
Vendere i reperti archeologici dello stato ai privati è una follia o una ipotesi praticabile sulla quale sarebbe bene aprire una discussione a livello nazionale? La domanda mi passa per la testa da tanti anni, ma noto che nessuno in questo paese ha mai seriamente preso in considerazione, non dico l’ipotesi di attuare questa pratica, ma la semplice discussione sul tema, quasi che fosse una “bestemmia” il solo parlarne. Si parla di tutto, si discute dell’impossibile, si argomenta sulle cose più frivole e su questo argomento no? Perchè?
Partiamo da alcuni assunti.
Musei e magazzini
I musei nazionali, soprattutto quelli più storici e anziani, soffrono di una palese inadeguatezza sotto molti punti di vista. Se paragonati agli omologhi stranieri mostrano una distanza siderale in termini di fruibilità e gestione, ma anche di vitalità. Per contro, i loro magazzini sono stracolmi di reperti, per la maggior parte condannati a un sorta di beffardo destino a seguire la scoperta: tornati alla luce dopo secoli sotto terra, illusi di una riconquistata utilità, e riseppelliti nei sotterranei polverosi di qualche deposito. Materiali che, nella maggioranza dei casi, non hanno futuro. La capacità di turnazione nelle vetrine dei musei è minima, per cui è difficile che qualcuno di essi possa un giorno rivedere la luce. Molti di questi materiali, soprattutto i più poveri dal punto di vista scientifico, sono ancora da catalogare e spariscono a centinaia.
Fondi
L’archeologia nazionale, e in generale tutto il mondo dei beni culturali, soffrono di una perenne carenza di fondi, che si aggrava ogni anno per via dei tagli che si accaniscono sempre su questo settore, quasi fosse l’ultima ruota del carro. Comprensibile in un paese ottuso e ignorante, dove dal dopoguerra hanno trionfato i palazzinari e i pirati del soldo facile, gli spendaccioni di stato e i furbi della mazzetta. L’edilizia, l’industria, il commercio muovono fiumi di soldi, l’archeologia no. Dove si muovo fiumi di denaro ci possono essere tangenti, posti di lavoro, appalti; dove c’è micragna no. Ecco perchè la cultura, fatta salva qualche rara isola virtuosa e qualche filibusta dove si è capito che si possono fare tangenti e mazzette anche su musei e cantieri archeologici, langue nella miseria dell’elemosina nazionale.
Reperti
Nei magazzini dei musei ci sono due categorie di reperti, che possiamo classificare in base al loro valore scientifico, ma anche sulla scorta di considerazioni più basse, quasi “antiquarie”, ossia il loro valore materiale, economico per capirci. Vi sono certamente statue, teste, vasi, monete rare, mosaici, ma vi sono anche centinaia di migliaia di “cocci”, ossia frammenti sparsi non ricomponibili, di vasellame frammentato e incompleto, di monete comuni, di mattoni, tegole, lacerti di intonaco. Mi domando: una volta catalogati e studiati questi materiali che valore oggettivo conservano? Un piede di anfora, una volta che è stato accertato dov’era, com’era, come è fatto, quanto è grande, di cosa è fatto, ed è stato disegnato e fotografato, a che serve? È fondamentale per la scienza che resti a impolverarsi in una cassetta nel sotterraneo di un museo o un magazzino? Che differenza farebbe se fosse nella vetrina di una casa privata?
Poi vi sono i “reperti nobili”, quelli che per una serie di motivi sono da considerare rilevanti, antiquariamente parlando si direbbe “di valore”. Vasi, anfore, vetri, statuette, ex voto, lembi di mosaico, porzioni di pitture murali, ma anche teste, parti di statue, elementi architettonici, persino intere statue. A che pro tenerle in magazzino? Nessuno può ammirarle, nessuno può fruirne, chi doveva studiarle dovrebbe già averlo fatto da tempo e se non lo ha fatto è in difetto.
Ovviamente le amministrazioni dovrebbero stilare una lista di beni inalienabili - una lista onesta, ragionata e seria - di quei reperti che sono ritenuti di interesse nazionale e che non possono essere trasferiti a privati.
Vendita
Cosa osta a ipotizzare una svolta “commerciale” a questa situazione di stallo? Ma chiedo di più: cosa impedisce di parlare, e persino di pensare, una soluzione in questo senso? Quale misterioso patto di silenzio avvolge tutti gli addetti al settore e tutti i politici?
Provocazione. Immaginiamo invece che lo stato decida di cambiare rotta: viene resa possibile la vendita dei reperti.
I privati possono acquisire i reperti di scarso o minor valore scientifico e oggettivo, mentre quelli più importanti vengono riservati ad acquirenti particolari come aziende, enti e fondazioni. Se un privato, portando in casa propria l’oggetto lo sottrae alla pubblica visione, l’ente, l’azienda o la fondazione, assume invece l’obbligo di renderlo sempre e comunque visibile. Il vincolo della non esportabilità tutela in maniera granitica la permanenza in Italia dei reperti. Per garantire agli studiosi e all’amministrazione la tracciabilità dei reperti è sufficiente una banca dati nella quale viene archiviato l’acquirente, e vengono aggiornati ulteriori successivi trasferimenti.
L’acquirente sottoscrive quindi un documento nel quale accetta delle clausole precise:
- obbligo della tracciabilità, ossia rendere sempre noti e registrare i successivi eventuali passaggi di proprietà, in maniera tale che lo stato sappia in qualsiasi momento dove si trova il reperto
- obbligo della fruibilità, in maniera che uno studioso possa sempre esaminare il reperto qualora ne abbia esigenza
- obbligo della visibilità, ossia riconsegnare temporaneamente il reperto per mostre ed esposizioni
- obbligo della conservazione, garantendo le dovute accortezze per una sua perfetta custodia
- obbligo della rivendita, ossia il riconoscimento del diritto di prelazione allo stato per l’eventuale riacquisto del bene, al prezzo di vendita con gli interessi di legge
Vantaggi
I vantaggi di una simile operazione sono evidenti:
- riduzione del carico di conservazione e custodia per i magazzini e i musei, con relativa riduzione dei costi specifici
- diffusione capillare del patrimonio culturale, che entrerebbe di fatto in migliaia di case, ma soprattutto di uffici, aziende, banche (immaginiamo solo che le grandi banche acquistino reperti da esporre nelle loro filiali e sedi principali. Una teca blindata in una banca non è certamente più sicura e parimenti visibile rispetto a quella di un museo?)
- guadagno in termini banalmente economici per lo stato e soprattutto per i musei che hanno in carico i materiali
Questa soluzione sarebbe inoltre motore di due conseguenze di enorme importanza.
Fine dei tombaroli ed emersione del sommerso
Da un lato permetterebbe di debellare tombaroli e commercianti clandestini, poiché la possibilità di avere un reperto in maniera legale renderebbe inutile il rischio della via illecita; dall’altro porterebbe alla luce una messe inimmaginabile di reperti: tutti quelli che sono attualmente custoditi clandestinamente nelle abitazioni private.
Immaginiamo infatti che una simile svolta nella gestione del patrimonio culturale sia accompagnata da una sorta di “sanatoria”, parola brutta ma utile. Chi possiede un reperto archeologico detenuto illegalmente potrà regolarizzare la sua posizione svelandone il possesso, autorizzando la soprintendenza a documentarlo e catalogarlo facendolo inserire nella banca dati dei reperti in possesso di privati, versando allo stato una somma, congrua ma non assurda, una sorta di acquisto postumo. Quanti archeologi potrebbero essere assunti per portare a compimento il lavoro di documentazione, studio e archiviazione del patrimonio archeologico privato? Pagati con quali soldi? Con quelli versati dai privati per la regolarizzazione.
Parliamone
Tutto questo è ovviamente solo una ipotesi partorita da un giornalista che si occupa di archeologia da vent’anni, non da una commissione di esperti. Ma mi domando, perchè in Italia non si può parlare di questo? Perchè una simile ipotesi è considerata un tabù?
Autore: Giovanni Lattanzi - pubblicato in data 24 gennaio 2011 - Email posta@giovannilattanzi.it

Domanda retorica:
c’è qualcuno in grado di valutare il valore commerciale dei milioni di reperti che stanno ad ammuffire nei sotterranei?
SALVE SONO MASSIMO E COMMERCIO IN REPERTI ARCHEOLOGICI DA MOLTI ANNI, IO PENSO DI AVER FATTO UN GRAN LAVORO: AVER RIPORTATO IN ITALIA MIGLIAIA DI REPERTI ARCHEOLOGICI
CON CAPITALI PERSONALI,E METTENDOLI COSI DISPONIBILI PER LO STUDIO E PER LE VARIE NOTIFICHE DA PARTE DELLO STATO ITALIANO.
COSI FACENDO MOLTI HANNO MODO DI COMPERARE UN REPERTO IN MANIERA LEGALE SENZA RICORRERE A TOMBAROLI CHE DISTRUGGONO I NOSTRI SITI ARCHEOLOGICI IN MANIERA INREPARABILE
IN TANTI NON SANNO CHE CI SONO IN ITALIA TANTISSIME COLLEZIONI PRIVATE CHE ADESSO NON SONO CONOSCIUTE DA NESSUNO E QUINDI POTER COMMERCIALIZZARE QUESTE COLLEZIONI PORTA ALLA SCOPERTA DI MOLTI REPERTI.
POTETE GUARDARE EMPORIASRL.IT COSI VI RENDERETE CONTO DI TUTO
Il materiale clandestino potrebbe tornare alla luce (nel post tuttavia si parlava di scavi clandestini, che è cosa diversa), anche in modo “naturale”, attraverso donazioni ufficiali effettuate da privati cittadini a favore di enti pubblici. Trattasi tuttavia di materia complessa: noi stiamo trattando alcuni casi nel sud Italia (dove inutile aggiungere chi e cosa ci sia) e senza un intervento da sanatoria ministeriale per l’emerso non si potrebbe procedere (poiché in Italia vige l’obbligo dell’azione penale).
Chiudo con un richiamo alla legge: chiunque scopra elementi di antichità è tenuto a lasciarli in situ e segnalarne il luogo entro 24 ore alle autorità competenti.
i politici magari non lo sanno neanche, però nel codice dei beni culturali è chiaramente espresso che tutto ciò che si trova sotto terra appartiene allo stato e per questo non è alienabile. col federalismo fiscale si arriverà a dare la oneri e onori dei beni culturali direttamente sulle regioni e sui comuni, che potranno decidere se vendere o affittare, chiaramente dopo “attente” analisi. per il resto dice giusto Simone82.
aggiungo che rendere legale la vendita dei BBCC non porterebbe materiale clandestino alla luce, che invece diverrebbe riciclato e quindi definitivamente legale
Comunque non dimentichiamo che allo stato attuale una pratica di questo tipo è già presente: si chiama “vendita antiquaria” e prevede tutta una serie di garanzie per l’acquirente. Inoltre chi trova reperti potrebbe ugualmente entrarne in possesso se essi o parte di essi venissero giudicati non scientificamente validi, una sorta di indennizzo o di premio.
Ma tutto ciò non toglie gli scavi clandestini e lo sfregio del patrimonio culturale. Una discussione di questo tipo non si potrà mai fare finché la cultura la detta Settis su Repubblica, finché l’intellighenzia dominante sarà quella di uno stampo che considera il privato come una bestia, come un virus da debellare…
D’altronde non sono sicuro che si possano vendere “fondi di anfora”: a chi vuoi che possa interessare un reperto insulso del genere, utile solo all’archeologo che studia? Per certi versi, sarebbe molto più facile fare in modo che enti, fondazioni e privati facoltosi entrino direttamente nella gestione del Museo, investendo in miglioramenti e in quella rotazione di reperti necessaria. Senza dimenticare che mai e poi mai si potranno esporre tutti i reperti: sono milioni e milioni, non avrebbe alcun senso.
Noi stiamo studiando un fondo di magazzino in cassetta da 30 anni: però è lì, lo possiamo studiare quando vogliamo. Se fosse smembrato ai privati, come cavolo si potrebbe studiare? È un discorso complesso, non si può ridurre tutto alla mera questione economica: e lo dico da archeologo liberale che auspica un vero ingresso nel privato non solo nella sponsorizzazione ma anche e soprattutto nella gestione e nella pianificazione.
Per Marisa. La sua teoria non fa una piega ma, come lei ben sa, la storia umana è piena di bei principi e belle teorie che non hanno nulla a che fare con la realtà. Enunciare un bel principio fa stare bene con la coscienza, ma non risolve i problemi concreti. Qui abbiamo tre problemi concreti: milioni di reperti che stanno ad ammuffire nei sotterranei dei musei, una carenza paurosa di risorse economiche al settore, una crescente ignoranza della popolazione verso questi temi. Ha idee migliori per risolverli nel giro di qualche anno? Meglio attenersi a principi altissimi e restare in questa situazione di degrado?
Per Massimo. Chi è un “benestante”? Chi ha 50 euro per acquistare una lucerna? O chi ha 10 euro per regalare un piede di anfora a suo figlio per fargli scoprire i beni culturali toccandoli con mano? O forse per “benestante” intende quella indefinita categoria immaginaria di ricconi, incolti e cafoni, disegnati dal cinema e dalla letteratura? Quelli, se vogliono, la testa romana la comprano comunque, con o senza legalità.
Non sono daccordo. Alla fine ne godrebbero solo i benestanti. Io invece sono per l’affitto dei beni alle città ed ai paesi stranieri. In questo modo tutti potrebbero ammirare i capolavori nascosti nei magazzini e l’Italia incasserebbe un pò di soldi.
Vendere significa decretare la priorità di un oggetto-non cedibile- rispetto a un altro dichiarato di scarso valore. I beni materiali sono necessariamentet-e tutti- di pari dignità. Lo sono perchè parte di un passato che non ha selezionato per far giungere a noi memorie e testimonianze di vita e di consumo. Lo sono in quanto creazioni materiali di epoche diverse non rispondevano a paradigmi di assolutà qualità o perfezione , ma circondavano e rappreventavano l’uomo nel suo agire.
Io, moderno, che decreto la misura di godibilità dell’oggetto , erro e so bene di sbagliare.
Ma, il privato che pensa di poter godere, nell’immagine di un salotto-vetrina, di cose che hanno un valore culturale non racchiudibile, non misurabile, non impacchettabile , erra come i cercatori di tesori.
Il tesoro mortificato nelle casse di un deposito rimane tesoro . Il bene venduto è merce.
marisa
l’idea non e male anzi e da ammirare…..anche perche sono indiscutibili i vantaggi…anzi si permetterebbe veramente di fruire e di ammirare le migliaia di oggetti tenuti segregati negli scantinati dei musei lasciati per lo piu in balia degli eventi e di ruberie non segnalate
e scomparirebbero i tombaroli e gli antiquari senza scrupoli permettendo a tutti di avere un pezzo di storia da custodire e ammirare
Ci avevo pensato pure io e ero arrivato alle stesse identiche conclusioni. Credo che si innescherebbe un circolo virtuoso, che in definitiva consentirebbe a un pubblico più vasto di apprezzare l’archeologia.
Ha ragione anche Marco, è vero siamo in Italia… ma questo deve solo spingerci a individuare dei meccanismi che ciononostante possano funzionare anche da noi.
Mi piacerebbe, a tal proposito, sapere cosa succede negli altri paesi.
Saluti
Praticabile può essere praticabile, condivido l’idea di marco di una gestione più che della proprietà, inoltre prima di vendere credo che bisognerebbe recuperare il più possibile quanto già nascosto tra i privati
Guarda penso che la proposto non sia una sciocchezza totale, ma il problema è che siamo in Italia, dove la legge può non essere rispettata e dove i controlli sarebbero nulli o peggio ancora a rischio di compravendita. Per questo secondo me tutto ciò è impraticabile, piuttosto ai privati diamogli la gestione non la proprietà dei beni.
Sempre e comunque viva le discussioni che portano a qualcosa