Intervista a Flavia Calisti


 

Flavia Calisti è docente di Archeologia presso l’Università Popolare di Roma. L’abbiamo intervistata per voi.

D. Qual’è stato il suo percorso formativo?
R. Dopo il diploma di maturità classica ho conseguito una laurea in Topografia antica presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Ho poi conseguito una seconda laurea, questa volta di Nuovo Ordinamento, in Scienze storico-religiose presso la stessa università. In seguito ho ottenuto una borsa di studio per il triennio del dottorato di ricerca in Storia religiosa e, terminati gli studi, una borsa di perfezionamento elargita dall’Accademia Nazionale dei Lincei.

D. E il suo percorso professionale?
R. Buona parte del mio percorso professionale coincide con il mio percorso formativo in ambito accademico, poiché i miei studi e gli anni di ricerca sono stati la necessaria base per raggiungere una buona professionalità nel settore in cui attualmente opero ed in cui spero di poter continuare a fornire il mio contributo. La ricerca nel campo delle antichità classiche e, in particolar modo, della religione romano-italica, ha dunque occupata buona parte della mia carriera lavorativa. Attualmente all’attività di ricerca e di collaborazione con l’Università, che mi ha portato a pubblicare diversi contributi scientifici e mi ha permesso di prendere parte a convegni nazionali ed internazionali, ho affiancato la mia grande passione per la divulgazione, mediante l’insegnamento dell’archeologia presso l’Università Popolare di Roma, l’attività di guida turistica e soprattutto attraverso la realizzazione di opere per i non addetti ai lavori.
Mi permetta però di osservare come, così come molti miei colleghi, io viva sovente il disagio del non riconoscimento sociale di tali professionalità. Sfortunatamente in Italia, tutto ciò che concerne la ricerca non viene infatti generalmente considerato un lavoro, né dall’istituzione per cui si lavora (che spesso non corrisponde nessun compenso per una collaborazione ritenuta semplicemente “volontaria”), né dal mondo del lavoro (per cui tutte le esperienze pregresse in campo universitario difficilmente finiscono in un cv destinato alla ricerca di un’occupazione).

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Principalmente di divulgazione, sia attraverso le lezioni che tengo all’Upter, sia mediante la realizzazione di testi ed opere che permettano di rendere fruibile al grande pubblico tutta una serie di conoscenze relative all’antichità che spesso fanno difficoltà a filtrare dal mondo accademico. Continuo poi a svolgere le ricerche cominciate ai tempi dei miei studi universitari ed a collaborare attivamente con la cattedra di Storia delle Religioni del prof. E. Montanari.

D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Lavoro attualmente con l’Upter e collaboro con la cattedra di Storia delle Religioni del prof. E. Montanari presso l’Università “La Sapienza” di Roma.

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. Una ricerca volta a definire la fisionomia di una importantissima, ma poco nota, divinità italica: Mefitis.

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. Uno studio volto ad individuare le ragioni storiche della demitizzazione della religione romana.

D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. Attualmente no, ma in passato ne ho avuto occasione e, considerando gli stimoli che un’esperienza del genere può donare, spero vivamente che non manchi occasione in futuro.

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Non gettare anni di studi (e di soldi dei contribuenti, visto che le borse di studio delle quali ho usufruito per anni sono state finanziate da soldi pubblici!) e riuscire quindi a mettere a frutto le mie conoscenze in ambito lavorativo.

Archeologia italiana

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. Credo che il mondo dell’archeologia italiana abbia delle vere eccellenze tra i giovani, ma che non sappia valorizzarle. Conosco molti ragazzi, o meglio uomini e donne (visto che in Italia per ottenere una formazione ed una specializzazione adeguate si giunge necessariamente oltre i trent’anni), fortemente motivati e letteralmente innamorati del proprio lavoro, che svolgono con competenza e devozione, tutti però si trovano a fare i conti con l’assenza di una retribuzione adeguata, sono costretti a sprecare buona parte delle proprie energie per barcamenarsi alla ricerca di borse di studi o sovvenzioni di ogni genere.

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. Le prime due emergenze sembrerebbero in antitesi tra loro, a mio parere sono infatti: l’assenza di soldi e lo sperpero dei soldi. Molte realtà, soprattutto periferiche o comunque marginali rispetto ai circuiti turistici più accreditati, sono abbandonate a loro stesse, portando ogni giorno ad una irreparabile perdita di dati (e risorse). Per contro talora i soldi messi a disposizione sono sperperati in maniera sconsiderata. Infine, e non solo in campo archeologico, si dovrebbe iniziare a capire che i giovani sono una grande risorsa per la ricerca e per la salvaguardia del patrimonio del nostro Paese, e questa credo davvero sia l’emergenza più grande, poiché se non vi porremo presto rimedio, avrà ricadute drammatiche non solo nel campo dell’archeologia, ma a livello sociale, perché si sta creando una intera generazione di persone senza futuro.

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R. In primo luogo, come dicevo, trovare il giusto spazio per i giovani. In secondo luogo iniziare a valorizzare chi vale. In Italia i posti di ricerca, gli assegni, le borse di studio e quant’altro sono troppo spesso merce di scambio tra professori di lungo corso che affermano e ribadiscono così il proprio potere all’interno delle loro baronie. In terzo luogo prendere coscienza che la divulgazione è la più grande operazione di marketing che le discipline umanistiche possono mettere in campo. A differenza di ciò che comunemente si pensa la gente è interessata all’arte, alla cultura, e, se messa nelle condizioni di conoscere e capire la realtà che la circonda, sarà la prima a battersi per la sua valorizzazione e salvaguardia.

D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. La meritocrazia (anche se talora anche all’estero non sono immuni da clientelarismi di vario genere), la capacità di inquadrare lavorativamente i giovani che hanno deciso di dedicarsi allo studio ed alla ricerca, la capacità di creare un rapporto più confidenziale tra docenti e discenti, che valorizzi cioè le occasioni di incontro e di crescita (con la realizzazione di attività seminariali, workshop e quant’altro).

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. Il rigore nel fare ricerca.

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. In primo luogo gli archeologi di lungo corso. Sono loro che dovrebbero lavorare per formare le future leve, lasciare loro degli spazi d’azione, valorizzarne l’entusiasmo. Poi, ovviamente, le istituzioni, che dovrebbero smetterla di vedere il Patrimonio nazionale come una fonte continua di esborsi, per rendersi conto di essere seduti sopra il più grande giacimento di petrolio del mondo. Lo Stato dovrebbe iniziare a pensare ai soldi spesi non come a somme gettate al vento, ma come investimenti che, fatti nel modo giusto, saranno in grado di rendere dieci volte tanto.

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. Certamente sì. Soprattutto si dovrebbe facilitare l’accesso di tutti i ricercatori ai dati acquisiti in corso di scavo in tempi brevi, evitando gli assurdi protezionismi e le gelosie che molti ricercatori hanno nei confronti dei “loro” scavi.

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani?
R. Molti, moltissimi, sono modelli di eccellenza.

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. Con la divulgazione. Come dicevo prima la divulgazione è il vero marketing per i beni culturali. Nel mio lavoro mi trovo spesso a portare in giro per Roma dei romani che ignoravano l’esistenza stessa di musei meravigliosi come Palazzo Massimo o la Centrale Montemartini. La frase che tutti mi ripetono ogni volta è “ma è bellissimo, non immaginavo, ci porterò…” e via con l’elenco di mariti, figli, nipoti ed amici. Insomma, per una persona che scopre la bellezza di uno solo dei mille siti che la città cela, ci sono almeno un’altra decina di turisti che di lì a breve, con il solo passaparola, arriveranno a fare la fila alla biglietteria.

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. Bisogna essere pragmatici. Finché lo Stato non fornirà le sovvenzioni necessarie al mantenimento dei siti museali il pagamento del biglietto resta una necessità, certo deve essere commisurato a ciò che il sito offre (questo vale sia per garantire che non si paghino importi eccessivi per siti di modesto interesse – ovviamente per il turista -, ma soprattutto per garantire che ogni sito veda il pagamento di un ingresso, è inconcepibile che non venga corrisposta una cifra, per quanto simbolica, per molti siti), garantire le dovute esenzioni ed avere un importo che garantisca a tutti la possibilità di accesso. Detto questo credo sarebbe giusto garantire l’accesso gratuito a tutti i siti almeno un giorno al mese, perché l’arte è e deve essere patrimonio di tutti. Ritengo invece fortemente sbagliato il pagamento del biglietto per l’accesso alle chiese che, prima di essere dei veri e propri musei, sono comunque dei luoghi di culto.

D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. Credo sia fondamentale. Per chi non ha dimestichezza con l’architettura antica il 3D è l’unico modo per restituire leggibilità ai monumenti, per donare un’idea che spesso sfugge a che si trovi a vedere solo resti e rovine dell’antico, quella delle volumetrie. Ogni museo dovrebbe avere delle proiezioni esplicative, così come ogni sito archeologico dovrebbe essere fornito di pannelli.

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. Oggi l’informazione si ricorda dell’archeologia solo quando viene presentata qualche nuova eccezionale scoperta o quando ahimè, per incuria, perdiamo pezzi del nostro grande tesoro. Sarebbe bello che le terze pagine dei giornali si occupassero sempre di arte ed archeologia, anche quella relativa a siti (apparentemente) stranoti al grande pubblico. La prima tappa delle mie visite della città è sempre il Foro Romano, di sicuro il sito più noto ai turisti, ebbene sapesse quanti, alla fine della visita, mi dicono di averlo visto “veramente” solo in tale occasione. Sono così ricchi i nostri siti, c’è così tanto da raccontare…

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. No. Spiace dirlo, ma in Italia vige l’idea che chi lavora in ambito accademico deve esprimersi solo con paroloni, infarcire il testo di almeno un paio di citazioni in tedesco non tradotte, riportare i classici solo in originale, e imbottire il testo di una miriade di note. Ovvio che un lettore occasionale non andrà mai oltre la terza riga di un libro di tal fatta. Così la divulgazione è lasciata a giornalisti, scrittori e presentatori di programmi TV. Alcuni di essi sono ammirevoli per la loro capacità di catturare l’attenzione del pubblico, altri, la maggior parte, scrive per sfruttare le curiosità del momento, spesso riportando cose per sentito dire, perpetuando luoghi comuni superati da tempo e facendo una pericolosa disinformazione.

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. Alcune sì, altre meno, i loro costi però talora le riservano a piccole élite di appassionati.

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. Credo che dovrebbe essere lo Stato a gestire il patrimonio comune. I beni culturali non sono un’impresa, ma un bene di tutti, come l’acqua, ma visto che ormai stanno privatizzando anche quella….

D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. Non credo di avere una conoscenza di questa legge abbastanza approfondita da poterle fornire un mio giudizio in merito.

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. No. Ma sicuramente quei pochi, pochissimi messi a disposizione, talora dovrebbero essere utilizzati meglio.

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. Si devono necessariamente continuare a fare entrambe le cose, continuando a valorizzare (ma non sfruttare!) la collaborazione con le università.

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. Credo di sì.

 

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