Dopo cinquant’anni dall’appello solenne lanciato da Sudan e Egitto allo scopo di salvare con una campagna internazionale i monumenti della Nubia, l’Unesco ha ricordato, dal 21 marzo al 24, presso Assuan, l’impresa titanica di ingegneri, archeologi e studiosi provenienti da tutto il mondo che parteciparono al salvataggio dei meravigliosi monumenti e templi faraonici che sarebbero stati coperti dalle acque del lago Nasser per via della realizzazione della diga Alta di Assuan.
Questa importante commemorazione è stata ricordata da una conferenza intitolata Lower Nubia: Revisiting memories of the past, envisaging perspectives for the future. La realizzazione della Grande diga – che venne approvata nel 1958 dal Governo egiziano per permettere all’economia del Paese di modernizzarsi fu costruita fra il 1960 e il 1964 – avrebbe trasformato i centoquaranta chilometri di terra sudanesi e i trecentosessanta chilometri egiziani, inevitabilmente, in un ampio mare. Per questa ragione, i Governi di Khartoum e del Cairo si appellarono firmando una richiesta ufficiale all’Unesco.
Così, nel 1960 l’Unesco si rivolse agli Stati membri e iniziò ciò che, in seguito, fu definito come il più grande tra i salvataggi archeologici mai avvenuti. Oltre settanta spedizioni archeologiche, che provenivano da venticinque Paesi, esplorarono le regioni nubiane che erano destinate all’inondazione, sia in Sudan sia in Egitto.
Il professor Giuseppe Fanfoni, che dirige il Centro italo-egiziano per il Restauro e l’Archeologia del Cairo, prese parte, diretto dal professor Donadoni, a due delle spedizioni – una in Egitto, presso il villaggio di Tamit, e una in Sudan, presso il centro di Sonqi – sostenute dall’Istituto di Egittologia che fa parte dell’Università romana La Sapienza, ricorda che furono inventariati e trovati centinaia di aree archeologiche e numerosissimi reperti furono portati in salvo. L’archeologo spiega che il lavoro che fecero a Tamit fu molto rapido: riuscirono solamente a eseguire rilievi e studiare graficamente il villaggio. Inoltre, rammenta gli animali che cercarono, assieme a loro, riparo nel punto più elevato del villaggio, mentre la sua missione aspettava il battello che li avrebbe condotti in salvo prima che la zona fosse sommersa.
Il professor Fanfoni sottolinea ancora che la sua missione fece un lavoro immane, che permise di recuperare numerosissimi oggetti e monumenti, ma molti altri andarono persi, arrecando un danno enorme alla storia dell’umanità.
Quattordici templi e monumenti sparsi lungo quest’area della Valle del Nilo vennero scomposti blocco per blocco e riedificati interamente al sicuro dalle acque. I più famosi di questi interventi sono, senz’ombra di dubbio, quelli che permisero di recuperare il tempio di Abu Simbel e il complesso di templi di Philae. Ai Paesi che collaborarono all’operazione di recupero furono donati cinque templi – fra cui ricordo il tempio di Ellesya, attualmente riedificato presso il museo egizio di Torino.
Durante i lavori che si sono tenuti ad Assuan, predisposti collaborando con i Ministeri della Cultura sudanese e egiziano, gli studiosi che hanno partecipato alla campagna hanno ricevuto un riconoscimento da parte dell’Unesco. Inoltre, sono stati esposti alcuni dei documenti inerenti all’operazione di salvataggio ed è stata lanciata una nuova campagna allo scopo di conservare il patrimonio della Nubia.
Autore: Martina Calogero - pubblicato in data 24 marzo 2009 - Email info@archart.it

