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	<title>ArcheoRivista - rivista di archeologia &#187; ricerca &amp; studi</title>
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		<title>Turchia, Karkemish. Dopo un secolo tornano i riflettori sulla celebre città hittita</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 13:18:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia vicino oriente]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca & studi]]></category>
		<category><![CDATA[scavi]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono ripresi qualche mese fa, dopo quasi cento anni di stop, i lavori di scavo archeologico sul sito di Karkemish, la famosa città ittita, edificata su un importante guado dell’Eufrate, vicino al contemporaneo confine tra Siria e Turchia, ricordata nelle tavolette di Ebla del terzo millennio avanti Cristo e menzionata anche nella Bibbia, annientata nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignnone  wp-image-11703" title="Karkemish" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/Karkemish.jpg" alt="Karkemish" width="600" height="545" /></strong></p>
<p><strong>Sono ripresi qualche mese fa</strong>, dopo quasi cento anni di stop,<strong> i lavori di scavo archeologico sul sito di Karkemish</strong>, la famosa città ittita, edificata su un importante guado dell’Eufrate, vicino al contemporaneo confine tra Siria e Turchia, ricordata nelle tavolette di Ebla del terzo millennio avanti Cristo e menzionata anche nella Bibbia, annientata nel 717 avanti Cristo dall’esercito assiro di Sargon II e dallo stesso popolo ricostruita. In questa città Nabuccodonosor arrestò nel 605 avanti Cristo la conquista egiziana e in epoca romana essa tornò a fiorire.</p>
<p>Tra 1911 e 1920 Karkemish venne interessata dalla prima spedizione archeologica, diretta dal British Museum, a cui partecipò il famoso T.E. Lawrence, ma lo scavo fu subito abbandonato e, con l’indipendenza della Turchia, l’antico insediamento fu dimenticati e occupato da un’area di interesse militare turco, totalmente off limits per i civili, studiosi inclusi. Oggi, una missione italo-turca è tornata sul campo allo scopo di realizzare in loco un parco archeologico e di restituire l’area alla fruizione e alla ricerca. Infatti, gli atenei di Istanbul, Bologna e Gaziantep hanno avviato una collaborazione per valorizzare la plurimillenaria storia di questo sito.</p>
<p>Il sito di Karkemish conserva delle rovine imponenti: una vasta zona che si estende per oltre 90 ettari, circondata da mura che raggiungono i venti metri, un’acropoli fortificata che protegge una città con templi e palazzi, strade commemorative, una ricca necropoli. L’equipe italo-turca ha individuato la fase archeologica corrispondente alla distruzione assira del VI secolo avanti Cristo, mentre i resti della città romana in superficie celano al di sotto le tracce delle città costruire in questo sito strategico.</p>
<p>Una delle scoperte più importanti di questa prima missione archeologica è un altissimo monolite di basalto, rivestito completamente di iscrizioni in geroglifico luvio, caratteri idrografico-sillabici che celano una lingua di origine indoeuropea, decodificata da David Hawkins della British Academy. La stele, che riporta una dedica regale al dio Sole alato, effigiato nella parte superiore della rappresentazione, risale al 980 avanti Cristo, un’epoca ancora sconosciuta della storia di Karkemish.</p>
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		<title>Quadrato del Sator: nuove ipotesi interpretative</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 15:01:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Todisco</dc:creator>
				<category><![CDATA[ricerca & studi]]></category>
		<category><![CDATA[storia medievale]]></category>

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		<description><![CDATA[Nuove ipotesi di interpretazione del Sator Le interpretazioni della frase sibillina del Sator sono frutto della ricerca dell’autore che, per correttezza, ha ritenuto doveroso fornire comunque una bibliografia sull’argomento. Per le precedenti interpretazioni si veda l’articolo sul Sator in Archeoguida. La diffusione della misteriosa frase latina “sator arepo tenet opera rotas” non trova ancora interpretazioni univocamente riconosciute [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11656" title="Capestrano (AQ, chiesa medievale di San Pietro ad Oratorium, il Quadrato Magico" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/sator05.jpg" alt="sator arepo tenet opera rotas" width="600" height="394" /></p>
<h2>Nuove ipotesi di interpretazione del Sator</h2>
<p>Le interpretazioni della frase sibillina del Sator sono frutto della ricerca dell’autore che, per correttezza, ha ritenuto doveroso fornire comunque una bibliografia sull’argomento. Per le precedenti interpretazioni si veda l’articolo sul Sator in Archeoguida.</p>
<p>La diffusione della misteriosa frase latina “<em>sator arepo tenet opera rotas</em>” non trova ancora interpretazioni univocamente riconosciute dalla comunità scientifica a causa della sua polivalenza di inquadramento sociale (in ambito sia mistico-religioso sia laico-profano), cronologico (attestato dal I al XVI secolo) e geografico (Italia, Francia, Spagna, Ungheria, Inghilterra).</p>
<p>La storia del “Quadrato del Sator” sembrerebbe risalire al primo impero romano quindi ascrivibile in un contesto in cui il cristianesimo in Europa era tutt’altro che la religione preponderante. L’ambiente in cui nacque il suo messaggio iniziatico fu quasi sicuramente quello pagano forse con alcuni influssi di stampo giudaico-cristiano.</p>
<p>La continuazione d’uso di questo schema grafico associato ad un motto-messaggio potrebbe essere avvenuta in un contesto come quello dell’Europa cristiana, sia laica sia clericale, con un travisamento o rinnovato utilizzo del significato morale che la frase riverberava nella società romana più o meno colta.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-11655" title="Schema classico del quadrato del Sator" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/ipotesisator01.jpeg" alt="Schema classico del quadrato del Sator" width="250" height="251" /></em><br />
<em>Schema classico del quadrato del Sator</em></p>
<p>Le seguenti ipotesi interpretative considerano la possibilità che la parola AREPO sia di origine greca.</p>
<h3>ipotesi del “seminatore-guerriero”</h3>
<p>è possibile che il breve motto fosse nato con l’intento di elogiare lo stile di vita dell’uomo dedito al lavoro dei campi ma anche alla difesa della patria quindi un contadino-guerriero come quello della società romana fino alla riforma militare del generale Mario (II-I secolo a.C.).</p>
<p>A tale proposito, per ottenere una non facile palindromia con 25 lettere, sarebbe stato inserito come secondo vocabolo l’aggettivo greco “àreios” ovvero “guerresco, bellicoso” in caratteri greci maiuscoli: APEIOΣ / APEIOC formato da sei lettere e in seguito ridotto a cinque nel seguente modo:</p>
<p>APEIOC &gt; APEPC &gt; APEPO &gt; AREPO</p>
<p>Nel primo passaggio la I e la O si sarebbero fuse in un’unica lettera graficamente simile alla P.</p>
<p>Nel secondo passaggio il sigma finale, C, avrebbe visto mutare di poco la propria forma divenendo una O.</p>
<p>Nel terzo passaggio, esclusivamente per motivi di palindromia, alla P si sarebbe aggiunta una linea per ottenere R. AREPO così diverrebbe il palindromo di OPERA da un originale aggettivo greco inserito in una frase latina, frutto di un’operazione erudita non estranea alla sfera intellettuale romana (basti pensare che anche Seneca nel I secolo d.C. avrebbe fatto uso, non raramente, di termini greci nei propri scritti; il <em>Trattato del Sublime</em> “<em>Perì Hypseos</em>” fu redatto nel greco del I secolo d.C. così come anche i “Dialoghi con sé stesso” di Marco Aurelio, II secolo d.C.).</p>
<p>Il più famoso esempio mitico del contadino-guerriero è un eroe illustre della Roma della prima Repubblica, Lucio Cincinnato, forse ispiratore del motto nato in un periodo sanguinoso, fra Repubblica e Impero, in cui era stata caldeggiata da Augusto la ripresa della morale e del mito.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-11657" title="“Cincinnato abbandona l'aratro per diventare dittatore”, di Juan Antonio Ribera (1779-1860)" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/ipotesisator02.jpg" alt="“Cincinnato abbandona l'aratro per diventare dittatore”, di Juan Antonio Ribera (1779-1860)" width="600" height="444" /></em><br />
<em>“Cincinnato abbandona l&#8217;aratro per diventare dittatore”, di Juan Antonio Ribera (1779-1860)</em></p>
<h3>ipotesi α privativo + aggettivo</h3>
<p>altrettanto possibile è la derivazione di AREPO da α privativa unita all’aggettivo greco ρέπων “<em>rèpon</em>” (da <em>rèpo</em> = inclinarsi, piegarsi) o πέπων “<em>pèpon</em>” (maturo). In entrambi i casi le lettere totali con alfa sarebbero sei e, sempre per motivi di palindromia e di spazio, si sarebbe tralasciata l’ultima lettera portando ai seguenti passaggi:</p>
<p>alfa + <em>rèpo(n)</em> = AREΠΩ &gt; AREPΩ &gt; AREPO</p>
<p>alfa + <em>pèpo(n)</em> = AΠEΠΩ &gt; APEPΩ &gt; AREPO</p>
<p>In ambedue le situazioni la lettura è in chiave spirituale, associabile all’ambiente cristiano, e con la prima parola si indicherebbe il seminatore che non si fa piegare/sottomettere dalle fatiche della vita così come il cristiano non deve soccombere di fronte alle tentazioni mentre nel secondo campo semantico il rimando è alla giovane età di Cristo morto sulla croce e quindi “non ancora maturo” ovvero “giovane”.</p>
<p>In entrambi i casi è stato necessario un forte adattamento dai caratteri greci maiuscoli a quelli latini maiuscoli.</p>
<p>Non si esclude un passaggio dalla prima ipotesi (seminatore-guerriero) alla seconda nella fase di transizione da paganesimo a cristianesimo.</p>
<h3>Bibliografia</h3>
<ul>
<li>GUARDUCCI M. 1965, <em>Il misterioso “Quadrato Magico”, l’interpretazione di Jérome Carcopino e documenti nuovi</em> in <em>Rivista di archeologia classica</em>, XVII, pp. 219-270.</li>
<li>GWYN GRIFFITHS J. 1971, <em>&#8216;Arepo&#8217; in the Magic &#8216;Sator&#8217; Square&#8217;</em> in <em>The Classical Review</em>, vol XXI.</li>
<li>IANNELLI N. 2009, Sator – <em>Epigrafe del culto delle sacre origini di Roma &#8211; la genesi e il significato del quadrato magico svelati nella teoria della correlazione astronomica</em>, Foggia.</li>
<li>PALMIERI R. 2003,<em> L’enigma di Sator, incontri di archeologia</em>. Conferenza tenutasi nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli, 10 maggio 2003.</li>
</ul>
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		<title>Firenze. Il laser infrarosso per datare i reperti archeologici</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jan 2012 12:03:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[ricerca & studi]]></category>
		<category><![CDATA[C14]]></category>
		<category><![CDATA[INO-CNR]]></category>
		<category><![CDATA[radiocarbonio]]></category>

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		<description><![CDATA[Una delle tecniche di datazione che si è diffusa maggiormente negli ultimi trent’anni è quella che calcola la quantità residua di carbonio 14, o radiocarbonio: mediante gli spettrometri di massa si può stabilire l’età delle testimonianze archeologiche di origine organica, come le ossa, la carta, il legno o i tessuti. Queste costosissime e imponenti apparecchiature [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11472" title="datazione-laser" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/datazione-laser.jpg" alt="" width="600" height="422" /></p>
<p>Una delle tecniche di datazione che si è diffusa maggiormente negli ultimi trent’anni è quella che calcola la quantità residua di <strong>carbonio 14</strong>, o radiocarbonio: mediante gli spettrometri di massa si può stabilire l’età delle testimonianze archeologiche di origine organica, come le ossa, la carta, il legno o i tessuti. Queste costosissime e imponenti apparecchiature sono, però, presenti esclusivamente nei grandi e attrezzati laboratori di fisica nucleare. L’Istituto nazionale di ottica del <strong>CNR di Firenze</strong> ha messo a punto un’alternativa pratica e vantaggiosa: una strumentazione basata sulla luce <strong>laser</strong> infrarossa.</p>
<p>Come il normale carbonio, anche il radiocarbonio entra a far parte degli esseri viventi attraverso l’alimentazione e la respirazione, ma essendo radioattivo dopo un certo tempo si trasforma in azoto, sparendo. Con la morte, interrompendosi l’assunzione, la sua quantità nell’organismo si riduce progressivamente, trasformandolo nello strumento ideale per datare materiali di origine biologica.</p>
<p>Quando si effettua un’analisi servendosi di spettrometri di massa, ogni atomo di carbonio va isolato dalla molecola di anidride carbonica che lo ospita, generata con la combustione dei materiali. In natura, però, solamente una molecola su mille miliardi contiene radiocarbonio ed è necessaria una grande sensibilità per calcolarne la quantità. Invece, con la nuova tecnica è possibile calcolare direttamente il numero di molecole che racchiudono il radiocarbonio. Inoltre, questo nuovo sistema occupa uno spazio molto inferiore ed è decisamente più economico rispetto alle apparecchiatura usate finora.</p>
<p>La nuova tecnica si basa su un metodo spettroscopico ad alta sensibilità, chiamato Scar e pubblicata l’anno scorso su “Physical Review Letters” dal team dell’INO-CNR. Permetterà di individuare molecole in concentrazione estremamente ridotta, con ricadute importanti in ambiti come il controllo dei cambiamenti climatici, la ricerca medica, il monitoraggio dell’inquinamento ambientale, la sicurezza di aeroporti e porti, la fisica.</p>
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		<title>Visoko (Bosnia). I petroglifi dell’obelisco di Gornji Bakići a Olovo</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 18:38:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Todisco</dc:creator>
				<category><![CDATA[ricerca & studi]]></category>
		<category><![CDATA[Visoko]]></category>

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		<description><![CDATA[Durante le ricerche effettuate dalla squadra italo-bosniaca di ricerca multidisciplinare SBRG, nella valle di Visoko, è stato documentato fotograficamente l’obelisco di Olovo in località Gornji Bakići (Bosnia). Di non facili interpretazione e datazione, questo capolavoro, che ricorda alcune incisioni rupestri della Valcamonica, secondo alcune ipotesi mostrerebbe la rappresentazione petrografica della cosmogonia secondo la civiltà che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Durante le ricerche effettuate dalla squadra italo-bosniaca di ricerca multidisciplinare <strong>SBRG</strong>, nella valle di <strong>Visoko</strong>, è stato documentato fotograficamente l’obelisco di <strong>Olovo</strong> in località <strong>Gornji Bakići</strong> (<strong>Bosnia</strong>).</p>
<p>Di non facili interpretazione e datazione, questo capolavoro, che ricorda alcune incisioni rupestri della Valcamonica, secondo alcune ipotesi mostrerebbe la rappresentazione petrografica della cosmogonia secondo la civiltà che abitò queste valli in passato.</p>
<p>Gli spigoli tra le quattro facce laterali e tra quelle della piramide in cima presentano un motivo continuo a cordone il quale in alcuni casi divide le rappresentazioni anche all’interno delle facce laterali.</p>
<p>Gruppi di spirali singole, doppie o triple, sempre affrontate, campeggiano su ogni superficie così come una strana figura probabilmente riferibile ad un animale simile a un rettile (coccodrillo-serpente?).</p>
<p>Compaiono in minore misura rispetto alle spirali alcune rosette-eliche e alcuni fiori (con 6, 7, 8, 9 e 11 petali).</p>
<p>Particolare stranezza consiste nella presenza, solo su due facce, di tre gruppi di punti (23 + 23 + 20) posti al di sotto di due spirali che fiancheggiano una rosetta a 6 petali in un caso (posta nel registro appena sotto l’apice dell’obelisco) e a 9 petali nell’altro (registro inferiore).</p>
<p>La restante parte risulta illeggibile a causa dell’erosione.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-11425" title="obelisco01" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/12/obelisco01.jpg" alt="obelisco di Gornji Bakići a Olovo" width="600" height="800" /></em><br />
<em>L’obelisco</em></p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-11426" title="obelisco02" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/12/obelisco02.jpg" alt="obelisco di Gornji Bakići a Olovo" width="450" height="600" /></em><br />
<em>Particolare dell’apice e di una delle quattro facce laterali con due coppie di doppie spirali</em></p>
<p><em><img class="alignnone  wp-image-11427" title="obelisco03" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/12/obelisco03.jpg" alt="obelisco di Gornji Bakići a Olovo" width="450" height="600" /></em><br />
<em>Particolare di una faccia laterale con spirali, rosette e la figura zoomorfa</em></p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-11428" title="obelisco04" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/12/obelisco04.jpg" alt="obelisco di Gornji Bakići a Olovo" width="600" height="450" /></em><br />
<em>Due coppie di spirali affrontate fiancheggiano una rosetta appena sotto un cordone</em></p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-11429" title="obelisco05" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/12/obelisco05.jpg" alt="obelisco di Gornji Bakići a Olovo" width="600" height="450" /></em><br />
<em>Figura zoomorfa con rosetta e spirale</em></p>
<p><em><img class="alignnone size-large wp-image-11430" title="obelisco06" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/12/obelisco06-600x599.jpg" alt="obelisco di Gornji Bakići a Olovo" width="600" height="599" /></em><br />
<em>Schema dei glifi sulle facce dell’obelisco</em></p>
<p><em><img class="alignnone size-large wp-image-11431" title="obelisco07" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/12/obelisco07-600x558.jpg" alt="obelisco di Gornji Bakići a Olovo" width="600" height="558" /></em><br />
<em>Annotazioni delle figure sull’obelisco</em></p>
<p>Si ringraziano l’<strong>SB Research Group</strong> e il prof. <strong>Paolo Debertolis</strong> per la concessione dell&#8217;uso delle fotografie.</p>
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		<title>Aosta. Nuova teoria sulle “coppelle”: sarebbero mappe stellari</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Dec 2011 13:15:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca & studi]]></category>
		<category><![CDATA[coppelle]]></category>

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		<description><![CDATA[Venerdì 9 dicembre 2011, nel corso di una serata organizzata presso la Cittadella dei Giovani di Aosta, Guido Cossard, archeoastronomo valdostano, ha illustrato la sua ultima scoperta relativa agli inacavi semisferici, ricavati nella roccia e risalenti alla preistoria, conosciuti con il nome di “coppelle”. Secondo lo studioso, molte configurazioni di coppelle rappresenterebbero costellazioni celesti e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11371" title="coppelle" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/12/coppelle.jpg" alt="Guido Cossard coppelle" width="600" height="450" /></p>
<p>Venerdì 9 dicembre 2011, nel corso di una serata organizzata presso la Cittadella dei Giovani di Aosta, <strong>Guido Cossard</strong>, archeoastronomo valdostano, ha illustrato la sua ultima scoperta relativa agli inacavi semisferici, ricavati nella roccia e risalenti alla preistoria, conosciuti con il nome di “<strong>coppelle</strong>”. Secondo lo studioso, molte configurazioni di coppelle rappresenterebbero costellazioni celesti e sarebbero state impiegate in campo astronomico, pur non escludendo che alla base di tali realizzazioni artistiche potessero esserci altre motivazioni.</p>
<p>La nuova teoria di Cossard riaccende la discussione sulle coppelle e sul loro scopo. Alcuni ricercatori pensano che si tratti fondamentalmente di un gesto votivo: una specie di ex-voto preistorico, frutto di un lavoro lungo e faticoso, in un atto di preghiera e di devozione. Altri studiosi ritengono che le coppelle venissero usate come contenitori, nei quali venivano rovesciati liquidi infiammabili, probabilmente olii combustibili, allo scopo di appiccare piccole fiammelle circoscritte in onore di un qualche rituale oggi dimenticato.</p>
<p>L’esperto valdostano, dopo tre anni di lavoro, con la collaborazione e grazie alle segnalazione dei valdostani, è riuscito a identificare diversi simboli lunari e solari incisi, ma anche numerose raffigurazioni di costellazioni, ottenute attraverso le coppelle, tra cui spiccano Cassiopea, la Vergine, le due Orse, il Cigno e Cefeo, il cui numero e qualità non lasciano dubbi circa l’interpretazione astronomica.</p>
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		<title>Messico. Studioso smentisce la profezia Maya del 2012</title>
		<link>http://www.archeorivista.it/0011296_messico-studioso-smentisce-la-profezia-maya-del-2012/</link>
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		<pubDate>Tue, 13 Dec 2011 13:10:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca & studi]]></category>

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		<description><![CDATA[Niente più fine del mondo, ma semplicemente l’inizio di una nuova era. Secondo Sven Gronemeyer, studioso tedesco de La Trobe University in Australia, la tavoletta su cui è incisa l’iscrizione, che si trova in Messico, sul Monumento 6 del tempio Maya di Tortuguero, è in parte illeggibile e quello che ne rimane indicherebbe il principio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11366" title="Sven Gronemeyer" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/12/Sven-Gronemeyer.jpg" alt="Sven Gronemeyer" width="167" height="250" /></p>
<p>Niente più fine del mondo, ma semplicemente l’inizio di una nuova era. Secondo<strong> Sven Gronemeyer</strong>, studioso tedesco de La Trobe University in Australia, la tavoletta su cui è incisa l’iscrizione, che si trova in Messico, sul Monumento 6 del tempio Maya di Tortuguero, è in parte illeggibile e quello che ne rimane indicherebbe il principio di un nuovo ciclo. Al posto di morte e distruzione, quindi, il ritorno dal cielo di Bolon Yokte, la misteriosa divinità Maya della guerra.</p>
<p>L’ipotesi di Gronemeyer è giunta qualche giorno dopo l’annuncio da parte dell’Istituto messicano di Antropologia relativo alla scoperta di una seconda testimonianza che avrebbe avallato la profezia del 2012 ed è stata comunicata proprio nel corso di una conferenza, organizzata dall’Istituto nell’area archeologica di Palenque, nel Messico meridionale, allo scopo di inibire la nuova ondata di panico scatenata dall’ultimo ritrovamento. La nuova iscrizione è stata trovata su un mattone, tra le rovine di Comalcalco, nei pressi di Tortuguero, e potrebbe riferirsi esplicitamente al 2012, ma per adesso il documento è tenuto dall’Istituto lontano dagli occhi del pubblico.</p>
<p>In contrasto con le previsione apocalittiche pullulate negli ultimi anni, che attribuiscono a eventi diversi il compito di porre fine al mondo, lo studioso tedesco ritiene che l’iscrizione si riferisca solamente alla fine di un periodo, incominciato 5125 anni fa con l’inizio dell’Età dell’Oro e che finirà il 21 dicembre 2012. Infatti, Bolon Yokte è anche la divinità della trasformazione: secondo Gronemeyer, l’antico sovrano Bahlam Ajaw aveva semplicemente indicato il passaggio del dio e l’intenzione di ospitarlo nel tempio di Tortuguero. La data ha una valenza simbolica perché è vista come il riflesso del giorno della creazione.</p>
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		<title>Cina. Scoperta la più antica evidenza di violenza tra uomini</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 10:12:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca & studi]]></category>

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		<description><![CDATA[Secondo i risultati di una moderna ricerca, una frattura risanata scoperta su un antico cranio proveniente dalla Cina potrebbe essere la più antica e documentata prova della violenza tra uomini. L’individuo a cui è appartenuto il teschio, vissuto tra i 150.000 e i 200.000 anni fa, ha infatti riportato una ferita traumatica alla tempia destra, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="LEFT"><img class="alignnone size-full wp-image-11354" title="uomo-di-maba" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/12/uomo-di-maba.jpg" alt="piu antica tracia di violenza tra uomini" width="500" height="281" /></p>
<p align="LEFT">Secondo i risultati di una moderna ricerca, una frattura risanata scoperta su un antico <strong>cranio</strong> proveniente dalla Cina potrebbe essere la <strong>più antica e documentata prova della violenza tra uomini</strong>. L’individuo a cui è appartenuto il teschio, vissuto tra i 150.000 e i 200.000 anni fa, ha infatti riportato una ferita traumatica alla tempia destra, probabilmente dopo essere stato colpito da una qualche sorta di proiettile. Ma l’antico cacciatore/raccoglitore, il cui sesso ancora non è chiaro, è sopravvissuto per poter raccontare la storia, in quanto la feria era ormai perfettamente risanata al momento della sua morte.</p>
<p align="LEFT">Il cranio venne scoperto in una grotta vicino a <strong>Maba</strong>, nel sud della Cina, nel 1958. Dalle analisi risulta che prima della sua sepoltura, un grosso roditore, con tutta probabilità un porcospino, deve aver rosicchiato le ossa del malcapitato defunto, rimuovendo una porzione significativa del volto.</p>
<p align="LEFT">Il professor <strong>Trinkaus</strong>, della Washington University di St Louis, Stati Uniti, che fa parte dell’équipe internazionale che si è occupata di riesaminare il ritrovamento, ha dichiarato che la frattura da pressione nella zona della tempia destra doveva con tutta probabilità essere il risultato di un impatto molto diretto e molto localizzato.</p>
<p align="LEFT">Secondo lo studioso, una ferita di quel tipo avrebbe potuto essere provocata da un forte colpo con un sasso, ma ha subito sottolineato che uno dei maggiori problemi dell’antichità era lo stile di vita molto duro che le persone erano costrette a condurre, cacciando animali di media e grande taglia da molto vicino, animali che sicuramente non gradivano il fatto di essere aggrediti con delle lance e che si difendevano dall’attacco degli uomini scalciando e combattendo con le corna di cui molti di essi erano dotati. Nonostante tutto, per la dimensione e la posizione della ferita, pare proprio che in questo caso non si tratti di un incidente di caccia ma di un colpo ricevuto dal lancio di un oggetto pesante.</p>
<p align="LEFT"><em><strong>Istinto di sopravvivenza</strong></em></p>
<p align="LEFT">Oltre ai severissimi mal di testa che una frattura di questo tipo ha sicuramente causato allo sfortunato uomo/donna di Malba, una ferita di questo tipo, secondo quanto si può esperire dalla moderna medicina, suggerisce che la persona che l’ha subita doveva aver sofferto anche di una qualche forma di amnesia temporanea.</p>
<p align="LEFT">Il filosofo inglese Thomas Hobbes (XVI secolo) scrisse che la vita naturale degli uomini in condizioni ‘naturali’, com’era quella dell’antichità, era ‘brutta, brutale e corta’; questo ritrovamento in Cina altro non fa che confermare questa tesi riguardo allo stile di vita dei nostri antichissimi antenati.</p>
<p align="LEFT">Nonostante il forte colpo ricevuto, l’individuo a cui apparteneva il teschio era sopravvissuto almeno per settimane o mesi dopo il trauma, a giudicare dalla completa guarigione della frattura. E secondo il professor Trinkaus, questo fatto rappresenta un importantissimo risvolto di questo ritrovamento. Si tratterebbe dell’ennesimo caso, in un numero sempre crescente di fossili risalenti all’antichità, che dimostrerebbe una sopravvivenza a lungo termine dopo severe ferite o problemi congeniti. Sono infatti numerose le evidenze di diversi tipi di traumi, alcuni di lieve entità, altri che dimostrano una maggiore gravità, nonché anche un’incidenza sorprendentemente alta di condizioni mediche e problemi che si riscontrano anche oggi nella vita moderna, ma che sono estremamente rare, quindi la possibilità di ritrovarne qualcuna nel non molto nutrito archivio di fossili finora disponibili è molto bassa.</p>
<p align="LEFT"><em><strong>Reti di supporto nell’antichità?</strong></em></p>
<p align="LEFT">Trinkaus afferma anche che, nell’antichità, parecchie persone con ferite erano sopravvissute egregiamente anche dopo il trauma; i ricercatori sono portati a credere che questa sia la prova dell’esistenza, millenni fa, di sistemi di cura e di supporto tra i primi, antichi gruppi di uomini.</p>
<p align="LEFT">Visto che erano riusciti a costruire un certo numero di armi, è inevitabile che alcune liti personali tra qualcuno di loro finissero in modo piuttosto grave; allo stesso tempo, però, i feriti potevano contare sull&#8217;aiuto reciproco, o della comunità, per sopravvivere e recuperare.</p>
<p align="LEFT">L’individuo ritrovato a Malba sicuramente non era un uomo moderno come noi, ma apparteneva a una popolazione definita ‘arcaica’, composta di indivudi che popolavano il sud est asiatico nello stesso periodo in cui gli uomini di Neanderthal dominavano l’Europa.</p>
<p align="LEFT">È possibile che il ritrovamento cinese sia anche collegato a una misteriosa popolazione conosciuta col nome di uomini di Denisova, che sono stati identificati come un gruppo distinto di uomini preistorici sulla base di studi condotti sul DNA.</p>
<p align="LEFT">In ogni modo, il professor Trinkaus pensa che ci sia stato un continuum di popolazione tutt’attraverso la grande distesa di terra denominata Eurasia. Gli uomini di Neanderthal erano i rappresentanti occidentali di questo <em>continuum</em>, dove Maba e gli altri ritrovamenti ne rappresentano la parte occidentale. L’unica differenza tra gli uni e gli altri, in questo caso, consiste nel fatto che gli uomini di Neanderthal hanno un nome che li identifica, mentre a tutti gli altri ancora non è stato assegnato.</p>
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		<title>Passato dal cielo: l&#8217;archeologia vista dal satellite</title>
		<link>http://www.archeorivista.it/0011298_passato-dal-cielo-larcheologia-vista-dal-satellite/</link>
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		<pubDate>Sun, 04 Dec 2011 16:40:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Todisco</dc:creator>
				<category><![CDATA[ricerca & studi]]></category>

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		<description><![CDATA[Da quando gli aerei della RAF (Royal Air Force) britannica solcarono i cieli in funzione bellico-ricognitiva e con lo scopo di sorvegliare le basi e le centrali energetico-produttive della Germania hitleriana, le foto dal cielo sono diventate una delle fonti più spettacolari e convincenti per lo studio e le nuove scoperte di siti e aree [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da quando gli aerei della <strong>RAF</strong> (Royal Air Force) britannica solcarono i cieli in funzione bellico-ricognitiva e con lo scopo di sorvegliare le basi e le centrali energetico-produttive della Germania hitleriana, le foto dal cielo sono diventate una delle fonti più spettacolari e convincenti per lo studio e le nuove scoperte di siti e aree archeologiche nascoste sotto i terreni più disparati.</p>
<p>Oggi, grazie all’ausilio della tecnologia satellitare, è possibile individuare anomalie che con un elevato grado di certezza celano complessi archeologici sommersi. Individuare un areale d’insediamento antico è ormai una disciplina sempre più basilare per gli archeologi e i topografi. Le università italiane hanno, da qualche anno, inserito nell’iter di studi dei futuri archeologi alcuni corsi che insegnino le metodologie della ricerca al passo con la tecnologia moderna.</p>
<p><strong>Come riconoscere antiche tracce in paesaggi e in città visti nelle foto da satellite</strong></p>
<p>Immagini aeree e satellitari con evidenti anomalie cromatiche improvvise, come le seguenti, sono indice di qualcosa di sotterraneo nei campi e fuori dalle aree urbane:</p>
<ul>
<li>cambio della colorazione dell’erba o del terreno di un campo, coltivato o no</li>
<li>crescita o mancanza di folta vegetazione così da formare figure geometriche più o meno complesse</li>
<li>scioglimento rapido o lento delle neve in un punto rispetto al resto del manto nevoso</li>
</ul>
<p>Come esempio si vedano le immagini aeree del <a href="http://www.archeoguida.it/006222_scozia-inchtuthil-lantico-pinnata-castra.html" target="_blank">castrum di Inchtuthil</a> (Scozia) : la colorazione dell’erba cambia a seconda della presenza di mura o fossati o altre strutture sotterranee.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11306" title="Inchtuthil3" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/12/Inchtuthil3.jpg" alt="" width="343" height="240" /></p>
<p>In città invece si può distinguere una traccia dell’antica urbanistica conoscendone la storia ma anche osservandola dall’alto per incontrare eventualmente:</p>
<ul>
<li>un reticolo regolare o a scacchiera là dove il resto dei quartieri ha uno schema diverso</li>
<li>confini ben sanciti da mura o da strade di una certa importanza</li>
<li>piazze sicuramente non moderne con forme circolari (ex anfiteatri come il caso emblematico di Lucca)</li>
<li>due vie che si incrociano, ad angolo retto, con una piazza rettangolare limitrofa o nel centro della croce</li>
</ul>
<p><strong>Nota</strong> &#8211; Va ricordato che non tutti questi casi sono riscontrabili nelle odierne città poiché alcune civiltà hanno obliterato e ricoperto i lasciti delle precedenti senza volerne o poterne riutilizzare gli aspetti urbanistici e topografici.</p>
<p>Molte piazze moderne si rifanno all’antico ed emulano il gusto schematico e canonico nelle proporzioni e nelle forme.</p>
<p>Questa rubrica da il via a una serie di guide che hanno come protagonisti quelle città dell’Europa occidentale che maggiormente si offrono come esempi molto chiari di un antico lascito urbanistico (dal pre-romano al medievale). Insediamenti fortificati (<em>oppida</em>), accampamenti romani (<em>castra</em>), empori commerciali, capoluoghi di province romane e capitali dell’impero d’Occidente seminate in:</p>
<ul>
<li>Italia</li>
<li>Spagna</li>
<li>Francia</li>
<li><strong><a href="http://www.archeoguida.it/006950_croazia-archeologia-dal-cielo.html" target="_blank">Croazia</a></strong></li>
<li>Svizzera</li>
<li>Germania</li>
<li><strong><a href="http://www.archeoguida.it/006974_slovenia-archeologia-dal-cielo.html" target="_blank">Slovenia</a></strong></li>
<li>Gran Bretagna</li>
</ul>
<p>ci mostrano l’immenso significato progettuale che gli antichi ci hanno tramandato sull’urbanistica, un comune patrimonio alle radici della nostra Europa, un testamento che, se intelligentemente gestito, nessun’epoca di crisi potrà mai togliere al nostro continente.</p>
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		<item>
		<title>Parma. La radiografia svela il gatto mummificato</title>
		<link>http://www.archeorivista.it/0011228_parma-la-radiografia-svela-il-gatto-mummificato/</link>
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		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 11:35:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia egiziana]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca & studi]]></category>
		<category><![CDATA[Bastet]]></category>

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		<description><![CDATA[Risale al diciannovesimo secolo l’acquisto della mummia di gatto esposta presso il Museo di Parma, che la comprò da un antiquario insieme a molti manufatti che convoglieranno nella collezione egizia del centro espositivo. Amatissimo dagli Egizi per la sua capacità di cacciare i topi, elevato a protettore della casa, il gatto incomincia con la XXII [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11243" title="radiografia svela il gatto mummificato " src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/radiografia-mummia-gatto.jpg" alt="radiografia svela il gatto mummificato " width="600" height="599" /></p>
<p>Risale al diciannovesimo secolo l’acquisto della <strong>mummia di gatto</strong> esposta presso il Museo di Parma, che la comprò da un antiquario insieme a molti manufatti che convoglieranno nella collezione egizia del centro espositivo. Amatissimo dagli Egizi per la sua capacità di cacciare i topi, elevato a protettore della casa, il gatto incomincia con la XXII Dinastia a essere considerato incarnazione delle divinità e in particolare l’esemplare femmina il rappresentante terreno di <strong>Bastet</strong>.</p>
<p>Cominciarono così a sorgere ovunque, in Egitto, templi dedicati alla dea, primo tra tutti quello edificato nel Basso Egitto, lungo il corso del Nilo, nella città di Bubastis. Inizialmente, al momento della dipartita, il felino veniva mummificato e seppellito all’interno del santuario in fosse comuni, ma dal terzo secolo avanti Cristo si cominciò ad allevare sistematicamente i gatti vicino ai templi per poi farne mummie che i fedeli compravano per depositarle come offerte nei templi.</p>
<p>Le indagini archeologiche hanno riesumato numerose mummie di gatti morti innaturalmente o prematuramente, soprattutto gattini di pochi mesi di età, che risultavano più adatti alla mummificazione. Secondo <strong>Roberta Conversi</strong>, archeologa della Soprintendenza, questo è sicuramente il caso della mummia-gatto conservata a Parma. Il manufatto è stato realizzato accuratamente e l’esecuzione è di alta qualità; all’interno delle bende è avvolto l’intero corpo dell’animale, mentre è facile trovare soltanto una parte del felino, se non pezzi di un altro o anche il solo fantoccio, che non racchiude nulla. Le bende sono avvolte in maniera da formare motivi geometrici, mentre gli occhi sono disegnati con inchiostro nero, su pezzi tondeggianti di benda di lino.</p>
<p>Sul mercato egizio circolavano diversi modelli di mummie-gatto, realizzati per accontentare le richieste dei clienti pii, dalle versione economiche, i cui bendaggi avvolgevano soltanto una parte del felino o addirittura niente, a mummie molto curate, di alta qualità, con bendaggio dipinto che avvolgeva gatti interi. La testimonianza del Museo parmense rientra sicuramente tra i modelli più ricercati, acquistato da un fedele che, recandosi al tempio, scelse una mummia di gatto di elevata qualità e quindi costosa, per offrirla a Bastet.</p>
<p>Le radiografie, effettuate dal veterinario-radiologo <strong>Giacomo Gnudi</strong>, mostrano che l’animale è stato bendato in maniera da occupare il minor spazio possibile, con gli arti inferiori stretti vicini al torace e le costole compresse; inoltre, la frattura/foro nel cranio sembra avallare l’ipotesi di una morte innaturale. Tutte le informazioni archeologiche e radiologiche concorrono a fare della mummia di gatto conservata nel Museo Archeologico Nazionale di Parma una testimonianza di grande interesse e importanza scientifica. Adesso la Soprintendenza attende i fondi per finanziare l’accurato intervento di restauro, necessario alla futura esposizione della mummia.</p>
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		<title>Russia, Tuekta. Drone per studiare antichissimi tumuli funerari Sciiti</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 11:33:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[ricerca & studi]]></category>

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		<description><![CDATA[Grazie al lavoro di alcuni scienziati, un drone in miniatura (ossia un mini-areoplano telecomandato a distanza e che quindi vola senza pilota), ha consentito di apportare un rivelante contributo ad un gruppo di archeologi impegnati nel reperimento di immagini utili per la creazione di un modello tridimensionale di un antico tumulo sepolcrale in Russia. I [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11117" title="drone01" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/drone01.jpg" alt="Drone in archeologia" width="600" height="400" /></p>
<p>Grazie al lavoro di alcuni scienziati, un <strong>drone</strong> in miniatura (ossia un mini-areoplano telecomandato a distanza e che quindi vola senza pilota), ha consentito di apportare un rivelante contributo ad un gruppo di archeologi impegnati nel reperimento di immagini utili per la creazione di un modello tridimensionale di un antico tumulo sepolcrale in Russia.</p>
<p>I siti archeologi nella maggior parte dei casi si trovano in aree remote e difficilmente accessibili, e per questo motivo &#8211; molte volte &#8211; potrebbe essere difficile localizzarli con i budget limitati di cui solitamente dispongono gli archeologi; per questo gli scienziati stanno cercando di utilizzre i drone per estendere il loro raggio d’azione e la loro “vista” in maniera da esplorare visivamente questi luoghi altrimenti difficilmente raggiungibili. Secondo il ricercatore Marijn Hendrickx, geografo dell’Università di Ghent, in Belgio, questo sistema darebbe agli archeologi tante possibilità in più.</p>
<p>Il drone che è stato testato in una remotissima area della <strong>Russia</strong> chiamata <strong>Tuekta</strong> era un &#8220;<strong>quadricottero</strong>&#8221; con quattro propulsori e alimentato a batteria, il <strong>Microdrone md4-200</strong>. Le sue dimensioni ridotte (l’asse dei suoi rotori è di circa settanta centimetri e pesa in totale poco più di un chilogrammo) lo rendono perfetto per essere trasportato facilmente ovunque, e i ricercatori hanno anche dichiarato che è molto facile da far volare, in quanto tende a stabilizzarsi da solo nell’aria e a mantenere l’altitudine e la posizione desiderate. Inoltre, il suo evoluto motore elettrico non emette praticamente alcuna vibrazione, rendendo estremamente nitide e precise le immagini aeree scattate in volo. Dipendendo dalla direzione del vento, dalla temperatura e dal carico, il tempo massimo di volo del drone è di una ventina di minuti circa.</p>
<p>Un esperimento dell&#8217;utilizzo di queste prodigiose macchine volanti è stato fatto a Tuekta, sui monti Altai, dove la Russia, la Cina, il Kazakistan e la Mongolia si incontrano; i ricercatori al lavoro in quel sito hanno infatti scoperto tumuli sepolcrali di circa 76 metri di larghezza e risalenti a un periodo collocabile tra i 2.300 e i 2.800 anni fa.</p>
<p>Chiamati “Kurgan”, erano probabilmente erano appartenuti a capi o a principi Sciiti, un popolo nomade noto per la sua abilità con i cavalli, che una volta poteva vantare un ricco, potente e prosperoso impero. Gli scavi condotti in questi tumuli hanno riportato alla luce incredibili tesori in oro e altri manufatti ben conservati dal permafrost. A Tuekta, in particolare, sono stati scoperti oltre 200 tumuli, collocati lungo rive del fiume Ursul. Sembra che il “cuore” del sito sia stato composto da una fila di cinque tumuli monumentali con diametri che andavano dai 42 ai 76 metri. Purtroppo la maggior parte di essi è stata sfaldata ed erosa dal tempo.</p>
<p>L’area test individuata dai ricercatori misura 300 metri per 100 e include i quattro tumuli giganti oltre a dozzine di strutture funerarie similari ma di dimensioni inferiori. Il drone è stato fatto volare a un’altezza di una quarantina di metri circa per poter osservare più nel dettaglio un particolare tumulo. La leggerezza del drone si è rivelata, a volte, problematica, principalmente per via delle forti folate di vento che potevano allontanare il drone e portarlo addirittura fuori dal raggio d’azione della radio. Nonostante i numerosi ostacoli, i ricercatori sono riusciti a sfruttare il drone per raccogliere dati sufficienti a ricreare una mappa digitale del sito e un modello tridimensionale dei tumuli.</p>
<p>Secondo Hendrickx, il <strong>modello tridimensionale</strong> è particolarmente utile per il calcolo del volume dei kurgan, un altro dato utile alla ricostruzione della forma originale del sito.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11118" title="drone02" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/drone02.jpg" alt="" width="600" height="291" /></p>
<p>Il mondo dell’archeologia ha incominciato a utilizzare i drone con sempre maggiore frequenza negli ultimi dieci anni in zone come il Perù, l’Austria, la Spagna, la Turchia e la Mongolia. Le mappe che sono state create dopo le loro esplorazioni possono aiutare gli archeologi a creare un’immagine competa del sito in zone dove le immagini satellitari non potranno mai essere molto accurate.</p>
<p>Oggi i ricercatori stanno sperimentando un drone di dimensioni leggermente maggiori che potrà portare un carico maggiore, aprendo le porte all’utilizzo di videocamere e fotocamere a infrarossi e anche un sistema radar. In poche parole, per permettere ai ricercatori di vedere terre lontane come se le stessero guardando con i propri occhi.</p>
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		<title>Il primo Homo Sapiens europeo sarebbe vissuto in Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Nov 2011 14:41:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca & studi]]></category>
		<category><![CDATA[Homo Sapiens]]></category>

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		<description><![CDATA[Dalla collaborazione tra tredici istituti di ricerca, fra cui le università toscane di Siena e di Pisa, emerge una novità che se confermata riscriverà un capitolo della preistoria: quello sull’Homo Sapiens, per esattezza. Perché l’articolo pubblicato sulla rivista “Nature” dal simposio di studiosi svela che il primo Homo Sapiens europeo sarebbe vissuto in Italia. Fino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11089" title="Homo-Sapiens" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/Homo-Sapiens.jpg" alt="primo Homo Sapiens europeo sarebbe vissuto in Italia" width="600" height="395" /></p>
<p>Dalla collaborazione tra tredici istituti di ricerca, fra cui le università toscane di Siena e di Pisa, emerge una novità che se confermata riscriverà un capitolo della preistoria: quello sull’<strong>Homo Sapiens</strong>, per esattezza. Perché l’articolo pubblicato sulla rivista “Nature” dal simposio di studiosi svela che il primo Homo Sapiens europeo sarebbe vissuto in Italia. Fino ad oggi si supponeva che il nostro progenitore fosse comparso in Europa molto prima di quarantacinque mila anni fa, nell’area oggi occupata dalla Romania, ma le scoperte fatte in Puglia, presso la<strong> Grotta del Cavallo di Uluzzo</strong> (Le), sono i più antichi mai venuti alla luce e provano che l’arrivo dell’uomo sapiens dall’Africa va anticipato di alcuni millenni.</p>
<p>Protagonisti della ricerca sono due denti da latte, emersi nella Grotta del Cavallo durante gli scavi effettuati negli anni Sessanta del Novecento, che inizialmente erano stati attribuiti ai Neanderthal. Per lungo tempo, migliaia di anni, i neandertaliani e l’Homo Sapiens si sono spartiti il suolo europeo: il primo si è estinto ventisette mila anni fa, dall’altro discende il genere umano. Le misurazioni condotte dall’Università di Pisa e le analisi effettuate dall’Università di Vienna grazie a modelli digitali 3D hanno mostrato, diversamente da quanto si supponeva prima, che i due denti appartengono a due bambini sapiens e sono identici a quelli dei bambini moderni.</p>
<p>Il primo dei denti studiati cresce fra i quindici e i diciotto mesi dalla nascita e poiché non mostra segni di deterioramento, il bambino sarebbe morto attorno ai diciotto mesi; l’altro cresce a due anni ed essendo consumato, questo secondo bambino sarebbe morto attorno ai tre o quattro anni. I due reperti sono stati scoperti a pochi metri dalla superficie e la datazione postuma della stratigrafia è stata effettuata su conchiglie estratte dal medesimo deposito grazie al radiocarbonio. I materiali archeologici risalgono a 45-43 mila anni fa, al tempo della glaciazione Wurm 2.</p>
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		<title>Bocca della Verità: era l&#8217;impluvium del Pantheon?</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Nov 2011 08:44:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Ruffolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[ricerca & studi]]></category>

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		<description><![CDATA[Durante le mie peregrinazioni didattiche, mi sorprese che il granito rosa del disco centrale (impluvium) del pavimento del Pantheon non corrispondesse ad alcun altro elemento decorativo interno. Il disco è diviso in quattro spicchi e, oltre alla inspiegabile diversità con la coerenza del resto, appare troppo banale per la suggestività dell’insieme pavimentale, in cui si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="none size-full wp-image-10959" title="bocca-della-verita" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/bocca-della-verita.jpg" alt="Bocca della Verità" width="600" height="610" /></p>
<p>Durante le mie peregrinazioni didattiche, mi sorprese che il granito rosa del disco centrale (<strong><em>impluvium</em></strong>) del pavimento del <strong>Pantheon</strong> non corrispondesse ad alcun altro elemento decorativo interno. Il disco è diviso in quattro spicchi e, oltre alla inspiegabile diversità con la coerenza del resto, appare troppo banale per la suggestività dell’insieme pavimentale, in cui si alternano (in dischi e quadrati) 4 soli marmi : giallo antico, porfido rosso, granito grigio e paonazzetto. La posizione, sotto l’oculo della poderosa cupola, (“<em>genius loci</em>” di ineludibile simbolismo), rende poco credibile l’originalità del disco attuale. Davanti alla cosiddetta<strong> Bocca della Verità</strong> (BDV), ebbi la certezza che le narici del mascherone corrispondessero perfettamente ai buchi <em>dell’impluvium</em> del Pantheon. Solo coincidenza?</p>
<p>Gli archeologi avevano snobbato la BDV relegandola al suo destino di divertente mascherone “mettipaura”. Il Lanciani si limita a dire che la <strong>BDV</strong> (effigie del dio <strong>Oceano</strong>) è</p>
<blockquote><p><em>“ il più grande di tutti i chiusini trovati”</em>.</p></blockquote>
<p>Inoltre la frase di Lugli:</p>
<blockquote><p><em>“Il silenzio che ha celato il Pantheon per tutto il medioevo”</em></p></blockquote>
<p>non facilitava le cose.</p>
<p>Dice il Lanciani :</p>
<blockquote><p>“<em>Molte di queste bocche dei tubi di scarico sono arrivate sino a noi, alcune molto rozze e primitive, altre più elaborate e tagliate nel marmo. La più celebre forse é quella chiamata Bocca della Verità, un disco di marmo di un metro e mezzo di diametro, con la testa dell’Oceano in alto-rilievo al centro attraverso la cui bocca aperta usciva l’acqua piovana</em>”.</p></blockquote>
<p>Non v’é dubbio che la massima cupola con <em>oculum</em> e il massimo chiusino di epoca romana trovati, siano appunto <strong>il Pantheon</strong> e la <strong>Bocca della Verità</strong>.</p>
<p>La spiegazione del Lanciani fornisce una possibile considerazione; ma non é sufficiente a spiegare tutto: soprattutto la provenienza e l’impiego funzionale che ne avrebbe impedito l’uso nel modo descritto dal famoso archeologo, certamente preso da incombenze più importanti. Infatti, se la Bocca della Verità, come qualsiasi altra pietra del genere, fosse stata usata per la fuoriuscita dell’acqua ( cioè in posizione verticale come ora si trova) l’orifizio di uscita si sarebbe dovuto trovare in basso e non a mezza altezza dove, invece, avrebbe generato l’accumularsi di depositi che l’ avrebbero in breve tempo ostruito.</p>
<p><strong>Romolo Staccioli</strong> in Guida di Roma Antica , lo definisce &#8211; meglio &#8211; <em>“ antico chiusino scolpito in foggia di mascherone”</em>. Non é di maggiore aiuto, ma definendolo chiusino se non altro lo stabilizza in posizione orizzontale e non verticale come sembrerebbe dal Lanciani.</p>
<p><strong>Armando Ravaglioli</strong> in “Vedere e Capire Roma”, lo definisce “<em>chiusino a cielo aperto dedicato probabilmente a Ercole Vincitore”</em>: in prossimità infatti vi é il tempietto tondo comunemente attribuito a Ercole.</p>
<p><strong>Giuseppe Massimi</strong> (in “La chiesa di S. Maria in Cosmedin &#8211; in schola greca) si esprime cosi su <em>”Questo insignificante marmo (&#8230;)”</em> e più in là:</p>
<blockquote><p>” <em>Ma che cosa era in realtà questa grossa faccia scolpita su di un disco marmoreo? Non altro che un chiusino di fogna con il volto di un Okéanos, che si trovava nel vicino tempio ipetro di Ercole Vincitore. Dice a questo proposito il Giovenale </em>(ndr : da non confondere con lo scrittore latino : si tratta invero di uno storico della Chiesa che ha scritto “la basilica di Santa Maria in Cosmedin “ nel 1927)<em> : “ E’ ovvio pensare che questo disco pesante circa kg.1300, provenga dal più vicino dei templi donde poté essere divelto nella demolizione fatta da Sisto IV e rotolato fin contro la basilica di Santa Maria in Cosmedin ove poco tempo dopo fu disegnato da Martino Heemskerk (1498_1574)&#8221;.</em></p></blockquote>
<p>Non mi dilungo oltre sulle altre ipotesi che la vorrebbero proveniente dal vicino tempio di Ercole, in cui oltre alla labile attinenza di Ercole con Oceano rimarrebbe inspiegabile il sovradimensionamento dell<em>&#8216;impluvium</em> rispetto alla modesta dimensione della cupola del tempio di Ercole.</p>
<p>Le mie successive osservazioni, misurazioni e ricerche confermarono la mia ipotesi; quando fu ripresa dalla stampa, l’ex- direttore dell’Istituto Teutonico di Archeologia ritenne plausibile che lo stile del rilievo della BDV, fosse databile intorno al I/ II secolo d.C e cioè contemporaneo al rifacimento adrianeo del Pantheon ( tanto per intenderci coevo ai fregi della colonna Traianea).</p>
<p>I diversi buchi che scavano la pietra; il fatto che la pietra non sia ulteriormente indebolita da incisioni profonde (e che pertanto risulti di una fattura accennata, ma niente affatto volgare); il fatto che la pietra abbia ben 20 cm di spessore (!); il fatto che la pietra sia rialzata ai bordi di circa 2 cm. cioè di raccordo pavimentale spiegano:</p>
<ul>
<li>a) la funzione di chiusino</li>
<li>b) che la pietra doveva avere una buona capacità di smaltimento</li>
<li>c) che dovesse essere raccordata a un pavimento non irregolare (come per esempio un basolato)</li>
<li>d) che potesse sostenere il peso di persone che vi camminavano sopra</li>
</ul>
<p><em><img class="none size-full wp-image-10960" title="pantheon-giovanni-panini" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/pantheon-giovanni-panini.jpg" alt="Pannini, Giovanni Paolo: Pantheon, Roma" width="600" height="732" /></em><br />
<em>Pannini, Giovanni Paolo: dipinto raffigurante l&#8217;interno del Pantheon, a Roma. 1732</em></p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-11067" title="centro pavimento pantheon" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/centro-pavimento-pantheon.jpg" alt="" width="600" height="510" /></em><br />
<em>Il centro del pavimento nel Pantheon</em></p>
<p>Gli elementi da tenere presenti sono:</p>
<p><strong>le dimensioni</strong></p>
<p>la BDV (172 cm di diametro) ha una differenza (14 cm in meno di raggio rispetto all&#8217;attuale lastra); una quasi perfetta coincidenza se si considera il lavoro di risarcimento del pavimento quando fu scalzata (rompendola?) per la simbologia pagana incompatibile con la “chiesa di S. Maria ad Martyres”, al tempo del dono dell&#8217;imperatore ( bizantino) Foca a Bonifacio IV (605 d.C). Che lo sfregio della Bocca sia dovuto all&#8217;opera di rimozione e non a quella di collocazione è evidente: nessun committente pubblico ( o privato) romano avrebbe accettato un simile danno.</p>
<p>Ma v’é di più : i due fori del naso del faccione sono larghi circa 6 cm e corrispondono ai circa 5 cm di quelli attualmente sul pavimento. Infine, gli stessi due fori sono situati esattamente al centro del disco (!!) come lo sono quelli del pavimento attuale e hanno approssimativamente la stessa larghezza complessiva (circa 18 cm. ). E&#8217; possibile dunque che nel rifacimento siano rimaste &#8220;memorie&#8221; della pietra originaria?</p>
<p><strong>le proporzioni</strong></p>
<p>il <em>“rapporto che lega cupola e oculo, nelle costruzioni romane, si aggira tra un quinto (0,20) e un sesto (0,166)”</em> (D’Ossat).</p>
<p>Ora ml.1,72 in rapporto con la dimensione dell’oculo (ml. 8,95 ) determina un numero 0,195 che é esattamente all’interno del rapporto canonico , segnalato dal De Angelis D’Ossat ( “Realtà dell’architettura” Carucci editore &#8211; 1982).</p>
<p>E&#8217; molto probabile che tale rigorosa proporzione-geometrica dovesse essere rispettata per tutti gli elementi che entravano in rapporto tra loro e soprattutto nelle reciproche proporzioni degli elementi in gioco (cupola/lanterna-oculo/impluvium). Nel Pantheon il rapporto tra cupola e oculo é di 0,20 : misura dunque molto prossima al rapporto di 0,1945.</p>
<p><strong>la lavorazione e il trasporto</strong></p>
<p>lo spessore della Bocca (20 cm – circa 1200/1250 kg di peso &#8211; con evidenti (tuttora visibili) indentature sul bordo &#8211; rialzato &#8211; per poterla sollevare tramite adeguati &#8211; al tempo &#8211; apparecchi a tenaglia) danno l’idea che fosse un importante elemento decorativo, che richiedeva macchine e maestranze adeguate. Chi poteva permettersi un tale costo per la realizzazione e il trasporto della BDV se fosse stato un &#8220;banale chiusino”? Né è plausibile una collocazione diversa da quella “a vista”( vanno esclusi i chiusini di “natatio” o serbatoi termali che non avrebbero necessitato un tale costo).</p>
<p><strong>il marmo</strong></p>
<p>la BDV è di paonazzetto ( o pavonazzetto) come la pavimentazione e come le splendide colonne monolitiche (alternate a quelle di giallo antico) del Pantheon! Le vene violacee di pavonazzetto della BDV, irriconoscibili per la coltre di ossidazione, sono state sapientemente concentrate sul volto. Vorrei qui solo ricordare che il marmo pavonazzetto è detto anche &#8220;marmo frigio&#8221;, denunciando le cave di provenienza. E senza addentrarmi in possibili congetture la Frigia era la terra cui apparteneva Troia, da cui la gens Iulia pretendeva di discendere e provenire. D&#8217;altronde sono di marmo pavonazzetto tutti i fregi che corrono intorno al Pantheon ( lato opposto all&#8217;ingresso) e che verosimilmente appartenevano alla (guarda caso!) Basilica di Neptuni (parte del progetto edilizio che coinvolgeva il Campo Marzio) e che fu portato avanti da M. Vipsanio Agrippa e da Augusto tra il 33 a.C. (anno in cui Agrippa assunse l&#8217;edilità) e il 25 a.C. Marmo pavonazzetto che probabilmente venne mantenuto nel rifacimento adrianeo.</p>
<p><strong>il simbolismo</strong></p>
<p>la BDV rappresenta senza ombra di dubbio <strong>Okéanos</strong>, il grande fiume, divinità limite del mondo; corrispettivo sul piano &#8220;naturalistico&#8221; di Nettuno. Si possono ancora notare i due delfini sporgenti dalla barba e le chele del granchio sporgenti dai capelli della BDV. Ai Musei Vaticani una personificazione tridimensionale di Okéanos, ha i delfini sporgenti dalla barba; le chele di granchio dalla testa fanno parte dell&#8217;iconografia del Dio. Per la Gens Julia il delfino era creatura marina per eccellenza, come la progenitrice Venere; ma il delfino è attributo anche di M. Agrippa ( vedi statua di Agrippa al Museo Correr Venezia), a memoria delle sue vittorie navali e del suo dominio dopo Azio ( 31 a.C). Delfini sono, inoltre, nella trabeazione della retrostante Basilica Neptuni.</p>
<p>E&#8217; fin troppo ovvio che il luogo di raccolta delle acque al centro di un edificio di così importante significazione e di così vaste proporzioni, quale il Pantheon simbolizzazione del potere supremo di Giove ( e cioé dell’Universo-Cielo Creatore che secondo alcuna mitologia ( Esiodo) aveva sconfitto Oceano &#8220;padre degli dei&#8221;), dovesse essere un luogo di elevata rappresentazione simbolica e semantica. Il luogo di raccolta delle acque piovane pertanto, non poteva esaurirsi, aldilà della loro ovvia funzione di caditoia di acque piovane, nei due semplici orifizi, che attualmente sono visibili. E&#8217; invece molto verosimile che tale caditoia dovesse essere simbolicamente “adeguata” all’importanza del luogo.</p>
<p>Ma il significato di Oceano va oltre i richiami dinastici. D&#8217;altronde come è ben noto, il programma di rifondazione di Roma, portato avanti da Augusto, ( e ripreso poi da Adriano) tende a sovrapporre il destino della Gens Iulia con quello della Nuova Roma ( vedasi anche Paul Zanker, <em>Augusto e il potere delle immagini</em>).</p>
<p>Scrive Seneca (ca. 50 d.C epigr. n°33): <em>“invano Germania, opponi il Reno dal rapido corso, e a nulla ti giova l’Eufrate, o Parto che lotti fuggendo: ora anche l’Oceano ha volto le spalle e, inaccessibile a tutti, è sottomesso ai fasci e all’impero di Cesare”</em>; e ( epig.29) <em>“…ora l’Oceano è dilagato nel mezzo dell’impero</em>”; <em>“…ora l’Oceano è un Oceano romano”</em>: dunque orgoglioso simbolo della supremazia romana .</p>
<p>Ma anche Virgilio ( Lib. I Eneide v. 286-288) &#8221; Nascetur a pulchra Troianus origine Caesar, imperium Oceano, famam qui terminet astris, Iulius &#8230;&#8221; <em>Nascerà dalla bella ascendenza il romano Cesare, che porrà l&#8217; Oceano come termine all&#8217;impero, alla sua fama gli astri, Giulio&#8230;&#8230;.</em>&#8221;</p>
<p>E sul valore dell&#8217;Eneide, come opera celebrativa di Augusto e di una Roma dominatrice del mondo non c&#8217;è bisogno di spendere parole.</p>
<p>Per Dione Cassio, il nome <em>“Pantheon”</em> era &#8220;soprannome&#8221; da attribuirsi alla “volta del cielo” della cupola; sicché, più che tempio, il Pantheon va ascritto al novero delle aule regie ( come attestato da recenti studi) cioè luogo di amministrazione di un potere che si fregiava del dominio su “<em>Oceano” e “Pangea”</em> (il mondo abitato). Tutte figure che si ritrovano nel <em>Cammeo Augusteo di Vienna</em> in cui “<em>Oikoumene</em>” ( il mondo civilizzato) incorona l’ Augusto (Tiberio?), e <em>Oceano</em> e <em>Pangea</em> di lato sono in estatica contemplazione del divino uomo.</p>
<p>Oceano rappresenta dunque i limiti raggiunti dal dominio romano già sotto Augusto e estesi successivamente. Quindi la presenza di Oceano all&#8217;interno del Pantheon, era il richiamo ai limiti naturalistici raggiunti dal dominio romano.</p>
<p>Come dire: i due monumenti ( la grande cupola con il suo immenso oculo e il grande impluvium) si chiamano a vicenda.</p>
<p>Si può congetturare, quindi, che la pietra venne disvelta, ricementata e trasportata in uno dei pochi magazzini allora esistenti nei pressi del porto fluviale. Certamente non venne destinata alla macinazione, segno che suscitava fin da allora un interesse simbolico.</p>
<p>Rimane dunque da confutare l’obiezione di un&#8217; eventuale difficoltà di trasporto e del perché si trovi ora lì.</p>
<p>In assenza di informazioni per tutto il medioevo ( tranne i poco attendibili <em><strong>Mirabilia Urbis Romae</strong></em>) non è ipotesi tanto inconcepibile, soprattutto tenuto conto delle quantità di opere e marmi che già in quello stesso periodo (basti pensare alle stesse opere statuarie che decoravano il Pantheon) venivano trasferite da una parte all’altra della città e tenuto conto che in prossimità della Basilica di Santa Maria in Cosmedin ( presso l&#8217;antica Annona), vi era un luogo dove tale gigantesca pietra poteva trovare una ragionevole sistemazione.</p>
<p>Insomma il novero delle circostanze concomitanti farebbe ritenere che si tratti di veri e propri indizi e che l&#8217;ipotesi che la fantastica Bocca sia proprio <em>l&#8217;impluvium </em> del Pantheon sia quella, attualmente, più credibile.</p>
<h3>Note</h3>
<p><strong>LA VERITA’ DELLA BOCCA DELLA VERITA’ </strong></p>
<p>novembre 2011<br />
autore architetto Andrea Ruffolo<br />
<a href="mailto:Ruffoloandrearuffolo@libero.it">andrearuffolo@libero.it</a></p>
<p><strong>Il presente articolo monografico è scritto sotto la personale responsabilità di Andrea Ruffolo che se ne riserva il copyright. Ogni pubblicazione ( anche parziale) del testo, non autorizzata dall&#8217;autore è soggetta alle leggi sul diritto d&#8217;autore.</strong></p>
<h3>Altra bibliografia non citata</h3>
<ul>
<li>G. Pozzoli, Dizionario di ogni mitologia e antichità , Milano 1823</li>
<li>J. Hall, Dizionario dei soggetti e dei simboli nell’ arte, Longanesi , Milano 1996</li>
<li>J. Ward Perkins, Architettura Romana, Electa , 1998</li>
<li>D.S. Robertson, A handbook of Greek &amp; Roman Architecture, Cambridge Un. Press, 1959</li>
<li>Ranuccio B. Bandinell, Roma l’arte romana nel centro del potere, Bur, 1998</li>
<li>F. Coarelli, Guida Archeologica di Roma, 1975</li>
</ul>
<h3>Nota sull&#8217;autore</h3>
<p><strong>Andrea Ruffolo</strong> è architetto libero professionista. Responsabile del Settore di Studi di pianificazione urbana e ambientale al CISE di Milano ( 1989/1993). Professore a contratto di Storia dell’Urbanistica all’Universita di Reggio (1988/1991). Membro della Commissione di collaudo per il Restauro delle Mura e del Castello di Otranto (1989/1996) ; rappresentante del Ministero dell’ambiente peri temi legati alla &#8220;qualità dell&#8217;ambiente urbano&#8221; all’OCSE (Parigi) ( 1990/1992) ; consulente del Ministero dei Beni Culturali per il progetto Memorabilia (1986) e per la predisposizione della 1° Conferenza Nazionale sul Paesaggio (2001). E’ stato responsabile del settore legislazione presso il Consiglio dell’Ordine degli Architetti di Roma. Si occupa di arte antica e contemporanea con particolare riguardo a quella italiana. Ha vinto, in collaborazione, diversi Concorsi di architettura. Ha pubblicato vari saggi (Laterza, etc.) su temi di carattere storico-urbanistico.</p>
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