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	<title>ArcheoRivista - rivista di archeologia &#187; argomento</title>
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		<title>Hierapolis. Archeologi italiani confermano la scoperta della tomba dell&#8217;apostolo Filippo</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 11:21:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia cristiana]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>
		<category><![CDATA[San Filippo]]></category>

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		<description><![CDATA[Grazie al lavoro dei ricercatori dell’Università del Salento quella che per oltre duemila anni si è pensato fosse solamente una leggenda, oggi è diventata realtà. Risolvendo un ingarbugliato enigma dell’antichità, gli archeologi hanno individuato nel sito turco di Hierapolis la tomba di San Filippo, uno degli apostoli, martirizzato nell&#8217;80 dopo Cristo. La missione archeologica italiana, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11731" title="tomba-di-san-filippo" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/tomba-di-san-filippo.jpg" alt="tomba di San Filippo" width="600" height="487" /></p>
<p>Grazie al lavoro dei ricercatori dell’Università del Salento quella che per oltre duemila anni si è pensato fosse solamente una leggenda, oggi è diventata realtà. Risolvendo un ingarbugliato enigma dell’antichità, gli archeologi hanno individuato nel sito turco di<strong> Hierapolis </strong>la<strong> tomba di San Filippo</strong>, uno degli<strong> apostoli</strong>, martirizzato nell&#8217;80 dopo Cristo.</p>
<p>La missione archeologica italiana, diretta da Francesco D&#8217;Andria, professore ordinario di archeologia classica, ha comprovato la natura del monumento, individuato l’anno scorso, sotto ai resti di un tempio bizantino del V secolo, costruito proprio in omaggio alla tomba. Le operazioni di scavo sono condotte da un’equipe internazionale formata da italiani, tedeschi, francesi e norvegesi.</p>
<p>Indagato in particolare dal team italiano, già a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, è il &#8220;martyrion&#8221;, ovvero l’edificio religioso edificato sul luogo dove fu massacrato l&#8217;apostolo. Sono stati usati anche sistemi geofisici per individuare eventuali vuoti in questa chiesa, ma senza risultati.</p>
<p>Però, quando le ricerche sono state spostate ad un’area limitrofa all’elevato è emerso un elemento straordinario: un’altra chiesa, costruita intorno a una sepoltura romana del I secolo. Una serie di elementi ha permesso l’identificazione di questa chiesa a tre navate con quella edificata attorno alla tomba romana in cui, tradizionalmente, si crede sia stato sepolto San Filippo.</p>
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		<title>Bolivia. Missione archeologica italiana scopre insediamento precolombiano</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 11:19:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[La cittadella scoperta somiglia, in piccolo, a lal celebre Macchu Picchu (nella foto) A Inkata, nella provincia boliviana di La Paz, una spedizione archeologica italiana ha portato alla luce una cittadella precolombiana. La scoperta è stata effettuata nell’ambito del progetto “Valle del Takesi”, diretto da Patrizia Di Cosimo, ricercatrice e professoressa del Dipartimento di Storia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignnone  wp-image-11728" title="Valle del Takesi" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/Valle-del-Takesi.jpg" alt="" width="420" height="487" /> </em><br />
<em>La cittadella scoperta somiglia, in piccolo, a lal celebre Macchu Picchu (nella foto) </em></p>
<p>A <strong>Inkata</strong>, nella provincia boliviana di La Paz, una spedizione archeologica italiana ha portato alla luce una <strong>cittadella precolombiana</strong>.</p>
<p>La scoperta è stata effettuata nell’ambito del progetto “<strong>Valle del Takesi</strong>”, diretto da <strong>Patrizia Di Cosimo</strong>, ricercatrice e professoressa del Dipartimento di Storia e metodi per la conservazione dei Beni culturali dell&#8217;Università di Bologna, e finanziato dal Ministero degli Esteri italiano. L’iniziativa coinvolge studenti di antropologia e archeologia dell’Università di Bologna, dell’Universidad Mayor de San Andre&#8217;s di La Paz e della Unidad Nacional de Arqueología.</p>
<p>Il progetto si propone di tracciare una mappa archeologica della regione utilizzando il sistema del GIS, con l’obiettivo di creare una banca dati utili per la tutela e la conservazione del patrimonio archeologico, storico, culturale e ambientale; di individuare le civiltà pre-ispaniche insediatesi nella zona e come usavano il territorio e le risorse naturali, secondo il modello teorico degli arcipelaghi verticali; di verificare le continuità culturali e la percezione della sacralità nelle comunità che attualmente vivono nelle Yungas; di integrare le informazioni archeologiche con la ricerca e l’analisi della documentazione di età coloniale, conservati in archivi e biblioteche.</p>
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		<title>Bologna. La bellezza femminile nelle medaglie del Museo Archeologico</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 13:28:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[mostre]]></category>
		<category><![CDATA[storia rinascimentale]]></category>

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		<description><![CDATA[Da domenica 19 febbraio 2012, l’Atrio del Museo Civico Archeologico di Bologna ospiterà una piccola sezione delle medaglie, analizzate da Nicol Ranci nella sua tesi di laurea: “Capillamenti Dignitas. L’acconciatura femminile nelle medaglie del XV e XVI secolo della Collezione del Museo Civico Archeologico di Bologna”. L’indagine si è focalizzata sullo studio delle acconciature presenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11713" title="mostra-medaglie" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/mostra-medaglie.jpg" alt="Bologna. La bellezza femminile nelle medaglie del Museo Archeologico" width="434" height="335" /></p>
<p>Da domenica 19 febbraio 2012, l’Atrio del <strong>Museo Civico Archeologico di Bologna</strong> ospiterà una piccola sezione delle medaglie, analizzate da Nicol Ranci nella sua tesi di laurea: “Capillamenti Dignitas. L’acconciatura femminile nelle medaglie del XV e XVI secolo della Collezione del Museo Civico Archeologico di Bologna”. L’indagine si è focalizzata sullo studio delle acconciature presenti nella produzione medaglistica del Quattrocento e del Cinquecento, con riferimento particolare ai reperti della collezione bolognese, quale testimonianza non solamente di tendenze e di mode, ma anche di implicazioni antropologiche, sociali e storiche, espresse nell’atto dell’acconciarsi.</p>
<p>Negli ultimi tempi si sta assistendo a uno sviluppo degli studi dedicati alla storia della moda e, più in generale, del costume, a conferma di quanto tali tipi di ricerche possano collaborare all’individuazione della cronologia di opere pittoriche e scultoree. Un nuovo modo per interpretare e leggere la medaglia, opera artistica prodotto di quel periodo straordinario che fu il Rinascimento. Realizzate con il chiaro intento di commemorare i personaggi rappresentati, le loro imprese e le loro virtù, le medaglie ci consentono oggi di narrare storie antiche o di raccontare, in questo caso, di donne, più o meno famose, la cui immagine, accuratamente cesellata nel bronzo, è stata tramandata fino a noi.</p>
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		<title>Asti. Dopo quasi mezzo secolo tornano in mostra gli Etruschi</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 13:27:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia etrusca]]></category>
		<category><![CDATA[mostre]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo quasi cinquant’anni, il Piemonte torna ad ospitare una grande mostra dedicata agli Etruschi, anello culturale di congiunzione tra il Mediterraneo e l’Europa celtica. “ETRUSCHI. L’ideale eroico e il vino lucente” svelerà al pubblico una preziosa selezione di manufatti etruschi e greci poco conosciuti, provenienti dalle principali collezioni etrusche italiane, tra cui quella dei Musei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11711" title="estruschi" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/Mostra-Etruschi-Palazzo-Mazzetti-Asti.jpg" alt="Asti. Dopo quasi mezzo secolo tornano in mostra gli Etruschi " width="600" height="848" /></p>
<p>Dopo quasi cinquant’anni, il Piemonte torna ad ospitare <strong>una grande mostra dedicata agli Etruschi</strong>, anello culturale di congiunzione tra il Mediterraneo e l’Europa celtica. “ETRUSCHI. L’ideale eroico e il vino lucente” svelerà al pubblico una preziosa selezione di manufatti etruschi e greci poco conosciuti, provenienti dalle principali collezioni etrusche italiane, tra cui quella dei Musei Vaticani. L’esposizione, curata da Alessandro Mandolesi e Maurizio Sannibale, è voluta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, con il sostegno scientifico con i Musei Vaticani, la collaborazione della Regione Piemonte e il contributo, con importanti prestiti, di importanti istituzioni museali e culturali italiane.</p>
<p>L’evento sarà inaugurato sabato 17 marzo 2012 e ospitato, fino al 15 luglio, ad Asti, presso Palazzo Mazzetti. La scelta di Asti come sede della mostra non è casuale: infatti, sarà esposto in anteprima l’<strong>elmo crestato villanoviano in bronzo</strong>, occultato per secoli nelle acque del Tanaro e scoperto alla fine del XIX secolo. L’elmo simboleggia il primo contatto tra gli Etruschi e la civiltà della vallata del Tanaro e offrirà un punto di partenza per approfondire i contatti più antichi tra il Mediterraneo orientale e greco e l’Occidente etrusco, con inevitabili riflessi nell’Italia settentrionale e nell’Europa celtica. I poemi di Omero saranno il filo conduttore che accompagnerà i visitatori lungo la prima parte dell’esposizione, nello stesso modo in cui gli stessi racconti trasmisero nuovi ideali di vita alle aristocrazie italiche e etrusche.</p>
<p>L’elmo di Asti è databile all’inizio del primo millennio avanti Cristo e risale al periodo villanoviano, civiltà italiana dell’età del Ferro in cui riconosciamo i primi Etruschi, rappresentata dal rito funerario crematorio e dalla forte prerogativa guerriera dei personaggi di potere. Vicino ai guerrieri villanoviani – contraddistinti da armi e accessori legati al possesso del cavalo – compaiono le mogli, qualificate dal cinturone di bronzo, lavorato finemente, dagli ornamenti personali e dal fuso, simbolo della signora filatrice. La bevanda preferita da queste antiche famiglie è un tipico vino italico ottenuto già nell’età del Bronzo dalla vite vinifera silvestre e bevuto in grosse tazze d’impasto.</p>
<p>I contatti con l’Oriente, allacciati attorno al secolo VIII avanti Cristo, portò sulle tavole della nobiltà etrusca nuovi contenitori e vasi, e la moda di consumare vino raffinato. Le famiglie più importantisi legano strettamente con i Fenici e i Greci, tanto da assimilare alcune tematiche figurative e modelli culturali. Con l’avviamento alla scrittura e la diffusione di una nuova maniera di banchettare e di un’eroica ideologia funeraria, nasce un nuovo stile di vita aristocratico che cambierà profondamente l’aspetto della società italica.</p>
<p>L’esposizione si divide in due sezioni. La prima racconta l’importazione dell’ideale eroico e dei costumi omerici in Etruria, per mezzo di una serie di tematiche – mito, commercio, atletismo, cura del corpo, oplitismo, costume – che contraddistinguono le prime fasi della cultura etrusca. Con la diffusione dei poemi omerici nella penisola italiana cambia l’autorappresentazione dei personaggi più autorevoli della comunità etrusca che ora perseguono l’ideale del principe-eroe e si qualificano, oltre che per l’abilità militare, anche per le grandi ricchezze accumulate e le usanze cerimoniali.</p>
<p>La seconda parte della mostra si apre con il banchetto, nelle sue varie rappresentazioni: servizi di pregio, suppellettili e suggestive immagini di scultura e pittura illustrano la pratica del banchetto tra gli Etruschi. Questo tema è illustrato dalla ricostruzione originale di una sepoltura a camera dipinta, con una bellissima scena conviviale del secolo V avanti Cristo, che offre ai visitatori la possibilità di ammirare un ambiente affrescato. Inoltre, per la prima volta dopo il ritrovamento ottocentesco, si potrà visitare riunificato il sarcofago dei Vipinana da Tuscania, con la rappresentazione del defunto gozzovigliante sul coperchio e l’immagine del mito di Niobidi sulla cassa.</p>
<p>La mostra si chiude con una rarità espositiva: un omaggio al rapporto tra Etruschi e Savoia e al gusto artistico all’etrusca diffuso in Europa tra XVIII e XIX secolo. È, infatti, esposto il lussuoso gabinetto etrusco del Castello di Racconigi, voluto da re Carlo Alberto e realizzato da Pelagio Palagi.</p>
<p>Asti, Palazzo Mazzetti<br />
17 marzo &#8211; 15 luglio 2012, da martedì a domenica h 9.30 – 19.30, lunedì chiuso.<br />
Info contenuti mostra: Tel. 335-6175139 – E-mail: <a href="etruschi@fondazionecrasti.it" target="_blank">etruschi@fondazionecrasti.it</a>.<br />
Info e Prenotazioni: Tel. 02-43353522 – E-mail: <a href="servizi@civita.it" target="_blank">servizi@civita.it</a>.<br />
Biglietti:<br />
9,00 intero.<br />
7,00 ridotto gruppi, minori di 18 e maggiori di 65 anni, titolari di apposite convenzioni.<br />
3,00 ridotto speciale scuole.<br />
Sito-web della mostra (in corso di attivazione): <a href="www.etruschiadasti.it" target="_blank">www.etruschiadasti.it</a>.<br />
Palazzo Mazzetti: <a href="www.palazzomazzetti.it" target="_blank">www.palazzomazzetti.it</a>.</p>
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		<title>Rignano Garganico. Tentato furto nella Grotta Paglicci, a rischio crollo</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 13:22:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[degrado e rischi]]></category>
		<category><![CDATA[preistoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Il sito paleolitico di Grotta Paglicci, a Rignano Garganico (Fg), è stato vittima di un tentativo di furto con scasso. Dalla segnalazione presentata ai Carabinieri, alla Soprintendenza Archeologica della Puglia e al Comune da un’associazione locale si evince che nel corso di una visita di perlustrazione della zona attorno al sito preistorico, tre appassionati di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11706" title="furto-grotta-paglicci" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/furto-grotta-paglicci.jpg" alt="" width="600" height="486" /></p>
<p>Il sito paleolitico di <strong>Grotta Paglicci</strong>, a <strong>Rignano Garganico</strong> (Fg), è stato vittima di un tentativo di furto con scasso. Dalla segnalazione presentata ai Carabinieri, alla Soprintendenza Archeologica della Puglia e al Comune da un’associazione locale si evince che nel corso di una visita di perlustrazione della zona attorno al sito preistorico, tre appassionati di archeologia abbiano rilevato un buco nella parete in cemento armato che salvaguarda l’entrata all’area degli scavi. Per fortuna, le massicce strutture di ferro hanno impedito ai tombaroli di proseguire.</p>
<p>Grazie al recente interessamento del <strong>Centro Studi Paglicci</strong> era stato lanciato un allarme a livello nazionale attraverso il Tg3 e il Tg2 sulla condizione di degrado e di abbandono della grotta preistorica, che come tutti sappiamo, ha restituito negli ultimi quarant’anni oltre quarantacinquemila testimonianze paleolitiche, databili in un periodo di tempo che oscilla tra i cinquecentomila e gli undicimila anni fa. I servizi andati in onda sulle due reti nazionali segnalavano proprio la necessità di mettere in sicurezza un simile tesoro, lamentando i ripetuti furti e i crolli di una larga area della caverna.</p>
<p>L’assoluta indifferenza delle istituzioni locali, regionali e nazionali, nei confronti di una testimonianza di importanza internazionale, è evidenziata anche dagli estensori della denuncia, spedita anche al Comando Carabinieri TPC di Roma. Ci si lamenta, soprattutto, del governo comunale che non avrebbe mosso un dito per risolvere la questione esproprio e tentare di venire in possesso della zona per occuparsi della sua ristrutturazione e della sua tutela.</p>
<p>A causa delle pericolose condizioni in cui verte la grotta, anche gli scavi sono stati interrotti e gli archeologi dell’Università di Siena si sono trovati impossibilitati a continuare il proprio lavoro di ricerca. La Pubblica Amministrazione ha comunicato che invierà i proprio operatori per tappare il foro, ma sarebbe necessario programmare un sopralluogo per appurare l’eventuale intrusione dei ladri, che potrebbero aver danneggiato irreparabilmente questo bene dal valore immane.</p>
<p><strong>Informazioni</strong></p>
<p><a href="http://www.paglicci.net" target="_blank">www.paglicci.net</a></p>
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		<title>Turchia, Karkemish. Dopo un secolo tornano i riflettori sulla celebre città hittita</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 13:18:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia vicino oriente]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca & studi]]></category>
		<category><![CDATA[scavi]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono ripresi qualche mese fa, dopo quasi cento anni di stop, i lavori di scavo archeologico sul sito di Karkemish, la famosa città ittita, edificata su un importante guado dell’Eufrate, vicino al contemporaneo confine tra Siria e Turchia, ricordata nelle tavolette di Ebla del terzo millennio avanti Cristo e menzionata anche nella Bibbia, annientata nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignnone  wp-image-11703" title="Karkemish" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/Karkemish.jpg" alt="Karkemish" width="600" height="545" /></strong></p>
<p><strong>Sono ripresi qualche mese fa</strong>, dopo quasi cento anni di stop,<strong> i lavori di scavo archeologico sul sito di Karkemish</strong>, la famosa città ittita, edificata su un importante guado dell’Eufrate, vicino al contemporaneo confine tra Siria e Turchia, ricordata nelle tavolette di Ebla del terzo millennio avanti Cristo e menzionata anche nella Bibbia, annientata nel 717 avanti Cristo dall’esercito assiro di Sargon II e dallo stesso popolo ricostruita. In questa città Nabuccodonosor arrestò nel 605 avanti Cristo la conquista egiziana e in epoca romana essa tornò a fiorire.</p>
<p>Tra 1911 e 1920 Karkemish venne interessata dalla prima spedizione archeologica, diretta dal British Museum, a cui partecipò il famoso T.E. Lawrence, ma lo scavo fu subito abbandonato e, con l’indipendenza della Turchia, l’antico insediamento fu dimenticati e occupato da un’area di interesse militare turco, totalmente off limits per i civili, studiosi inclusi. Oggi, una missione italo-turca è tornata sul campo allo scopo di realizzare in loco un parco archeologico e di restituire l’area alla fruizione e alla ricerca. Infatti, gli atenei di Istanbul, Bologna e Gaziantep hanno avviato una collaborazione per valorizzare la plurimillenaria storia di questo sito.</p>
<p>Il sito di Karkemish conserva delle rovine imponenti: una vasta zona che si estende per oltre 90 ettari, circondata da mura che raggiungono i venti metri, un’acropoli fortificata che protegge una città con templi e palazzi, strade commemorative, una ricca necropoli. L’equipe italo-turca ha individuato la fase archeologica corrispondente alla distruzione assira del VI secolo avanti Cristo, mentre i resti della città romana in superficie celano al di sotto le tracce delle città costruire in questo sito strategico.</p>
<p>Una delle scoperte più importanti di questa prima missione archeologica è un altissimo monolite di basalto, rivestito completamente di iscrizioni in geroglifico luvio, caratteri idrografico-sillabici che celano una lingua di origine indoeuropea, decodificata da David Hawkins della British Academy. La stele, che riporta una dedica regale al dio Sole alato, effigiato nella parte superiore della rappresentazione, risale al 980 avanti Cristo, un’epoca ancora sconosciuta della storia di Karkemish.</p>
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		<title>Napoli. Dalle terme di via Terracina un progetto di sviluppo</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 21:10:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar De Simone</dc:creator>
				<category><![CDATA[politica dei beni culturali]]></category>

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		<description><![CDATA[Terme di via Terracina. Ambienti interni del complesso termale Il complesso termale di Via Terracina Un complesso termale rinvenuto nel 1939 durante gli scavi per la costruzione della Mostra d’Oltremare, ci svela l’antico volto del quartiere partenopeo di Fuorigrotta. L’edificio datato al II secolo d.C. mostrò da subito il suo ottimo stato di conservazione e la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-11688" title="Terme via Terracina" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/Terme-via-Terracina.jpg" alt="Terme di via Terracina. Ambienti interni del complesso termale" width="600" height="418" /><br />
Terme di via Terracina. Ambienti interni del complesso termale</em></p>
<h2>Il complesso termale di Via Terracina</h2>
<p>Un complesso termale rinvenuto nel 1939 durante gli scavi per la costruzione della Mostra d’Oltremare, ci svela l’antico volto del quartiere partenopeo di Fuorigrotta. L’edificio datato al II secolo d.C. mostrò da subito il suo ottimo stato di conservazione e la raffinatezza delle sue decorazioni. L’importante struttura era collocata laddove i viandanti provenienti da Neapolis e diretti a Puteoli trovavano ristoro dalle fatiche del lungo viaggio.</p>
<p>Ambienti realizzati in epoche successive – corridoio e tabernae – concedevano la possibilità ai mercanti tra un bagno e l’altro, di intrattenere anche relazioni commerciali.</p>
<p>In buone condizioni si presentano ancora oggi il <em>frigidarium</em> (ambiente riservato ai bagni freddi) il vestibolo e le latrine, associati ai mosaici di pregiata fattura realizzati in tessere bianche con cornice nera che caratterizzano questi ambienti, e che purtroppo non risultano essere in ottime condizioni a causa delle intemperie e degli agenti atmosferici cui sono esposti.</p>
<p>Il tema principale – di questi mosaici &#8211; riguarda l’incontro e le nozze di Anfitrite e <em>Poseidon</em>, a cui prendono parte tutte le creature appartenenti al mondo marino come i delfini le nereidi ed i tritoni.</p>
<p>Partendo dall’ingresso e giungendo alla <em>latrina</em>, si incontra il primo mosaico figurativo demarcato da un abside che &#8211; nelle linee orizzontali rappresentanti le onde marine &#8211; lascia scorgere due delfini, mentre più in basso una figura risulta difficilmente identificabile, probabilmente un Grifo di mare.</p>
<p>La raffigurazione del vestibolo poi, descrive la scena di una nereide seduta sulla coda di un giovane tritone in cui in basso a sinistra appare un delfino ed ai lati superiori due amorini.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-11689" title="Mosaico Tritone e Nereide" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/Mosaico-Tritone-e-Nereide.jpg" alt="Terme di via Terracina. Ambienti interni del complesso termale" width="240" height="272" /><br />
Il mosaico del vestibolo, con </em><em>Tritone e Nereide </em></p>
<p>Certamente più complesso è il mosaico quadrangolare del <em>Frigidarium</em>, a figure nere su fondo bianco, in cui vi è rappresentato un corteo di animali mitici seguiti e cavalcati da personaggi antropomorfi, arricchito da rappresentazioni di delfini posti ai quattro lati.</p>
<p>Il complesso – realizzato interamente in opera vittata laterizia e reticolata &#8211; doveva essere posto su più livelli, come testimonia una gradinata che conduce ad ambienti ormai perduti per sempre e che in parte furono distrutti a causa delle costruzioni moderne.</p>
<p>Il sito posto ai margini dell’attuale via Terracina ad oggi non è valorizzato ed il suo decadimento è dovuto anche alla scarsa conoscenza che ne ha la comunità circostante.</p>
<p>C’è però un progetto nato lo scorso settembre che prende il nome di “Roots Discovery” che ha raccolto la sfida della valorizzazione di questo sito e che mira a restituire alla cittadinanza la propria identità culturale.</p>
<h3>Cos’è “Roots Discovery”</h3>
<p>“Roots Discovery obiettivo terme” nasce con lo scopo di rivalutare e rendere fruibile a tutti i visitatori interessati il sito archeologico delle terme romane di via Terracina, e restituire alla cittadinanza coscienza ed identità storica.</p>
<p>Questa idea però, prevede anche la creazione di una associazione (che prenderà presumibilmente il nome di Roots Discovery) volta a promuovere progetti di <em>social innovation</em> applicati al patrimonio culturale, in modo da sensibilizzare i cittadini rendendoli consapevoli, responsabili ed attivi nella gestione e nella tutela del patrimonio archeologico a disposizione.</p>
<p>Sembra quindi palesarsi all’orizzonte un cambio di marcia rispetto alle politiche sociali e gestionali della cultura Napoletana, ed è proprio questo che pensa la Dott.Ssa Carla Cecere dell’associazione Napoli Città Visibile (tra i promotori del progetto assieme agli studenti della Federico II del corso di laurea magistrale in organizzazione e gestione del patrimonio culturale ed ambientale, Confprofessioni, ed il circolo Ilva Bagnoli) che commenta così: “L&#8217;idea di fondo è quella di innovare il modo di pensare le politiche di gestione, tutela e valorizzazione del patrimonio culturale, sviluppando realtà autosostenibili e replicabili in diversi contesti”.</p>
<p>Una “rivoluzione culturale” quindi, che mira a rendere i cittadini più dinamici all’interno del proprio quartiere e che li inquadra in un progetto &#8211; ad ampio raggio &#8211; curato e diretto dall’equipe diretta dal Prof. Stefano Consiglio.</p>
<p>L’intero programma è stato presentato il giorno 19 dicembre 2011 presso la sede della <strong>fondazione forum 2013</strong>, sita all’interno dell’ex asilo Filangieri registrando un gran numero di partecipanti tra cui: il direttore generale della <strong>fondazione forum 2013</strong> – Francesco Caruso, il presidente del Polo delle Scienze Umane e Sociali Università Federico II – Prof. Marco Rusciano, ed altre rappresentanze di fondazioni ed enti come Confprofessioni, Città della Scienza, Mostra d’Oltremare, ed associazioni archeologiche come “Viviamo l’Archeologia” ed il “GAN” (Gruppo Archeologico Napoletano).</p>
<p>Si attende dunque questo cambiamento tanto atteso e l’elaborazione di un calendario di attività che preveda almeno 60 giorni di apertura del sito previsti per il 2012.</p>
<p>La volontà e la passione di un gruppo di giovani archeologi, conservatori, e manager della cultura in collaborazione con la cittadinanza ed i più autorevoli enti territoriali, sembra essere la marcia vincente per l’innovazione culturale che dal quartiere di Fuorigrotta vuole espandersi a tutta la città di Napoli.</p>
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		<title>Montereggi. Nuove sorprese emergono dagli scavi sull’insediamento etrusco</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 10:57:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia etrusca]]></category>
		<category><![CDATA[scavi]]></category>

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		<description><![CDATA[Ottiene importanti risultati scientifici, come era già successo negli anni precedenti, la settima campagna di scavo sull’abitato etrusco di Montereggi (Fi), nel comune di Capraia e Limite, conclusasi nell’ottobre 2011 e condotta dal Museo Archeologico di Montelupo, in collaborazione con il comune di Capraia e Limite e in accordo con l’Università di Siena. Dopo la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11679" title="montelupo1" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/montelupo1.jpg" alt="" width="600" height="400" /></p>
<p>Ottiene importanti risultati scientifici, come era già successo negli anni precedenti, la settima <strong>campagna di scavo</strong> sull’abitato etrusco di <strong>Montereggi</strong> (Fi), nel comune di <strong>Capraia</strong> e <strong>Limite</strong>, conclusasi nell’ottobre 2011 e condotta dal <strong>Museo Archeologico di Montelupo</strong>, in collaborazione con il comune di Capraia e Limite e in accordo con l’Università di Siena. Dopo la scoperta, effettuata l’anno scorso, di una lastra con l’immagine di una donna, giacente sul fondo della vasca per la raccolta dell’acqua piovana, anche gli scavi del 2011 hanno riservato sorprese di grande interesse scientifico che fanno del sito di Montereggi un luogo interessante per lo studio dell’età etrusca.</p>
<p>Infatti, l’ultima campagna di scavo ha indagato un pozzo, situato nel settore orientale del pianoro superiore dell’abitato. La struttura era stata individuata precedentemente e parzialmente scavata: gli archeologi avevano incontrato un riempimento di pietre e laterizi. In seguito, giunti alla profondità di nove metri e mezzo, è finalmente emerso un piano di grandi tegole che celava la parte superiore di un grande dolium, appositamente staccata e collocata a coprire un’altra superficie.</p>
<p>Rimosse le pesanti parti dell’orcio, i ricercatori hanno individuato inaspettatamente dei resti umani. Si tratta dello scheletro completo di un uomo, collocata nel pozzo, probabilmente già morto, dopo esser stato inserito in un sacco-sudario. Sotto ai resti sono emersi alcuni vasi destinati al consumo di vino che conservano al loro interno una significativa quantità di resina per renderli impermeabili. Attualmente, lo scheletro è custodito presso il Laboratorio di Antropologia umana della Soprintendenza Archeologica per la Toscana, dove verrà restaurato e analizzato per verificare tutte le informazioni utili alla conoscenza della sua identità genetica, come il DNA, e alla definizione dell’evento che ha portato alla sua morte.</p>
<p>Sappiamo che le leggi proibivano rigorosamente di seppellire resti umani in area urbana e non esistono casi noti relativi alla sepoltura di un uomo in un pozzo. Inoltre, la particolarità delle sepoltura – copertura di nove metri e mezzo di pietre, successiva sistemazione – sembra indicare eloquentemente la volontà di tenere il corpo del defunto ben fermo. Il letto di ceramiche da vino sul quale era stato posizionato il corpo testimonia una strana successione di fatti: cioè, un generoso banchetto collettivo che anticipò la deposizione del defunto. L’indagine del pozzo è stata ripresa dopo il breve stop autunnale, necessario per il riordino dei materiali, per terminarne lo svuotamento e scoprire infine cosa si nasconde sotto alla sepoltura. Poiché le analisi e il restauro richiedono alcuni mesi di lavoro, si pensa di esporre i resti umani e i reperti trovati al disotto di essi presso il Museo Archeologico di Montelupo nel corso dell’estate 2012.</p>
<p><strong>Gli scavi hanno permesso di approfondire la conoscenza dell’insediamento etrusco di Montereggi, la cui importanza scientifica è ormai assodata.</strong> L’indagine dell’abitato, infatti, ha accertato l’esistenza di una vera e propria urbanizzazione, imposta al centro abitato sin dalla metà del terzo secolo avanti Cristo. In quell’epoca fu sistemato definitivamente, in base al modelle delle “grandi case” della città etrusca costruita vicino a Marzabotto, la costruzione che occupa l’intero settore nordoccidentale del piano superiore di Montereggi, facendone coincidere i lati orientale e meridionale con gli assi viari principali, definiti nell’urbanistica romana cardo e decumano. A quest’ultimo, che percorre l’insediamento in direzione est-ovest, fu assegnata una larghezza di otto metri, dimensione impiegata spesso nella fondazione di centri urbani. Riproponendo la conformazione tradizionale degli abitati antichi, inoltre, nel luogo d’incontro tra il cardo e il decumano si schiude uno spiazzo, nel quale è facilmente riconoscibile il foro dell’insediamento, a confermare puntualmente la traccia della forma urbana, scelta per l’abitato preesistente e risalente a VI-V secolo avanti Cristo.</p>
<p>La datazione del più antico impianto urbano ellenistico si può ricavare dalla lastra con immagine femminile, ritrovata sul fondo della cisterna nel 2010. L’analisi del reperto comparirà in un’opera collettiva, stampata dalla Soprintendenza Archeologica per la Toscana in onore di Francesco Nicosia, che ha datato il manufatto alla metà del terzo secolo e ne ha confermato l’origine magnogreca, da attribuire presumibilmente ad artisti provenienti dalle città della Puglia. L’iconografia della lastra evidenzia temi che applicati e sviluppati con la diffusione dell’ellenismo, ancora in età romana. La presenza di apporti culturali di questo tipo a Montereggi avverte di una possibile soluzione che lega l’urbanistica etrusca, e quella romana, a influenze culturali ellenistiche di origine magnogreca.</p>
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		<title>Siberia, Altai. Scoperto il cane addomesticato più antico</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 13:18:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Il ritrovamento del cranio di un cane risalente a circa 33.000 anni fa, avvenuto in una caverna situata nelle montagne dell’Altai, in Siberia, è la chiara e più antica evidenza di un’antica pratica di addomesticamento degli animali da parte dell&#8217;uomo, in questo caso dei cani. Insieme a quelli ritrovati in precedenza in una caverna in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11661" title="cane-domestico-altai-2" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/cane-domestico-altai-2.jpg" alt="Siberia. Scoperto il cane addomesticato più antico" width="600" height="200" /></p>
<p>Il ritrovamento del <strong>cranio</strong> di un <strong>cane</strong> risalente a circa<strong> 33.000 anni fa</strong>, avvenuto in una caverna situata nelle montagne dell’Altai, in <strong>Siberia</strong>, è la chiara e più antica evidenza di un’antica pratica di addomesticamento degli animali da parte dell&#8217;uomo, in questo caso dei cani.</p>
<p>Insieme a quelli ritrovati in precedenza in una caverna in Belgio, questi resti indicano chiaramente che l’addomesticamento dei cani è stata una pratica avviatasi autonomamente in diverse zone geografiche e che ha avuto luogo non nello stesso momento storico, ma in diverse fasi. Questo vuol dire che i migliori amici degli uomini possono avere origini da antenati diversi, contrariamente a quello che invece sostengono le verifiche del DNA fatte sino a oggi.</p>
<p>Secondo quanto affermato da un team di ricercatori dell’Università dell’Arizona, entrambi i cani, ossia quello siberiano e quello belga, sono stati identificati come specie addomesticate in base alle loro caratteristiche morfologiche. Questa affermazione si basa sul fatto che i lupi hanno il muso lungo e sottile, con i denti non ravvicinati, mentre il processo di addomesticazione ha portato (con il passare del tempo) all’accorciamento del muso, all’ampliamento della mandibola e all’avvicinamento dei denti.</p>
<p>Tra l’altro, il cranio ritrovato nelle montagne della Siberia è straordinariamente ben conservato, cosa che ha permesso agli archeologi di poter effettuare delle misurazioni molto accurate e da diverse angolazioni del cranio, dei denti e della mandibola.</p>
<p>I ricercatori, che hanno utilizzato l’acceleratore dell’Università dell’Arizona per poter arrivare a una datazione precisa del cranio ritrovato in Siberia, hanno anche aggiunto che ci sono prove sufficienti del fatto che si tratti di un animale domestico, anche se la cosa più curiosa è che non sembra essere un possibile antenato dei cani contemporanei.</p>
<p>I resti di questo animale sono stati ubicati, cronologicamente parlando, poco prima dell’ultima glaciazione, ossia quindi tra 26.000 e 19.000 anni fa, quando le distese di ghiaccio avevano raggiunto la loro massima estensione e avevano modificato in modo estremamente drammatico la vita degli esseri umani e degli animali. E sembra che né il lignaggio del cane belga né quello del cane siberiano siano riusciti a sopravvivere a un’era tanto spietata dal punto di vista della qualità della vita.</p>
<p>Senza dubbio, i due crani indicano chiaramente che l’addomesticamento dei cani da parte degli esseri umani è una pratica che si è verificata in diverse occasione nel corso della storia, e in diverse località geografiche: questa affermazione potrebbe voler dire che i cani del giorno d’oggi potrebbero avere diversi avi diversi invece che un unico antenato comune come si ipotizza da più parti.</p>
<p>Secondo i ricercatori, il fatto più interessante è che solitamente, ed erroneamente, si tende a pensare che l’addomesticamento nei tempi antichi sia stato circoscritto ad animali che, come mucche, pecore e capre, avessero qualche utilità come fonti di cibo o di pelliccia da utilizzare per gli indumenti. I cani, invece, sono stati addomesticati non perché fossero in grado di diventare fornitori di un qualche tipo di “prodotto”, ma come animali da compagnia, di aiuto nella caccia e, non per ultimo, per la maggiore protezione indivuduale in un periodo in cui la vita certo non doveva essere facile. E sono stati addomesticati prima di qualsiasi altro animale simile.</p>
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		<title>Quadrato del Sator: nuove ipotesi interpretative</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 15:01:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Todisco</dc:creator>
				<category><![CDATA[ricerca & studi]]></category>
		<category><![CDATA[storia medievale]]></category>

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		<description><![CDATA[Nuove ipotesi di interpretazione del Sator Le interpretazioni della frase sibillina del Sator sono frutto della ricerca dell’autore che, per correttezza, ha ritenuto doveroso fornire comunque una bibliografia sull’argomento. Per le precedenti interpretazioni si veda l’articolo sul Sator in Archeoguida. La diffusione della misteriosa frase latina “sator arepo tenet opera rotas” non trova ancora interpretazioni univocamente riconosciute [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11656" title="Capestrano (AQ, chiesa medievale di San Pietro ad Oratorium, il Quadrato Magico" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/sator05.jpg" alt="sator arepo tenet opera rotas" width="600" height="394" /></p>
<h2>Nuove ipotesi di interpretazione del Sator</h2>
<p>Le interpretazioni della frase sibillina del Sator sono frutto della ricerca dell’autore che, per correttezza, ha ritenuto doveroso fornire comunque una bibliografia sull’argomento. Per le precedenti interpretazioni si veda l’articolo sul Sator in Archeoguida.</p>
<p>La diffusione della misteriosa frase latina “<em>sator arepo tenet opera rotas</em>” non trova ancora interpretazioni univocamente riconosciute dalla comunità scientifica a causa della sua polivalenza di inquadramento sociale (in ambito sia mistico-religioso sia laico-profano), cronologico (attestato dal I al XVI secolo) e geografico (Italia, Francia, Spagna, Ungheria, Inghilterra).</p>
<p>La storia del “Quadrato del Sator” sembrerebbe risalire al primo impero romano quindi ascrivibile in un contesto in cui il cristianesimo in Europa era tutt’altro che la religione preponderante. L’ambiente in cui nacque il suo messaggio iniziatico fu quasi sicuramente quello pagano forse con alcuni influssi di stampo giudaico-cristiano.</p>
<p>La continuazione d’uso di questo schema grafico associato ad un motto-messaggio potrebbe essere avvenuta in un contesto come quello dell’Europa cristiana, sia laica sia clericale, con un travisamento o rinnovato utilizzo del significato morale che la frase riverberava nella società romana più o meno colta.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-11655" title="Schema classico del quadrato del Sator" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/ipotesisator01.jpeg" alt="Schema classico del quadrato del Sator" width="250" height="251" /></em><br />
<em>Schema classico del quadrato del Sator</em></p>
<p>Le seguenti ipotesi interpretative considerano la possibilità che la parola AREPO sia di origine greca.</p>
<h3>ipotesi del “seminatore-guerriero”</h3>
<p>è possibile che il breve motto fosse nato con l’intento di elogiare lo stile di vita dell’uomo dedito al lavoro dei campi ma anche alla difesa della patria quindi un contadino-guerriero come quello della società romana fino alla riforma militare del generale Mario (II-I secolo a.C.).</p>
<p>A tale proposito, per ottenere una non facile palindromia con 25 lettere, sarebbe stato inserito come secondo vocabolo l’aggettivo greco “àreios” ovvero “guerresco, bellicoso” in caratteri greci maiuscoli: APEIOΣ / APEIOC formato da sei lettere e in seguito ridotto a cinque nel seguente modo:</p>
<p>APEIOC &gt; APEPC &gt; APEPO &gt; AREPO</p>
<p>Nel primo passaggio la I e la O si sarebbero fuse in un’unica lettera graficamente simile alla P.</p>
<p>Nel secondo passaggio il sigma finale, C, avrebbe visto mutare di poco la propria forma divenendo una O.</p>
<p>Nel terzo passaggio, esclusivamente per motivi di palindromia, alla P si sarebbe aggiunta una linea per ottenere R. AREPO così diverrebbe il palindromo di OPERA da un originale aggettivo greco inserito in una frase latina, frutto di un’operazione erudita non estranea alla sfera intellettuale romana (basti pensare che anche Seneca nel I secolo d.C. avrebbe fatto uso, non raramente, di termini greci nei propri scritti; il <em>Trattato del Sublime</em> “<em>Perì Hypseos</em>” fu redatto nel greco del I secolo d.C. così come anche i “Dialoghi con sé stesso” di Marco Aurelio, II secolo d.C.).</p>
<p>Il più famoso esempio mitico del contadino-guerriero è un eroe illustre della Roma della prima Repubblica, Lucio Cincinnato, forse ispiratore del motto nato in un periodo sanguinoso, fra Repubblica e Impero, in cui era stata caldeggiata da Augusto la ripresa della morale e del mito.</p>
<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-11657" title="“Cincinnato abbandona l'aratro per diventare dittatore”, di Juan Antonio Ribera (1779-1860)" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/ipotesisator02.jpg" alt="“Cincinnato abbandona l'aratro per diventare dittatore”, di Juan Antonio Ribera (1779-1860)" width="600" height="444" /></em><br />
<em>“Cincinnato abbandona l&#8217;aratro per diventare dittatore”, di Juan Antonio Ribera (1779-1860)</em></p>
<h3>ipotesi α privativo + aggettivo</h3>
<p>altrettanto possibile è la derivazione di AREPO da α privativa unita all’aggettivo greco ρέπων “<em>rèpon</em>” (da <em>rèpo</em> = inclinarsi, piegarsi) o πέπων “<em>pèpon</em>” (maturo). In entrambi i casi le lettere totali con alfa sarebbero sei e, sempre per motivi di palindromia e di spazio, si sarebbe tralasciata l’ultima lettera portando ai seguenti passaggi:</p>
<p>alfa + <em>rèpo(n)</em> = AREΠΩ &gt; AREPΩ &gt; AREPO</p>
<p>alfa + <em>pèpo(n)</em> = AΠEΠΩ &gt; APEPΩ &gt; AREPO</p>
<p>In ambedue le situazioni la lettura è in chiave spirituale, associabile all’ambiente cristiano, e con la prima parola si indicherebbe il seminatore che non si fa piegare/sottomettere dalle fatiche della vita così come il cristiano non deve soccombere di fronte alle tentazioni mentre nel secondo campo semantico il rimando è alla giovane età di Cristo morto sulla croce e quindi “non ancora maturo” ovvero “giovane”.</p>
<p>In entrambi i casi è stato necessario un forte adattamento dai caratteri greci maiuscoli a quelli latini maiuscoli.</p>
<p>Non si esclude un passaggio dalla prima ipotesi (seminatore-guerriero) alla seconda nella fase di transizione da paganesimo a cristianesimo.</p>
<h3>Bibliografia</h3>
<ul>
<li>GUARDUCCI M. 1965, <em>Il misterioso “Quadrato Magico”, l’interpretazione di Jérome Carcopino e documenti nuovi</em> in <em>Rivista di archeologia classica</em>, XVII, pp. 219-270.</li>
<li>GWYN GRIFFITHS J. 1971, <em>&#8216;Arepo&#8217; in the Magic &#8216;Sator&#8217; Square&#8217;</em> in <em>The Classical Review</em>, vol XXI.</li>
<li>IANNELLI N. 2009, Sator – <em>Epigrafe del culto delle sacre origini di Roma &#8211; la genesi e il significato del quadrato magico svelati nella teoria della correlazione astronomica</em>, Foggia.</li>
<li>PALMIERI R. 2003,<em> L’enigma di Sator, incontri di archeologia</em>. Conferenza tenutasi nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli, 10 maggio 2003.</li>
</ul>
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		<title>Roma. La Uil ritira l&#8217;esposto sul finanziamento Tod&#8217;s per il Colosseo</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 13:32:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[restauri]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 18 marzo 2011 la Uil beni culturali aveva presentato a magistratura e Corte dei conti un esposto sul contratto di sponsorizzazione dell’Anfiteatro Flavio, firmato dal Ministero dei Beni culturali e dalla Tod’s. La presa di posizione della Uil aveva scatenato un caos mediatico e, nelle ultime settimane, il sindaco Gianni Alemanno si era sentito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11652" title="Colosseo 171" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/Colosseo-171.jpg" alt="" width="600" height="450" /></p>
<p>Il 18 marzo 2011 la Uil beni culturali aveva presentato a magistratura e Corte dei conti un esposto sul contratto di sponsorizzazione dell’Anfiteatro Flavio, firmato dal Ministero dei Beni culturali e dalla Tod’s. La presa di posizione della Uil aveva scatenato un caos mediatico e, nelle ultime settimane, il sindaco Gianni Alemanno si era sentito aggredito dai media, invitando la Uil a fare un passo indietro.</p>
<p>Il sindacato fa ora un passo indietro, sottolineando la sua storica attività nella tutela del Patrimonio Culturale. L’esposto non era contro il restauro del Colosseo, spiega la Segreteria Nazionale, che la Uil pensa vada restaurato come gli altri Beni culturali presenti a Roma e, più in generale, su tutto il territorio italiano, ma voleva attirare l’attenzione dei media e dei soggetti istituzionali che, invece di controllare i profili di legittimità di un accordo che tutt’ora non è stato reso pubblico, hanno attaccato la Uil Beni e Attività Culturali, accreditandogli la colpa dello stop del restauro del monumento.</p>
<p>L’esposto non può fermare i lavori di restauro del Colosseo perché la Soprintendenza speciale all’Archeologia di Roma disporrebbe di risorse sufficienti ad apprestare interventi, almeno quelli più urgenti. I dati resi noti dalla verifica effettuata dal Mibac e pubblicati nella circolare n. 11 del 9 gennaio segnalano che la Soprintendenza, in data 30 novembre 2011, possedeva nelle sue casse 82.720.008,78 milioni di euro. Questo implica che ad oggi esistono le condizioni per intraprendere tutte quelle azioni di tutela del Colosseo. Inoltre, alla stessa data nei bilanci speciali delle Direzioni Regionali, Soprintendenze, Istituti, Biblioteche e Archivi vi erano 536.266.773,37 milioni di euro che si addizionano ai conteggi di Tesoreria Unica per 181.750.209,07 milioni di euro. L’importo significativo ammonterebbe dunque a oltre 717 milioni di euro.</p>
<p>Va ovviamente verificato quanto di questi capitali sono già stati investiti da parte delle Direzioni Regionali, delle Soprintendenze e degli Istituti speciali. Il Ministro dovrebbe verificare le capacità di esborso delle numerose articolazioni del Ministero e accertare quali risorse rimangano in giacenza per immetterle nei circuiti territoriali, in modo da imprimere una spinta alle difficoltà di occupazione e di lavoro. Nello specifico caso del Colosseo, considerato lo spessore delle risorse disponibili, bisognerebbe effettuare urgentemente e in maniera trasparente un controllo. Per evitare future rappresentazioni distorte e fantasiose della realtà e non alimentare ulteriori sospetti verso un esercizio sempre lineare e corretto dell’attività sindacale, la Uil Beni e Attività Culturali ha ritirato l’esposto, inoltrato il 18 marzo 2011 alla Repubblica e alla Corte dei Conti.</p>
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		<title>Perù. Gravi rischi per il sito archeologico di Nazca</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 13:32:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[degrado e rischi]]></category>
		<category><![CDATA[geoglifici]]></category>
		<category><![CDATA[Nazca]]></category>

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		<description><![CDATA[Strategie politiche e degrado urbano minacciano di far sparire per sempre le linee di Nazca, i famosi disegni giganti tracciati tra il 300 avanti Cristo e il 500 dopo Cristo nel sud del Perù dalle antiche civiltà e formati originariamente da oltre tredici mila linee. Tuttora gli archeologi cercano di venire a capo del mistero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11649" title="rischi per il sito archeologico di Nazca" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/rischio-nazca.jpg" alt="rischi per il sito archeologico di Nazca" width="600" height="450" /></p>
<p>Strategie politiche e degrado urbano minacciano di far sparire per sempre le linee di<strong> Nazca</strong>, i famosi disegni giganti tracciati tra il 300 avanti Cristo e il 500 dopo Cristo nel sud del Perù dalle antiche civiltà e formati originariamente da oltre tredici mila linee. Tuttora gli archeologi cercano di venire a capo del mistero costituito da queste antichissime testimonianze della devozione per gli antenati e sulla loro valenza mistica, simbolica e astronomica. Conservatesi per millenni, negli ultimi cinquant’anni i geoglifi sono stati vittime di scempio inarrestabile e le autorità locali non riescono a salvaguardarli, fermando una distruzione provocata dalla mancanza di mezzi di tutela e dagli interessi economici che orbitano attorno al sito archeologico. Infatti, connessioni veloci, urbanizzazione selvaggia, autostrade e rifiuti stanno cancellano gradualmente le linee di Nazca.</p>
<p>La denuncia del grave deterioramento della famosa testimonianza peruviana giunge dall’archeologo <strong>Giuseppe Orefici</strong>, direttore del Cisrap, che lavora da trent&#8217;anni sul territorio peruviano. Lo studioso sottolinea che i transiti della Panamerica sui geoglifi non hanno di certo aiutato la conservazione delle enormi incisioni nel terreno e l’espansione urbana smisurata, voluta dai politici locali e permessa dallo Stato peruviano, con il benestare del Ministero della Cultura, ha cambiato il volto dell’area di Nacza. Inoltre, è stato scavato un solco per ricoprire le fibre ottiche impiantate dalla compagnia spagnola Telefónica che ha danneggiato notevolmente la parte dei geoglifi incisi vicini alla Panamericana, mentre l’industria estrattiva e l’espansione agricola hanno causato un terribile scempio paesaggistico, ecologico e idro-ecologico, compromettendo ulteriormente le linee. Il degrado si estende anche nelle altre città: la capitale regionale Ica, Palpa, Cahuachi.</p>
<p>L’unico elemento imperante pare essere l’interesse economico. Il sindaco attuale vede nel turismo un importante fattore di sviluppo, ma il suo predecessore ha scaricato per dieci anni l’immondizia sulle linee di Nazca e, benché denunciato dal Ministero, non è mai stato fermato. E anche oggi quello che si sta facendo per tutelare questa importante testimonianza archeologica è praticamente zero. Il Ministero afferma di non fruire dei mezzi per intervenire, considerando che il suo rappresentante locale non possiede manco una motocicletta per spostarsi sulla vasta area dove sono incise le linee. E neanche si interviene su chi promuove e concretizza le invasioni della zona interessata dai geoglifi. Per salvaguardarle i monumenti archeologici basterebbe un minimo di responsabilità civile e di amore per il proprio patrimonio archeologico e storico, commenta il professore.</p>
<p>Fortunatamente, molti studiosi si sono accorti della strage di un retaggio culturale che appartiene a tutto il mondo. Ad esempio, il Cisrap, spiega il professore, benché non operi direttamente su Nazca, ma a Cahuachi, dove svolge continuativamente da trent’anni indagini archeologiche, ha iniziato dal 2002 un programma di consolidamento, conservazione e valorizzazione della più grande costruzione cerimoniale in mattone crudo del mondo. I risultati del lavoro, di risonanza internazionale, hanno consentito di proteggere almeno questo importantissimo monumento, visitato oggi da migliaia di persone.</p>
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