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	<title>ArcheoRivista - rivista di archeologia &#187; scoperte</title>
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		<title>Hierapolis. Archeologi italiani confermano la scoperta della tomba dell&#8217;apostolo Filippo</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 11:21:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia cristiana]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>
		<category><![CDATA[San Filippo]]></category>

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		<description><![CDATA[Grazie al lavoro dei ricercatori dell’Università del Salento quella che per oltre duemila anni si è pensato fosse solamente una leggenda, oggi è diventata realtà. Risolvendo un ingarbugliato enigma dell’antichità, gli archeologi hanno individuato nel sito turco di Hierapolis la tomba di San Filippo, uno degli apostoli, martirizzato nell&#8217;80 dopo Cristo. La missione archeologica italiana, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11731" title="tomba-di-san-filippo" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/tomba-di-san-filippo.jpg" alt="tomba di San Filippo" width="600" height="487" /></p>
<p>Grazie al lavoro dei ricercatori dell’Università del Salento quella che per oltre duemila anni si è pensato fosse solamente una leggenda, oggi è diventata realtà. Risolvendo un ingarbugliato enigma dell’antichità, gli archeologi hanno individuato nel sito turco di<strong> Hierapolis </strong>la<strong> tomba di San Filippo</strong>, uno degli<strong> apostoli</strong>, martirizzato nell&#8217;80 dopo Cristo.</p>
<p>La missione archeologica italiana, diretta da Francesco D&#8217;Andria, professore ordinario di archeologia classica, ha comprovato la natura del monumento, individuato l’anno scorso, sotto ai resti di un tempio bizantino del V secolo, costruito proprio in omaggio alla tomba. Le operazioni di scavo sono condotte da un’equipe internazionale formata da italiani, tedeschi, francesi e norvegesi.</p>
<p>Indagato in particolare dal team italiano, già a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, è il &#8220;martyrion&#8221;, ovvero l’edificio religioso edificato sul luogo dove fu massacrato l&#8217;apostolo. Sono stati usati anche sistemi geofisici per individuare eventuali vuoti in questa chiesa, ma senza risultati.</p>
<p>Però, quando le ricerche sono state spostate ad un’area limitrofa all’elevato è emerso un elemento straordinario: un’altra chiesa, costruita intorno a una sepoltura romana del I secolo. Una serie di elementi ha permesso l’identificazione di questa chiesa a tre navate con quella edificata attorno alla tomba romana in cui, tradizionalmente, si crede sia stato sepolto San Filippo.</p>
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		<title>Bolivia. Missione archeologica italiana scopre insediamento precolombiano</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 11:19:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[La cittadella scoperta somiglia, in piccolo, a lal celebre Macchu Picchu (nella foto) A Inkata, nella provincia boliviana di La Paz, una spedizione archeologica italiana ha portato alla luce una cittadella precolombiana. La scoperta è stata effettuata nell’ambito del progetto “Valle del Takesi”, diretto da Patrizia Di Cosimo, ricercatrice e professoressa del Dipartimento di Storia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignnone  wp-image-11728" title="Valle del Takesi" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/Valle-del-Takesi.jpg" alt="" width="420" height="487" /> </em><br />
<em>La cittadella scoperta somiglia, in piccolo, a lal celebre Macchu Picchu (nella foto) </em></p>
<p>A <strong>Inkata</strong>, nella provincia boliviana di La Paz, una spedizione archeologica italiana ha portato alla luce una <strong>cittadella precolombiana</strong>.</p>
<p>La scoperta è stata effettuata nell’ambito del progetto “<strong>Valle del Takesi</strong>”, diretto da <strong>Patrizia Di Cosimo</strong>, ricercatrice e professoressa del Dipartimento di Storia e metodi per la conservazione dei Beni culturali dell&#8217;Università di Bologna, e finanziato dal Ministero degli Esteri italiano. L’iniziativa coinvolge studenti di antropologia e archeologia dell’Università di Bologna, dell’Universidad Mayor de San Andre&#8217;s di La Paz e della Unidad Nacional de Arqueología.</p>
<p>Il progetto si propone di tracciare una mappa archeologica della regione utilizzando il sistema del GIS, con l’obiettivo di creare una banca dati utili per la tutela e la conservazione del patrimonio archeologico, storico, culturale e ambientale; di individuare le civiltà pre-ispaniche insediatesi nella zona e come usavano il territorio e le risorse naturali, secondo il modello teorico degli arcipelaghi verticali; di verificare le continuità culturali e la percezione della sacralità nelle comunità che attualmente vivono nelle Yungas; di integrare le informazioni archeologiche con la ricerca e l’analisi della documentazione di età coloniale, conservati in archivi e biblioteche.</p>
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		<title>Turchia, Karkemish. Dopo un secolo tornano i riflettori sulla celebre città hittita</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 13:18:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia vicino oriente]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca & studi]]></category>
		<category><![CDATA[scavi]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono ripresi qualche mese fa, dopo quasi cento anni di stop, i lavori di scavo archeologico sul sito di Karkemish, la famosa città ittita, edificata su un importante guado dell’Eufrate, vicino al contemporaneo confine tra Siria e Turchia, ricordata nelle tavolette di Ebla del terzo millennio avanti Cristo e menzionata anche nella Bibbia, annientata nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignnone  wp-image-11703" title="Karkemish" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/Karkemish.jpg" alt="Karkemish" width="600" height="545" /></strong></p>
<p><strong>Sono ripresi qualche mese fa</strong>, dopo quasi cento anni di stop,<strong> i lavori di scavo archeologico sul sito di Karkemish</strong>, la famosa città ittita, edificata su un importante guado dell’Eufrate, vicino al contemporaneo confine tra Siria e Turchia, ricordata nelle tavolette di Ebla del terzo millennio avanti Cristo e menzionata anche nella Bibbia, annientata nel 717 avanti Cristo dall’esercito assiro di Sargon II e dallo stesso popolo ricostruita. In questa città Nabuccodonosor arrestò nel 605 avanti Cristo la conquista egiziana e in epoca romana essa tornò a fiorire.</p>
<p>Tra 1911 e 1920 Karkemish venne interessata dalla prima spedizione archeologica, diretta dal British Museum, a cui partecipò il famoso T.E. Lawrence, ma lo scavo fu subito abbandonato e, con l’indipendenza della Turchia, l’antico insediamento fu dimenticati e occupato da un’area di interesse militare turco, totalmente off limits per i civili, studiosi inclusi. Oggi, una missione italo-turca è tornata sul campo allo scopo di realizzare in loco un parco archeologico e di restituire l’area alla fruizione e alla ricerca. Infatti, gli atenei di Istanbul, Bologna e Gaziantep hanno avviato una collaborazione per valorizzare la plurimillenaria storia di questo sito.</p>
<p>Il sito di Karkemish conserva delle rovine imponenti: una vasta zona che si estende per oltre 90 ettari, circondata da mura che raggiungono i venti metri, un’acropoli fortificata che protegge una città con templi e palazzi, strade commemorative, una ricca necropoli. L’equipe italo-turca ha individuato la fase archeologica corrispondente alla distruzione assira del VI secolo avanti Cristo, mentre i resti della città romana in superficie celano al di sotto le tracce delle città costruire in questo sito strategico.</p>
<p>Una delle scoperte più importanti di questa prima missione archeologica è un altissimo monolite di basalto, rivestito completamente di iscrizioni in geroglifico luvio, caratteri idrografico-sillabici che celano una lingua di origine indoeuropea, decodificata da David Hawkins della British Academy. La stele, che riporta una dedica regale al dio Sole alato, effigiato nella parte superiore della rappresentazione, risale al 980 avanti Cristo, un’epoca ancora sconosciuta della storia di Karkemish.</p>
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		<title>Siberia, Altai. Scoperto il cane addomesticato più antico</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 13:18:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Il ritrovamento del cranio di un cane risalente a circa 33.000 anni fa, avvenuto in una caverna situata nelle montagne dell’Altai, in Siberia, è la chiara e più antica evidenza di un’antica pratica di addomesticamento degli animali da parte dell&#8217;uomo, in questo caso dei cani. Insieme a quelli ritrovati in precedenza in una caverna in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11661" title="cane-domestico-altai-2" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/cane-domestico-altai-2.jpg" alt="Siberia. Scoperto il cane addomesticato più antico" width="600" height="200" /></p>
<p>Il ritrovamento del <strong>cranio</strong> di un <strong>cane</strong> risalente a circa<strong> 33.000 anni fa</strong>, avvenuto in una caverna situata nelle montagne dell’Altai, in <strong>Siberia</strong>, è la chiara e più antica evidenza di un’antica pratica di addomesticamento degli animali da parte dell&#8217;uomo, in questo caso dei cani.</p>
<p>Insieme a quelli ritrovati in precedenza in una caverna in Belgio, questi resti indicano chiaramente che l’addomesticamento dei cani è stata una pratica avviatasi autonomamente in diverse zone geografiche e che ha avuto luogo non nello stesso momento storico, ma in diverse fasi. Questo vuol dire che i migliori amici degli uomini possono avere origini da antenati diversi, contrariamente a quello che invece sostengono le verifiche del DNA fatte sino a oggi.</p>
<p>Secondo quanto affermato da un team di ricercatori dell’Università dell’Arizona, entrambi i cani, ossia quello siberiano e quello belga, sono stati identificati come specie addomesticate in base alle loro caratteristiche morfologiche. Questa affermazione si basa sul fatto che i lupi hanno il muso lungo e sottile, con i denti non ravvicinati, mentre il processo di addomesticazione ha portato (con il passare del tempo) all’accorciamento del muso, all’ampliamento della mandibola e all’avvicinamento dei denti.</p>
<p>Tra l’altro, il cranio ritrovato nelle montagne della Siberia è straordinariamente ben conservato, cosa che ha permesso agli archeologi di poter effettuare delle misurazioni molto accurate e da diverse angolazioni del cranio, dei denti e della mandibola.</p>
<p>I ricercatori, che hanno utilizzato l’acceleratore dell’Università dell’Arizona per poter arrivare a una datazione precisa del cranio ritrovato in Siberia, hanno anche aggiunto che ci sono prove sufficienti del fatto che si tratti di un animale domestico, anche se la cosa più curiosa è che non sembra essere un possibile antenato dei cani contemporanei.</p>
<p>I resti di questo animale sono stati ubicati, cronologicamente parlando, poco prima dell’ultima glaciazione, ossia quindi tra 26.000 e 19.000 anni fa, quando le distese di ghiaccio avevano raggiunto la loro massima estensione e avevano modificato in modo estremamente drammatico la vita degli esseri umani e degli animali. E sembra che né il lignaggio del cane belga né quello del cane siberiano siano riusciti a sopravvivere a un’era tanto spietata dal punto di vista della qualità della vita.</p>
<p>Senza dubbio, i due crani indicano chiaramente che l’addomesticamento dei cani da parte degli esseri umani è una pratica che si è verificata in diverse occasione nel corso della storia, e in diverse località geografiche: questa affermazione potrebbe voler dire che i cani del giorno d’oggi potrebbero avere diversi avi diversi invece che un unico antenato comune come si ipotizza da più parti.</p>
<p>Secondo i ricercatori, il fatto più interessante è che solitamente, ed erroneamente, si tende a pensare che l’addomesticamento nei tempi antichi sia stato circoscritto ad animali che, come mucche, pecore e capre, avessero qualche utilità come fonti di cibo o di pelliccia da utilizzare per gli indumenti. I cani, invece, sono stati addomesticati non perché fossero in grado di diventare fornitori di un qualche tipo di “prodotto”, ma come animali da compagnia, di aiuto nella caccia e, non per ultimo, per la maggiore protezione indivuduale in un periodo in cui la vita certo non doveva essere facile. E sono stati addomesticati prima di qualsiasi altro animale simile.</p>
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		<title>Trieste. Nuove scoperte sull’antica città romana</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 13:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia romana]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli scavi archeologici preventivi, voluti dalla Soprintendenza a Trieste nell’ambito della costruzione del Park San Giusto, un vasto parcheggio che passa attraverso il colle di San Giusto, alle pendici del quale anticamente si estendeva la città romana, hanno restituito nuove e importanti informazioni: oltre cento anfore romane, databili al primo secolo dopo Cristo, più o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11599" title="trieste-Park-San-Giusto" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/trieste-Park-San-Giusto.jpg" alt="Trieste. Nuove scoperte sull’antica città romana" width="600" height="496" /></p>
<p>Gli scavi archeologici preventivi, voluti dalla Soprintendenza a <strong>Trieste</strong> nell’ambito della costruzione del <strong>Park San Giusto</strong>, un vasto parcheggio che passa attraverso il colle di San Giusto, alle pendici del quale anticamente si estendeva la città romana, hanno restituito nuove e importanti informazioni: <strong>oltre cento anfore romane</strong>, databili al primo secolo dopo Cristo, più o meno intatte, ammucchiate in due filari sovrapposti, su un muro di contenimento.</p>
<p>Benché le anfore fossero usate quotidianamente per contenere olio e vino, quando si decideva di liberarsene non potevano venir riciclati al medesimo uso e quindi venivano buttate o rimpiegate per altri scopi. In questo caso, i contenitori, già posti sottoterra in epoca romana, sono stati riutilizzati secondo una tecnica edilizia dell’epoca per trattenere le acque piovane o fermare le alte maree e per scongiurare ristagni di acqua nel terreno. Il ritrovamento, infatti, è avvenuto vicino alla strada costiera che correva sotto la moderna via del Teatro romano.</p>
<p>La scoperta è avvenuta nell’ambito di una nuova ricerca archeologica, che continua quelle dei mesi precedenti, che ha individuato un altro settore di sistemazione di una vasta area aperta, di destinazione ancora sconosciuta, ma presumibilmente pubblica; nelle vicinanze è stata individuata anche l’abside di un edificio, che seguitava nella zona non indagata, rivolto verso un piazzale lastricato. Le anfore emerse in questa occasione sono tutte del medesimo tipo: contenitori per olio, molto diffusi nella penisola istriana. Su molte di esse risulta ancora leggibile il nome del produttore, che aiuterà i ricercatori a localizzare, con più precisione, la zona di fabbricazione.</p>
<p>Nell’area scavata precedentemente, sono stati individuati altri tipi di anfore, di differente provenienza: dall’Egeo, adriatica, dall’antica Tripolitania, ma tutte risalenti al primo secolo dopo Cristo. Un altro rimpiego di questi oggetti, meno raro per Trieste del<strong> drenaggio di anfore</strong>, è quello che li vede riutilizzati come tombe, in età tardo-antica, ed è stato riscontrato in diverse aree della città. Alcuni esempi sono stati identificati anche negli scavi del Park S. Giusto, dove sono venuti alla luce due adulti e un bambino, i cui scheletri sono ora nelle mani degli specialisti dell’Università degli Studi di Udine per l’analisi scientifica.</p>
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		<title>Grecia. Le 10 maggiori scoperte di archeologia del 2011 nel paese</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 12:56:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia greca]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Nonostante la crisi economica e la conseguente riduzione dei fondi destinati alla ricerca, anche il 2011 è stato un anno ricco di scoperte archeologiche per la Grecia, come ha voluto ricordare l’importante rivista settimanale “To Tima” che ha stilato un elenco dei dieci ritrovamenti più importanti dell’anno appena trascorso. 1) Nel corso dei lavori per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nonostante la crisi economica e la conseguente riduzione dei fondi destinati alla ricerca, anche <strong>il 2011 è stato un anno ricco di scoperte archeologiche per la Grecia</strong>, come ha voluto ricordare l’importante rivista settimanale “To Tima” che ha stilato un elenco dei dieci ritrovamenti più importanti dell’anno appena trascorso.</p>
<p>1) Nel corso dei lavori per la realizzazione di un pozzo di drenaggio, all’interno del sito archeologico stesso, il Santuario di Artemide, a Vravrona, è venuta alla luce una statuetta in legno in perfette condizioni, databile a duemilacinquecento anni fa, insieme ad altri reperti, tutti del quinto secolo avanti Cristo.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-11619" title="Vravrona-statuetta-legno" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/Vravrona-statuetta-legno.jpg" alt="" width="600" height="401" /></em><br />
<em>Un frammento di statuetta in legno da Vravrona</em></p>
<p>2) In un altro santuario, quello del Picco, sull’isola di Creta, abbarbicato sul monte Vrysinas a Rethimnon, è stato individuato un timbro di forma quadrata, di colore rosso scuro, in diaspro, con incisi sopra geroglifici minoici, la più antica scrittura tra quelle minoiche cretesi.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11620" title="timbro quadrato di diaspro" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/timbro-quadrato-di-diaspro.jpg" alt="" width="400" height="300" /></p>
<p>3) Nei pressi del santuario di Apollo, situato sulla piccolissima isola di Dispotico, presso l’isola di Antiparos, sono stati scoperti numerosi frammenti di Kouroi – state di giovani maschi –, in marmo opalescente di Paros. Per ora sono stati individuati circa sessanta pezzi di sculture tra cui cinque teste di Kouros, una di donna e una decina di tronchi. Tra questi una statua di Kouros con la mano ripiegata sul torace, modello reperibile solamente nei laboratori di scultura di Paros del quarto secolo avanti Cristo.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11621" title="Kouroi-Dispotikos-1" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/Kouroi-Dispotikos-1.jpg" alt="" width="600" height="398" /></p>
<p>4) Proviene dal laboratorio di un altro famoso scultore, Polycleitos di Argos, la copia di una statua in marmo del quarto secolo, raffigurante il dio Ermes e di dimensioni poco più grandi di quelle reali. Il reperto è stato rinvenuto durante i lavori di scavo presso il piccolo teatro dell’Antica Epidauro e fu scolpita presumibilmente attorno al secondo secolo avanti Cristo.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11622" title="statua-Hermes-Policleto" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/statua-Hermes-Policleto.jpg" alt="" width="500" height="666" /></p>
<p>5) Le tombe di undici uomini e di 16 animali – cani, cavalli, buoi e un maiale – sono state riesumate in località Mavropigi di Eordeas. La singolarità di questa necropoli consiste nel grande numero di animali seppelliti vicino ai defunti umani.</p>
<p><img title="10-scoperte-archeologia-grecia-2011" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/10-scoperte-archeologia-grecia-2011.jpg" alt="Grecia. Le 10 maggiori scoperte di archeologia del 2011 nel paese" width="500" height="313" /></p>
<p>6) Alcune tombe di famiglia, utilizzate per molte generazioni, sono state invece ritrovate nella Grecia centrale, presso la località di Hlois a Velestinou. Le sepolture, databili dal decimo all’ottavo secolo avanti Cristo, contenevano, oltre ai resti funebri, anche numerosi oggetti votivi, come coltelli, spade e vasi di diverse forme.</p>
<p>7) Dentro a una giara, all’interno di una tomba situata nell’antica necropoli di Elefterna, importante sito archeologico della città di Rethimnon, sull’isola di Creta, è stato trovato l’occhio di Tutankhamon, un piccolo gioiello in oro che rappresenta un occhio umano e risale a un periodo compreso tra l’ottavo e il settimo secolo avanti Cristo. Il prezioso oggetto assomiglia a quello della maschera funebre dorata del grandioso faraone egizio.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11624" title="occhio-Tutankhamun" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/occhio-Tutankhamun.jpg" alt="" width="600" height="335" /></p>
<p>8) Sempre sull’isola di Creta, sulla montagna di Psiloritis, è stata rinvenuta una statuetta in rame del 1600 avanti Cristo nel corso degli scavi a Zominthos. La piccola statua, definita Minoitis, è in posizione cerimoniale, come si può desumere dalla posizione tesa della mano a coprire gli occhi, come ad evitare di essere accecata dalla vista della Divinità.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11625" title="Zominthos" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/Zominthos.jpg" alt="" width="600" height="391" /></p>
<p>9) Anche un santuario dedicato ad Artemide Scopelitida è tornato alla luce a Creta, in località Kefala. Largo 19.60 metri e lungo 52 metri, potrebbe essere il più grande di quelli dell’isola. L’architettura e le dimensioni del tempio lasciano ipotizzare che all’epoca fosse un luogo dotato di grande prestigio religioso.</p>
<p>10) La decima scoperta, infine, effettuata in località Iklaina di Messinia, consiste nella più antica epigrafe leggibile, finora scoperta sul suolo europeo. Si tratta di una scritta risalente a circa 3500 anni fa e incisa su una piastra in argilla, usando la scrittura conosciuta come lineare B.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11626" title="archeo" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/epigrafe-3500-anni-fa-grecia.jpg" alt="" width="600" height="428" /></p>
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		<title>Truccazzano. Scoperti casualmente dei sepolcri romani</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Jan 2012 13:44:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia romana]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo la pubblicazione, qualche mese fa, di una notizia che riguardava il ritrovamento di un “ripostiglio monetale” avvenuto due anni fa nel borgo di Corneliano, ecco che questi luogho tornano di nuovo alal ribalta delle cronache scientifiche: nei pressi di un canale, nei campi a sud del centro abitato, sono affiorate due tombe di probabile [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11567" title="trucuzzano" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/trucuzzano.jpg" alt="" width="600" height="334" /></p>
<p>Dopo la pubblicazione, qualche mese fa, di una notizia che riguardava il ritrovamento di un “ripostiglio monetale” avvenuto due anni fa nel borgo di Corneliano, ecco che questi luogho tornano di nuovo alal ribalta delle cronache scientifiche: nei pressi di un canale, nei campi a sud del centro abitato, sono affiorate due tombe di probabile età romana. L’importanza e la precisa datazione dei resti funerari deve essere ancora confermata dal rapporto che la Soprintendenza ai Beni Ambientali e Archeologici stilerà appena gli scavi saranno ultimati.</p>
<p>Questa scoperta ha avuto di nuovo come protagonista Mauro Fusar Poli, un residente di Truccazzano appassionato di archeologia, che ha notato dei materiali interessanti affiorare su un tratto eroso dall’acqua del canale e li ha segnalati immediatamente alla Soprintendenza. Lo scavo ha restituito i resti di due tombe, risalenti all’età romana, ma non ha stupito gli archeologi, dato che la zona era già stata teatro di scoperte archeologiche, come appunto i mille “antoniani” emersi un mese fa e reputati di grande importanza storico-culturale.</p>
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		<title>Francia. Importante scoperta archeologica in una grotta sui Pirenei</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Jan 2012 13:39:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli ultimi ritrovamenti effettuati all’interno dell’antro di Mas d’Asil, situata nella parte francese dei Pirenei, hanno sovreccitato il mondo scientifico. Da alcune settimane, un’équipe di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Ricerca Archeologica Preventiva sta lavorando agli scavi preventivi del progetto di rivalutazione di questa grotta, classificata come zona protetta. Al principio del mese di dicembre 2011, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11564" title="Mas-d-Asil-2" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/Mas-d-Asil-2.jpg" alt="" width="400" height="525" /></p>
<p>Gli ultimi ritrovamenti effettuati all’interno dell’antro di <strong>Mas d’Asil</strong>, situata nella parte francese dei Pirenei, hanno sovreccitato il mondo scientifico. Da alcune settimane, un’équipe di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Ricerca Archeologica Preventiva sta lavorando agli scavi preventivi del progetto di rivalutazione di questa grotta, classificata come zona protetta. Al principio del mese di dicembre 2011, gli archeologi hanno identificato uno strato archeologico tralasciato dalle indagini del diciannovesimo secolo, dal quale hanno estratto numerosi reperti archeologici, come selci, ossa, etc.</p>
<p>Questo ritrovamento insperato ha permesso di datare il sito tra i trentacinque mila e i dodici mila anni avanti Cristo e di contestualizzare i reperti d’arte mobiliari e gli altri materiali emersi agli inizi del ventesimo secolo. Il contesto ambientale, invece, si potrà ricostruire grazie alla grande sequenza stratigrafica, spessa fino a sette metri, che renderà la caverna una zona archeologicamente viva. L’obiettivo è quello di formare un ottimo team di ricerca e di reperire partner che sovvenzionino un programma scientifico integrativo allo scopo di rilanciare l’interesse archeologico e turistico del sito.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11565" title="Mas-d-Asil" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/Mas-d-Asil.jpg" alt="" width="600" height="436" /></p>
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		<title>Galway, Gran Bretagna. Scoperto un omicidio di mille anni or sono</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Jan 2012 11:14:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[scoperte]]></category>
		<category><![CDATA[storia medievale]]></category>

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		<description><![CDATA[La scoperta di una freccia conficcata in un teschio fa scattare il sospetto: omicidio. Un mistero svelato 1000 anni dopo il delitto. Tutto è iniziato con il ritrovamento di uno scheletro, deposto in una tomba poco profonda in un villaggio della zona di Galway. L&#8217;esame dei resti ha svelato come il cranio fosse stato trapassato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La scoperta di una freccia conficcata in un teschio fa scattare il sospetto: omicidio. Un mistero svelato 1000 anni dopo il delitto.</strong></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11538" title="" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/Galway-omicidio.jpg" alt="" width="600" height="450" /></p>
<p>Tutto è iniziato con il ritrovamento di uno scheletro, deposto in una tomba poco profonda in un villaggio della zona di Galway. L&#8217;esame dei resti ha svelato come il cranio fosse stato trapassato dalla punta metallica di una freccia, trovata tra le ossa; ecco emergere immediatamente l&#8217;ipotesi di un delitto consumato quasi 1000 anni fa e rimasto ignoto fino a oggi.</p>
<p>Recenti lavori in una cava nei pressi di Tisaxonm, vicino a Newcastle, hanno riportato alla luce dei resti umani. Subito sono iniziate le operazioni di studio archeologico, condotte dall’archeologo Martin Fitzpatrick della Arch Consultancy Ltd, fondata dal National Monuments Service. Dalle ricerche è emerso che il tumulo sepolcrale era una tomba poco profonda e che il corpo, quello di un uomo di età tra i 17 e i 25 anni, giaceva rannicchiato sul fianco, piuttosto che disteso come spesso avviene. Un piccolo foro nel cranio era l’unica ferita riscontrabile in uno scheletro che è stato trovato altrimenti in buone condizioni.</p>
<p>Da ulteriori studi effettuati dall’osteoarcheologo Caoimhe Tobin è emerso che la ferita era stata provocata da una piccola punta di freccia lunga circa 4 centimetri, che era stata in grado di trapassare la parete ossea, e che è stata recuperata dall’interno del cranio. Una prima analisi suggerisce che potrebbe risalire al IX o X secolo.</p>
<p>Inoltre, sono anche state rinvenute tracce di un passaggio sotterraneo in un’altra parete della stessa cava. Si è poi scoperto che il passaggio segreto portava a un ambiente sotterraneo di quelli solitamente utilizzati come rifugio o magazzino. Data la loro datazione, che li posiziona intorno al IX secolo, si pensa che queste costruzioni possano essere state strutture difensive tipiche dell’epoca.</p>
<p>Fitzpatrick ha spiegato che, anche se non esiste alcuna fortificazione associata con questo ambiente sotterraneo, il sito ecclesiastico di Templemoyle si trova nelle vicinanze, e le due cose potrebbero essere collegate. Ha anche aggiunto che Templemoye è particolarmente importante dal punto di vista archeologico per le sue caratteristiche: comprende infatti una recinzione, un pozzo, una chiesa, un cimitero, un sistema di campi ed era strategicamente posizionato vicino al Tisaxon, da cui prende il nome la città adiacente. In particolar modo la chiesa e il cimitero sono degni di nota in quanto sono posizionati sul crinale che originariamente si estendeva a nord-est della chiesa.</p>
<p>Dal 1952, durante gli scavi per l’estrazione di sabbia e di ghiaia nell’area, sono stati dissotterrati tanti tumuli sepolcrali, e nel 1979 sono stati riportati alla luce anche una lapide con un’iscrizione che recita <em>OROIT AR MAELPOIL </em>e una campana da mano di ferro ricoperta di bronzo risalente a un periodo che va dal VIII al IX secolo. La cava è stata recentemente attiva a ovest della chiesa e del cimitero, nella zona dove sono stati ritrovati la freccia e lo scheletro di un uomo assassinato oltre 1000 anni fa.</p>
<p>Secondo Fitzpatrick questi ritrovamenti indicano che la vita in questa zona non doveva essere stata proprio idilliaca a quei tempi, dato che è stato scoperto un assassinio la cui vittima peraltro è stata seppellita frettolosamente in una tomba poco profonda. Un ritrovamento che solleva molte domande sulla vittima, sul perché è stato ucciso, se la sua uccisione ha qualcosa a che vedere con il passaggio sotterraneo scoperto precedentemente o se è solo la vittima di una battaglia. Se nei dintorni ce ne saranno altri come lui è ancora tutto da scoprire.</p>
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		<title>Giordania. Foto aeree scoprono una nuova “Nazca” in Medio Oriente</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Jan 2012 11:01:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Si estendono in territorio giordano dalla Siria all’Arabia Saudita, possono essere viste dall’alto ma non dalla terra e sono sconosciute alla maggior parte delle persone. Sono la versione mediorientale delle Linee di Nazca (dei geroglifici o disegni antichissimi che si estendono nei deserti della parte più meridionale del Perù) e oggi, grazie alle più sofisticate [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="LEFT"><img class="alignnone size-full wp-image-11532" title="circoli-Azraq03" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/circoli-Azraq03.jpg" alt="" width="600" height="399" /></p>
<p align="LEFT">Si estendono in territorio <strong>giordano</strong> dalla Siria all’Arabia Saudita, possono essere viste dall’alto ma non dalla terra e sono sconosciute alla maggior parte delle persone. Sono la versione mediorientale delle Linee di Nazca (dei geroglifici o disegni antichissimi che si estendono nei deserti della parte più meridionale del Perù) e oggi, grazie alle più sofisticate tecnologie e alle mappature satellitari e a uno speciale programma di fotografia aerea in Giordania, gli studiosi stanno approfondendo la conoscenza del loro mistero. E sono tante, oltre duemila.</p>
<p align="LEFT">Gli archeologi ne parlano come di ‘<strong>ruote’</strong>, e si tratta di massi di pietra con un’ampia varietà di disegni e raffigurazioni, tutti accomunati dal possedere una specie di forma tonda con dei raggi che partono dal suo centro. Gli studiosi credono che possano essere fatti risalire all’antichità, per lo meno a duemila anni fa. Nella maggior parte dei casi si trovano nelle distese di lava e hanno estensioni che vanno dai 25 ai 70 metri circa di ampiezza. Secondo David Kennedy, professore di materie classiche e di storia antica presso la University of Western Australia, solo in Giordania esistono strutture di questo tipo costruite in pietra che sono molto più numerose delle Linee di Nazca, che si estendo in aree ben più ampie e che tra le altre cose sono anche molto più antiche.</p>
<p align="LEFT">I recenti studi di Kennedy, che saranno pubblicati nella prossima uscita dell’autorevole rivista Journal of Archaeological Science, rivelano che queste ruote sono solo una parte di tutta una serie di disegni in pietra, che comprendono anche aquiloni (strutture in pietra utilizzate per incanalare e poi uccidere gli animali), ciondoli (pietre antropomorfe allineate che partono da luoghi sepolcrali) e mura, strutture misteriose che attraversano tutto il panorama per centinaia di metri e che sembrano non avere alcuno scopo pratico.</p>
<p align="LEFT">Le ricerche del suo team fanno parte di un progetto aereo a lungo termine che nasce per individuare siti archeologici in tutta la Giordania. Al momento, Kennedy e i membri del suo staff sono perplessi riguardo al significato delle strutture, a cosa possa essere servite e a quale sia il loro significato.</p>
<p align="LEFT"><em><img class="alignnone size-full wp-image-11533" title="foto1-aquilone" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/foto1-aquilone.jpg" alt="" width="600" height="398" /></em><br />
<em>Un aquilone</em></p>
<p align="LEFT"><em><strong>Strutture affascinanti</strong></em></p>
<p align="LEFT">La specializzazione principale di Kennedy è l’archeologia romana, ma è rimasto molto colpito da queste strutture quando, ancora studente, aveva letto i racconti di alcuni piloti della Royal Air Force che le avevano sorvolate intorno agli anni Venti lungo le rotte postali attraverso la Giordania. Secondo Kennedy, non è possibile non rimanere affascinati da una scoperta come questa.</p>
<p align="LEFT">Nel 1927, infatti, il tenente della RAF Percy Maitland aveva pubblicato un articolo riguardo a queste rovine sulla rivista Antiquity, riportando che le aveva sorvolate in un’area lavica e che, insieme ad altre strutture di pietra, erano chiamate dai beduini ‘opere degli uomini antichi’.</p>
<p align="LEFT">Kennedy e il suo team stanno studiando queste strutture utilizzano una serie di fotografie aeree e il programma Google Earth, visto che da terra non era possibile riconoscere la forma delle ruote. A volte sul sito si riesce a distinguere alcune delle forme, ma non è facile come quando le si guarda da un centinaio di metri di altezza: a quella distanza le figure prendono forma molto più nitidamente. Ovviamente, queste figure dovevano essere molto più precise nel momento in cui erano state costruite; sicuramente le persone dell’epoca e delle epoche successive ci hanno camminato sopra e attraverso per centinaia e migliaia di anni, senza avere la più pallida idea di cosa fossero e di che forma avessero.</p>
<p align="LEFT"><em><img class="alignnone size-full wp-image-11535" title="foto2-ruote" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/foto2-ruote.jpg" alt="" width="600" height="385" /></em><br />
<em>Un gruppo di ruote</em></p>
<p align="LEFT"><em><strong>A cosa servivano?</strong></em></p>
<p align="LEFT">Ad oggi, nessuna di queste ruote sembra essere stata scavata; questo rende la loro datazione e la comprensione del loro scopo molto difficile. Gli archeologi che le hanno studiate nell’epoca pre-Google Earth hanno pensato che potessero essere i resti di alcune case o di cimiteri. Kennedy sostiene che nessuna di queste spiegazioni sembra adattarsi bene a questo mistero. Secondo lui, infatti, sembra che ci sia un continuum culturale in un’area in cui le persone hanno sentito la necessità di costruire delle strutture a pianta circolare.</p>
<p align="LEFT">Alcune delle ruote sono state trovate in zone molto isolate, mentre altre erano tutte vicine una all’altra. In un luogo particolare, vicino all’oasi di Azraq, ne sono state trovate circa un centinaio, tutte ammassate insieme in gruppi di dodici. Secondo Kennedy, si tratta di quelle più significative tra tutte.</p>
<p align="LEFT">In Arabia Saudita il team di ricerca di Kennedy ha trovato anche tipi di ruota leggermente diversi: alcuni infatti sono rettangolari e non sono affatto delle ruote, mentre altre hanno sempre una pianta circolare ma hanno solo due raggi che vanno a formare una sbarra allineata spesso nella direzione in cui il sole sorge e tramonta in Medioriente. Quelle che sono state rinvenute in Siria e in Giordania, al contrario, hanno raggi molto più numerosi e non sembrano avere alcun tipo di allineamento con i fenomeni astrologici. Kennedy infatti sostiene che studiandole per tantissimi anni non è mai stato veramente colpito dalla direzione che prendevano i raggi.</p>
<p align="LEFT">Le sculture di pietra antropomorfe sono state spesso messe in relazione con le ruote; a volte circondano il perimetro di un muso, altre volte si trovano in mezzo ai raggi. In Arabi Saudita alcune di queste pietre antropomorfe, viste dall’alto, sembrano in qualche modo collegate ad antichi siti sepolcrali o in ogni modo destinati a riti religiosi.</p>
<p align="LEFT">Dare una collocazione temporale esatta a queste ruote non è facile, visto che sembrano provenire direttamente da un’epoca che va dall’era preistoria fino a un’epoca collocabile all’incirca duemila anni fa. Gli studiosi hanno notato che le ruote sono spesso ritrovate sopra agli aquiloni, che risalgono a novemila anni fa, ma mai al contrario. Secondo Kennedy, questo fa pensare che le ruote siano molto più recenti degli aquiloni.</p>
<p align="LEFT">Amelia Sparavigna, professoressa di fisica presso il Politecnico di Torino, ha raccontato via email alla rivista Live Science di essere d’accordo con il fatto che queste strutture possono essere paragonate a dei geroglifici nello stesso modo in cui lo sono le Linee di Nazca. Secondo quanto afferma, infatti, se si può definire ‘geroglifico’ un segno molto ampio ricavato ‘manualmente’ su una superficie, allora anche i cerchi di pietra sono dei geroglifici. Quindi, anche la funzione di queste misteriose ruote potrebbe essere molto simile a quella degli enigmatici disegni ritrovati nel deserto di Nazca. Ampliando il discorso, se si considerano i cerchi di pietre come un luogo sacro di preghiera per le genti dell’antichità, o luoghi rituali in qualche modo connessi con gli eventi archeologici o con le stagioni, le ruote potrebbero avere la stessa funzione dei geroglifici del sud America, ad esempio le Linee di Nazca, ha concluso la Sparavigna nella sua comunicazione email. Funzione su cui ancora non è stata fatta sufficiente chiarezza.</p>
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		<title>Georgia, USA. Scoperte le rovine di una città di fondazione Maya</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Jan 2012 10:54:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli edifici della cittadella risalirebbero a 1.100 anni fa e potrebbe trattarsi di Yuhapa, cercata nel 1540 dall’esploratore Hernando de Soto. Ricostruzione del sito Un’équipe di archeologi statunitensi ha recentemente riportato alla luce le rovine di un’antica città maya rimasta celata tra le montagne dello stato della Georgia. La cittadella risale a circa 1.100 anni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Gli edifici della cittadella risalirebbero a 1.100 anni fa e potrebbe trattarsi di Yuhapa, cercata nel 1540 dall’esploratore Hernando de Soto.</strong></p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-11528" title="citta-maya-georgia" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/citta-maya-georgia.jpg" alt="Georgia, USA. Scoperte le rovine di una città di fondazione Maya" width="600" height="465" /></em><br />
<em>Ricostruzione del sito</em></p>
<p>Un’équipe di archeologi statunitensi ha recentemente riportato alla luce le rovine di un’antica città maya rimasta celata tra le montagne dello stato della Georgia. La cittadella risale a circa 1.100 anni fa e si crede che i Maya l’abbiano costruita dopo essere fuggiti dalle guerre, dalle eruzioni vulcaniche e dalle carestie che stavano affliggendo, in quella epoca, il centroamerica.</p>
<p>Pare che la città riportata alla luce sia proprio Yuhapa, la stessa che era stata cercata a lungo dall’esploratore spagnolo Hernando de Soto nel lontano 1540. Fino ad oggi, gli archeologi hanno dissotterrato 154 pareti e marciapiedi pavimentati. Oltre a questo, hanno anche scoperto un sofisticato sistema di irrigazione.</p>
<p>Alla fine degli anni &#8217;90, Mark Williams, archeologo presso l’Università della Georgia nonché direttore del LAMAR Insititute, aveva diretto una serie di ricerche presso il monte Kenimer, situato a sud ovest di Barrstown Bald, nella valle del Nacoochee (Georgia); un giorno venne a sapere che i residenti del vicino villaggio di Sautee erano a conoscenza dell’esistenza di una specie di montagna piramidale composta da cinque parti ben distinte.</p>
<p>Williams scoprì che si trattava di una “montagnola” argillosa edificata intorno all’anno 900 d.C.: per via della sua datazione troppo recente Williams non aveva potuto attribuire l’edificazione del monumento ai Maya. Ma nel corso dell’anno successivo, un ingegnere in pensione di nome Cary Waldrup fece richiesta al servizio forestale degli Stati Uniti perché contrattassero l’archeologo Johannes Lobuser per permettergli di studiare il sito.</p>
<p>Lobuser battezzò il sito archeologico col nome di 9UN367 e dichiarò che questo tipo di ritrovamento era tipico esclusivamente delle zone del centro America e del sud America. Gli studiosi sono entrati in contatto con le popolazioni indigene della zona e hanno messo a confronto il loro linguaggio e le loro ceramiche con quelle dei Maya, incontrando numerosissime similitudini e affinità.</p>
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		<title>Sardegna. Nuove scoperte confermano: i Romani sarebbero arrivati in Barbagia</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 14:34:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[scoperte]]></category>
		<category><![CDATA[storia romana]]></category>

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		<description><![CDATA[Nuove indagini nel selvaggio territorio sardo della Barbagia mostrano una realtà fino ad ora sconosciuta: quell’area montagnosa non fu affatto immune dalla penetrazione della cultura greco-romana. I reperti archeologici emersi dalle ricerche permetteranno ora di scrivere ex novo parte della storia dell’isola. A quest’importante scoperta la rivista “Archeologia Viva”, pubblicata dalla Giunti Editore, dedica un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11521" title="Archeologia-Viva-sardegna" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/Archeologia-Viva-sardegna.jpg" alt="" width="600" height="818" /></p>
<p>Nuove indagini nel selvaggio territorio sardo della <strong>Barbagia</strong> mostrano una realtà fino ad ora sconosciuta: quell’area montagnosa non fu affatto immune dalla penetrazione della cultura greco-romana. I reperti archeologici emersi dalle ricerche permetteranno ora di scrivere ex novo parte della storia dell’isola. A quest’importante scoperta la<strong> rivista “Archeologia Viva”</strong>, pubblicata dalla Giunti Editore, dedica un accurato reportage nel suo ultimo numero.</p>
<p>I dati archeologici attestano la penetrazione romana nel cuore della Barbagia, più esattamente nell’inimmaginabile <strong>Supramonte di Orgosolo</strong>, dove nuovi ritrovamenti costringono alla riscrittura di un considerevole segmento di storia. Durante lo scavo di un insediamento nuragico, situato in località Sirilo, su un vasto altopiano calcareo, a mille metri s.l.m., sono stati raccolti dati per una nuova teoria su come si svolsero le cose all’epoca dei Romani.</p>
<p>Le fonti classiche testimoniano una buona conoscenza della Sardegna da parte di <strong>Greci e Latini</strong>. Le testimonianze di Strabone, Diodoro Siculo, Erodoto e Pausania narrano di popoli greci fuggiti da Troia e guidati da condottieri che ripararono sui monti dell’isola. Informazioni riprese nel Novecento e che hanno fomentato tra gli abitanti della Barbagia la leggenda che nelle aree più recondite la colonizzazione romana, avviata nel 238 a.C. con la seconda guerra punica, sia stata ricacciata dall’agguerrita resistenza degli antichi barbaricini, che rifiutarono di sottomettersi.</p>
<p>Ma i fatti non andarono veramente così, come mostra l’articolo pubblicato da “Archeologia Viva” e firmato dall’archeologa <strong>Maria Ausilia Fadda</strong> della Soprintendenza di Sassari e Nuoro che dirige da anni gli scavi in quello che è considerato il territorio più ostico dell’isola.</p>
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