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	<title>ArcheoRivista - rivista di archeologia &#187; Martina Calogero</title>
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		<title>Hierapolis. Archeologi italiani confermano la scoperta della tomba dell&#8217;apostolo Filippo</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 11:21:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia cristiana]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>
		<category><![CDATA[San Filippo]]></category>

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		<description><![CDATA[Grazie al lavoro dei ricercatori dell’Università del Salento quella che per oltre duemila anni si è pensato fosse solamente una leggenda, oggi è diventata realtà. Risolvendo un ingarbugliato enigma dell’antichità, gli archeologi hanno individuato nel sito turco di Hierapolis la tomba di San Filippo, uno degli apostoli, martirizzato nell&#8217;80 dopo Cristo. La missione archeologica italiana, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11731" title="tomba-di-san-filippo" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/tomba-di-san-filippo.jpg" alt="tomba di San Filippo" width="600" height="487" /></p>
<p>Grazie al lavoro dei ricercatori dell’Università del Salento quella che per oltre duemila anni si è pensato fosse solamente una leggenda, oggi è diventata realtà. Risolvendo un ingarbugliato enigma dell’antichità, gli archeologi hanno individuato nel sito turco di<strong> Hierapolis </strong>la<strong> tomba di San Filippo</strong>, uno degli<strong> apostoli</strong>, martirizzato nell&#8217;80 dopo Cristo.</p>
<p>La missione archeologica italiana, diretta da Francesco D&#8217;Andria, professore ordinario di archeologia classica, ha comprovato la natura del monumento, individuato l’anno scorso, sotto ai resti di un tempio bizantino del V secolo, costruito proprio in omaggio alla tomba. Le operazioni di scavo sono condotte da un’equipe internazionale formata da italiani, tedeschi, francesi e norvegesi.</p>
<p>Indagato in particolare dal team italiano, già a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, è il &#8220;martyrion&#8221;, ovvero l’edificio religioso edificato sul luogo dove fu massacrato l&#8217;apostolo. Sono stati usati anche sistemi geofisici per individuare eventuali vuoti in questa chiesa, ma senza risultati.</p>
<p>Però, quando le ricerche sono state spostate ad un’area limitrofa all’elevato è emerso un elemento straordinario: un’altra chiesa, costruita intorno a una sepoltura romana del I secolo. Una serie di elementi ha permesso l’identificazione di questa chiesa a tre navate con quella edificata attorno alla tomba romana in cui, tradizionalmente, si crede sia stato sepolto San Filippo.</p>
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		<title>Bolivia. Missione archeologica italiana scopre insediamento precolombiano</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 11:19:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[La cittadella scoperta somiglia, in piccolo, a lal celebre Macchu Picchu (nella foto) A Inkata, nella provincia boliviana di La Paz, una spedizione archeologica italiana ha portato alla luce una cittadella precolombiana. La scoperta è stata effettuata nell’ambito del progetto “Valle del Takesi”, diretto da Patrizia Di Cosimo, ricercatrice e professoressa del Dipartimento di Storia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignnone  wp-image-11728" title="Valle del Takesi" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/Valle-del-Takesi.jpg" alt="" width="420" height="487" /> </em><br />
<em>La cittadella scoperta somiglia, in piccolo, a lal celebre Macchu Picchu (nella foto) </em></p>
<p>A <strong>Inkata</strong>, nella provincia boliviana di La Paz, una spedizione archeologica italiana ha portato alla luce una <strong>cittadella precolombiana</strong>.</p>
<p>La scoperta è stata effettuata nell’ambito del progetto “<strong>Valle del Takesi</strong>”, diretto da <strong>Patrizia Di Cosimo</strong>, ricercatrice e professoressa del Dipartimento di Storia e metodi per la conservazione dei Beni culturali dell&#8217;Università di Bologna, e finanziato dal Ministero degli Esteri italiano. L’iniziativa coinvolge studenti di antropologia e archeologia dell’Università di Bologna, dell’Universidad Mayor de San Andre&#8217;s di La Paz e della Unidad Nacional de Arqueología.</p>
<p>Il progetto si propone di tracciare una mappa archeologica della regione utilizzando il sistema del GIS, con l’obiettivo di creare una banca dati utili per la tutela e la conservazione del patrimonio archeologico, storico, culturale e ambientale; di individuare le civiltà pre-ispaniche insediatesi nella zona e come usavano il territorio e le risorse naturali, secondo il modello teorico degli arcipelaghi verticali; di verificare le continuità culturali e la percezione della sacralità nelle comunità che attualmente vivono nelle Yungas; di integrare le informazioni archeologiche con la ricerca e l’analisi della documentazione di età coloniale, conservati in archivi e biblioteche.</p>
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		<title>Bologna. La bellezza femminile nelle medaglie del Museo Archeologico</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 13:28:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[mostre]]></category>
		<category><![CDATA[storia rinascimentale]]></category>

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		<description><![CDATA[Da domenica 19 febbraio 2012, l’Atrio del Museo Civico Archeologico di Bologna ospiterà una piccola sezione delle medaglie, analizzate da Nicol Ranci nella sua tesi di laurea: “Capillamenti Dignitas. L’acconciatura femminile nelle medaglie del XV e XVI secolo della Collezione del Museo Civico Archeologico di Bologna”. L’indagine si è focalizzata sullo studio delle acconciature presenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11713" title="mostra-medaglie" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/mostra-medaglie.jpg" alt="Bologna. La bellezza femminile nelle medaglie del Museo Archeologico" width="434" height="335" /></p>
<p>Da domenica 19 febbraio 2012, l’Atrio del <strong>Museo Civico Archeologico di Bologna</strong> ospiterà una piccola sezione delle medaglie, analizzate da Nicol Ranci nella sua tesi di laurea: “Capillamenti Dignitas. L’acconciatura femminile nelle medaglie del XV e XVI secolo della Collezione del Museo Civico Archeologico di Bologna”. L’indagine si è focalizzata sullo studio delle acconciature presenti nella produzione medaglistica del Quattrocento e del Cinquecento, con riferimento particolare ai reperti della collezione bolognese, quale testimonianza non solamente di tendenze e di mode, ma anche di implicazioni antropologiche, sociali e storiche, espresse nell’atto dell’acconciarsi.</p>
<p>Negli ultimi tempi si sta assistendo a uno sviluppo degli studi dedicati alla storia della moda e, più in generale, del costume, a conferma di quanto tali tipi di ricerche possano collaborare all’individuazione della cronologia di opere pittoriche e scultoree. Un nuovo modo per interpretare e leggere la medaglia, opera artistica prodotto di quel periodo straordinario che fu il Rinascimento. Realizzate con il chiaro intento di commemorare i personaggi rappresentati, le loro imprese e le loro virtù, le medaglie ci consentono oggi di narrare storie antiche o di raccontare, in questo caso, di donne, più o meno famose, la cui immagine, accuratamente cesellata nel bronzo, è stata tramandata fino a noi.</p>
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		<title>Asti. Dopo quasi mezzo secolo tornano in mostra gli Etruschi</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 13:27:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia etrusca]]></category>
		<category><![CDATA[mostre]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo quasi cinquant’anni, il Piemonte torna ad ospitare una grande mostra dedicata agli Etruschi, anello culturale di congiunzione tra il Mediterraneo e l’Europa celtica. “ETRUSCHI. L’ideale eroico e il vino lucente” svelerà al pubblico una preziosa selezione di manufatti etruschi e greci poco conosciuti, provenienti dalle principali collezioni etrusche italiane, tra cui quella dei Musei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11711" title="estruschi" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/Mostra-Etruschi-Palazzo-Mazzetti-Asti.jpg" alt="Asti. Dopo quasi mezzo secolo tornano in mostra gli Etruschi " width="600" height="848" /></p>
<p>Dopo quasi cinquant’anni, il Piemonte torna ad ospitare <strong>una grande mostra dedicata agli Etruschi</strong>, anello culturale di congiunzione tra il Mediterraneo e l’Europa celtica. “ETRUSCHI. L’ideale eroico e il vino lucente” svelerà al pubblico una preziosa selezione di manufatti etruschi e greci poco conosciuti, provenienti dalle principali collezioni etrusche italiane, tra cui quella dei Musei Vaticani. L’esposizione, curata da Alessandro Mandolesi e Maurizio Sannibale, è voluta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, con il sostegno scientifico con i Musei Vaticani, la collaborazione della Regione Piemonte e il contributo, con importanti prestiti, di importanti istituzioni museali e culturali italiane.</p>
<p>L’evento sarà inaugurato sabato 17 marzo 2012 e ospitato, fino al 15 luglio, ad Asti, presso Palazzo Mazzetti. La scelta di Asti come sede della mostra non è casuale: infatti, sarà esposto in anteprima l’<strong>elmo crestato villanoviano in bronzo</strong>, occultato per secoli nelle acque del Tanaro e scoperto alla fine del XIX secolo. L’elmo simboleggia il primo contatto tra gli Etruschi e la civiltà della vallata del Tanaro e offrirà un punto di partenza per approfondire i contatti più antichi tra il Mediterraneo orientale e greco e l’Occidente etrusco, con inevitabili riflessi nell’Italia settentrionale e nell’Europa celtica. I poemi di Omero saranno il filo conduttore che accompagnerà i visitatori lungo la prima parte dell’esposizione, nello stesso modo in cui gli stessi racconti trasmisero nuovi ideali di vita alle aristocrazie italiche e etrusche.</p>
<p>L’elmo di Asti è databile all’inizio del primo millennio avanti Cristo e risale al periodo villanoviano, civiltà italiana dell’età del Ferro in cui riconosciamo i primi Etruschi, rappresentata dal rito funerario crematorio e dalla forte prerogativa guerriera dei personaggi di potere. Vicino ai guerrieri villanoviani – contraddistinti da armi e accessori legati al possesso del cavalo – compaiono le mogli, qualificate dal cinturone di bronzo, lavorato finemente, dagli ornamenti personali e dal fuso, simbolo della signora filatrice. La bevanda preferita da queste antiche famiglie è un tipico vino italico ottenuto già nell’età del Bronzo dalla vite vinifera silvestre e bevuto in grosse tazze d’impasto.</p>
<p>I contatti con l’Oriente, allacciati attorno al secolo VIII avanti Cristo, portò sulle tavole della nobiltà etrusca nuovi contenitori e vasi, e la moda di consumare vino raffinato. Le famiglie più importantisi legano strettamente con i Fenici e i Greci, tanto da assimilare alcune tematiche figurative e modelli culturali. Con l’avviamento alla scrittura e la diffusione di una nuova maniera di banchettare e di un’eroica ideologia funeraria, nasce un nuovo stile di vita aristocratico che cambierà profondamente l’aspetto della società italica.</p>
<p>L’esposizione si divide in due sezioni. La prima racconta l’importazione dell’ideale eroico e dei costumi omerici in Etruria, per mezzo di una serie di tematiche – mito, commercio, atletismo, cura del corpo, oplitismo, costume – che contraddistinguono le prime fasi della cultura etrusca. Con la diffusione dei poemi omerici nella penisola italiana cambia l’autorappresentazione dei personaggi più autorevoli della comunità etrusca che ora perseguono l’ideale del principe-eroe e si qualificano, oltre che per l’abilità militare, anche per le grandi ricchezze accumulate e le usanze cerimoniali.</p>
<p>La seconda parte della mostra si apre con il banchetto, nelle sue varie rappresentazioni: servizi di pregio, suppellettili e suggestive immagini di scultura e pittura illustrano la pratica del banchetto tra gli Etruschi. Questo tema è illustrato dalla ricostruzione originale di una sepoltura a camera dipinta, con una bellissima scena conviviale del secolo V avanti Cristo, che offre ai visitatori la possibilità di ammirare un ambiente affrescato. Inoltre, per la prima volta dopo il ritrovamento ottocentesco, si potrà visitare riunificato il sarcofago dei Vipinana da Tuscania, con la rappresentazione del defunto gozzovigliante sul coperchio e l’immagine del mito di Niobidi sulla cassa.</p>
<p>La mostra si chiude con una rarità espositiva: un omaggio al rapporto tra Etruschi e Savoia e al gusto artistico all’etrusca diffuso in Europa tra XVIII e XIX secolo. È, infatti, esposto il lussuoso gabinetto etrusco del Castello di Racconigi, voluto da re Carlo Alberto e realizzato da Pelagio Palagi.</p>
<p>Asti, Palazzo Mazzetti<br />
17 marzo &#8211; 15 luglio 2012, da martedì a domenica h 9.30 – 19.30, lunedì chiuso.<br />
Info contenuti mostra: Tel. 335-6175139 – E-mail: <a href="etruschi@fondazionecrasti.it" target="_blank">etruschi@fondazionecrasti.it</a>.<br />
Info e Prenotazioni: Tel. 02-43353522 – E-mail: <a href="servizi@civita.it" target="_blank">servizi@civita.it</a>.<br />
Biglietti:<br />
9,00 intero.<br />
7,00 ridotto gruppi, minori di 18 e maggiori di 65 anni, titolari di apposite convenzioni.<br />
3,00 ridotto speciale scuole.<br />
Sito-web della mostra (in corso di attivazione): <a href="www.etruschiadasti.it" target="_blank">www.etruschiadasti.it</a>.<br />
Palazzo Mazzetti: <a href="www.palazzomazzetti.it" target="_blank">www.palazzomazzetti.it</a>.</p>
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		<title>Intervista al professor Edoardo D’Angelo</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 13:25:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Carta d&#8217;identità Università: Napoli Suor Orsola Benincasa Nome del corso: Archeologia e Scienze dell’Antichità e del Medioevo Competenze didattiche: (LM) Anno di istituzione: 2009 (prima era una Specialistica) Numero di docenti (2008): circa 25 Numero di iscritti (2008): circa 100 Sede principale: Napoli, via S, Caterina 37 Recapiti: Napoli, via S, Caterina 37 D Oltre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-11709" title="professor Edoardo D’Angelo" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/professor-Edoardo-D’Angelo.jpg" alt="professor Edoardo D’Angelo" width="100" height="93" /></strong></p>
<p><strong>Carta d&#8217;identità</strong></p>
<ul>
<li>Università: Napoli Suor Orsola Benincasa</li>
<li>Nome del corso: Archeologia e Scienze dell’Antichità e del Medioevo</li>
<li>Competenze didattiche: (LM)</li>
<li>Anno di istituzione: 2009 (prima era una Specialistica)</li>
<li>Numero di docenti (2008): circa 25</li>
<li>Numero di iscritti (2008): circa 100</li>
<li>Sede principale: Napoli, via S, Caterina 37</li>
<li>Recapiti: Napoli, via S, Caterina 37</li>
</ul>
<p><strong>D Oltre all&#8217;insegnamento, quali sono i principali progetti in corso?</strong><br />
R L’Ateneo ha operato, nell’ambito dell’archeologia postclassica, su diversi fronti. Per molti anni il centro delle attività è stato costituito dall’abbazia di San Vincenzo al Volturno, in Molise, uno dei più grandi siti altomedievali europei. Dallo studio di questo “giacimento” è scaturita una copiosa produzione scientifica, che ha interessato, oltre all’ambito prettamente archeologico, in tutte le sue declinazioni, anche quelli degli studi storici e storico-artistici. Contemporaneamente, da quasi un decennio si lavora all’esplorazione del grande castello di Rupe Canina, che divenne celebre in età normanna per essere stato feudo della famiglia dei conti di Alife che, per molti anni, tennero testa a re Ruggero II d’Altavilla.</p>
<p>Per quanto riguarda l’area mediterranea occorre ricordare il progetto di ricerca “Monastiraki”, che nasce da una collaborazione che l’Ateneo ha messo in essere negli ultimi anni con l’Archaeological Institute of Cretological Studies per lo studio archeologico e l’applicazione di nuovi strumenti di tecnologia avanzata al complesso protopalaziale di Monastiraki a Creta (Grecia).  Sulla base di una convenzione con la Soprintendenza di Trapani e il Comune di Pantelleria si ricorda il progetto di scavo e ricerca protostorica presso il sito di Mursia sull’isola di Pantelleria (Trapani).</p>
<p>Infine, un progetto fortemente collegato con il territorio di appartenenza dell’ Ateneo: il “Progetto Vivara”, che prevede ricerche archeologiche di terra e subacquee a Procida-Vivara. Tutti i reperti provenienti dall’isola di Vivara sono oggetto di studio e analisi presso i laboratori dell’Ateneo.  Tale progetto è finalizzato ad un’unica azione globale di valorizzazione di un’isola caratterizzata dalla presenza di eccezionali testimonianze dell’età del Bronzo in uno con gli aspetti più suggestivi della natura.</p>
<p>Si segnala anche l’importanza del prosieguo del progetto di ricerca scientifica nell’area di Pompei con lo scavo condotto dal Prof. Pappalardo e dal Dott. Grimaldi nell’area del giardino della Casa di Marco Fabio Rufo a Pompei in Convenzione con la Soprintendenza Archeologica di Pompei. Le ricerche condotte sul campo sono ora in corso di pubblicazione e nel futuro si amplierà lo spettro dell’intervento con altri saggi che verranno condotte nelle adiacenti case del Bracciale d’Oro e di Maras Castricio.</p>
<p>Tali progetti, già oggetto di varie pubblicazioni e comunicazioni a convegni internazionali, si affiancano al lavoro e alla presenza svolto sul campo dal Centro Internazionale per gli Studi Pompeiani “Amedeo Maiuri” dell’Ateneo che sta svolgendo, in accordo con il Comune di Pompei, un ruolo importante nella rivalutazione dell’area a Nord degli scavi di Pompei (CISP).</p>
<p><strong>D E quelli per il futuro?</strong><br />
R Il laboratorio di Archeologia Tardoantica e Medievale, da quattro anni basato a Piedimonte Matese presso la sede della Società Storica del Medio Volturno, sta ampliando ed approfondendo il suo sguardo sul ricchissimo orizzonte archeologico dell’Alto Casertano, ed in particolare della Valle del Volturno: stiamo avviando un promettente progetto di indagine presso l’abbazia del SS.Salvatore di San Salvatore Telesino (BN), che fu luogo ove, nel XII secolo, dimorarono personaggi del calibro di S. Anselmo di Canterbury e del cronista Alessandro di Telese. A Pompei la ricerca sul campo continuerà nei modi e nei tempi già precedentemente esplicitati con l’ausilio ed il supporto didattico del CISP per permettere la formazione dei nostri studenti in una delle aree archeologiche più importanti al mondo.</p>
<p><strong>D Il progetto già realizzato che è il vostro “fiore all&#8217;occhiello”?</strong><br />
R Fra i diversi risultati, vale la pena ricordare soprattutto il volume sul Molise preromanico e romanico che vedrà la luce nel 2012 per i tipi della Jaca Book, all’interno della prestigiosa collana “Patrimonio Artistico Italiano”. L’Ateneo Suor Orsola si è impegnato a promuovere e diffondere la cultura della qualità, attraverso una adeguata pianificazione, gestione e controllo di tutte le attività di ricerca. Nel 2006 questo processo si è concluso con successo con la certificazione UNI EN ISO 9001: 2008 per “formazione, progettazione e ricerca nel campo delle scienze e tecniche applicate all’archeologia e del restauro attraverso l’attività di laboratorio”. Con tale certificazione il Laboratorio di Scienze e Tecniche applicate all’ Archeologia, afferente al CdL Magistrale in Archeologia e Scienze dell’Antichità e del Medioevo, testimonia il suo impegno nella ricerca, nell’attività di formazione e nella progettazione a tutto vantaggio per i discenti. L’obiettivo raggiunto costituisce dunque il tangibile riconoscimento del lavoro efficiente, trasparente e funzionale che il Laboratorio sta svolgendo in questi ultimi anni nell’ambito del Corso di Laurea in Archeologia e Scienze dell’Antichità e del Medioevo.</p>
<p>L’Ateneo Suor Orsola si è impegnato a promuovere e diffondere la cultura della qualità, attraverso una adeguata pianificazione, gestione e controllo di tutte le attività di ricerca. Nel 2006 questo processo si è concluso con successo con la certificazione UNI EN ISO 9001: 2008 per “formazione, progettazione e ricerca nel campo delle scienze e tecniche applicate all’archeologia e del restauro attraverso l’attività di laboratorio”. Con tale certificazione il Laboratorio di Scienze e Tecniche applicate all’ Archeologia, afferente al CdL Magistrale in Archeologia e Scienze dell’Antichità e del Medioevo, testimonia il suo impegno nella ricerca, nell’attività di formazione e nella progettazione a tutto vantaggio per i discenti. L’obiettivo raggiunto costituisce dunque il tangibile riconoscimento del lavoro efficiente, trasparente e funzionale che il Laboratorio sta svolgendo in questi ultimi anni nell’ambito del Corso di Laurea in Archeologia e Scienze dell’Antichità e del Medioevo.</p>
<p>La presenza dell’Ateneo nell’area archeologica di Pompei tra il 2004 ed il 2007 ha dato la possibilità a più di 500 studenti di formarsi sul campo mediante il loro periodo di frequnza e partecipazione alle attività di scavo e ricerca condotte nell’area dal Prof. Pappalardo e dal Dott. Grimaldi. Ciò ha portato ad una costante formazione degli studenti sul delicato tema della conservazione in relazione allo scavo e alla tutela e fruizione di un bene chiuso al pubblico quale quello della Casa di Marco Fabio Rufo.</p>
<p>In più in collaborazione con l’Università di Tokyo si è giunti ad una prima vera monografia delle case occupanti l’area dell’Insula Occidentalis a Pompei con in più la pubblicazione per la prima volta di oltre 1000 fotografie a colori degli apparati decorativi ancora visibili in queste dimore, operazione questa che funge da memoria per lo stato di conservazione di una delle aree più belle di Pompei non accessibili dal pubblico visitatore.</p>
<p>Il CISP ha invece il merito di conservare e preservare sul territorio la memoria degli scavi e delle ricerche ivi condotte attraverso la conservazione di parte della Biblioteca di Amedeo Maiuri, fonfo sottoposto a vincolo.</p>
<p><strong>D Avete collaborazioni con altri enti e istituzioni italiani?</strong><br />
R Il Laboratorio di Archeologia Tardoantica e Medievale tradizionalmente collabora in primo luogo con gli Enti territoriali, con i quali costruisce progetti per la valorizzazione del patrimonio archeologico e monumentale postclassico. Ma meritano di essere ricordate le collaborazioni con l’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e con la Scuola Speciale per Archivisti e Bibliotecari della “Sapienza” di Roma, per l’edizione degli inediti di Vincenzo Federici, lo studioso che pubblicò l’edizione critica del Chronicon Vulturnense, la principale fonte sulla storia di San Vincenzo al Volturno.</p>
<p><strong>D E con enti e istituzioni stranieri?</strong><br />
R Si è appena avviata la nostra collaborazione con il progetto europeo del Corpus dell’Architettura Religiosa dell’Europa (secoli IV – XI), per il censimento di tutte le presenze monumentali cristiane del territorio della Campania. In questi ultimi anni si è dato vita a un programma di sviluppo per i rapporti di cooperazione internazionale, nel settore delle tecnologie avanzate dei beni culturali archeologici, volto soprattutto ai Paesi del Mediterraneo. Tra questi si ricorda l’accordo di collaborazione scientifica con l’Università di Cordoba (Spagna). Nell’area pompeiana poi la collaborazione stretta riguarda non solo gli enti locali ma soprattutto Università internazionali quali quelle di Tokyo, Alicante, Valencia, e si sta lavorando per una collaborazione con l’Università di Cincinnati negli USA.</p>
<p><strong>D Qual è il rapporto con le Soprintendenze?</strong><br />
R L’interazione con le Soprintendenze nel nostro campo è ineludibile. La sua efficacia dipende molto dalle specificità delle condizioni dei singoli contesti in cui si opera. Lo sforzo è comunque sempre quello di operare in condizioni di massima collaborazione. Gli scavi archeologici sono realizzati sulla base di specifici accordi di collaborazione con le Soprintendenze Archeologiche di riferimento territoriale.</p>
<p><strong>D Quali sono i processi di formazione sul campo per gli allievi?</strong><br />
R Pur nelle crescenti difficoltà degli ultimi anni, cerchiamo sempre di offrire agli studenti il più ampio ventaglio di opportunità formative, che spaziano dall’apprendimento delle tecniche di gestione, documentazione ed edizione dello scavo archeologico, alla conoscenza diretta delle fonti scritte utili per la contestualizzazione storica dei siti medievali, allo studio delle diverse classi di reperti. Incoraggiamo gli studenti più volenterosi a seguire l’attività del laboratorio anche oltre quanto strettamente previsto dalla “contabilità” dei crediti, affinché sia loro reso possibile partecipare nel modo più completo alla costruzione ed allo sviluppo dei nostri progetti di ricerca.</p>
<p>Attraverso la costituzione di poli territoriali strettamente connessi con scavi archeologici di terra e di mare e la creazione di laboratori dedicati alle scienze e tecniche applicate all’archeologia, agli studenti è data la possibilità di acquisire e sperimentare tutte le tecniche legate allo scavo archeologico e allo studio dei reperti. L’impostazione metodologica ha previsto, quindi, l’alternanza di diversi momenti fra loro correlati: formazione-sperimentazione-ricerca, nella convinzione che soltanto la diretta conduzione di un’attività di analisi e di elaborazione progettuale può garantire l’effettiva acquisizione di competenze. L’impegno didattico e formativo ha previsto anche la realizzazione di laboratori sul campo, con l’uso di strumentazione diagnostica portatile, per affrontare questioni archeometriche, analisi bioarcheologiche e di studio del territorio. Numerosi studenti-laureandi hanno preso parte alle nostre ricerche e spesso hanno partecipato alla presentazione e pubblicazione dei risultati.</p>
<p>Attraverso la costituzione di poli territoriali strettamente connessi con scavi archeologici di terra e di mare e la creazione di laboratori dedicati alle scienze e tecniche applicate all’archeologia, agli studenti è data la possibilità di acquisire e sperimentare tutte le tecniche legate allo scavo archeologico e allo studio dei reperti. L’impostazione metodologica ha previsto, quindi, l’alternanza di diversi momenti fra loro correlati: formazione-sperimentazione-ricerca, nella convinzione che soltanto la diretta conduzione di un’attività di analisi e di elaborazione progettuale può garantire l’effettiva acquisizione di competenze. L’impegno didattico e formativo ha previsto anche la realizzazione di laboratori sul campo, con l’uso di strumentazione diagnostica portatile, per affrontare questioni archeometriche, analisi bioarcheologiche e di studio del territorio. Numerosi studenti-laureandi hanno preso parte alle nostre ricerche e spesso hanno partecipato alla presentazione e pubblicazione dei risultati.</p>
<p><strong>D Ricorrete a sponsor o finanziatori a progetto?</strong><br />
R Seguire questo percorso oggi è assolutamente prioritario, soprattutto quando i progetti di ricerca impattano direttamente sul territorio e devono essere costruiti con i rappresentanti delle comunità che vi abitano e che vedono in essi opportunità di valorizzazione del proprio patrimonio storico.</p>
<p><strong>D Come gestite la divulgazione del vostro lavoro verso il grande pubblico?</strong><br />
R Come anticipavo nella risposta alla domanda precedente, questo è un aspetto cui ho sempre attribuito la massima rilevanza. Nel 2007, ad esempio, la costruzione di una “docufiction” su San Vincenzo al Volturno, realizzata con l’applicazione delle tecnologie della ricostruzione 3D del sito archeologico, ci è valsa il premio per la migliore realizzazione didattica al II Festival Internazionale del Cinema Archeologico di Roma. Su questa scia, ancora nel 2011 abbiamo fatto approdare sulle pagine di “Archeo” i risultati degli scavi per la riscoperta del Criptoportico romano di Alife.<br />
L’Ateneo è dotato di un ufficio stampa e, quindi, le principali attività svolte dal Corso di Laurea sono sempre divulgate sul sito WEB dell’Ateneo e riprese dagli organi di stampa. Ricordiamo, quale esempio di promozione dell’incontro tra ricerca e comunicazione, la realizzazione della manifestazione “Archeologia e Media” svolta al Suor Orsola nel 2009. Sono presenti molti contributi e comunicati stampa relativi ai nostri interventi anche i ambito pompeiano con anche l’utilizzo di intere pagine della cultura su testate giornalistiche nazionali oltre ovviamente a comunicazioni di ambito scientifico internazionale.</p>
<p><strong>D Il vostro rapporto con la stampa?</strong><br />
R Da incrementare sempre, con lo spirito di raggiungere il grande pubblico attraverso vettori selezionati e di qualità. È di fine dicembre 2011 un’ampia pagina dedicataci dal “Mattino” di Napoli sui risultati degli scavi di Rupe Canina e, più in generale, del Laboratorio di Archeologia Tardoantica e Medievale.</p>
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		<title>Rignano Garganico. Tentato furto nella Grotta Paglicci, a rischio crollo</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 13:22:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[degrado e rischi]]></category>
		<category><![CDATA[preistoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Il sito paleolitico di Grotta Paglicci, a Rignano Garganico (Fg), è stato vittima di un tentativo di furto con scasso. Dalla segnalazione presentata ai Carabinieri, alla Soprintendenza Archeologica della Puglia e al Comune da un’associazione locale si evince che nel corso di una visita di perlustrazione della zona attorno al sito preistorico, tre appassionati di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11706" title="furto-grotta-paglicci" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/furto-grotta-paglicci.jpg" alt="" width="600" height="486" /></p>
<p>Il sito paleolitico di <strong>Grotta Paglicci</strong>, a <strong>Rignano Garganico</strong> (Fg), è stato vittima di un tentativo di furto con scasso. Dalla segnalazione presentata ai Carabinieri, alla Soprintendenza Archeologica della Puglia e al Comune da un’associazione locale si evince che nel corso di una visita di perlustrazione della zona attorno al sito preistorico, tre appassionati di archeologia abbiano rilevato un buco nella parete in cemento armato che salvaguarda l’entrata all’area degli scavi. Per fortuna, le massicce strutture di ferro hanno impedito ai tombaroli di proseguire.</p>
<p>Grazie al recente interessamento del <strong>Centro Studi Paglicci</strong> era stato lanciato un allarme a livello nazionale attraverso il Tg3 e il Tg2 sulla condizione di degrado e di abbandono della grotta preistorica, che come tutti sappiamo, ha restituito negli ultimi quarant’anni oltre quarantacinquemila testimonianze paleolitiche, databili in un periodo di tempo che oscilla tra i cinquecentomila e gli undicimila anni fa. I servizi andati in onda sulle due reti nazionali segnalavano proprio la necessità di mettere in sicurezza un simile tesoro, lamentando i ripetuti furti e i crolli di una larga area della caverna.</p>
<p>L’assoluta indifferenza delle istituzioni locali, regionali e nazionali, nei confronti di una testimonianza di importanza internazionale, è evidenziata anche dagli estensori della denuncia, spedita anche al Comando Carabinieri TPC di Roma. Ci si lamenta, soprattutto, del governo comunale che non avrebbe mosso un dito per risolvere la questione esproprio e tentare di venire in possesso della zona per occuparsi della sua ristrutturazione e della sua tutela.</p>
<p>A causa delle pericolose condizioni in cui verte la grotta, anche gli scavi sono stati interrotti e gli archeologi dell’Università di Siena si sono trovati impossibilitati a continuare il proprio lavoro di ricerca. La Pubblica Amministrazione ha comunicato che invierà i proprio operatori per tappare il foro, ma sarebbe necessario programmare un sopralluogo per appurare l’eventuale intrusione dei ladri, che potrebbero aver danneggiato irreparabilmente questo bene dal valore immane.</p>
<p><strong>Informazioni</strong></p>
<p><a href="http://www.paglicci.net" target="_blank">www.paglicci.net</a></p>
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		<title>Turchia, Karkemish. Dopo un secolo tornano i riflettori sulla celebre città hittita</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 13:18:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia vicino oriente]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca & studi]]></category>
		<category><![CDATA[scavi]]></category>
		<category><![CDATA[scoperte]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono ripresi qualche mese fa, dopo quasi cento anni di stop, i lavori di scavo archeologico sul sito di Karkemish, la famosa città ittita, edificata su un importante guado dell’Eufrate, vicino al contemporaneo confine tra Siria e Turchia, ricordata nelle tavolette di Ebla del terzo millennio avanti Cristo e menzionata anche nella Bibbia, annientata nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignnone  wp-image-11703" title="Karkemish" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/Karkemish.jpg" alt="Karkemish" width="600" height="545" /></strong></p>
<p><strong>Sono ripresi qualche mese fa</strong>, dopo quasi cento anni di stop,<strong> i lavori di scavo archeologico sul sito di Karkemish</strong>, la famosa città ittita, edificata su un importante guado dell’Eufrate, vicino al contemporaneo confine tra Siria e Turchia, ricordata nelle tavolette di Ebla del terzo millennio avanti Cristo e menzionata anche nella Bibbia, annientata nel 717 avanti Cristo dall’esercito assiro di Sargon II e dallo stesso popolo ricostruita. In questa città Nabuccodonosor arrestò nel 605 avanti Cristo la conquista egiziana e in epoca romana essa tornò a fiorire.</p>
<p>Tra 1911 e 1920 Karkemish venne interessata dalla prima spedizione archeologica, diretta dal British Museum, a cui partecipò il famoso T.E. Lawrence, ma lo scavo fu subito abbandonato e, con l’indipendenza della Turchia, l’antico insediamento fu dimenticati e occupato da un’area di interesse militare turco, totalmente off limits per i civili, studiosi inclusi. Oggi, una missione italo-turca è tornata sul campo allo scopo di realizzare in loco un parco archeologico e di restituire l’area alla fruizione e alla ricerca. Infatti, gli atenei di Istanbul, Bologna e Gaziantep hanno avviato una collaborazione per valorizzare la plurimillenaria storia di questo sito.</p>
<p>Il sito di Karkemish conserva delle rovine imponenti: una vasta zona che si estende per oltre 90 ettari, circondata da mura che raggiungono i venti metri, un’acropoli fortificata che protegge una città con templi e palazzi, strade commemorative, una ricca necropoli. L’equipe italo-turca ha individuato la fase archeologica corrispondente alla distruzione assira del VI secolo avanti Cristo, mentre i resti della città romana in superficie celano al di sotto le tracce delle città costruire in questo sito strategico.</p>
<p>Una delle scoperte più importanti di questa prima missione archeologica è un altissimo monolite di basalto, rivestito completamente di iscrizioni in geroglifico luvio, caratteri idrografico-sillabici che celano una lingua di origine indoeuropea, decodificata da David Hawkins della British Academy. La stele, che riporta una dedica regale al dio Sole alato, effigiato nella parte superiore della rappresentazione, risale al 980 avanti Cristo, un’epoca ancora sconosciuta della storia di Karkemish.</p>
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		<title>Roma. Senza fondi è a rischio la manutenzione ordinaria dell’archeologia</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 10:58:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[redazionale]]></category>

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		<description><![CDATA[Potrebbe interrompersi da un giorno all’altro la manutenzione dei siti archeologici che rendono celebre Roma: Colosseo, Domus Aurea, Palatino, appia Antica, Terme di Caracalla e ville imperiale sono a rischio. I seicento funzionari della Soprintendenza speciale per i Beni archeologici di Roma e Ostia Antica denunciano con una missiva aperta a Lorenzo Ornaghi, Ministro dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11682" title="Roma, Fori Imperiali, tempio di Saturno" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/manutenzione-archeologia-roma.jpg" alt="" width="600" height="400" /></p>
<p>Potrebbe <strong>interrompersi</strong> da un giorno all’altro la<strong> manutenzione dei siti archeologici</strong> che rendono celebre <strong>Roma</strong>: Colosseo, Domus Aurea, Palatino, appia Antica, Terme di Caracalla e ville imperiale sono a rischio. I seicento funzionari della Soprintendenza speciale per i Beni archeologici di Roma e Ostia Antica denunciano con una missiva aperta a Lorenzo Ornaghi, Ministro dei Beni culturali, la paralisi dell’archeologia romana, con conseguenti rischi per le strutture tutelare, le imprese e i visitatori, e chiedono di accelerare la nomina nel nuovo Soprintendente archeologico.</p>
<p>I dipendenti della Soprintendenza capitolina confidano nel Ministro e nel Segretario generale affinché riformino al più presto un ufficio amministrativo in grado di gestire la situazione. La lettera spiega la ragione dell’urgenza: «Non c&#8217;è tempo da perdere: siamo alla paralisi delle attività amministrative e contabili, a rischio la manutenzione delle strutture tutelate, i servizi ai visitatori e i pagamenti attesi dalle imprese». Gli operatori della Soprintendenza aspettano da due settimane il nuovo Soprintendente che si troverebbe a gestire uffici amministrativi ridotti a miseria e spingono per la sua scelta tra gli archeologi di più alta professionalità tecnico-scientifica e chiedono di dotare immantinente l’Ufficio di un adeguato numero di funzionari amministrativi competenti.</p>
<p>L’apprensione dei dipendenti della Soprintendenza di Roma è dovuta alla paralisi delle attività amministrative e contabili poiché l’Ufficio si vede così bloccata l’autonomia finanziaria e l’amministrazione dei trentadue milioni di euro all’anno con i quali è solito affrontare la salvaguardia delle strutture antiche e offrire servizi per milioni di turisti. Invece, riprendendo le parole della lettera: «Lo stato di criticità è destinato a penalizzare non solo le strutture tutelate e i visitatori ma anche, in un momento di forte crisi economica, le imprese e i professionisti che lavorano per la Soprintendenza determinando, in prospettiva, ritardi nell’erogazione di servizi all’utenza e possibili, progressive chiusure di aree archeologiche e sedi museali». La Soprintendenza si affida, quindi, al Ministro e al Segretario Generale perché la dotino di una struttura amministrativa competente e capace di collaborare alle attività istituzionali dell’Istituto, eliminando i perduranti freni che ostacolano un’azione che risulti efficace ed efficiente.</p>
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		<title>Montereggi. Nuove sorprese emergono dagli scavi sull’insediamento etrusco</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 10:57:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia etrusca]]></category>
		<category><![CDATA[scavi]]></category>

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		<description><![CDATA[Ottiene importanti risultati scientifici, come era già successo negli anni precedenti, la settima campagna di scavo sull’abitato etrusco di Montereggi (Fi), nel comune di Capraia e Limite, conclusasi nell’ottobre 2011 e condotta dal Museo Archeologico di Montelupo, in collaborazione con il comune di Capraia e Limite e in accordo con l’Università di Siena. Dopo la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11679" title="montelupo1" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/02/montelupo1.jpg" alt="" width="600" height="400" /></p>
<p>Ottiene importanti risultati scientifici, come era già successo negli anni precedenti, la settima <strong>campagna di scavo</strong> sull’abitato etrusco di <strong>Montereggi</strong> (Fi), nel comune di <strong>Capraia</strong> e <strong>Limite</strong>, conclusasi nell’ottobre 2011 e condotta dal <strong>Museo Archeologico di Montelupo</strong>, in collaborazione con il comune di Capraia e Limite e in accordo con l’Università di Siena. Dopo la scoperta, effettuata l’anno scorso, di una lastra con l’immagine di una donna, giacente sul fondo della vasca per la raccolta dell’acqua piovana, anche gli scavi del 2011 hanno riservato sorprese di grande interesse scientifico che fanno del sito di Montereggi un luogo interessante per lo studio dell’età etrusca.</p>
<p>Infatti, l’ultima campagna di scavo ha indagato un pozzo, situato nel settore orientale del pianoro superiore dell’abitato. La struttura era stata individuata precedentemente e parzialmente scavata: gli archeologi avevano incontrato un riempimento di pietre e laterizi. In seguito, giunti alla profondità di nove metri e mezzo, è finalmente emerso un piano di grandi tegole che celava la parte superiore di un grande dolium, appositamente staccata e collocata a coprire un’altra superficie.</p>
<p>Rimosse le pesanti parti dell’orcio, i ricercatori hanno individuato inaspettatamente dei resti umani. Si tratta dello scheletro completo di un uomo, collocata nel pozzo, probabilmente già morto, dopo esser stato inserito in un sacco-sudario. Sotto ai resti sono emersi alcuni vasi destinati al consumo di vino che conservano al loro interno una significativa quantità di resina per renderli impermeabili. Attualmente, lo scheletro è custodito presso il Laboratorio di Antropologia umana della Soprintendenza Archeologica per la Toscana, dove verrà restaurato e analizzato per verificare tutte le informazioni utili alla conoscenza della sua identità genetica, come il DNA, e alla definizione dell’evento che ha portato alla sua morte.</p>
<p>Sappiamo che le leggi proibivano rigorosamente di seppellire resti umani in area urbana e non esistono casi noti relativi alla sepoltura di un uomo in un pozzo. Inoltre, la particolarità delle sepoltura – copertura di nove metri e mezzo di pietre, successiva sistemazione – sembra indicare eloquentemente la volontà di tenere il corpo del defunto ben fermo. Il letto di ceramiche da vino sul quale era stato posizionato il corpo testimonia una strana successione di fatti: cioè, un generoso banchetto collettivo che anticipò la deposizione del defunto. L’indagine del pozzo è stata ripresa dopo il breve stop autunnale, necessario per il riordino dei materiali, per terminarne lo svuotamento e scoprire infine cosa si nasconde sotto alla sepoltura. Poiché le analisi e il restauro richiedono alcuni mesi di lavoro, si pensa di esporre i resti umani e i reperti trovati al disotto di essi presso il Museo Archeologico di Montelupo nel corso dell’estate 2012.</p>
<p><strong>Gli scavi hanno permesso di approfondire la conoscenza dell’insediamento etrusco di Montereggi, la cui importanza scientifica è ormai assodata.</strong> L’indagine dell’abitato, infatti, ha accertato l’esistenza di una vera e propria urbanizzazione, imposta al centro abitato sin dalla metà del terzo secolo avanti Cristo. In quell’epoca fu sistemato definitivamente, in base al modelle delle “grandi case” della città etrusca costruita vicino a Marzabotto, la costruzione che occupa l’intero settore nordoccidentale del piano superiore di Montereggi, facendone coincidere i lati orientale e meridionale con gli assi viari principali, definiti nell’urbanistica romana cardo e decumano. A quest’ultimo, che percorre l’insediamento in direzione est-ovest, fu assegnata una larghezza di otto metri, dimensione impiegata spesso nella fondazione di centri urbani. Riproponendo la conformazione tradizionale degli abitati antichi, inoltre, nel luogo d’incontro tra il cardo e il decumano si schiude uno spiazzo, nel quale è facilmente riconoscibile il foro dell’insediamento, a confermare puntualmente la traccia della forma urbana, scelta per l’abitato preesistente e risalente a VI-V secolo avanti Cristo.</p>
<p>La datazione del più antico impianto urbano ellenistico si può ricavare dalla lastra con immagine femminile, ritrovata sul fondo della cisterna nel 2010. L’analisi del reperto comparirà in un’opera collettiva, stampata dalla Soprintendenza Archeologica per la Toscana in onore di Francesco Nicosia, che ha datato il manufatto alla metà del terzo secolo e ne ha confermato l’origine magnogreca, da attribuire presumibilmente ad artisti provenienti dalle città della Puglia. L’iconografia della lastra evidenzia temi che applicati e sviluppati con la diffusione dell’ellenismo, ancora in età romana. La presenza di apporti culturali di questo tipo a Montereggi avverte di una possibile soluzione che lega l’urbanistica etrusca, e quella romana, a influenze culturali ellenistiche di origine magnogreca.</p>
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		<title>Roma. La Uil ritira l&#8217;esposto sul finanziamento Tod&#8217;s per il Colosseo</title>
		<link>http://www.archeorivista.it/0011638_roma-la-uil-ritira-lesposto-sul-finanziamento-tods-per-il-colosseo/</link>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 13:32:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[restauri]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 18 marzo 2011 la Uil beni culturali aveva presentato a magistratura e Corte dei conti un esposto sul contratto di sponsorizzazione dell’Anfiteatro Flavio, firmato dal Ministero dei Beni culturali e dalla Tod’s. La presa di posizione della Uil aveva scatenato un caos mediatico e, nelle ultime settimane, il sindaco Gianni Alemanno si era sentito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11652" title="Colosseo 171" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/Colosseo-171.jpg" alt="" width="600" height="450" /></p>
<p>Il 18 marzo 2011 la Uil beni culturali aveva presentato a magistratura e Corte dei conti un esposto sul contratto di sponsorizzazione dell’Anfiteatro Flavio, firmato dal Ministero dei Beni culturali e dalla Tod’s. La presa di posizione della Uil aveva scatenato un caos mediatico e, nelle ultime settimane, il sindaco Gianni Alemanno si era sentito aggredito dai media, invitando la Uil a fare un passo indietro.</p>
<p>Il sindacato fa ora un passo indietro, sottolineando la sua storica attività nella tutela del Patrimonio Culturale. L’esposto non era contro il restauro del Colosseo, spiega la Segreteria Nazionale, che la Uil pensa vada restaurato come gli altri Beni culturali presenti a Roma e, più in generale, su tutto il territorio italiano, ma voleva attirare l’attenzione dei media e dei soggetti istituzionali che, invece di controllare i profili di legittimità di un accordo che tutt’ora non è stato reso pubblico, hanno attaccato la Uil Beni e Attività Culturali, accreditandogli la colpa dello stop del restauro del monumento.</p>
<p>L’esposto non può fermare i lavori di restauro del Colosseo perché la Soprintendenza speciale all’Archeologia di Roma disporrebbe di risorse sufficienti ad apprestare interventi, almeno quelli più urgenti. I dati resi noti dalla verifica effettuata dal Mibac e pubblicati nella circolare n. 11 del 9 gennaio segnalano che la Soprintendenza, in data 30 novembre 2011, possedeva nelle sue casse 82.720.008,78 milioni di euro. Questo implica che ad oggi esistono le condizioni per intraprendere tutte quelle azioni di tutela del Colosseo. Inoltre, alla stessa data nei bilanci speciali delle Direzioni Regionali, Soprintendenze, Istituti, Biblioteche e Archivi vi erano 536.266.773,37 milioni di euro che si addizionano ai conteggi di Tesoreria Unica per 181.750.209,07 milioni di euro. L’importo significativo ammonterebbe dunque a oltre 717 milioni di euro.</p>
<p>Va ovviamente verificato quanto di questi capitali sono già stati investiti da parte delle Direzioni Regionali, delle Soprintendenze e degli Istituti speciali. Il Ministro dovrebbe verificare le capacità di esborso delle numerose articolazioni del Ministero e accertare quali risorse rimangano in giacenza per immetterle nei circuiti territoriali, in modo da imprimere una spinta alle difficoltà di occupazione e di lavoro. Nello specifico caso del Colosseo, considerato lo spessore delle risorse disponibili, bisognerebbe effettuare urgentemente e in maniera trasparente un controllo. Per evitare future rappresentazioni distorte e fantasiose della realtà e non alimentare ulteriori sospetti verso un esercizio sempre lineare e corretto dell’attività sindacale, la Uil Beni e Attività Culturali ha ritirato l’esposto, inoltrato il 18 marzo 2011 alla Repubblica e alla Corte dei Conti.</p>
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		<item>
		<title>Perù. Gravi rischi per il sito archeologico di Nazca</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 13:32:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia mesoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[degrado e rischi]]></category>
		<category><![CDATA[geoglifici]]></category>
		<category><![CDATA[Nazca]]></category>

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		<description><![CDATA[Strategie politiche e degrado urbano minacciano di far sparire per sempre le linee di Nazca, i famosi disegni giganti tracciati tra il 300 avanti Cristo e il 500 dopo Cristo nel sud del Perù dalle antiche civiltà e formati originariamente da oltre tredici mila linee. Tuttora gli archeologi cercano di venire a capo del mistero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11649" title="rischi per il sito archeologico di Nazca" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/rischio-nazca.jpg" alt="rischi per il sito archeologico di Nazca" width="600" height="450" /></p>
<p>Strategie politiche e degrado urbano minacciano di far sparire per sempre le linee di<strong> Nazca</strong>, i famosi disegni giganti tracciati tra il 300 avanti Cristo e il 500 dopo Cristo nel sud del Perù dalle antiche civiltà e formati originariamente da oltre tredici mila linee. Tuttora gli archeologi cercano di venire a capo del mistero costituito da queste antichissime testimonianze della devozione per gli antenati e sulla loro valenza mistica, simbolica e astronomica. Conservatesi per millenni, negli ultimi cinquant’anni i geoglifi sono stati vittime di scempio inarrestabile e le autorità locali non riescono a salvaguardarli, fermando una distruzione provocata dalla mancanza di mezzi di tutela e dagli interessi economici che orbitano attorno al sito archeologico. Infatti, connessioni veloci, urbanizzazione selvaggia, autostrade e rifiuti stanno cancellano gradualmente le linee di Nazca.</p>
<p>La denuncia del grave deterioramento della famosa testimonianza peruviana giunge dall’archeologo <strong>Giuseppe Orefici</strong>, direttore del Cisrap, che lavora da trent&#8217;anni sul territorio peruviano. Lo studioso sottolinea che i transiti della Panamerica sui geoglifi non hanno di certo aiutato la conservazione delle enormi incisioni nel terreno e l’espansione urbana smisurata, voluta dai politici locali e permessa dallo Stato peruviano, con il benestare del Ministero della Cultura, ha cambiato il volto dell’area di Nacza. Inoltre, è stato scavato un solco per ricoprire le fibre ottiche impiantate dalla compagnia spagnola Telefónica che ha danneggiato notevolmente la parte dei geoglifi incisi vicini alla Panamericana, mentre l’industria estrattiva e l’espansione agricola hanno causato un terribile scempio paesaggistico, ecologico e idro-ecologico, compromettendo ulteriormente le linee. Il degrado si estende anche nelle altre città: la capitale regionale Ica, Palpa, Cahuachi.</p>
<p>L’unico elemento imperante pare essere l’interesse economico. Il sindaco attuale vede nel turismo un importante fattore di sviluppo, ma il suo predecessore ha scaricato per dieci anni l’immondizia sulle linee di Nazca e, benché denunciato dal Ministero, non è mai stato fermato. E anche oggi quello che si sta facendo per tutelare questa importante testimonianza archeologica è praticamente zero. Il Ministero afferma di non fruire dei mezzi per intervenire, considerando che il suo rappresentante locale non possiede manco una motocicletta per spostarsi sulla vasta area dove sono incise le linee. E neanche si interviene su chi promuove e concretizza le invasioni della zona interessata dai geoglifi. Per salvaguardarle i monumenti archeologici basterebbe un minimo di responsabilità civile e di amore per il proprio patrimonio archeologico e storico, commenta il professore.</p>
<p>Fortunatamente, molti studiosi si sono accorti della strage di un retaggio culturale che appartiene a tutto il mondo. Ad esempio, il Cisrap, spiega il professore, benché non operi direttamente su Nazca, ma a Cahuachi, dove svolge continuativamente da trent’anni indagini archeologiche, ha iniziato dal 2002 un programma di consolidamento, conservazione e valorizzazione della più grande costruzione cerimoniale in mattone crudo del mondo. I risultati del lavoro, di risonanza internazionale, hanno consentito di proteggere almeno questo importantissimo monumento, visitato oggi da migliaia di persone.</p>
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		<title>Bologna. Presentata la nuova campagna di scavo a Karkemish, in Turchia</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 13:30:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martina Calogero</dc:creator>
				<category><![CDATA[archeologia vicino oriente]]></category>
		<category><![CDATA[scavi]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11646" title="Karkemish" src="http://www.archeorivista.it/wp-content/uploads/2012/01/Karkemish.jpg" alt="campagna di scavo a Karkemish, in Turchia " width="600" height="398" /></p>
<p>Un convegno al Dipartimento di Archeologia per presentare la nuova spedizione archeologica, che coinvolge Università di Bologna, Università di Istanbul e Università di Gazientep, nell’antico sito di una delle più famose capitali del Vicino Oriente, nella regione di Gazientep. Dopo una pausa quasi secolare, sono ripartite l’anno scorso le indagini presso il sito archeologico di Karkemish, nella Turchia sud-orientale. A condurre i lavori è un’equipe turco-italiana, diretta dal professor Nicolò Marchetti, afferente al Dipartimento di Archeologia dell&#8217;Alma Mater.</p>
<p><strong>Karkemish ha rappresentato una delle più principali città del Vicino Oriente</strong>. Le testimonianze cuneiformi ne documentano l&#8217;esistenza sin dal 2300 avanti Cristo. È stato uno dei più importanti regni all’epoca di Hammurabi di Babilonia, poi, sotto il dominio ittita, ha ospitato la sede del viceré e nel corso dell’età del Ferro è diventato un centro di eccezionale monumentalità artistica, distrutto dagli assiri nel 717 a.C., ma risorto e tornato a fiorire come città della provincia romana.</p>
<p>Il sito di Karkemish ospita rovine imponenti: una grande area che si estende per novanta ettari, circondata da mura che arrivano fino a venti metri. All’inizio del Novecento, l’area è stato oggetto di famose campagne di scavo, sostenute da British Museum, cui presero parte C.L. Woolley e T.E. Lawrence. Quando la Turchia diventò indipendente e con la costruzione in di una base aerea in quell’area gli scavi vennero interrotti, ripartendo l’autunno scorso, patrocinati dall’Alma Mater di Bologna.</p>
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