MIBAC: la svolta strategica e la rivoluzione liberale del ministro Bondi


 

MIBAC: la svolta strategica e la rivoluzione liberale del ministro Bondi

La conferenza stampa del 20 luglio 2010 del ministro Sandro Bondi era molto attesa per l’emergenza dei tagli di risorse e per i problemi pressanti degli Enti lirici e del Cinema; lo ha dimostrato l’affollamento della grande sala al Collegio romano anche nei posti in piedi e il numero delle domande seguite all’ampia esposizione del Ministro, accompagnato dal sottosegretario Francesco Maria Giro, molto attivo nelle iniziative del Ministero. Ma è stata anche l’occasione per ribadire la svolta strategica nel Ministero per i Beni e le Attività culturali che l’emergenza economica ha accelerato; nella quale abbiamo visto una vera e propria rivoluzione liberale.

Un tavolo istituzionale per la cultura: la svolta strategica del ministro Bondi

Oportet ut scandala eveniant”, si potrebbe dire, il Ministro ha esordito così: “In qualche modo la crisi ha rappresentato anche un’opportunità, un’occasione per affrontare alla radice il problema del rapporto tra l’attività culturale e il finanziamento dello Stato”. E al termine ha ribadito “La crisi è stata anche un’opportunità di cambiamento. Le riforme erano e sono necessarie, ma ora s’impone un’attenzione particolare verso la cultura”.

Una rivista come la nostra, rivolta ai tempi lunghi delle civiltà e dell’arte antica, della storia e delle tradizioni, è particolarmente attenta a quanto di strategico e non solo di contingente si muove nel mondo dei beni e delle attività culturali.

Pertanto partiamo dalla strategia di fondo nel delineare il quadro fornito dal Ministro, un anno dopo il 29 luglio 2009 quando ci fu il solenne insediamento del direttore generale Mario Resca con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in persona a sottolineare il ruolo centrale attribuito al settore nella politica economica del governo; che si tradusse nel fissare l’obiettivo del raddoppio dell’incidenza del turismo sul prodotto interno lordo, da realizzare con la valorizzazione dei beni culturali, anche perché la cultura – precisò Resca – è alla base delle scelte del 50% dei turisti.

Fu questa la svolta strategica alla cui attuazione fu chiamato un manager che aveva raggiunto posizioni di vertice in settori di larga penetrazione nel pubblico; con l’intento di trasferire questa cultura in un settore ricco di specialisti di livello mondiale più idonei alla custodia che alla valorizzazione nella quale sono in gioco questioni di mercato e di economicità delle iniziative. Una svolta necessitata dalla rovinosa perdita di posizioni dell’Italia nel mercato turistico negli ultimi anni, sebbene disponga del 70% dei beni culturali mondiali – in cui spiccano i suoi siti archeologici e i capolavori dell’arte antica – e abbia risorse paesaggistiche e ambientali senza confronti; e così il retaggio di storie e di tradizioni che alimentano le attività culturali in sinergia con i beni artistici.

L’investitura mostrò anche l’impegno di Silvio Berlusconi a prestare la massima attenzione al settore, e per questo crediamo non abbia difficoltà ad accogliere quanto proposto dal ministro Bondi, che riportiamo testualmente: “Chiederò al Presidente del Consiglio che si svolga una riflessione approfondita sulla cultura in una seduta del governo e l’insediamento di un tavolo istituzionale, con la sua presenza, quella del dottor Letta, di alcuni ministri come quello degli Esteri, del Turismo, e quella del Ministro dell’Economia”.

Il motivo segue immediatamente: “Dobbiamo essere consapevoli delle riforme che abbiamo realizzato, ma anche che il rapporto con il mondo della cultura non è un problema che riguardi solo la mia persona, ma l’intero governo e la maggioranza nel suo complesso”.

Il ministro ha anche parlato di ciò che intende sottoporre alla valutazione collegiale come premessa a un costante monitoraggio dei problemi e delle soluzioni; senza trincerarsi nelle proprie competenze, anzi chiedendo con forza la partecipazione degli altri ministri interessati: “A questo tavolo presenterò delle proposte necessarie per continuare a lavorare sulla strada delle riforme: in caso contrario le stesse riforme rischieranno di fallire. La prima questione che intendo porre è quella di un provvedimento coerente di defiscalizzazione dei contributi alla cultura. Qui bisogna essere chiari; non è una richiesta che costa: è un contributo che la cultura offre al Paese”.

Bondi è ancora più esplicito: “Non voglio più che le nostre richieste siano ritenute delle spese. Non dobbiamo essere noi a chiedere, ma le istituzioni a riconoscere il contributo che il mondo della cultura offre allo sviluppo del Paese”. Dopo l’esempio dei 6 milioni di visitatori annui al Colosseo, dei 600 mila alla mostra di Caravaggio alle Scuderie del Quirinale e dei 25 mila della “Notte di Caravaggio” a Roma, prosegue: “Andremo avanti sulla strada del cambiamento. L’autonomia dei Musei (dal punto di vista gestionale e finanziario) e un ‘Piano per il Sud’ che presenterò ai governatori delle Regioni del Mezzogiorno (fondi FAS e POIN che non sono stati ancora spesi o vanno rimodulati secondo diverse esigenze)”.

A questa puntigliosa riaffermazione del ruolo della cultura un soprassalto di legittimo orgoglio: “Sempre per quanto riguarda il contributo che il mio ministero offre allo sviluppo del Paese, voglio ricordare i programmi culturali raggiunti a livello internazionale (cito solo l’anno della cultura cinese che si inaugura il prossimo ottobre 2010, l’anno della cultura russa e della cultura italiana che si svolgerà nel 2011). Infine, la questione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, il cui fulcro non saranno le opere edilizie, ma la cultura e la memoria culturale del nostro Paese”.

La rivoluzione liberale del Ministro per i beni culturali

Non c’è stata soltanto la riaffermazione della svolta strategica e la richiesta del tavolo istituzionale sulla cultura nella parte non legata all’emergenza della conferenza stampa del ministro Bondi. Prendendo lo spunto dall’affermazione di Panebianco “secondo cui oggi la cultura è ‘cultura di Stato’ nel senso che è interamente finanziata dallo Stato”, ha detto: “Tutto il mio impegno è rivolto a liberare la cultura dall’abbraccio soffocante dello Stato restituendo un ruolo alla società civile”.

E ha citato, come esempio di questa volontà riformatrice, una serie di iniziative legislative già in atto o in programma, che coprono la vasta area di interesse del Ministero.

Riguardo alle Fondazioni lirico-sinfoniche ha detto che il decreto convertito in legge ha affrontato una situazione fuori controllo il cui passivo portava al fallimento dei teatri lirici nonostante gli ingenti finanziamenti pubblici da parte dello Stato e degli Enti locali, oltre che privati.

Sullo Spettacolo dal vivo è in dirittura d’arrivo alla Camera la legge quadro d’iniziativa parlamentare, ce ne occupammo a suo tempo sulla rivista consorella www.abruzzocultura.it.

Mentre per il Cinema ha annunciato l’imminente presentazione di un apposito disegno di legge con l’attesa riforma che proroga la defiscalizzazione correlata all’attrazione di capitali privati insieme ai finanziamenti pubblici: i meccanismi operativi sono quelli del “tax credit” e “tax shelter”. Nel contempo ha annunciato lo sblocco dei contributi per il 2010, pari a 75 milioni di euro, di cui 55 milioni tra film di interesse culturale ed enti pubblici di settore (Cinecittà/Luce e Centro sperimentale di cinematografia), 20 milioni tra opere prime e seconde, rassegne e festival; fondi che saranno assegnati dalle commissioni ai primi di agosto consentendo di riaprire i set di produzione.

Anche per i Musei - settore che ci interessa in modo particolare – notizie positive: a giugno sono state avviate le gare di appalto per i nuovi concessionari superando un impasse di tre anni. Non si tratta di routine, rientrano nella strategia che punta alla loro autonomia gestionale e finanziaria anche come premessa degli interventi necessari a migliorare l’attrattiva per i visitatori con servizi di accoglienza al livello delle migliori realizzazioni all’estero; aumentando le presenze, gli incassi daranno maggiori risorse per la conservazione e renderanno il sistema più competitivo ai fini dei flussi turistici dai quali può venire un apporto decisivo all’economia dei territori interessati.

La circostanza che oltre metà dei visitatori ai musei e aree archeologiche fruisce della gratuità per l’età o la categoria di appartenenza può portare a una riconsiderazione dei criteri di esenzione che contempli magari un modesto ticket tale da ricevere il loro contributo senza scoraggiarne l’accesso.

Rivoluzione liberale non significa far mancare alla cultura i finanziamenti pubblici, e il Ministro lo ha detto espressamente: “E’ impensabile che la cultura regga nel mercato senza alcun sostegno ed è giusto che il valore vada misurato soprattutto con parametri non economici”. Ma ha aggiunto, per marcare la differenza rispetto alla concezione assistenzialista: “Trovo insensato come succede oggi che quanto più un’istituzione perde tanto più il disavanzo venga coperto dallo Stato, un sistema oggi non solo insostenibile dal punto di vista economico, ma a mio parere perfino immorale”.

In questa impostazione si fa affidamento sull’assunzione di responsabilità da parte delle classi dirigenti, in particolari gli imprenditori ai quali ha rivolto un appello per uno sforzo collettivo di promozione della cultura: se non si vuole che sia “cultura di Stato” in quanto “interamente finanziata dallo Stato” occorre che privati e società civile, cui viene riconsegnata, facciano la loro parte. Aiuta il fatto che gli investimenti nella cultura, secondo le ripetute affermazioni del direttore generale Resca, hanno un elevato ritorno economico: oltre 14 euro per ogni euro investito. E viene prospettato un nuovo criterio incentrato su questo principio negli stessi contributi pubblici: “Come succede nei paesi anglosassoni, l’istituzione riceverà dallo Stato finanziamenti crescenti in rapporto alla capacità di attrarre capitali privati e di coinvolgere il mecenatismo nazionale e locale”.

Ma con due particolarità: l’intervallo temporale piuttosto esteso nel quale spesso si verificano i ritorni che può scoraggiare l’investimento; e il fatto che questi non si concentrano sull’investitore ma si distribuiscono nei diversi settori ai quali vanno gli effetti positivi. Caratteristiche che si prestano in modo particolare all’investimento pubblico, come al mecenatismo privato il cui ruolo determinante associato all’investimento pubblico può svolgersi in forme tali, come le sponsorizzazioni, da dare ritorni addirittura immediati sul piano dell’immagine, non meno importante di quello economico. Di qui l’appello che deve essere raccolto senza ulteriori indugi: e già il sottosegretario Giro ha annunciato che si sta formando una cordata di imprenditori per una sponsorizzazione addirittura sul Colosseo per una cifra di 25 milioni di euro.

Non saranno soltanto i privati a dover essere responsabilizzati, ma soprattutto gli Enti locali che con il federalismo avranno un ruolo preminente nella valorizzazione. Bondi ha tenuto a precisare: “Ho difeso strenuamente il principio che la tutela restasse saldamente nelle mani dello Stato centrale”, e lo troviamo nella legge delega sul federalismo del 2009. Inoltre “in sede di approvazione del recente decreto legislativo sul federalismo demaniale (decreto n. 85 del 2010) ho ottenuto che i beni culturali fossero esclusi dal trasferimento generalizzato (art. 5, comma 2) e il loro trasferimento alle autonomie territoriali fosse sempre subordinato al fine della migliore gestione e della massima fruizione pubblica dei beni, sulla base di appositi accordi tra il Ministero e i Comuni, nel quadro e nel rispetto del codice dei beni culturali e del paesaggio (come previsto nell’art. 5, comma 5)”.

Rivoluzione liberale vuol dire anche semplificazione delle procedure e delle autorizzazioni, ma anche in questo caso, come per il federalismo, la preoccupazione è stata di non far mancare le necessarie garanzie in campo culturale e ambientale, settore quanto mai delicato ed esposto a danni irreparabili. Di qui i paletti posti alle misure introdotte con la manovra economica.

Per la semplificazione delle procedure si è sempre seguito il parere delle soprintendenze senza bypassarlo ricorrendo al governo per sbloccare situazioni di paralisi. Risultato: lo sblocco di 100 procedure di impatto ambientale in atto sin dal 2008, sburocratizzazione unita alle giuste garanzie.

Nelle autorizzazioni – che con l’accelerazione della manovra si imperniano sulla Conferenza dei servizi – è stata ottenuta la partecipazione, a fini di tutela e garanzia, degli uffici periferici del Ministero; e si è riusciti ad escludere i beni culturali e paesaggistici dalla rischiosa accelerazione autorizzativa introdotta con la SCIA, la “segnalazione certificata di inizio attività” che avrebbe potuto far passare iniziative dannose per i beni protetti.

La soluzione adottata per i tagli alle risorse

Arriviamo così all’argomento di attualità dopo aver dato conto dei temi strategici di primario interesse per una rivista che guarda ai tempi lunghi della storia e della civiltà. Ma non dimentichiamo che “primum vivere, deinde philosophari”, e passiamo ai tagli.

E considerando i tempi non lunghi ma medi non possiamo non rilevare che non nascono con l’emergenza finanziaria, anche se si sono accentuati, ma proseguono un trend negativo che dal 2005 ha visto ridursi la percentuale da prefisso telefonico che misura l’incidenza sul prodotto interno lordo dei contributi alla cultura: dal già misero 0,34 all’ancora più esiguo 0,21%, in valore assoluto una contrazione di quasi un quarto nel quinquennio, da 2,2 a 1,7 miliardi di neuro, quasi 1000 miliardi delle vecchie lire in meno in termini correnti e ben di più in valori reali e in relazione alle altre principali poste economiche.

Con la manovra economica l’impatto poteva essere dirompente per non dire distruttivo. E il ministro Bondi ha rivendicato a questo riguardo: “Ho scongiurato la soppressione di importanti realtà culturali e ora sono riuscito a lasciare sostanzialmente inalterato per l’anno in corso il contributo statale”.

Gli va dato atto di non aver evocato un pericolo ipotetico, dato che ha fatto recedere un provvedimento già formalizzato dal Ministero per l’Economia con la prima versione della manovra nella quale erano stati brutalmente “decimati” gli Enti culturali e venivano imposti i famigerati “tagli lineari”, l’opposto dei proclamati e sacrosanti criteri meritocratici. Con la pronta reazione di Bondi, che ha applicato le priorità nei diversi settori della cultura, i tagli pur dolorosi sono stati resi compatibili con le esigenze irrinunciabili: la formula seguita è stata di azzerare i contributi alle manifestazioni celebrative, a parte quelli per Cavour e il 150° dell’Unità d’Italia, e concentrare le limitate risorse disponibili sui maggiori Enti e su quelli minori identificati nella normativa in atto. Non è che i tagli siano stati neutralizzati, per gli enti maggiori si tratta del 15% in meno, per i minori del 5% ; inoltre vengono messi alla frusta, per così dire, in quanto ci si attende che le “performance culturali siano valutabili anche in una dimensione economicamente sostenibile”.

Lo spettro della “recessione culturale” è sempre dietro l’angolo, e per scongiurarlo si dovrebbe ripensare la manovra economica, come è stato chiesto dall’appello di sei delle maggiori organizzazioni culturali al quale ci siamo associati nella rivista consorella sopracitata. Per il momento, tuttavia, i vincoli del Ministero per l’Economia sono scattati, la manovra è stata approvata in Parlamento e Tremonti ha dichiarato “La fiducia dà fiducia” con un’acrobazia verbale che riesce a dare al voto di fiducia un valore positivo laddove è lo strumento parlamentare al quale si ricorre se viene meno la fiducia nella compattezza della maggioranza e nella possibilità di un rapporto costruttivo con le opposizioni senza operazioni ostruzionistiche: un ossimoro, dunque.

Il problema della comunicazione culturale

Ma il ripensamento che sembra sia stato avviato sui contributi alla stampa di partito e politica in genere, più o meno fantasma, dà una qualche speranza che si possa ripartire su basi nuove anche nella visione del Ministero per l’Economia che nella selezione per l’assegnazione di risorse pubbliche dovrebbe privilegiare le attività culturali rispetto a quelle politiche già oltremodo gratificate dalla legge sui rimborsi elettorali che garantisce finanziamenti, ben superiori alle spese effettive, dai quali la stampa di partito può essere più che sostenuta. Mentre nulla è previsto finora per la comunicazione culturale, sebbene le venga riconosciuta un’importanza decisiva per il successo delle iniziative in questo campo, come l’anello fondamentale nella catena che va dalla realizzazione alla promozione allo sviluppo; è l’anello da cui dipende la diffusione presso il grande pubblico che solo la comunicazione assicura, nella forma tradizionale a stampa e via Internet.

Il ministro Bondi ha detto, e lo abbiamo riportato, come sia “impensabile che la cultura regga sul mercato senza alcun sostegno”; altrettanto la comunicazione culturale che non dispone neppure dei militanti come quella politica. Abbiamo sollevato il problema anche nella citata www.abruzzocultura.it e nell’altra rivista consorella www.amalarte.it, e lo abbiamo posto espressamente in conferenza stampa con una domanda alla quale Bondi ha risposto mostrando attenzione; ma sappiamo che la soluzione risiede altrove, per cui lo riproponiamo al Ministro per l’Economia. Il problema è garantire la catena promozione-comunicazione-sviluppo nella quale un anello essenziale è nella comunicazione culturale nelle forme, di valore crescente, notizia-commento-approfondimento; e perché non farlo con un impiego più assennato delle risorse ora isterilite nei contributi alla stampa di partito e non solo? Riteniamo sia il momento giusto per sollevare il problema e la possibile soluzione, nel corso del positivo ripensamento al riguardo.

Perché, se è vero che la cultura è la prima industria del Paese e le iniziative che la riguardano il maggiore propellente per lo sviluppo con la comunicazione culturale fattore essenziale per il successo delle iniziative, è altrettanto vero che dirottandovi le risorse ora sterilizzate nel pozzo senza fondo della politica si avrebbe una allocazione altamente produttiva per il Paese. Fare appello alla razionalità e alla coerenza non ci sembra un esercizio inutile. Almeno lo speriamo fortemente.

 

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