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	<title>ArcheoRivista - rivista di archeologia &#187; mostre</title>
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		<title>Bologna. La bellezza femminile nelle medaglie del Museo Archeologico</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 13:28:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[mostre]]></category>
		<category><![CDATA[storia rinascimentale]]></category>

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		<description><![CDATA[Da domenica 19 febbraio 2012, l’Atrio del Museo Civico Archeologico di Bologna ospiterà una piccola sezione delle medaglie, analizzate da Nicol Ranci nella sua tesi di laurea: “Capillamenti Dignitas. L’acconciatura femminile nelle medaglie del XV e XVI secolo della Collezione del Museo Civico Archeologico di Bologna”. L’indagine si è focalizzata sullo studio delle acconciature presenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11713" title="mostra-medaglie" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/mostra-medaglie.jpg" alt="Bologna. La bellezza femminile nelle medaglie del Museo Archeologico" width="434" height="335" /></p>
<p>Da domenica 19 febbraio 2012, l’Atrio del <strong>Museo Civico Archeologico di Bologna</strong> ospiterà una piccola sezione delle medaglie, analizzate da Nicol Ranci nella sua tesi di laurea: “Capillamenti Dignitas. L’acconciatura femminile nelle medaglie del XV e XVI secolo della Collezione del Museo Civico Archeologico di Bologna”. L’indagine si è focalizzata sullo studio delle acconciature presenti nella produzione medaglistica del Quattrocento e del Cinquecento, con riferimento particolare ai reperti della collezione bolognese, quale testimonianza non solamente di tendenze e di mode, ma anche di implicazioni antropologiche, sociali e storiche, espresse nell’atto dell’acconciarsi.</p>
<p>Negli ultimi tempi si sta assistendo a uno sviluppo degli studi dedicati alla storia della moda e, più in generale, del costume, a conferma di quanto tali tipi di ricerche possano collaborare all’individuazione della cronologia di opere pittoriche e scultoree. Un nuovo modo per interpretare e leggere la medaglia, opera artistica prodotto di quel periodo straordinario che fu il Rinascimento. Realizzate con il chiaro intento di commemorare i personaggi rappresentati, le loro imprese e le loro virtù, le medaglie ci consentono oggi di narrare storie antiche o di raccontare, in questo caso, di donne, più o meno famose, la cui immagine, accuratamente cesellata nel bronzo, è stata tramandata fino a noi.</p>
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		<title>Asti. Dopo quasi mezzo secolo tornano in mostra gli Etruschi</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 13:27:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia etrusca]]></category>
		<category><![CDATA[mostre]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo quasi cinquant’anni, il Piemonte torna ad ospitare una grande mostra dedicata agli Etruschi, anello culturale di congiunzione tra il Mediterraneo e l’Europa celtica. “ETRUSCHI. L’ideale eroico e il vino lucente” svelerà al pubblico una preziosa selezione di manufatti etruschi e greci poco conosciuti, provenienti dalle principali collezioni etrusche italiane, tra cui quella dei Musei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11711" title="estruschi" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/Mostra-Etruschi-Palazzo-Mazzetti-Asti.jpg" alt="Asti. Dopo quasi mezzo secolo tornano in mostra gli Etruschi " width="600" height="848" /></p>
<p>Dopo quasi cinquant’anni, il Piemonte torna ad ospitare <strong>una grande mostra dedicata agli Etruschi</strong>, anello culturale di congiunzione tra il Mediterraneo e l’Europa celtica. “ETRUSCHI. L’ideale eroico e il vino lucente” svelerà al pubblico una preziosa selezione di manufatti etruschi e greci poco conosciuti, provenienti dalle principali collezioni etrusche italiane, tra cui quella dei Musei Vaticani. L’esposizione, curata da Alessandro Mandolesi e Maurizio Sannibale, è voluta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, con il sostegno scientifico con i Musei Vaticani, la collaborazione della Regione Piemonte e il contributo, con importanti prestiti, di importanti istituzioni museali e culturali italiane.</p>
<p>L’evento sarà inaugurato sabato 17 marzo 2012 e ospitato, fino al 15 luglio, ad Asti, presso Palazzo Mazzetti. La scelta di Asti come sede della mostra non è casuale: infatti, sarà esposto in anteprima l’<strong>elmo crestato villanoviano in bronzo</strong>, occultato per secoli nelle acque del Tanaro e scoperto alla fine del XIX secolo. L’elmo simboleggia il primo contatto tra gli Etruschi e la civiltà della vallata del Tanaro e offrirà un punto di partenza per approfondire i contatti più antichi tra il Mediterraneo orientale e greco e l’Occidente etrusco, con inevitabili riflessi nell’Italia settentrionale e nell’Europa celtica. I poemi di Omero saranno il filo conduttore che accompagnerà i visitatori lungo la prima parte dell’esposizione, nello stesso modo in cui gli stessi racconti trasmisero nuovi ideali di vita alle aristocrazie italiche e etrusche.</p>
<p>L’elmo di Asti è databile all’inizio del primo millennio avanti Cristo e risale al periodo villanoviano, civiltà italiana dell’età del Ferro in cui riconosciamo i primi Etruschi, rappresentata dal rito funerario crematorio e dalla forte prerogativa guerriera dei personaggi di potere. Vicino ai guerrieri villanoviani – contraddistinti da armi e accessori legati al possesso del cavalo – compaiono le mogli, qualificate dal cinturone di bronzo, lavorato finemente, dagli ornamenti personali e dal fuso, simbolo della signora filatrice. La bevanda preferita da queste antiche famiglie è un tipico vino italico ottenuto già nell’età del Bronzo dalla vite vinifera silvestre e bevuto in grosse tazze d’impasto.</p>
<p>I contatti con l’Oriente, allacciati attorno al secolo VIII avanti Cristo, portò sulle tavole della nobiltà etrusca nuovi contenitori e vasi, e la moda di consumare vino raffinato. Le famiglie più importantisi legano strettamente con i Fenici e i Greci, tanto da assimilare alcune tematiche figurative e modelli culturali. Con l’avviamento alla scrittura e la diffusione di una nuova maniera di banchettare e di un’eroica ideologia funeraria, nasce un nuovo stile di vita aristocratico che cambierà profondamente l’aspetto della società italica.</p>
<p>L’esposizione si divide in due sezioni. La prima racconta l’importazione dell’ideale eroico e dei costumi omerici in Etruria, per mezzo di una serie di tematiche – mito, commercio, atletismo, cura del corpo, oplitismo, costume – che contraddistinguono le prime fasi della cultura etrusca. Con la diffusione dei poemi omerici nella penisola italiana cambia l’autorappresentazione dei personaggi più autorevoli della comunità etrusca che ora perseguono l’ideale del principe-eroe e si qualificano, oltre che per l’abilità militare, anche per le grandi ricchezze accumulate e le usanze cerimoniali.</p>
<p>La seconda parte della mostra si apre con il banchetto, nelle sue varie rappresentazioni: servizi di pregio, suppellettili e suggestive immagini di scultura e pittura illustrano la pratica del banchetto tra gli Etruschi. Questo tema è illustrato dalla ricostruzione originale di una sepoltura a camera dipinta, con una bellissima scena conviviale del secolo V avanti Cristo, che offre ai visitatori la possibilità di ammirare un ambiente affrescato. Inoltre, per la prima volta dopo il ritrovamento ottocentesco, si potrà visitare riunificato il sarcofago dei Vipinana da Tuscania, con la rappresentazione del defunto gozzovigliante sul coperchio e l’immagine del mito di Niobidi sulla cassa.</p>
<p>La mostra si chiude con una rarità espositiva: un omaggio al rapporto tra Etruschi e Savoia e al gusto artistico all’etrusca diffuso in Europa tra XVIII e XIX secolo. È, infatti, esposto il lussuoso gabinetto etrusco del Castello di Racconigi, voluto da re Carlo Alberto e realizzato da Pelagio Palagi.</p>
<p>Asti, Palazzo Mazzetti<br />
17 marzo &#8211; 15 luglio 2012, da martedì a domenica h 9.30 – 19.30, lunedì chiuso.<br />
Info contenuti mostra: Tel. 335-6175139 – E-mail: <a href="etruschi@fondazionecrasti.it" target="_blank">etruschi@fondazionecrasti.it</a>.<br />
Info e Prenotazioni: Tel. 02-43353522 – E-mail: <a href="servizi@civita.it" target="_blank">servizi@civita.it</a>.<br />
Biglietti:<br />
9,00 intero.<br />
7,00 ridotto gruppi, minori di 18 e maggiori di 65 anni, titolari di apposite convenzioni.<br />
3,00 ridotto speciale scuole.<br />
Sito-web della mostra (in corso di attivazione): <a href="www.etruschiadasti.it" target="_blank">www.etruschiadasti.it</a>.<br />
Palazzo Mazzetti: <a href="www.palazzomazzetti.it" target="_blank">www.palazzomazzetti.it</a>.</p>
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		<title>Venafro. Una mostra celebra l’Abbazia di San Vincenzo al Volturno</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 14:28:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[mostre]]></category>
		<category><![CDATA[storia medievale]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 22 gennaio è il giorno in cui si celebra la festa di San Vincenzo martire di Saragozza e quest’anno i festeggiamenti a Venafro sono stati arricchiti dall’inaugurazione della mostra “Splendori dal Medioevo. L’abbazia di San Vincenzo al Volturno al tempo di Carlo Magno”. Allestita dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Molise e curata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone  wp-image-11633" title="San Vincenzo al Volturno, monastero moderno" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/foto-sanvin56-600x398.jpg" alt="mostra abbazia San Vincenzo al Volturno" width="600" height="398" /></p>
<p>Il 22 gennaio è il giorno in cui si celebra la festa di <strong>San Vincenzo</strong> martire di Saragozza e quest’anno i festeggiamenti a Venafro sono stati arricchiti dall’inaugurazione della mostra “Splendori dal Medioevo. L’<strong>abbazia di San Vincenzo al Volturno</strong> al tempo di Carlo Magno”. Allestita dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Molise e curata da Paola Quaranta e Alfonsina Russo, l’esposizione verrà ospitata fino al 4 novembre 2012 presso l’ex Convento di Santa Chiara, sede del Museo Archeologico di Venafro.</p>
<p>Attraverso fonti storiche e testimonianze materiali, la<strong> mostra </strong>vuole ripercorrere la<strong> storia dell’Abbazia benedettina</strong>, dall’ottavo secolo – anno della sua fondazione – all’undicesimo. Al primo periodi di vita del complesso religioso si riferisce l’altare dipinto della Chiesa Sud. Il secondo settore è dedicato alla rinascita d’età carolingia, durante la quale l’Abbazia, già conosciuta in epoca longobarda, tocca il massimo splendore e viene inclusa nel novero delle abbazie poste sotto la diretta protezione di Carlo Magno. Il nono secolo è il periodo di massima espansione: gli abati Giosué, Talarico ed Epifanio trasformano il cenobio, prima, in una vera e propria città monastica e poi, grazie alle sue ricche finanze e ben nove chiese, in uno dei più grandi monasteri europei. Questa fase è illustrata da vetrate multicolore, oggetti in vetro e meravigliosi dipinti, fra i quali è esposta la sequenza dei profeti, dei santi e degli abati.</p>
<p>In seguito al saccheggio arabo, avvenuto nell’881, la comunità monastica viene trasferita e il monastero rinascerà alla fine del decimo secolo, con il restauro della basilica maggiore e la ristrutturazione di altre strutture del chiostro carolingio. Infine, nell’undicesimo secolo l’invasione normanna spinge i monaci a trasferirsi sulla sponda opposta del Volturno dove costruiscono un nuovo monastero fortificato. L’ultima sezione dell’esposizione, dedicata a “La presenza araba a Venafro e in Molise tra IX e X secolo. Gli scacchi e la simbologia”, presenterà per la prima volta in Molise, gli scacchi trovati nel 1932 in una tomba di Venafro ed esposti al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.</p>
<p>Informazioni:<br />
Orario: martedì-sabato: 9.00-19.00; domenica: 13.30-19.30; chiuso il lunedì.<br />
Ingresso: € 2,00 (salve riduzioni).</p>
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		<title>Roma. Dai Colli Albani la svolta nell’archeologia dell’800</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 13:52:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Romano Maria Levante</dc:creator>
				<category><![CDATA[mostre]]></category>

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		<description><![CDATA[“Colli Albani. Protagonisti e luoghi della ricerca archeologica dell’Ottocento”, la mostra aperta al Vittoriano - piazza Ara Coeli dal 13 gennaio al 13 febbraio 2013, va oltre la dimensione locale, sia perchè riguarda un’area di valore archeologico assoluto e i suoi principali siti, sia perché è imperniata su studiosi innovatori passati dal singolo reperto alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11551" title="colli-albani-mostra" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/colli-albani-mostra.jpg" alt="“Colli Albani. Protagonisti e luoghi della ricerca archeologica dell’Ottocento”" width="400" height="408" /></p>
<p>“<strong>Colli Albani. Protagonisti e luoghi della ricerca archeologica dell’Ottocento”</strong>, la mostra aperta al<em><strong> Vittoriano -</strong></em> piazza Ara Coeli <em><strong>dal 13 gennaio al 13 febbraio 2013</strong></em>, va oltre la dimensione locale, sia perchè riguarda un’area di valore archeologico assoluto e i suoi principali siti, sia perché è imperniata su studiosi innovatori passati dal singolo reperto alla topografia. Realizzata con <em><strong>“Comunicare Organizzando”</strong></em><strong> </strong>di<em> </em><em><strong>Alessandro Nicosia,</strong></em><em> </em> è curata da<em><strong> Massimiliano Valenti, </strong></em>cui si deve lo splendido <em>Catalogo</em> di <em>Gangemi Editore </em> con le riproduzioni di documenti e reperti, sei saggi di Valenti e gli scritti di altri 35 studiosi, in un’imponente opera di “scavo” culturale.</p>
<p>E’ proprio questo il merito di una mostra dall’intento e dal contenuto apertamente didattici, dove non mancano reperti ma non sono il centro dell’esposizione, bensì testimonianze tangibili di quanto narrato attraverso le storie dei protagonisti. Sono studiosi ricercatori che hanno segnato una svolta nel campo dell’archeologia su un’area di elevato pregio prodiga di ritrovamenti preziosi, non concentrandosi su questi quanto sul contesto ricostruito in topografie di grande interesse; di qui <em>schizzi</em> e<em> disegni, incisioni</em> e<em> acqueforti,</em> altro prezioso corredo della galleria di personaggi, insieme ai<em> reperti</em> dell’antichità, un tutt’uno il cui fascino è accresciuto dalla prestigiosa sede del Vittoriano.</p>
<p>Altro merito è di nascere in provincia, in piccoli comuni che hanno unito le loro forze superando campanilismi e ponendosi al servizio di un progetto coerente con la storia raccontata: il passaggio dal particolare al generale, dal reperto alla topografia, nella circostanza dalla valorizzazione della singola area alla definizione di un percorso e di un contesto storico e archeologico globale che riguarda un vasto comprensorio caro alla romanità e insieme alla cristianità: il massimo, dunque.</p>
<p>La <em><strong>presentazione</strong></em> del 12 gennaio ha visto l’intervento dei rappresentanti delle istituzioni &#8211; l’<em>Assessore provinciale alla cultura, </em>il <em>Vice sindaco di Monte Porzio Catone</em>, il comune promotore dove c’è già stata una prima esposizione, il <em>direttore del polo museale Valenti</em> che ha curato la mostra &#8211; che hanno sottolineato questi aspetti. L’iniziativa è sembrata rientrare positivamente nella logica del “museo diffuso”, concetto da tempo evocato per vaste zone del territorio nazionale ricco di presenze locali artistiche e ambientali di pregio che vanno coordinate e raccolte in percorsi unitari e sinergici per accrescerne la forza attrattiva. Qui se ne ricercano le origini nell’800 andando ben oltre: è la storia della ricerca archeologica a venire rivisitata per evidenziare una svolta benemerita nella salvaguardia dell’antico oltre che per il suo valore sul piano prettamente culturale.</p>
<p>L’’800 ai Colli Albani ha significato, infatti, una profonda evoluzione nell’archeologia la quale si svincola dalla cosiddetta “antiquaria” che la concepiva come mera ricerca del reperto antico non solo trascurando o addirittura ignorando il contesto, ma anzi distruggendo le strutture prive di pregio artistico evidente per isolare l’opera unico oggetto di interesse diretto.</p>
<p>E’ un atteggiamento che nel secolo precedente era generalizzato, pur nello spasmodico interesse per l’antico stimolato anche dal fiorente commercio di antichità, lo abbiamo visto nella mostra “<em>Roma e l’Antico &#8211; Realtà e visione nel ‘700”, </em>che il 30 novembre 2010 ha inaugurato a Palazzo Sciarra la nuova sede espositiva per l’antichità della Fondazione Roma al Corso. Nei secoli più lontani si arrivava fino alla sistematica distruzione delle strutture antiche per reperire i materiali da costruzione da utilizzare nelle abitazioni patrizie, i siti dell’antichità considerati come cave.</p>
<p>Con l’inedita attenzione per il contesto sono state ideate e applicate tecniche volte allo studio e alla ricostruzione grafica del sistema insediativo nel territorio: ciò ha portato non solo alla rappresentazione topografica delle zone interessate ma a definire direttrici di scavi perseguite con successo fino alla musealizzazione di aree archeologiche e alla creazione di musei locali.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11552" title="mostra-colli-albani (2)" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/mostra-colli-albani-2.jpg" alt="“Colli Albani. Protagonisti e luoghi della ricerca archeologica dell’Ottocento”" width="600" height="449" /></p>
<p><strong>I protagonisti della nuova archeologia</strong></p>
<p>La mostra inizia con una galleria dei <strong>protagonisti</strong> di questa vera e propria rivoluzione culturale , grandi cartelli su fondo cremisi con la fotografia e la loro bibliografia essenziale si stagliano nel lungo corridoio ai piani alti del Vittoriano, molto adatto per questo tipo di esposizione. Scendendo una scaletta, al livello inferiore i risultati del loro lavoro: disegni e mappe, con i reperti selezionati.</p>
<p>Diamo qualche scampolo fior da fiore della loro attività, sono una quindicina di nomi, nati tra la seconda metà del ‘700 e quella dell’800, studiosi e accademici, alcuni entrati anche nelle istituzioni. Il percorso che cercheremo di seguire è cronologico, pur se alcuni operano nello stesso periodo; individuarne le caratteristiche salienti è difficile, data la caratura, ci limiteremo alle più evidenti citando gli studi e gli scritti prodotti solo quando necessari per definirne il profilo e l’opera..</p>
<p>Di <em>Luigi Biondi</em> segnaliamo l’impostazione data agli scavi nei terreni della Rufinella, sull’antica “Tusculum”: a differenza del precedente proprietario Luciano Bonaparte non ricercava sculture per ornare la villa dei Savoia, acquirenti della tenuta, bensì il tracciato urbanistico della città antica in complesso analizzando i resti architettonici, le epigrafi, i materiali anche poveri, e ogni elemento.</p>
<p>Il suo lavoro fu proseguito da <em>Luigi Canina,</em> che divenne responsabile per i Savoia delle ricerche archeologiche a Tuscolo e per i Borghese, con i quali aveva lavorato a Roma, nelle aree attigue. Sistemò le aree e pubblicò i risultati in un’ottica di musealizzazione: divenne famoso il Teatro di Tuscolo, meta di visitatori, in dipinti di pittori vedutisti come quello del 1850 di Willhelm Palm.</p>
<p>Quasi alla fine del ‘700 nasce <em>Antonio Nibby</em>, al quale si deve la “Carta del Lazio antico” che offrì una guida ai visitatori amanti delle antichità, con un lavoro anche di esplorazione durato cinque anni. Si riferiva a fonti classiche come nella sua “Analisi storico-topografica-antiquaria”, e pose le basi della topografia monumentale, che si fondava sulla conoscenza minuziosa del terreno.</p>
<p>Siamo nel 1800, <em>Gian Pietro Campana</em> esegue scavi in molte aree, anche a Tuscolo, pure con Canina, ma è parco di resoconti; sembra interessato di più ad ampliare le collezioni di antichità ereditate. Nei suoi “Cataloghi del museo Campana” vi sono opere “ricompattate” con lo stucco da lui ideato per completare le serie, in “Antiche opere in plastica” le sue famose “lastre Campana”.</p>
<p>Con <em>Pietro Rosa</em>, nipote di Salvator Rosa, abbiamo la “Carta archeologica del Lazio”, a cui si dedicò dal 1850, l’imperatore Napoleone III voleva pubblicarla a proprie spese e gli diede importanti incarichi tra cui la redazione di una “Carta di Roma”. La carta del Lazio, con diversi colori per monti e fiumi, mette al centro i monumenti inseriti nell’ambiente e nel paesaggio.</p>
<p><em>Alessandro Visconti</em> scoprì le prime tombe laziali e documentò graficamente l’assetto delle necropoli riferendole ad Alba Longa. Celebre la polemica con Schliemann e altri sulla sua affermazione, che oggi sembra corretta, secondo cui che le tombe erano state coperte dalle eruzioni del Vulcano Albano; l’ostilità della Chiesa alle teorie darwiniane mise il silenziatore su questi temi.</p>
<p>Alle necropoli e agli studi sulla preistoria si appassionarono anche <em>Luigi Ceselli,</em> guardia pontificia e <em>Raffaele Garrucci,</em> gesuita, pur esposti ai limiti citati: il primo scrisse sugli strumenti in silice nella campagna romana, il secondo segnalò le necropoli nel territorio di Marino. Troviamo poi <em>Luigi Pigorini</em>, che creò il museo presistorico-etnografico, e <em>Giovanni Pinza</em> ai Musei Vaticani.</p>
<p><em>Giovan Battista De Rossi </em>fondò l’archeologia cristiana, merito riconosciutogli dal Mommsen che gli affidò lo spoglio dei manoscritti epigrafici. Fece scavi per recuperare e studiare i cimiteri e le catacombe di san Callisto, Domitilla e Priscilla sostenuto da Pio IX e Leone XIII; e pubblicò il “Bollettino di Archeologia cristiana”, “Inscriptiones cristianae” e “Roma sotterranea cristiana”.</p>
<p>Cinque anni prima di metà ‘800 nasce<em> Rodolfo Lanciani,</em>che si formò con De Rossi e Visconti<em> </em>e sviluppò un metodo preciso: all’interno di un’indagine sistematica su una vasta area, ne ricomponeva l’assetto topografico documentando i singoli reperti e i materiali, in primis quelli epigrafici. Ebbe ruoli istituzionali e onori, suoi molti studi pregevoli come “Forma Urbis Romae” .</p>
<p>A Roma lavorò assiduamente con Luciani, che gli controfirmò 107 rilievi topografici, <em>Domenico Marchetti.</em> nel Foro Romano, al Pantheon e in altri grandi monumenti compreso il Colosseo; della “Villa Farnesina”, abbiamo una sua planimetria ad acquerello, a Tivoli lo troviamo negli scavi di Villa Adriana. Si occupò di monumenti antichi e fu soprintendente del settore a Roma e a L’Aquila.</p>
<p>Di <em>Giuseppe Tomassetti, </em>amico di Lanciani &#8211; nel 2011 il centenario della morte &#8211; ci limitiamo a dire che fu docente di Topografia della Campagna romana e di Storia di Roma nel Medioevo, nonché di Epigrafia latina e romana, infine<br />
presidente della nuova Associazione archeologica romana. Basta dire che De Rossi definì i suoi studi sulla campagna romana “monumentum aere perennius”.</p>
<p>Fu allievo di quest’ultimo <em>Enrico Stevenson</em> e lo seguì nell’archeologia cristiana delle catacombe, sulle quali scrisse studi monografici. Fece parte di quella “scuola romana” nata intorno al maestro, come della “Società dei cultori di archeologia cristiana” fondata dallo stesso De Rossi. Svolse scavi e ricerche sui cimiteri laziali raccogliendo materiali; ed ebbe importanti incarichi e riconoscimenti.</p>
<p>Dallo svizzero Stevenson al tedesco <em>Hermann Dessau,</em> allievo di Mommsen, che gli affidò il “Corpus Inscriptionum Latinarum” con le epigrafi del “Latium Vetus” in un’ampia parte dei Colli Albani e altre aree laziali, che percorse di persona a tal fine per documentarsi direttamente. Opera monumentale a cui lavorò per venti anni occupandosi anche di iscrizioni nelle province d’Africa.</p>
<p>Nel 1860 nasce a Roma <em>Felice Grossi Gondi</em>, religioso sulla cui formazione influirono tra gli altri Lanciani e Tomassetti, svolse intense ricerche archeologiche nel tuscolano, in particolare con importanti scoperte a Mondragone dove insegnava, come le “fistulae aquariae” e la planimetria romana sotto quella rinascimentale; sua è una piccola ma fondamentale monografia sul tuscolano.</p>
<p>Siamo alla fine dell’’800, c’è un altro straniero, l’inglese <em>Thomas Ashby</em> in un rapporto simbiotico con la campagna romana, come ricercatore e scavatore, esploratore e viaggiatore, collezionista e conferenziere, viaggiatore e scrittore impegnato a documentare con rigore e passione .Studia le fonti, esamina i reperti, fotografa e descrive anche quelli ora perduti, un lascito prezioso il suo.</p>
<p>L’ultimo protagonista della nostra carrellata è <em>Oreste Nardini</em>, che ha il merito della protezione del patrimonio archeologico di Velletri e del suo sviluppo con acquisizioni, tanto che il primo nucleo espositivo del museo è chiamato “collezione Nardini”. Molti reperti perduti per la guerra ma ci sono giunti i suoi preziosi inventari, catalogazioni minuziose con schede su cui lavorò trent’anni.</p>
<p>Con questa figura, dai personaggi andiamo ai luoghi, siamo nella la seconda sezione della mostra con i documenti e reperti archeologici che testimoniano presenze antiche raffinate e significative.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11553" title="mostra-colli-albani (3)" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/mostra-colli-albani-3.jpg" alt="“Colli Albani. Protagonisti e luoghi della ricerca archeologica dell’Ottocento”" width="600" height="748" /></p>
<p><strong>Carte e disegni, i luoghi dei Colli Albani </strong></p>
<p>La <strong>topografia</strong> dei Colli Albani era inizialmente limitata all’ubicazione dei siti più antichi. Vediamo la “Topografia geometrica dell’Agro romano” di <em>G. B. Cingolani</em>, siamo nel 1692, nell’unione di diversi fogli spiccano i siti scavati nella zona. Dopo ottant’anni l’opera di <em>Athanasius Kircher</em>, 1671, nell’ambito di una descrizione del Lazio nuovo e antico, con i Colli Albani divisi in <em>ager latinus </em>e<em> ager tusculanus</em>, frutto di una sistematica esplorazione durata nove anni: notiamo in particolare Alba Longa e il Lago Nemorense. Passano altri sessant’anni e <em>Volpi</em>, ispirandosi a Kircher, mostra i principali monumenti nel <em>“Vetus Latium profanum &amp; sacrum”,</em> in nove volumi, vediamo il prospetto di Lanuvio e i resti dell’acquedotto in stampe precise e raffinate.</p>
<p>Con l’800, la nuova concezione attenta alla ricostruzione del contesto rispetto ai semplici scavi e monumenti comincia a manifestarsi nelle prime <strong>carte archeologiche,</strong> non più solo antiquarie.. Vediamo una “Pianta della collina di Tuscolo”, 1820, e la carta “Rome et its environments”, 1834, di <em>W. Gell</em>, con un’impostazione storico-antiquaria come nel “Viaggio” di <em>Nibby, </em>dove pur nel rilievo ancora prevalente dato ai monumenti si sente l’esigenza di una cartografia di riferimento frutto di sopralluoghi e di triangolazioni topografiche. Poi la “Carta archeologica del Lazio” di <em>Rosa -</em> che segue la carta topografica della “Campagna romana esposta nello Stato antico e moderno”<em> </em>di<em> Canina</em>, 1843 &#8211; il curatore Valenti la definisce ”finora insuperata per quantità di dati, dettaglio del rilievo e visione d’insieme”. Matita e acquerelli colorati per orografia, idrografia e strade, “tutti ne hanno apprezzato la delicatezza e precisione del disegno e l’importanza”. Notiamo anche la “Carta archeologica della tavoletta ‘Frascati’” di<em> Lanciani</em> e la “Carta archeologica del territorio tuscolano” di<em> Grossi Gondi</em>, siamo nel 1908. Abbiamo ritrovato alcuni dei protagonisti.</p>
<p>Oltre alle carte sono esposti <strong>disegni</strong> di notevole qualità, <strong>incisioni </strong>e <strong>acqueforti</strong>: uno di questi si differenzia dagli altri, è un primo piano di un muro di pietra, la litografia “Walls at Bevilacqua near Frascati” dall’opera di<em> E. Dodwell.</em> Alcuni disegni sono nelle pagine di grossi volumi aperti su quella illustrazione, che lasciano la curiosità di vedere il resto. Tale è l’album “Vues des environment of Rome”, volume XX, Tuscolo, due piccole figure, una rossa, sotto un lungo portico, una successione di arcate con suggestivi giochi di luce , e poi il “Teatro di Tuscolo” e gli “Avanzi della villa tuscolana di Cicerone”, in diverse interpretazioni, la “Raccolta di frammenti trovati a Tuscolo”, la “Veduta della strada antica” e degli “Scavi fino al 1826”.</p>
<p><em>Tuscolo</em> fa la parte del leone, del resto vi si trova la Villa di Cicerone ed è tutto dire. La città fu distrutta nel 1191 dai Romani, per questo fu abbandonata per sempre, ma ricorreva di continuo nelle citazioni, cosa che alimentò le ricerche in cui si impegnò perfino Francesco Petrarca; fino alla sua identificazione nell’800, protagonisti con <em>Luciano Bonaparte, </em>fratello di Napoleone, <em> Luigi Biondi </em>e<em> Luigi Canina</em>., con gli scavi nella proprietà Ruffinella ai quali abbiamo già accennato sopra.</p>
<p>Dalle carte archeologiche e dai disegni ai<strong> luoghi</strong>, nella galleria inferiore della mostra si passano in rassegna: oltre a Tuscolo l’intera geografia dei <em>Colli Albani</em>, a partire dai “Castra Albana nella documentazione ottocentesca”. Troviamo i ruderi al X miglio della <em>via Latina </em> e i resti monumentali di Bovillae sull’<em>Appia</em>, le catacombe di S. Senatore ad <em>Albano</em> e le ville di Clodio e di Domiziano a <em>Castelgandolfo</em>; la villa di Voconio Pollione e i rinvenimenti di Marcandreola a <em>Ciampino;</em> il ciclo statuario di villa Lucidi a <em>Frascati</em> e gli scavi di Lumley sul colle san Lorenzo a <em>Lanuvio</em>; Torre Messer Paoli, Coste Caselle, Prato della Corte a <em>Marino</em> e il Barco Borghese a <em>Monte Porzio Catone</em>; il santuario di Giove Laziare a <em>Rocca di Papa</em> e il santuario di Diana fino alle navi di Caligola a <em>Nemi</em>. A ciascun luogo è dedicato un grande cartello cremisi con un’esauriente scheda illustrativa mentre nel Catalogo ci sono altrettanti saggi approfonditi, come per ciascuno dei protagonisti prima ricordati e per i reperti archeologici esposti.</p>
<p><strong>I reperti archeologici</strong></p>
<p>Siamo così ai <strong>reperti, </strong>le ciliegine saporite sulla torta erudita che abbiamo cercato di riproporre e che può essere assaporata nella <em>mostra a ingresso libero al Vittoriano</em> e nel<em> </em>bel <em>Catalogo </em>la cui validità è permanente. Dobbiamo dire che sono come centellinati, pochi ma buoni, si direbbe, soprattutto inconsueti: per ciascun reperto è indicata l’origine dai luoghi dei Colli Albani ora citati.</p>
<p>Solo un assaggio di <em><strong>statue</strong></em> in marmo, da una villa del centro storico a <em>Frascati</em> la più grande ritrae “Dioniso Braschi”, alta circa 90 cm, acefala e senza gambe e dal santuario di Juno Sospita a <em>Lanuvio</em> la porzione di testa del gruppo di Licinio Murena; dalla villa di Voconio Pollione a <em>Ciampino </em>la statua acefala “Spes”, alta circa 50 cm oltre a un frammento scultoreo del piede di Marsia e da <em>Tuscolo</em> la statua acefala in movimento, forse “Aura” alta quasi 50 cm.</p>
<p>Vediamo figure umane in tre reperti dal Barco Borghese di <em>Monte Porzio Catone</em>: i volti di uomo ammantato “capite velato” in un ex voto fittile di terracotta e di “Diana cacciatrice” in una splendida antefissa triangolare di argilla, poi una persona in ginocchio con un grifone in una lastra architettonica decorata in terracotta da <em>Velletri</em>. Il mitico animale torna in un reperto da <em>Ciampino,</em> “Lebete con grifoni”, grande vaso in peperino da Marcandreola; dalla stessa località abbiamo la Sfinge in una “lastra campana di sima”; troviamo una civetta nello “Skyphos ad anse inverse”, una coppa nera in ceramica, con la figura dipinta in giallo e la forma che ricorda il becco e la coda.</p>
<p>Molti i recipienti per uso domestico, alcuni provenienti da tombe di Coste Caselle a <em>Marino</em>, definito “un copioso deposito di stoviglie”: vasellame scuro in ceramica d’impasto esposto in una vetrina a terra, un’olla con coperchio e un’olletta miniaturistica, un’anfora ad anse doppie e un’anforetta, una tazzina con ansa a bifora e una scodellina ad orlo rientrante. Dal santuario di Diana e dalle navi di <em>Nemi: </em>una brocca con ansa verticale e una fibula biconica in bronzo, una patera con manico scanalato e una casseruola con manico semicircolare e fori sospensori, entrambe d’argento. Fino allo spettacolare boccale (mediolus), una ceramica rossa decorata a rilievo.</p>
<p>Ultimi, ma non ultimi, i marmi con iscrizioni: la “lastra iscritta” con alcune grandi lettere superstiti da <em>Ciampino, </em>e da <em>Albano</em>, oltre a una “tegola bollata”, il “Latercolo militare della legio II Parthica”, con 14 righe in cui sono riportati chiarissimi i nomi dei milites, di cui due del Sannio.</p>
<p>Come concludere questa carrellata da diversi punti di vista di una realtà antica e moderna come quella dell’archeologia dei Colli Albani? Lo facciamo con le parole del <em>vice sindaco di Monte Porzio Catone</em> alla presentazione: “Se con la cultura non si mangia, con la cultura si vive”. Ci riporta la vita dei secoli più lontani che non può essere dimenticata se si vuol dare una base più solida e consapevole alla nostra vita presente e a quella delle future generazioni. La mostra e il Catalogo sull’archeologia dei Colli Albani sono un forte richiamo alla cultura e alla vita.</p>
<p><em>Ph: Le immagini sono state riprese all’inaugurazione della mostra al Vittoriano da Romano Maria Levante, si ringrazia “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia, con la Provincia di Roma, il polo museale di Monte Porzio Catone e i titolari dei diritti per l’opportunità concessa. </em></p>
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		<title>Roma. Luca Cavalli-Sforza coordina “Homo Sapiens”</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 13:06:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[mostre]]></category>
		<category><![CDATA[preistoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Presso il Palazzo delle Esposizioni (Roma) un progetto coordinato da Luigi Luca Cavalli-Sforza che ripercorre le orme dei nostri antichi progenitori attraverso i risultati delle più recenti ricerche. Luca Cavalli-Sforza Come noi tutti sappiamo l’Homosapiens fa la sua comparsa in Africa intorno ai 200.000 anni fa, e da lì inizia il suo viaggio che lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Presso il <strong>Palazzo delle Esposizioni</strong> (Roma) un progetto coordinato da <strong>Luigi Luca Cavalli-Sforza</strong> che ripercorre le orme dei nostri antichi progenitori attraverso i risultati delle più recenti ricerche.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-11504" title="Luca Cavalli-Sforza" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/Luca-Cavalli-Sforza.jpg" alt="Luca Cavalli-Sforza" width="469" height="600" /></em><br />
<em>Luca Cavalli-Sforza</em></p>
<p>Come noi tutti sappiamo l’<em><strong>Homo</strong></em><em><strong>sapiens</strong></em> fa la sua comparsa in Africa intorno ai 200.000 anni fa, e da lì inizia il suo viaggio che lo porterà a colonizzare le regioni Euro – Asiatiche e ad entrare in contatto con altri rappresentanti dello stesso genere come i famosi Neandertaliani.</p>
<p>La nostra storia evolutiva però, ha radici molto più profonde e sempre radicate nel continente Africano, ed è proprio per questo motivo che è stato deciso di far partire la mostra da un punto molto più lontano nel tempo.</p>
<p>Nell’anno 1976 a Laetoli (località della Tanzania a 45Km a sud di Olduvai) Mary Leakey rinvenne le orme più famose della paleoantropologia, che sarebbero la testimonianza della più antica “passeggiata” della preistoria.</p>
<p>Queste tracce furono lasciate da due <em><strong>Australopithecus afarensis</strong></em>, la cui più importante rappresentate è la celebre “Lucy” riportata alla luce nel 1974 in Etiopia nella regione dell’Afar da Donald Johanson.</p>
<p>Il visitatore sarà quindi da subito immerso nella storia delle ricerche e potrà vedere con i suoi occhi il progresso compiuto dalla scienza, per la comprensione del nostro passato.</p>
<p>Il percorso poi, si articolerà con coerenza cronologica mostrando il celebre “Turkana Boy” (1,6 milioni di anni fa) tra i primi illustri testimoni del genere Homo (<em><strong>H.ergaster</strong></em>), scoperto – completo per il 90% nelle sue parti scheletriche &#8211; nell’anno 1984 sulla riva occidentale dell’omonimo lago ed i cui resti furono interamente recuperati.</p>
<p>Di questo ragazzo &#8211; morto attorno ai 9 anni e di corporatura molto più robusta di un suo coetaneo moderno &#8211; viene presentata la più attendibile ricostruzione.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11505" title="Turkana Boy" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/Turkana-Boy.jpg" alt="Turkana Boy" width="220" height="627" /><br />
<em>Turkana Boy</em></p>
<p>La mostra dunque, intende mostrare attraverso solidi dati sperimentali, quanta strada sia stata compiuta nel campo della ricerca delle nostre origini attraverso le interazioni di più settori scientifici.</p>
<p>I risultati delle ricerche archeologiche, paleoantropologiche e genetiche giocano un ruolo fondamentale nella comprensione di un processo evolutivo che vuole rispondere alle più antiche domande: chi siamo, quali sono i percorsi che ci hanno portato fin qui, e che posto abbiamo in natura.</p>
<p>Sono tanti i rappresentati del genere Homo che possono aiutarci a risolvere questi quesiti, ed è proprio per questo motivo che alla mostra è stata concessa &#8211; dalla Georgia &#8211; la mandibola di <em><strong>Homo georgicus</strong></em> (datata intorno ad 1,85 milioni di anni or sono) rinvenuta nell’anno 2001 a Dmanisi.</p>
<p>I percorsi quindi non saranno solo multimediali ma terranno conto di testimonianze archeologiche che renderanno certamente più comprensibile l’intero tragitto espositivo.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11506" title="Homo georgicus" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/Homo-georgicus.jpg" alt="Homo Georgicus" width="400" height="463" /><br />
<em>Homo Georgicus</em></p>
<p>Ma quali informazioni e quali “insegnamenti” può fornirci la mostra?</p>
<p>Dal punto di vista scientifico l’esposizione intende ricostruire il mosaico delle ricerche svoltesi nel tempo e consegnarle al pubblico con la massima semplicità.</p>
<p>Oggi l’orizzonte della comprensione risulta essere molto più limpido di quanto non lo fosse solo poche decine di anni fa, quando la nostra evoluzione era delineata ancora con cautela in quanto tutte le prove raccolte non descrivevano un modello lineare, ma piuttosto illustravano una molteplicità di forme che portarono gradualmente nel tempo alla comparsa dell’ <em><strong>Homo sapiens</strong></em>.</p>
<p>E’ stato questo il concetto “chiave” che ha voluto esporre Luigi Luca Cavalli-Sforza alla presentazione dell’evento, precisando che queste diversità sono il risultato dei vari adattamenti alla natura in cui l’uomo ha vissuto da sempre e che hanno costantemente generato nuove risposte a stimoli differenti.</p>
<p>L’uomo per sopravvivere ha dovuto sempre confrontarsi con lo scenario naturale dei luoghi che ha abitato, e spesso ha dovuto convivere con individui simili come nel caso dei Neandertaliani.</p>
<p>Intorno ai 200.000 anni fa infatti, i nostri antenati poco a poco lasciarono il continente Africano e nelle regioni Euro – Asiatiche entrarono in contatto con l’<em><strong>Homo neanderthalensis</strong></em> con cui divisero per lungo tempo ampi territori, e con cui probabilmente strinsero rapporti personali.</p>
<p>Dalle indagini effettuate sul DNA, sembrerebbe che queste interazioni siano state – in alcuni casi – molto strette.</p>
<p>I due genomi infatti, risultano identici al 99,84% e molti esperti ritengono che tra <em>Sapiens</em> e Neanderthal potrebbero esserci stati molti incroci, come proverebbero i reperti attribuibili ad un bambino recuperati in Portogallo a Lagar Velho databili a 25.000 anni fa, e di cui la seconda sezione della mostra espone una fedele ricostruzione ad opera di Lorenzo Possenti.</p>
<p>Le ricerche in corso tutt’ora però, non hanno ancora chiarito come mai l’uomo di Neanderthal intorno ai 30.000 anni or sono scomparve lasciando campo libero all’<em><strong>Homo</strong></em><em><strong>sapiens</strong></em>.</p>
<p>E’ proprio da questo punto cruciale della nostra evoluzione che l’uomo cosiddetto moderno inizia quel cammino che lo porterà ad essere il protagonista indiscusso sulla scena della terra, e che gli farà acquisire conoscenze sempre più utili alla sua sopravvivenza.</p>
<p>Da quel momento in poi l’arte rupestre andrà sempre più articolandosi in forme e strutture diverse, a testimonianza di una nuova coscienza sociale e spirituale.</p>
<p>Dopo questa lunga cavalcata cronologica l’esposizione giunge al termine guidando il visitatore attraverso l’ultima sala, quella cioè che descrive il passaggio dell’uomo da cacciatore – raccoglitore a contadino intorno ai 12.000 anni fa.</p>
<p>Analizzando l’intero percorso evolutivo dell’uomo non si può dunque fare a meno di notare – come ha sottolineato Luca Cavalli-Sforza – la ricorrente differenza degli individui che ci hanno preceduto, e forse questo potrebbe farci riflettere sul significato che ai giorni nostri dovrebbe assumere il concetto di tolleranza della diversità.</p>
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		<title>Roma. La mostra “Homo sapiens” al Palazzo Esposizioni</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Jan 2012 11:11:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Romano Maria Levante</dc:creator>
				<category><![CDATA[mostre]]></category>

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		<description><![CDATA[Dall’11 novembre 2011 al 12 febbraio 2012, per quattro mesi al Palazzo Esposizioni “Homo Sapiens, la grande storia della diversità umana”: il primo anello del percorso del genere umano cui il Palazzo Esposizioni ha già dedicato in passato due mostre, “Darwin” e “Astri e Particelle”, nell’impervio e affascinante terreno della scienza in una forma divulgativa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11494" title="Homo sapiens" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/foto-al-3-dicembre-2011-foto-mostra-McCurry-361.jpg" alt="Homo sapiens" width="600" height="450" /></p>
<p>Dall’<em><strong>11 novembre 2011 al 12 febbraio 2012</strong></em>, per quattro mesi al <em><strong>Palazzo Esposizioni </strong></em>“<em><strong>Homo Sapiens, la grande storia della diversità umana”: </strong></em>il primo anello del percorso del genere umano cui il Palazzo Esposizioni ha già dedicato in passato due mostre, <em>“Darwin” </em>e<em> “Astri e Particelle”</em>, nell’impervio e affascinante terreno della scienza in una forma divulgativa e insieme spettacolare.</p>
<p>L’attuale mostra, curata da <em>Luigi Luca Cavalli Sforza</em> e<em> Telmo Pievani</em>, grandi esperti della materia, è la prosecuzione, o l’antefatto se si vuole, di quella su <em>“Darwin”.</em> Diciamo prosecuzione o antefatto perché mentre logicamente la chiave interpretativa viene dallo scienziato evoluzionista, cronologicamente si tratta dell’inizio del tutto, andando indietro nel tempo per milioni di anni.</p>
<p>Come allestimento, dalla mostra su <em>Darwin </em> mutua le scelte espositive, ovviamente <em>“mutatis mutandis”</em>: un allestimento con vistosi cartelli esplicativi attraverso i quali si dipana una narrazione fatta più di scoperte condivise con il visitatore che di affermazioni didascaliche, in modo che ciascuno si senta coinvolto emotivamente alle sorprese provate nei ritrovamenti e alle rispettive interpretazioni che hanno fatta progredire la conoscenza, fino a quelle più recenti del 2010.</p>
<p>Dalla mostra <em>“Astri e Particelle ”</em> mutua l’intento spettacolare che viene così enunciato: “Il pubblico viene completamente risucchiato in un universo alternativo, fisicamente e psicologicamente”; tuttavia, mentre nell’infinitamente grande e nell’infinitamente piccolo ci si trovava immersi, e come proiettati, all’interno di capsule spaziali e di simulazioni cosmiche, qui per forza di cose “il visitatore è sollecitato a ‘entrare dentro’ il cuore della narrazione, come in un teatro della memoria, che poi permane a visita conclusa”. Una sfida anche intellettuale ardita e stimolante.</p>
<p>All’ingresso si è proprio “risucchiati in un universo alternativo”, scostata una tenda nera si entra in una gigantografia avvolgente, davanti un vulcano, intorno una foresta; dalla luce all’oscurità rischiarata solo dalla luna. Poi l’eruzione spettacolare, il monte si infiamma con il magma incandescente, la lava che cola, la foresta brucia, mentre il rombo assordante del cataclisma naturale avvolge la scena; finché l’ambiente diventa spettrale nella pioggia di lapilli, poi diluvio e lampi, fulmini e saette finché si apre di nuovo al sereno con la comparsa di esseri animati. Il vulcano è spento, inizia la vita e anche la mostra: si apre un’altra tenda, la visita può iniziare.</p>
<p><strong>Il “mal d’Africa” delle nostre origini</strong></p>
<p>Questo l’esordio alla <em>“Astri e Particelle”</em>, il seguito è alla <em>“Darwin”,</em> e forse non si poteva fare altrimenti, sebbene averlo posto all’inizio ha creato l’aspettativa di altre simili sorprese. Anche nella mostra sullo scienziato c’era la parte di immersione diretta, però posta alla fine: lo studio di Darwin e soprattutto il “Sentiero delle meditazioni” ricostruito con la scenografia degli alberi e dei sassi che scalciava nei momenti di maggiore concentrazione; restava nell’anima a visita conclusa.</p>
<p>Dell’“Homo sapiens” resta nella memoria il percorso della scienza, che è la protagonista della mostra, nonché i numerosi reperti della ricerca, il cui valore è più storico ed epocale che spettacolare, per loro stessa natura; si è sopperito con ricostruzioni degli individui primitivi e dei loro ambienti che accompagnano nel percorso fino alla grande incastellatura lignea della “rivoluzione agricola”. C’è una prosecuzione della mostra nella galleria esterna superiore con la parte dedicata all’Italia, “unità nella diversità”, fitta e didascalica: rappresenta un ingrandimento circostanziato che può sembrare troppo affastellato o troppo sommario a seconda dei punti di vista; e che sarebbe meritevole di una mostra apposita sui precursori e l’archeologia del Bel Paese.</p>
<p>Al di là degli aspetti esteriori, molti gli insegnamenti che si ricavano dalla mostra. Il primo é una ulteriore conferma di come procede il cammino della scienza, per passi e acquisizioni successive &#8211; in questo campo derivano dai nuovi ritrovamenti e da più avanzate tecnologie d’indagine &#8211; che possono modificare anche di molto le provvisorie certezze i. Il presidente dell’Azienda speciale Expo, <strong>Emmanuele F. M. Emanuele,</strong> spiega con legittima soddisfazione che, oltre a vedere “reperti unici, provenienti da quattro continenti”, il pubblico potrà conoscere “una storia investigata da pochi anni a questa parte, piena di sorprese e di rivelazioni sul nostro passato e sulle parentele tra le popolazioni umane, partecipando a un’esperienza coinvolgente e unica”.</p>
<p>Ed ecco le prime sorprese: si è parlato sempre di “ominidi”, ma questa è la categoria più vasta che comprende gli “ominimi”, il gorilla e l’orango; negli “ominimi” con l’uomo c’è solo lo scimpanzé. Viene così superata l’antica ricerca dell’anello tra l’uomo e la scimmia, c’è un cammino parallelo. Ma quello che al visitatore rimane più impressa è la provenienza del nostro progenitore più antico dal continente africano, precisamente l’area sub-sahariana, e la sua prevalenza sulle comunità preistoriche esistenti, in particolare in Eurasia, molte specie di “homines” sovrastate dalla forza della specie africana temprata dalla sua capacità di spostarsi nelle migrazioni.</p>
<p><em>Emanuele</em> esorta a “non dimenticare questo principio elementare dell’unicità delle origini, e lavorare con intelligenza e lungimiranza , attraverso al cultura, per far sì che le differenze possano ridursi, il linguaggio uniformarsi, le differenze di comprensione reciproca svanire”. Vorremmo aggiungere che la provenienza africana fa giustizia di ogni residua becera posizione razzista, e se restasse dovrebbe capovolgersi, gli “ariani” primigeni dovrebbero essere i bistrattati africani.</p>
<p>“Oggi l’idea di razza, com’era diffusa nel secolo scorso &#8211; scrive <em>Marco Aime -</em> diventa difficilmente sostenibile. La moderna genetica ha decostruito ogni possibile tentativo di classificazione degli umani su base biologica, e nonostante qualche rigurgito anche ogni tentativo di attribuire alla biologia il potere di determinare le culture”. Ma non va abbassata la guardia: “Cacciato dalla porta della scienza, il concetto razziale è però rientrato dalla finestra della cultura”. E come? “Le retoriche dominanti sono spesso intrise di slogan come ‘scontro di culture’ o ‘incontro di culture’, con forte prevalenza del primo. Quella dello scontro culturale è una maschera che nasconde le radici di fondo”. Sono conclusive le parole di <em>Guido Barbujani</em>: “Le razze ce le siamo inventate, le abbiamo prese sul serio per secoli, ma adesso ne abbiamo abbastanza per lasciarle perdere”.</p>
<p>“<strong>Out of Africa”, il progenitore si diffonde nel mondo</strong></p>
<p>Siamo a tre due milioni di anni fa, ci viene presentata “Lucy”, il cui scheletro fu trovato in Etiopia nel 1974; orme pietrificate di quell’epoca preistorica mostrano la camminata bipede, “ma si può essere bipedi in modi differenti, non soltanto come lo siamo noi, si precisa”; del resto lo sono anche le scimmie per qualche tratto. La posizione eretta non è naturale, ma è quella che consente di muoversi meglio, poter scattare all’occorrenza e mantenere liberi gli arti superiori; con i quali l’uomo preistorico impugnerà le selci e gli altri arnesi che utilizzerà e poi si costruirà direttamente.</p>
<p>In Africa troviamo i primi uomini, ma si avverte subito che l’evoluzione non è una catena lineare: la mostra ci presenta l’“Homo abilis” e l’“Homo antecessor”, l’“Homo erectus” e l’ “Homo ergaster”, l’“Homo heidelbergensis” e l’ “Homo neanderthalensis “, e i localizzati “austrolopiteco” è Cro-Magnon”. Non una specie unica, dunque, ma specie diverse che si adattano ai rispettivi ambienti, sulle quali prevale l’“Homo sapiens” africano per l’attitudine a spostarsi verso nuovi territori, cosa che lo rende più forte e resistente e lo fa prevalere nella selezione naturale, dopo aver superarto il “bivio adattativo cruciale” che lo ha distinto e separato dalle altre specie umane.</p>
<p>Ma prima di seguirlo nei suoi percorsi, misurati in 25 mila chilometri, con l’<em>“Homo ergaster”</em> c’è quello che viene chiamato “il primo atto dell’avventura planetaria”: la dieta onnivora, il fuoco, un milione e mezzo di anni fa, gli spostamenti in piccoli gruppi in Africa e in Asia in quella che viene chiamata “irradiazione adattativa”. E’ l’ “out of Africa 1, la prima diaspora” fuori dall’Africa.</p>
<p>Dopo la glaciazione che ci porta a 800.000-350.000 anni fa, un’altra ondata di popolamento fuori dall’Africa, fino all’Europa, protagonista l’ “Homo heidelbergensis”: è l’“out of Africa 2, la seconda diaspora”, con un’elementare vita sociale, le prime capanne e forse la lavorazione delle pelli.</p>
<p>Nasce l’ “Homo sapiens”, il nostro progenitore o precursore che dir si voglia, siamo a 200 mila anni fa, che corrispondono a ottomila generazioni. Le prime tracce sono state trovate in Sudafrica e nel Corno d’Africa, quindi sempre continente africano, la culla della stirpe umana; di lì passano nella penisola arabica e in Eurasia, dalla Francia alla Spagna fino alla Cina: Il protagonista dell’“out of Africa 3” è più slanciato e di maggiore capacità cranica, una genetica più evoluta gli consente di apprendere meglio ed esprimersi con il linguaggio nonché di avere forme di organizzazione sociale.</p>
<p><strong>Eva mitocondriale e il cromosoma Y di Adamo</strong></p>
<p>La mostra è prodiga di planisferi con i percorsi dell’“Homo sapiens”. E’ una visione universale quella in cui si collocano i pannelli esplicativi accompagnati da vetrinette con i preziosi reperti preistorici, selci appuntite e scheletri, crani e femori, e dalle ricostruzioni di esseri e ambienti.</p>
<p>Il tutto è fortemente condizionato dagli epocali fenomeni naturali, mutamenti climatici e deriva dei continenti, eruzioni e terremoti, che creano situazione di instabilità da affrontare e superare. E anche dalle cosiddette “derive genetiche”, cioè “un fenomeno evolutivo che ha ridotto la diversità media interna alle popolazioni umane man mano che si allontanano dall’Africa”. Più precisamente: “Distanza genetica e distanza geografica dall’Africa, dunque, sono fortemente correlate. La diversità genetica, a causa di un effetto del fondatore in serie va scemando in modo progressivo man mano che ci si allontana dal continente africano”,</p>
<p>A questo punto,“sulle tracce di Eva (e di Adamo)” troviamo l’immagine ricostruita in manichino di “Eva mitocondriale”, con l’avvertenza che “la tentazione di chiamarla Eva è stata troppo forte, anche se fuorviante, perché non c’è mai stata una sola donna. Eva faceva parte di una popolazione, aveva madre e padre, figli e figlie”. L’‘orologio molecolare” ha permesso di ricostruire parentele e ramificazioni, e, in base al cromosoma Y ha fatto identificare anche “dove viveva il maschio (Adamo ?) del gruppo fondatore che ha trasmesso all’umanità odierna la matrice iniziale”.</p>
<p>Una risposta è quella anticipata: “La linea femminile e la linea maschile convergono in una zona che deve essere stata cruciale per l’evoluzione della nostra specie: l’Africa centro-orientale”. Qui il ceppo più antico, poi le ramificazioni africani e asiatici, asiatici ed europei, asiatici e australiani” fino alle popolazioni amerinde. La chiave per decifrare l’enigma sulla matrice della nostra specie? Una chiave scientifica e genetica, il Dna mitocondriale e il cromosoma Y, sulla base dei reperti archeologici.</p>
<p><strong>Le specie umane preesistenti all’“Homo sapiens” in Europa</strong></p>
<p>Nel seguire gli spostamenti dell‘“Homo sapiens” africano, la mostra dà conto delle preesistenze umane, l’“Homo neanderthaliensis”, definito “un alter ego evoluzionistico”. E’ ricostruito in manichino, curvo quasi deforme, meno avvenente dell”“Eva mitocondriale” e riteniamo meno prestante dell’“Homo sapiens”, , è il primo abitante dell’Eurasia con l’“Homo Cro-Magnoniensi: fu spazzato via dagli “immigrati” africani più resistenti ed evoluti. Spettacolari le tombe ricostruite come sono state ritrovate, con i resti degli uomini preistorici dai quali sono stati estratti i DNA per gli studi genetici. Viene chiarito che questo metodo d’indagine trova il limite nel deterioramento del patrimonio genetico per l’azione dell’ambiente in migliaia di anni, e viene esposta una chicca preziosa, l’ambra che ha incapsulato un reperto preservandone la purezza genetica per gli “archeologi del DNA”.</p>
<p>“Il nostro genoma e quello di Neanderthal sono identici al 99.84%. Eravamo cugini stretti, quasi fratelli. Che cosa contiene allora quel 0,26 per cento di DNA differente?” dicono gli studiosi. E’ la prova che questa specie e l’“Homo sapiens” erano distinte ma provenienti da una matrice unica. Si ritiene ci fossero accoppiamenti anche occasionali tra tali specie, le cosiddette “ibridazioni”. Vediamo riprodotto il “bambino di Lagar Velho” che ha fatto pensare a questo; mentre; il ritrovamento del “misterioso ominino di Denisova, in Siberia, ha rivelato un’altra specie diversa dall’“Homo di Neanderthal e l’ “Homo sapiens” con lo studio del DNA mitocondriale di una falange.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11495" title="Homo sapiens" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/foto-al-3-dicembre-2011-foto-mostra-McCurry-375.jpg" alt="Homo sapiens" width="600" height="450" /></p>
<p><strong>La conclusione della mostra: l’albero della vita e le parole di Chatwin</strong></p>
<p>Abbiamo voluto soffermarci sugli aspetti più intriganti che riguardano le lontanissime origini. Ma la mostra segue tanti percorsi , quelli in senso geografico fino alla “grande frontiera americana”, in senso evolutivo “dai geni alle lingue”, in senso pratico con la ruota e la scrittura e le attività economiche sviluppate fino alla “rivoluzione agricola”: da cacciatori e raccoglitori a produttori in proprio: e qui i reperti . Spettacolare la grande intelaiatura lignea e gli altri copiosi reperti e ingegnose ricostruzioni nel salone finale dell’esposizione.</p>
<p>Sopra a tutto questo “una specie cosmopolita invasiva”, secondo gli studiosi “le estinzioni degli altri, umani e non umani è stata una triste costante delle espansioni di “Homo sapiens”. Anche dei “non umani”, perché gli “umani” immettono anche specie invasive e alterato l’ambiente con l’effetto di estinguere le specie esistenti: la ricostruzione del il gigantesco “dodo”, il columbide delle Mauritius scomparso sembra ammonire, oggi l’uomo è ben più invasivo e dannoso. Ma c’è “l’arte di sapersi adattare” e “la sapienza dei nativi” a soccorrere, sono altrettanti temi della mostra.</p>
<p>La galleria epocale che ha permesso di ripercorrere per centinaia di migliaia, anzi milioni di anni l’evoluzione umana, è così terminata. Darwin le dedicò poche righe, lui pensava alla specie animale ma le sue conclusioni possono chiaramente adattarsi anche all’uomo: per cui non sono razze diverse quelle che sono apparse tali, come la colorazione della pelle, ma solo un migliore adattamento all’ambiente nella selezione naturale.</p>
<p>Si conclude un lungo cammino, siano ancora nella preistoria, ma abbiamo visto che l’“Homo sapiens” ha imparato molte cose. All’uscita ci attende la prosecuzione con l’“unità nella diversità” italica, una “mostra nella mostra” nella grande rotonda all’ultimo piano che merita la massima attenzione. Inizia con la “biodiversità europea” per poi esplorare in dettaglio “geni, popoli r e lingue dell’Italia”, con una dovizia di reperti di grande interesse. Si va anche sulle tracce degli Etruschi, venuti dall’Asia Minore, trovandole in Toscana; viene esplorata la diversità dei sardi rispetto alle altre popolazioni perché “due forze antagoniste dell’evoluzione, la deriva genetica e la migrazione, si sono affrontate per millenni”. Il “mosaico delle lingue e dei dialetti degli italiani” è un altro interessante capitolo dell’ “unità nella diversità”.</p>
<p>Quello che viene definito “un emblema finale” di questo ossimoro, che sotto l’aspetto del paradosso rivela una verità, è “l’albero della vita (e della diversità)” della cattedrale di Otranto, un grande mosaico nella navata centrale che raffigura la storia della creazione in una composizione fantastica e fantasmagorica: “Un albero di forme viventi reali e immaginarie, ma anche un albero di esuberante diversità culturale”, lo definiscono gli studiosi. E ci riportano alla visione universale: “L’albero della vita è oggi la più potente metafora per rappresentare l’evoluzione. Ma è anche una raffigurazione scientifica che ci permette di indagare le parentele e le connessioni tra geni, popoli e lingue nella grande storia della diversità umana”. E’ giusto, quindi, che chiuda la mostra, ha la stessa funzione del “sentiero delle meditazioni” di Darwin, far riflettere su ciò che c’è alla radice.</p>
<p>Riflessioni non aride e fredde ma animate dalla passione, come le parole scritte da <em>Bruce Chatwin</em> nel 1988, che la mostra opportunamente ricorda in uno dei suoi cartelli. “Gli uomini del Tempo Antico percorsero tutto il mondo cantando; cantarono i fiumi e le catene di montagne, le saline e le dune di sabbia. Andarono a caccia, mangiarono, fecero l’amore, danzarono, uccisero: in ogni punto delle loro piste lasciarono una scia di musica. Avvolsero il mondo intero in una rete di canto”.</p>
<p><em>Ph: Le immagini sono state riprese in mostra da Romano Maria Levante, si ringrazia l’Ufficio stampa del Palazzo Esposizioni, l’organizzazione e i titolari dei diritti per l’opportunità concessa. </em></p>
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		<title>Tongeren, Belgio. Una mostra risveglia Sagalassos, la città dei sogni</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Dec 2011 11:45:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[mostre]]></category>

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		<description><![CDATA[La colossale testa di Adriano, scoperta nel 2007, quella altrettanto enorme della dea Demetra e molte altre testimonianze saranno esposte fino al 17 giugno 2012, presso il Museo di Tongeren, nelle Fiandre, per la mostra “Sagalassos. Città dei sogni”, dedicata alla città dell’antica Pisidia, provincia dell’impero romano, che si trovava nell’odierna Turchia meridionale. L’esposizione celebra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11451" title="Sagalassos_1" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/12/Sagalassos_1.jpg" alt="Sagalassos" width="600" height="399" /></p>
<p>La colossale testa di Adriano, scoperta nel 2007, quella altrettanto enorme della dea Demetra e molte altre testimonianze saranno esposte fino al 17 giugno 2012, presso il <strong>Museo di Tongeren</strong>, nelle Fiandre, per la mostra “<strong>Sagalassos</strong>. Città dei sogni”, dedicata alla città dell’antica Pisidia, provincia dell’impero romano, che si trovava nell’odierna Turchia meridionale. L’esposizione celebra l’opera ventennale, a partire dall’inizio degli anni Novanta del ventesimo secolo, di Marc Waelkens, archeologo dell’Università di Leuven che ha condotto i lavori di scavo a Sagalassos e intende fare il punto sugli esiti delle campagne di scavo e illustrare al pubblico questa antichissima città, che per secoli è stata dimenticata.</p>
<p>L’itinerario ripropone le tappe del sito, dalla sua fondazionale all’abbandono nel tredicesimo secolo, ricordando la conquista da parte di Alessandro Magno, l’inserimento nell’impero romano, in età augustea, il periodo di splendore sotto Adriano e la cristianizzazione nel quarto secolo. Uscendo dagli schemi, gli organizzatori hanno incaricato <strong>Guy Joosten</strong>, regista teatrale e scenografo, di realizzare un allestimento capace di emozionare il grande pubblico, facendo risaltare, con un accorto posizionamento delle luci, le testimonianze esposte. Per esempio la parte conclusiva del percorso, dedicata all’ultima fase della città, quando due fortissimi terremoti colpirono l’intera regione, innescando una crisi dalla quale Sagalassos non si sarebbe mai ripresa, è stata caratterizzata dal regista da tinte forti che trasmettano l’idea di tramonto e decadenza di una civiltà.</p>
<p><strong>SAGALASSOS</strong><br />
<strong> Città dei sogni</strong></p>
<p>Fino al 17 giugno 2012</p>
<p>Museo Gallo-Romano<br />
Kielenstraat 15<br />
Tongeren (Belgio)</p>
<p>Orari: da martedì a venerdì 9.00-17.00; sabato e domenica 10.00-18.00<br />
Biglietto: intero 10 €; cumulativo con la collezione permanente 15 €; ridotto: 8 €;<br />
10 € cumulativo<br />
Informazioni:<br />
<a href="http://www.galloromeinsmuseum.be" target="_blank">www.galloromeinsmuseum.be</a></p>
<h4>Foto</h4>
<p><em>In apertura: Teatro, costruito tra il 120 e il 200 d.C. -  (c) K.U.Leuven, Bruno Vandermeulen, Danny Veys</em></p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-11452" title="Sagalassos_2" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/12/Sagalassos_2.jpg" alt="Sagalassos" width="600" height="400" /></em><br />
<em>Testa colossale di Adriano -  (c) Museo Gallo-Romano di Tongeren</em></p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-11453" title="Sagalassos_3" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/12/Sagalassos_3.jpg" alt="Sagalassos" width="600" height="400" /></em><br />
<em>Una sala dell&#8217;esposizione -  (c) Museo Gallo-Romano di Tongeren</em></p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-11454" title="Sagalassos_4" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/12/Sagalassos_4.jpg" alt="Sagalassos" width="600" height="400" /></em><br />
<em>Una sala dell&#8217;esposizione -  (c) Museo Gallo-Romano di Tongeren</em></p>
<p>INFORMAZIONI SULLE FIANDRE<br />
Turismo Fiandre<br />
Tel. 199 442111<br />
<a href="http://www.turismofiandre.it" target="_blank">www.turismofiandre.it</a></p>
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		<title>Sanpietroburgo, Russia. In mostra le &#8220;Antichità da Ercolano&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Dec 2011 11:19:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Speranza Ambrosio</dc:creator>
				<category><![CDATA[mostre]]></category>

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		<description><![CDATA[Anche la Russia, dopo Francia e Germania, ospita reperti provenienti dall’area archeologica vesuviana. Da lunedi 12 dicembre 2011, infatti, l’Hermitage di Sanpietroburgo espone fino al 12 febbraio 2012, una mostra dal titolo “Antichità da Ercolano”. L’iniziativa va a chiudere l’anno di scambi linguistici e culturali che hanno interessato il nostro paese e la Russia. I [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><img class="alignnone size-large wp-image-11357" title="Ercolano, vedute degli scavi" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/12/foto-ercolano023@-600x403.jpg" alt="Antichità da Ercolano" width="600" height="403" /></p>
<p align="JUSTIFY">Anche la <strong>Russia</strong>, dopo <strong>Francia</strong> e <strong>Germania</strong>, ospita reperti provenienti dall’area archeologica vesuviana. Da lunedi 12 dicembre 2011, infatti, l’<strong>Hermitage </strong>di <strong>Sanpietroburgo</strong> espone fino al 12 febbraio 2012, una mostra dal titolo “<strong>Antichità da Ercolano”. </strong>L’iniziativa va a chiudere l’anno di scambi linguistici e culturali che hanno interessato il nostro paese e la Russia. I pezzi prestati all’importante Hermitage sono circa cinquanta per la maggior parte sono i reperti provenienti dalla cosiddetta <strong>Basilica </strong>di Ercolano.</p>
<p align="JUSTIFY">L’edificio in questione fu scavato attraverso cunicoli nel ‘700 e offrì un tesoro di pitture e sculture mai scoperte prima e che oggi sono abitualmente conservate al <strong>Museo Archeologico Nazionale di Napoli.</strong> Tra le sculture furono trovate la statua loricata dell’imperatore <strong>Tito </strong>e le statue di <strong>Augusto </strong>e <strong>Claudio </strong>assisi in trono. Per le pitture, tutte appartenenti al IV stile, le rappresentazioni del riconoscimento di <strong>Telefo </strong>da parte di <strong>Ercole, </strong>la liberazione di <strong>Atene</strong> dal pesante tributo verso <strong>Creta</strong> grazie all’impresa di <strong>Teseo</strong>,<strong>Marsia </strong>e <strong>Chirone </strong>che insegnano l’arte della musica rispettivamente a <strong>Olimpo </strong>e all’eroe greco <strong>Achille.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">La Basilica aveva l’aspetto di una piazza pavimentata e cinta su tre lati da portici, con un’esedra che andava a chiudere la parete di fondo. Oggi si pensa che l’edificio fosse in realtà un <strong>Augusteum</strong>, un tempio per il culto dell’imperatore costruito in età claudia e rinnovato, per quanto riguarda le sculture, fino al 79 d. C. Si pensa anche che all’interno fossero esposte anche altre sculture di membri appartenenti alle <em>gentes </em>giulio-claudia e flavia. Ipotesi che solo uno scavo a cielo aperto potrebbe confermare.</p>
<p align="JUSTIFY">In mostra all’Hermitage vi è anche la testa di <strong>Amazzone </strong>di marmo pentelico ritrovata nella <strong>Basilica Noniana</strong> e che ancora conserva tracce di un vivo colore sugli occhi e sui capelli. Infine è esposto anche uno dei due rilievi con scena dionisiaca proveniente da un edificio residenziale recentemente scavato e che si trova nella zona suburbana di <strong>Villa dei Papiri.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">
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		<title>Sassari. Apre la mostra sui Giganti di Mont’e Prama</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 17:10:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[mostre]]></category>

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		<description><![CDATA[Ha inaugurato mercoledì 23 novembre la mostra “La pietra e gli eroi” che espone nel centro di restauro di Li Punti, a Sassari, la più antica testimonianza di statue di pietra del Mediterraneo occidentale, note come i Giganti di Mont&#8217;e Prama e la cui importanza storica e archeologica non è stata ancora interamente compresa. I [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11213" title="giganti-Monte-Prama" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/giganti-Monte-Prama.jpg" alt="Giganti di Mont’e Prama" width="600" height="495" /></p>
<p>Ha inaugurato mercoledì 23 novembre la mostra “La pietra e gli eroi” che espone nel centro di restauro di Li Punti, a Sassari,<strong> la più antica testimonianza di statue di pietra del Mediterraneo occidentale</strong>, note come<strong> i Giganti di Mont&#8217;e Prama</strong> e la cui importanza storica e archeologica non è stata ancora interamente compresa. I restauratori sono riusciti a ricomporre i 5200 frammenti, individuati a partire dal 1974 nei pressi di Cabras, in provincia di Oristano, ottenendo venticinque statue (quattro guerrieri, sedici pugilatori e cinque arcieri), tredici modelli di nuraghe e centinaia di reperti lapidei, databili a un periodo tra il X e l’VIII secolo avanti Cristo.</p>
<p>Alla cerimonia di inaugurazione hanno partecipato Bruno Massabò, Soprintendente dei Beni archeologici, Sergio Milia, Assessore regionale dei Beni culturali, Gianfranco Ganau, sindaco di Sassari, Alessandra Giudici, presidente della Provincia di Sassari, Cristiano Carrus, sindaco di Cabras, Marco Minoja, Soprintendente per i Beni archeologici di Cagliari e Oristano, e Maria Assunta Lorrai, afferente alla Direzione regionale per i Beni culturali. Soprintendenza di Cagliari e Oristano, Ministero per i Beni Culturali, Regione Sardegna e Comune di Cabras hanno firmato un accordo che definisce le strategie di valorizzazione delle statue che le renda fruibili al più possibile.</p>
<p>Il protocollo d’intesa annuncia la realizzazione di una cabina di regia fissa per la costruzione di un sistema museale di Mont&#8217;e Prama, articolato in tre settori, distinti tra il Museo Civico di Cabras, il centro di restauro di Li Punti e il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari. Inoltre, l’area archeologica di Mont&#8217;e Prama verrà tutelata e riprenderanno i lavori di scavo, ripristino, manutenzione e restauro delle testimonianze archeologiche esistenti. Contemporaneamente, sarà attivato un con l’amministrazione provinciale di Oristano un piano di acquisizione dei terreni necessari per la realizzazione di sito archeologico dedicato.</p>
<p>Dopo la mostra a Li Punti, dove le testimonianze saranno visibili, esclusivamente su prenotazione, sino al 30 dicembre 2011, le sculture rientreranno a Cabras, dove il locale Museo Civico verrà arricchito con una nuova sede per esporre adeguatamente il prezioso patrimonio archeologico.</p>
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		<title>Roma. Mostra &#8220;Il Vello d&#8217;Oro&#8221;: della Georgia ai Mercati Traianei</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Nov 2011 13:38:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Romano Maria Levante</dc:creator>
				<category><![CDATA[mostre]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo gli “Ori di Romania”, ai Mercati Traianei è esposto “Il Vello d’oro &#8211; Antichi tesori della Georgia”. Dal 17 novembre 2011 al 5 gennaio 2012, il mito millenario degli Argonauti viene evocato dai 185 reperti del Museo Nazionale Georgiano. Sono stati rinvenuti nelle necropoli della Georgia, l’antica Colchide meta di Giasone, nella mostra realizzata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo gli <em>“Ori di Romania”,</em> ai <em><strong>Mercati Traianei</strong></em> è esposto <strong>“Il Vello d’oro &#8211; Antichi tesori della Georgia”. </strong>Dal <em><strong>17 novembre 2011 al 5 gennaio 2012,</strong></em> il mito millenario degli Argonauti viene evocato dai <em>185 reperti</em> del <em>Museo Nazionale Georgiano</em>. Sono stati rinvenuti nelle necropoli della Georgia, l’antica Colchide meta di Giasone, nella mostra realizzata da <em>Zètema.</em> L’hanno presentata l’ambasciatore della Georgia in Italia <em> Konstantin Gabaslwili, </em> il direttore del Museo georgiano<em> David Lordkipanidze </em>e il soprintendente ai beni culturali di Roma Capitale <em>Umbert</em>o<em> Broccoli</em>, oltre alla curatrice della mostra <em>Tiziana D’Acchille</em>.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11178" title="Collana dal kurgan di Trialeti" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/1.jpg" alt="Collana dal kurgan di Trialeti" width="600" height="919" /><br />
<em>Collana dal kurgan di Trialeti</em>, inizi del II millennio a. C.</p>
<p><strong>L’ambasciatore e il soprintendente presentano la mostra</strong></p>
<p>L’ambasciatore <em><strong>Konstantin Gabaslwili</strong></em> ha reso onore a Roma, “culla della civiltà mondiale”, all’Italia “un’area sconfinata di estetica”, e al suo “desiderio di conoscere e apprezzare tesori di altre culture, riconducendo la policromia dell’universo in una dimensione di realtà pratica”. E ha insistito sull’importanza di questa “trasferta” del loro tesoro nazionale nell’ambito della Biennale internazionale di cultura imperniata sulla <em>“Via della seta”.</em> E’ una mostra diversa dalle altre 8 che l’hanno preceduta nelle più prestigiose sedi espositive, dalla Grecia alla Germania, dall’Inghilterra agli Stati Uniti, per far conoscere i tesori del Museo Nazionale la cui importanza risalta dalle date, fino al terzo millennio a. C. Nella Colchide non c’era soltanto “il vello d’oro”, nel quale venivano ricomprese le raffinate lavorazioni del prezioso metallo; c’era anche un’evoluta lavorazione metallurgica con manifatture in metalli molto avanzate. L’“oro georgiano” è fonte di “orgoglio e amore”, e inoltre, “insieme a molti altri valori, rappresenta la forma dell’identità nazionale”.</p>
<p align="JUSTIFY">Il soprintendente romano <em><strong>Umberto Broccoli</strong></em> ha ripercorso la leggenda di Giasone, dalle tremende prove a base di tori, draghi e armate nemiche, superate anche per l’aiuto di Medea, alla partenza con l’abbandono della Regina. E’ la metafora della ricerca dell’uomo di qualcosa che pensa debba venire da lontano, dalla pietra filosofale al Santo Graal, dalla fonte dell’Eterna giovinezza al Vello d’oro, per disvelare la ragione dell’essere al mondo. “La Colchide è l’Eldorado per Giasone. L’oro non è solo simbolo di ricchezza ma anche metallo incorruttibile che resiste al tempo e, dunque, vicino all’eternità”. Ma c’è un significato ancora più profondo: “Se la ricerca conduce lontano, la soluzione è più vicina di quanto si pensi. Basterebbe all’uomo capire che è dentro di lui. E non c’è bisogno di falsi miti, di Elisir di lunga vita o oggetti magici”. Ed ecco il valore aggiunto della mostra va oltre il luccichio dell’oro: “Trovare il vello è scendere nelle profondità umane. Un po’ come raggiungere un sogno. Oggi quel sogno è ai Mercati di Traiano. Giasone sarà soddisfatto”.</p>
<p>Il direttore del Museo georgiano<em><strong> David Lordkipanidze</strong></em> ne ha illustrato i contenuti e l’importanza, ricordando inoltre che i resti del più remoto ominide europeo sono stati ritrovati in Georgia. e così le prime coltivazioni della vite e produzioni di vino di 7 mila anni fa. La curatrice della mostra <em><strong>Tiziana</strong></em> <em><strong>D’Acchille </strong></em><em>-</em> impegnata nella selezione “in loco” fino a considerare la Georgia come seconda patria &#8211; <em> </em>ha sottolineato che per la prima volta si possono studiare in Italia questi preziosi reperti archeologici, finora pressoché inaccessibili, in modo da approfondire l’analisi di un’epoca molto remota fino a poter rivedere le precedenti conclusioni sulla base di reperti unici al mondo.</p>
<p>Un aspetto straordinario della mostra è la sua ambientazione negli spazi dei <em>Mercati Traianei</em>, vale a dire in uno straordinario interno dove, oltre all’architettura vi sono tante memorie antiche, statue e sculture, colonne e fregi, tra le quali sono collocate le vetrinette che espongono i preziosi reperti. La penombra, in cui spicca la luce riflessa sugli ori, crea un’atmosfera di sogno, un alone mitico. L’ambasciatore georgiano aveva detto che “Roma e archeologia sono sinonimi”, e allora cosa di meglio che vedere questi gioielli dell’archeologia nella città eterna e per di più ai Mercati Traianei?</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11177" title="Pendenti da tempia dal tesoro di Akhalgori" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/31.jpg" alt="Pendenti da tempia dal tesoro di Akhalgori" width="600" height="900" /><br />
<em>Pendenti da tempia dal tesoro di Akhalgori</em>, IV secolo a. C.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>La cornice leggendaria e storica</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Prima di visitare la mostra immergiamoci nel mito degli Argonauti, il cui viaggio ardimentoso fu citato già da Omero nell’Odissea e collocato prima della guerra di Troia, tra il XIV e il XII secolo a. C. La Colchide, meta di Giasone e dei suoi compagni, viene identificata nella Georgia la cui parte occidentale mantiene l’antico nome; i greci vi approdarono nella loro colonizzazione; una prova si trova nel fatto che il nome “Colchide” compare per la prima volta nel mito degli Argonauti. Pur mantenendo la propria autonomia, era l’incrocio delle culture greca e persiana; e anche se le fonti non parlano di presenza greca fino al VII secolo, gli oggetti zoomorfi ritrovati mostrano l’influenza dell’arte ellenistica, dato che si moltiplica la diffusione delle colonie greche sulla costa della Colchide nel Mar Nero. In tutti gli antichi scritti sugli Argonauti si parla della ricchezza della regione dovuta alla presenza dell’oro.</p>
<p>Il prezioso metallo veniva estratto dal IV millennio a. C., e la sua lavorazione toccò il culmine dall’VIII secolo a. C., quando le antiche fonti parlano del “vello d’oro”, che per noi è il riconoscimento simbolico del livello di eccellenza. Il mito potrebbe derivare, scrive <em>Appiano </em>nel II secolo a C., dall’antica abitudine di filtrare le acque ricche di polvere d’oro con le pelli di pecora; <em>Strabone</em> precisa: “La ricchezza della regione della Colchide, che deriva dalle miniere d’oro, d’argento, di rame e di ferro, suggerisce un motivo ragionevole per la spedizione di Giasone”; un’altra spiegazione viene dal trattato mitologico di <em>Palesato</em> del IV secolo a. C.: :il “vello d’oro” sarebbe un’invenzione poetica, “un libro scritto su pelli che conteneva una descrizione del procedimento di estrazione dell’oro che seguiva le sue istruzioni”.</p>
<p>Supera le varie ipotesi lo studioso di mitologia greca <em>B</em><em>achofen</em>, “Il rifiuto della storicità non diminuisce il significato del mito. Quello che non è accaduto, fu ad ogni modo pensato”:</p>
<p>E allora pensiamo a questa storia antichissima intrisa di leggenda, guardando le vetrinette nello slalom tra i ruderi e le statue, alcune così gigantesche da sembrare i guardiani del “Vello d’oro”. Le sue tracce sono nel reperto forse meno appariscente, che ci sarebbe sfuggito se un’autorevole collega, <em>Laura Traversi</em>, non ce lo avesse fatto notare con la sensibilità di donna critica d’arte: dei sottili fili d’oro che venivano tessuti e dai quali immaginiamo composto il mitico “Vello d’oro”. L’intera mostra, poi, ci dà il substrato di cui il “Vello d’oro” era la proiezione simbolica, cioè l’arte orafa sviluppata dai primordi all’ennesima potenza, con un’accuratezza che sfiora la perfezione.</p>
<p>Sono due i poli da cui provengono i reperti: i <em>“kurgan”,</em> le prime tombe a tumulo della cultura <em>“Trialeti</em>”, una zona a sud della capitale Tiblisi; e i siti di <em>Vani</em> e<em> Sairkhe</em>, dov’era il centro dell’antica Colchide. La cultura “Trialeti” è antichissima, le tombe risalgono a millenni prima di Cristo. I reperti dalla città di Vani abbracciano un periodo molto ampio che va dall’VIII alla metà del I secolo a. C., importanti anche per le nozioni sulla sua economie e sugli usi funerari.</p>
<p align="JUSTIFY">I reperti esposti sono di <em>oreficeria iberica</em> sotto il <em>Regno di Kartli</em> da cui deriva la Georgia attuale,; e di <em>gioielleria colchica</em>. A Roma fu eretta da <em>Antonino Pio</em> in Campidoglio una statua al <em>Re iberico Pharsman II,</em> con il diritto di onorarlo con dei sacrifici.. Provengono dalle sepolture e sono espressione di una civiltà evoluta: troviamo animali reali e animali mitici, scene collettive e individuali in composizioni di varia natura, anche geometriche, su oggetti di fattura raffinatissima.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Gli ori e i bronzi dal III al I millennio a. C.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Preziose “new entry” sono esposte per la prima volta rispetto alle precedenti mostre, gioielli della Georgia orientale, il <em>Regno di Kartli</em>. Quest’ultimo segue le sezioni <em>III-II millennio, II-I millennio </em>a. C. L’assortimento è vasto, collane e pendagli d’oro, gioielli in pietre semipreziose e oggetti quotidiani e rituali in bronzo; i soggetti vanno da scene collettive a immagini ripetute di figure.</p>
<p>Colpisce soprattutto una collana del II millennio a. C., grani di grandezza decrescente con una lavorazione dell’oro da lasciare increduli. Apprendiamo che erano diverse le tecniche usate: fusione e martellatura, punzonatura e filigrana, inserti e trafori. Coppe e coppette, statuette e oggetti per il culto dei defunti, bracciali e bottoni, pendagli dalle più diverse conformazioni. I pendenti sono di vario tipo, dal volto umano alla tartaruga, dagli uccelli fino alla pannocchia: persona, animale, vegetale, una sorta di trinità tematica che aveva significati particolari nella cultura dell’epoca.</p>
<p>Ma non è solo oro quello che luccica. Tra i materiali usati c’è la pasta di vetro e la corniola, diverse collane quanto<br />
mai moderne, se è possibile usare questo termine. Poi c’è il bronzo, una metallurgia evoluta: qui si va all’utilità pratica, con le spade e gli spilloni, e i fregi applicati come supporto, notiamo una serie di artigli come applicazioni per rifinire un piede di un mobile o di uno scranno.</p>
<p>Si esce dalla mostra con negli occhi lo splendore degli ori della Colchide e nella mente il mito di Giasone. Torniamo a rivivere le emozioni che questo mito ha suscitato dalla notte dei tempi e la curatrice<em> D’Acchille</em> richiama con parole ispirate: “Dio creò l’Eden e poi lo riservò ai georgiani…. Non è un caso che il mito del vello d’oro sia ambientato in una terra paradisiaca, in un eden terrestre… la ricerca dell’oro e la sua conquista assumono un valore fortemente evocativo di ben altra impresa: il raggiungimento dell’illuminazione, che nel linguaggio misterioso della tradizione esoterica corrisponde al compimento della Grande Opera alchemica”. Il mito diventa prodigio.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11179" title="Spillone di bronzo a doppia spirale, dal sito di Urbnisi" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/71.jpg" alt="Spillone di bronzo a doppia spirale, dal sito di Urbnisi" width="600" height="360" /><br />
<em>Spillone di bronzo a doppia spirale</em>, dal sito di Urbnisi, III millennio a. C.</p>
<p><span style="color: #800000;"><em>Ph. Le immagini sono state fornite da Zètema che si ringrazia, con il Museo Nazionale Georgiano, titolare dei diritti. </em></span></p>
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		<title>Fabriano (An). Reperti inediti ci parlano di Piceni e Celti</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 11:12:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[mostre]]></category>
		<category><![CDATA[Celti]]></category>
		<category><![CDATA[Piceni]]></category>

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		<description><![CDATA[Sabato 12 novembre 2011 è stata inaugurata presso lo Spedale del Buon Gesù di Fabriano un’inedita mostra archeologica che esporrà preziose testimonianze di un passato remoto e semi sconosciuto. “Piceni e Celti lungo le rive del Giano” è stata organizzata dal Comune di Fabriano in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni archeologici delle Marche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11164" title="Piceni e Celti lungo le rive del Giano" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/Piceni-e-Celti-lungo-le-rive-del-Giano.jpg" alt="Piceni e Celti lungo le rive del Giano" width="313" height="448" /></p>
<p>Sabato 12 novembre 2011 è stata inaugurata presso lo Spedale del Buon Gesù di Fabriano un’inedita mostra archeologica che esporrà preziose testimonianze di un passato remoto e semi sconosciuto. “<strong>Piceni e Celti lungo le rive del Giano</strong>” è stata organizzata dal Comune di Fabriano in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni archeologici delle Marche e dall’Archeoclub Italia locale. L’esposizione rappresenta un passo verso l’allestimento del futuro Museo Civico Archeologico che verrebbe a svolgere un’importantissima funzione capace di arricchire non solo la conoscenza sulla storia del territorio ma arrecare anche benefici all’economia locale, favorendo il turismo culturale.</p>
<p>Attraverso un’accurata selezione di testimonianze, provenienti da scoperte, raccolte di superficie e scavi, la mostra intende offrire una visione d’insieme dell’eccezionale patrimonio di preziosi reperti rinvenuti nel territorio di Fabriano fin dagli inizi del XX secolo e attualmente conservate presso il Museo Archeologico Nazionale delle Marche e la Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche.</p>
<p>L’esposizione è rivolta, particolarmente, alla popolazione fabrianese e ai giovani, che spesso non sono consapevoli della ricchezza della storia del loro territorio, nei confronti dei quali vuole proporsi come strumento di conoscenza del più antico passato della città e delle zone circostanti. Tuttavia, l’importanza scientifica di queste testimonianze va oltre la dimensione locale del ritrovamento, ponendo in alcuni casi Fabriano tra i siti archeologici più importanti del territorio nazionale.</p>
<p>L’esposizione si apre con una sezione introduttiva al territorio di Fabriano e all’epoca dei Piceni e dei Celti in maniera da consentire al visitatore, aiutato dai necessari supporti didattici ed esplicativi, una facile comprensione dei temi trattati. La parte espositiva è organizzata secondo un criterio cronologico: dai più antichi reperti piceni a Fabriano, databili all’ottavo secolo avanti Cristo, passando per le necropoli e gli insediamenti di sesto-quinto secolo avanti Cristo per finire con la sepoltura 1 del Foro Boario e l’età gallica nel terzo secolo avanti Cristo.</p>
<ul>
<li>FABRIANO, Pinacoteca civica “Bruno Molajoli” (Complesso Spedale del Buon Gesù – Centro storico – Piazza della Cattedrale)</li>
<li> Periodo: 12 novembre 2011 – 20 aprile 2012.</li>
<li> Visitabile tutti i giorni ad eccezione del lunedì con il seguente orario: ore 10.00-13.00 ore 16.00-19.00</li>
<li> Ingresso: € 4.10 visita Mostra + Pinacoteca</li>
<li> Per prenotazioni e gruppi: 0732.250658</li>
</ul>
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		</item>
		<item>
		<title>Roma. Politica e leader nel Lazio ai tempi di Enea</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 13:49:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[mostre]]></category>
		<category><![CDATA[storia pre-romana]]></category>
		<category><![CDATA[Lazio antico]]></category>

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		<description><![CDATA[Venerdì 18 novembre 2011, alle 17, verrà inaugurata presso il Museo Nazionale Preistorico Etnografico Luigi Pigorini (Roma) la mostra “Politica e leader nel Lazio ai tempi di Enea” che presenterà alcune testimonianze archeologiche, di recente acquisizione, molto importanti per la ricostruzione delle origini del Lazio e di Roma. L’esposizione si propone di portare questi documenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11134" title="enea" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2011/11/enea.jpg" alt="Enea" width="600" height="458" /></p>
<p>Venerdì 18 novembre 2011, alle 17, verrà inaugurata presso il <strong>Museo Nazionale Preistorico Etnografico Luigi Pigorini</strong> (Roma) la mostra “<strong>Politica e leader nel Lazio ai tempi di Enea</strong>” che presenterà alcune testimonianze archeologiche, di recente acquisizione, molto importanti per la ricostruzione delle origini del Lazio e di Roma. L’esposizione si propone di portare questi documenti all’attenzione del grande pubblico cosicché ne percepisca il significato e l’importanza storica, che ampliano e rendono più variopinto il quadro dell’epoca che va dalla nascita dell’identità latina (XI-X secolo avanti Cristo) alla fondazione di Roma (750 avanti Cristo).</p>
<p>Il primo aspetto archeologico che testimonia la formazione dell’identità culturale dei Latini compare nell’ultimo periodo dell’età del Bronzo finale nell’area compresa tra il Circeo e il Tevere, indicata dagli storici come<strong> Lazio antico</strong>. Le testimonianze più consistenti di quest’epoca sono emersi sui Colli Albani e nella zona circostante. Gli aspetti più significativi si riscontrano nei complessi rituali funerari che vengono elaborati in questo momento, sviluppando il cerimoniale dell’incinerazione che aveva già cominciato ad affermarsi durante l’età del Bronzo finale.</p>
<p>La mostra esporrà alcuni corredi delle sepolture scoperte sui Colli Albani e delle tombe ad incinerazione emerse recentemente nella zona alle pendici dei Colli, nelle località Santa Palomba e Quadrato di Torre Spaccata. Verrà illustrato il processo di rafforzamento dell’identità culturale ed etnica dei Latini che fiorisce in questo periodo nel Lazio antico sotto la guida di capi politici e religiosi, il ruolo trainante svolto in questa fase dalle popolazioni dei Colli Albani con il territorio immediatamente adiacente e il significato sociale e politico del rito dell’incinerazione.</p>
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