quale erano già note le fondazioni, e, infine, la Rocca, fatta costruire nella sua struttura attuale nel quindicesimo secolo dal cardinale Albornoz e di cui venne infeudata Lucrezia Borgia.</p>
<p>Le prime testimonianze longobarde, oltre a confermare la datazione della necropoli all’epoca longobarda, indicano quasi con certezza che la prosecuzione degli scavi, programmata per il 2012, nei settori non ancora indagati fornirà una preziosa documentazione che ancora manca a Spoleto. Le preziose testimonianze sono ora in fase di restauro e appena saranno pronti disegni e foto, i ricercatori presenteranno i risultati degli scavi del 2012 e il programma per il 2012 durante una conferenza pubblica.</p>
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		<title>Irlanda. Scoperti 2 scheletri del VIII secolo con sassi infilati in bocca</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Sep 2011 12:26:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[scoperte]]></category>
		<category><![CDATA[storia medievale]]></category>

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		<description><![CDATA[Un team di archeologi ha dissotterrato, in Irlanda, due scheletri risalenti all’Ottavo secolo, sepolti con dei sassi infilati in bocca. Si pensa che questa pratica fosse stata utilizzata per evitare che i morti tornassero in “vita”; solitamente, i corpi identificati come possibili “morti viventi” appartenevano a forestieri. Questi scheletri, di uomini vissuti in piena epoca [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-10532" title="defunti-sasso-in-bocca" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/09/defunti-sasso-in-bocca.jpg" alt="" width="600" height="455" /></p>
<p>Un team di archeologi ha dissotterrato, in Irlanda, due scheletri risalenti all’Ottavo secolo, sepolti con dei sassi infilati in bocca. Si pensa che questa pratica fosse stata utilizzata per evitare che i morti tornassero in “vita”; solitamente, i corpi identificati come possibili “morti viventi” appartenevano a forestieri.</p>
<p>Questi scheletri, di uomini vissuti in piena epoca medievale, sono stati recentemente riportati alla luce in Irlanda e gli archeologi hanno constatato con notevole sorpresa la presenza di due grandi sassi infilati nelle rispettive bocche: a detta degli studiosi, questa pratica veniva utilizzata quando si pensava che i morti potessero risorgere dalle proprie tombe come morti viventi.</p>
<p>È senza dubbio molto interessante l&#8217;analogia con una scoperta avvenuta a Venezia qualche anno fa e relativa, come in questo caso, a un defunto nella cui bocca spalancata era stato posto un sasso.</p>
<p>Gli scheletri, che si sono visti in un documentario inglese andato in onda qualche settimana fa, sono stati riportati alla luce nel corso di una lunga stagione di scavi che si è protratta dal 2005 al 2009 a Kilteasheen, vicino a Loch Key in Irlanda, da un gruppo di archeologi capitanati da Chris Read dell’Institute of Technology di Sligo, Irlanda, e da Thomas Finan dell’Università di St. Louis. Questi scavi hanno riportato alla luce un totale di 137 scheletri, anche se gli studiosi sono convinti che ci siano, ancora sepolti in quello stesso sito, qualcosa come altri 3.000 scheletri risalenti a un periodo compreso tra il 700 e il 1400. I due scheletri con il sasso in bocca appartengono a due uomini che sono stati seppelliti in epoche diverse nel corso del Settecento. Uno dei due doveva essere un uomo di età compresa tra i quaranta e sessant’anni mentre il secondo doveva essere un po’ più giovane e di età compresa tra i venti e i trent’anni. I due uomini sino stati ritrovati fianco a fianco e ognuno dei due aveva una pietra delle dimensioni di una pallina da tennis infilata a forza nella bocca.</p>
<p>Uno dei due era sdraiato con lo sguardo rivolto verso l’alto, e aveva un grosso sasso nero infilato a forza in bocca, mentre l’altro aveva la testa piegata di lato e aveva una pietra ancora più grossa dell’altra infilata in bocca con tanta forza da rischiare di dislocare la mandibola.</p>
<p>Inizialmente Read e i suoi colleghi hanno pensato di aver trovato un’area sepolcrale strettamente connessa al periodo della Peste Nera; altri resti di individui sepolti verso la fine del medioevo con sassi infilati in bocca, infatti, hanno anche fatto pensare a qualche rituale utilizzato all’epoca contro i vampiri. Esisteva infatti la credenza che questi presunti vampiri avessero la capacità di diffondere la peste semplicemente mordendo il proprio sudario funebre dopo la morte. In un’epoca in cui si era ancora lontani dall’avere una conoscenza medica tale da anche solo ipotizzare la presenza dei germi, dei virus e dei batteri, infatti, si pensava che fosse sufficiente utilizzare il trucchetto del sasso in bocca per bloccare il diffondersi della peste. Ma dato che il fenomeno dei vampiri non si manifestò nel folclore europeo almeno fino al 1500, gli archeologi hanno escluso che la motivazione del sasso in bocca fosse questa anche per gli scheletri risalenti all’Ottocento. In questo caso, infatti, pare che il sasso in bocca fosse utilizzato come una barriera per evitare che i morti ritornassero alla vita uscendo dalle loro tombe, ha spiegato Read agli inviati di Discovery News.</p>
<p>Sempre secondo Read, solitamente i morti viventi (oggi li chiamiamo zombie) erano persone che vivevano ai margini della società, e i due uomini irlandesi di cui è stato rinvenuto lo scheletro con il sasso in bocca probabilmente erano considerate persone pericolose, ad esempio nemici, assassini o stupratori, così come potevano essere semplicemente persone comuni decedute in seguito qualche strana malattia o vittime di un assassinio. Qualsiasi evento straordinario, infatti, avrebbe suscitato nella comunità dell’epoca la paura che queste persone avrebbero potuto ritornare dal regno dei morti per tormentare i loro cari o, ancora peggio, per vendicarsi di coloro con cui avevano qualche conto in sospeso. E l’organo chiave che permetteva al loro corpo di mettere in atto questa trasformazione era proprio la bocca. Secondo Read, infatti, la bocca era il portale principale utilizzato dall’anima per abbandonare il corpo dopo la morte. Di conseguenza, l’anima (o qualsiasi altro spirito maligno estraneo) avrebbe potuto rientrare nel corpo e rianimarlo passando proprio dalla bocca; da qui la necessità di ostruire il passaggio con qualcosa di pesante, ad esempio un sasso.</p>
<p>Secondo quanto affermato da Kristina Killgrove, un’antropologa biologa dell’Università del Nort Carolina, la datazione delle tombe è un elemento particolarmente interessante in quanto sembra anticipare di qualche secolo le prime testimonianze della credenza nei morti viventi. La dottoressa si è anche dichiarata particolarmente stupita dal fatto che i due uomini non sono stati sepolti nello stesso momento ma erano semplicemente stati sepolti uno di fianco all’altro in un modo davvero inconsueto, ossia con un sasso in bocca, cosa che suggerisce che non si tratti di un evento accidentale.</p>
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		<title>San Clemente (Rn). Nuova scoperta archeologica al castello</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Sep 2011 10:36:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Melania Marano</dc:creator>
				<category><![CDATA[scoperte]]></category>
		<category><![CDATA[storia medievale]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel corso dei lavori di restauro del versante occidentale delle mura del castello di San Clemente sono state identificate, circa quattro mesi fa, le fondazioni delle mura e un torrione, che ora, con il proseguimento degli scavi, è risultato essere più grande di quello che si credeva, 9 x 7 m. Nel corso degli scavi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-10490" title="san-clemente1" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/09/san-clemente1.jpg" alt="San Clemente (Rn). Nuova scoperta archeologica al castello" width="600" height="400" /></p>
<p>Nel corso dei lavori di restauro del versante occidentale delle mura del <strong>castello</strong> di <strong>San Clemente</strong> sono state identificate, circa quattro mesi fa, le fondazioni delle mura e un torrione, che ora, con il proseguimento degli scavi, è risultato essere più grande di quello che si credeva, 9 x 7 m.</p>
<p>Nel corso degli scavi si è verificato che del torrione, anche se distrutto durante i lavori del dopoguerra, sono rimaste comunque alcune tracce: molto materiale è rimasto in loco ed è stato identificato ed è in corso di studio. Il torrione, ad uso militare fino alla fine del &#8217;400, nel secolo successivo aveva perso tale funzione: nel &#8217;500 una delle cannoniere era stata trasformata in forno per la cottura dei materiali ceramici. La finestra posta nella parte alta del torrione, una volta usata per far defluire i fumi dei cannoni, in questa seconda fase veniva adoperata per far fuoriuscire i fumi della cottura della ceramica.</p>
<p>Già negli anni &#8217;30 del secolo scorso l&#8217;allora Podestà aveva richiesto la demolizione del torrione per adibire lo spiazzo a delle adunate, ma il permesso fu negato dal Soprintendente. Nonostante ciò, il torrione subì comunque la stessa fine nel dopoguerra per motivi di sicurezza.</p>
<p>Ora, i progettisti Andrea Ugolini e Marco Farneti stanno progettando un modo per valorizzare i resti di questo torrione.</p>
<p>Gli scavi archeologici sono seguiti da “adArte” di Rimini, sotto la guida scientifica della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell&#8217;Emilia Romagna.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-10491" title="san-clemente2" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/09/san-clemente2.jpg" alt="San Clemente (Rn). Nuova scoperta archeologica al castello" width="600" height="900" /></p>
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		<title>Scozia. Una nuova ipotesi sulla tavola rotonda di re Artù</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Aug 2011 09:39:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[scoperte]]></category>
		<category><![CDATA[storia medievale]]></category>

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		<description><![CDATA[Dai celebri giardini King’s Knot, situati in Scozia, nei pressi del Castello di Stirling, alcuni archeologi, coordinati da Stephen Digney, hanno scoperto quella che potrebbe corrispondere alla famosa tavola rotonda e svelare così i misteri che avvolgono le avvincenti storie che hanno per protagonisti Artù e i suoi cavalieri. Infatti, nel corso degli scavi effettuati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-10284" title="tavola-rotonda" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/08/tavola-rotonda.jpg" alt="tavola rotonda di re Artù" width="350" height="232" /></p>
<p>Dai celebri giardini<strong> King’s Knot</strong>, situati in <strong>Scozia</strong>, nei pressi del <strong>Castello di Stirling</strong>, alcuni archeologi, coordinati da <strong>Stephen Digney</strong>, hanno scoperto quella che potrebbe corrispondere alla famosa <strong>tavola rotonda</strong> e svelare così i misteri che avvolgono le avvincenti storie che hanno per protagonisti Artù e i suoi cavalieri. Infatti, nel corso degli scavi effettuati fra maggio e giugno 2011 è emerso un elemento circolare sul quale gli archeologi della Società di Storia di Stirling insieme agli studiosi dell’Università di Glasgow e agli esperti della Società Archeologica di Stirling, stanno effettuando un’analisi non invasiva per far emergere i dati.</p>
<p>Il sito che circonda il castello di Stirling conserva alcune delle ultime testimonianze dei paesaggi medievali europei che sono indagate fin dal diciassettesimo secolo, quando Carlo I ordinò di effettuare ricerche presso i giardini reali. I risultati delle indagini moderne suggeriscono che la monarchia scozzese nascondesse un elemento nel suo giardino. Il progetto di ricerca proseguirà impiegando tecnologie innovative, come il radar, per realizzare nuove scoperte. Inoltre, si prevede di esporre alcune testimonianze archeologiche all’interno di un museo locale.</p>
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