Nei mesi di giugno e luglio del 2009, a Cesena, una probabile area archeologica è stata completamente spazzata via “a colpi di ruspa con il beneplacito di tutte le autorità” che hanno affermato che quel sito non aveva alcuna rilevanza archeologica e poteva essere distrutto per costruire al suo posto una zona residenziale. Questa è la triste storia che ci ha raccontato Piero Pasini in un suo recente articolo, dove spiega che nel 2009 il ritrovamento effettuato nel sito di vicolo della Stazione aveva destato molto interesse.
Si tratta di una costruzione di grandi dimensioni in cui sono riconoscibili dei cerchi concentrici difficilmente leggibili e piccoli elementi di sostegno. C’era chi pensava a un collegamento con i Galli Senoni e con il culto celtico che professavano e chi identificava il ritrovamento con una delle numerose fornaci romane. In un secondo momento, Maria Grazia Maioli della Soprintendenza dell’Emilia Romagna affermò che non sussisteva alcun legame con l’antichità, ma si trattava dei resti di un giardino costruito tra il XVII e il XVIII secolo che potrebbe corrispondere a una struttura ornamentale realizzata per qualche festa.
Dopo questo sentenzioso giudizio che sostanzialmente significava “non vale nulla è solo robaccia del ‘600 e del ‘700” venne concesso di sopprimerlo. L’unica voce di dissensò che si alzò fu quella di Antonio Dalmuto, un architetto cesenate che nel giugno 2009 scrisse una lettera di protesta dove illustrava i suoi dubbi e offriva una soluzione. L’architetto non era convinto che il “labirinto” fosse databile all’età rinascimentale o barocca e che all’interno fossero presenti buche di età romana o etrusca e proponeva di “fare come hanno fatto a Sarsina” dove il progetto per la struttura le cui fondamenta hanno restituito testimonianze del passato è stato ritoccato per consentire la visita dell’area archeologica.
L’autore dell’articolo si domanda infinecome mai niente e nessuno abbia potuto fermare il lavoro delle ruspe. E soprattutto perché i giornali fecero solo qualche timido accenno alla situazione, perché le amministrazioni comunali hanno permesso un tale scempio e, infine, perché non si sono alzate voci di protesta dal mondo accademico?
Autore: Martina Calogero - pubblicato in data 22 luglio 2011 - Email info@archart.it

Per la d.ssa Maria Grazia Maioli. Grazie mille per la sua preziosa e giusta precisazione. Il nsotro fine non è infatti solo quello di informare a senso unico, ossia da noi verso i lettori, ma di creare un flusso bidirezionale di informazioni corrette e reali, esattamente come accaduto ora. Grazie ancora.
Leggo solo oggi questo testo, che ho incontrato proprio per caso; sono l’archeologo della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Bologna che ha diretto gli scavi in vicolo della Stazione a Cesena;attualmente sono in pensione ma mi ricordo benissimo lo scavo: posso quindi riferire con sicurezza quello che è stato rinvenuto; la serie di cerchi concentrici citati era formata esclusivamente da solchi a sezione rettangolare, incisi nel terreno e datati dalla presenza di frammenti di maioliche rimasti sul fondo, pochi ma sufficienti a datare la struttura dalla fine del 1600: c’erano anche i resti di un elemento in mattoni sopra l’ingresso del “labirinto”, forse per l’appoggio di qualcosa di decorativo; i cerchi erano sovrapposti e quindi tagliavano tre fornaci romane, appartenenti a due fasi diverse, che avevano prodotto anfore; le fornaci, rettangolari molto strette, dotate di prefurnio con archetti per sostenere l’eventuale piano forato, erano databili nella prima fase al II, nella seconda fase all’inizio del III secolo d.C.: in un cantiere contiguo, dove è stato costruito il complesso scolastico chiamato “cubo” sono stati trovati gli scarichi delle fornaci con migliaia di frammenti di anfore malcotte e di concotto delle fornaci stesse (i materiali sono in magazzino); le fornaci inoltre tagliavano una buca con ceramica a vernice nera, databile all’inizio dell’epoca romana repubblicana, che nella zona corrisponde all’ultimissima fase etruscoide dell’area.
Trattandosi di strutture ricavate nel terreno e formate solamente dal terreno stesso (anche le fornaci erano in concotto, molto sbriciolato e spaccato, si è deciso, come si fa di solito, di continuare lo scavo archeologico fino agli strati sterili, in modo da avere informazioni il più complete possibile per una zona in cui, fino a quel momento, non si era trovato mai nulla di strutturale, tranne grandi buche di scarico; la zona infatti nella prima epoca romana era piena di avvallamenti che erano stati riempiti da una alluvione databile in epoca augustea, che l’ha resa completamente piatta; le buche residue erano state riempite, come già detto, con gli scarti di fornace; lo smontaggio delle fornaci, con campionatura degli elementi e conservazione di quello che era conservabile, ha permesso di acquisire i dati forniti dalla buca preromana.
Anche a me sarebbe piaciuto tanto trovarmi di fronte ad un tumulo etrusco, ma l’archeologia e la fantasia non vanno quasi mai d’accordo: la Soprintendenza per i Beni Archeologici di Bologna ha già dato queste informazioni varie volte, a giornalisti e ad interessati, ma a quanto pare, si preferisce pensare che gli archeologi statali siano pronti a piegarsi di fronte alle richieste di qualunque palazzinaro: LA MIA ESPERIENZA PLURIDECENNALE CONFERMA CHE QUESTO NON E’ VERO.
Sempre a vostra disposizione. Maria Grazia Maioli
E’PAZZESCO PENSARE QUANTO SIA AVIDO IL GENERE UMANO . MA PURTROPPO DOBBIAMO
SOPPORTARCELO. SONO UN’INGENUO ? MA SONO FELICE. GRAZIE PER AVERE QUESTO SPAZIO.