Due Vanvitelli e un Dughet recuperati dai Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale


 

Caserma “La Marmora”, sede dei Carabinieri del Comando della Tutela del Patrimonio Culturale, ci torniamo dopo l’affollata conferenza stampa di presentazione dei consuntivi dell’attività nel 2009, del generale Giovanni Nistri, di cui abbiamo riferito in precedenza. 

Rilanciamo la proposta della fiction Tv per una nuova “Caccia al ladro d’autore”

Fummo colpiti dal gran numero di opere d’arte recuperate e dalla loro bellezza estetica unita al valore artistico, ne demmo degli esempi in una piccola galleria fotografica; e anche dall’ampiezza del campo interessato dalle operazioni, l’intero territorio nazionale con puntate all’estero, e dal loro carattere avventuroso. Immaginammo intrecci “thriller” ispirati a tali operazioni, arte e mistero, indagini e irruzioni, anche perché il sottosegretario Francesco Maria Giro aveva lanciato in quello stesso incontro l’idea di una “fiction” televisiva da proporre alla Rai.

E’ o non è servizio pubblico, tenuto a dar conto con tutta l’evidenza consentita dal mezzo di ciò che è nell’interesse dei cittadini, tanto più quando, come in questo caso, ha un alto valore spettacolare e presa sul pubblico, “Il Codice da Vinci” docet? Cercammo di approfondire la proposta e seguendo la preziosa indicazione di un colonnello del nucleo, trovammo il precedente nel serial Rai “Caccia al ladro d’autore”, con l’attore Giuliano Gemma e tre registi tra cui l’abruzzese Tonino Valeri.

Per questo precedente ancora fresco, siamo venuti con molto interesse alla nuova conferenza stampa, altrettanto affollata, nel piccolo anfiteatro del Comando. Il vice comandante, colonnello Luigi Cortellessa, ha ricostruito l’episodio insieme con i capitani Ilari del Nucleo di Monza e Quagliarella del Comando di Roma. Ed è stato come sentire dal vivo dipanarsi una delle fiction che ci attendiamo dalla televisione. Ce ne sono gli ingredienti, il mondo dei galleristi e quello dei ricettatori, gli “specialisti” della fiamma ossidrica per aprire le casseforti e i “professionisti” dell’effrazione per entrare negli appartamenti, il traffico transfrontaliero, ora di opere d’arte, la collaborazione tra forze dell’ordine di due paesi, il ruolo del reparto Investigazioni scientifiche.

Qualche notizia sui figliol prodigo tornato a casa, e sul compagno di avventura

Primavera 2009, sul mercato internazionale un ignoto collezionista mette in vendita due dipinti di Gaspar Van Wittel, il pittore olandese divenuto celebre per i paesaggi, tanto che viene definito il “padre del vedutismo settecentesco”, naturalizzato italiano dopo i vent’anni trasformò il nome in Gaspare Vanvitelli, fu soprannominato ”Gaspare degli occhiali” perché avanti negli anni aiutava la vista nel dipingere; l’aveva compromessa per la sua certosina attenzione ai particolari più minuti.

E’ vissuto tra il 1653 e il 1736, anno della sua morte a Roma, e non va confuso con il celebre Vanvitelli della “Mole vanvitelliana” di Ancona, dove proprio oggi si chiude la Mostra delle Icone ucraine che ieri è stata visitata da venti Ambasciatori presso la Santa Sede; è suo figlio Luigi Vanvitelli lillustre architetto che progettò, tra le tante altre opere architettoniche, la Reggia di Caserta iniziando l’attività come pittore. Forse l’interesse per l’architettura gli venne dai dipinti del padre Gaspare, tanto erano minuziosi nelle topografie e nel senso prospettico degli edifici.

Ci soffermiamo su tali aspetti perché queste occasioni servono anche ad approfondire la conoscenza degli artisti “recuperati”, ed è un altro merito di chi ottiene simili risultati. E’ come il figliuol prodigo che torna a casa, anche se è andato via contro la sua volontà, si uccide il vitello grasso. Questa volta è tornato in compagnia, e parleremo anche di chi lo “accompagna”, l’altro quadro salvato dai Carabinieri. I due dipinti di Vanvitelli sono sul cavalletto, esposti all’ammirazione di tutti, rappresentano la “La veduta di Grottaferrata” con in vista la Basilica di San Nilo e la “La veduta di Ronciglione”, e c’è un “Paesaggio romano” su carta di un altro celebre maestro vedutista dallo stesso nome Gaspar, il cognome è Dughet, vissuto mezzo secolo prima del Vanvitelli, tra il 1613 e il 1675.

A chi non è addentro allo stile pittorico dei “vedutisti” potrebbe sfuggire il valore dell’operazione che ha permesso di recuperare tre loro opere. Valore che non si misura dal corrispettivo venale attribuito alle pitture, pur se dell’ordine dei 400 mila euro, ma dalla caratura dei due pittori.

Di Vanvitelli abbiamo già anticipato qualcosa sull’arte di dipingere paesaggi e scorci cittadini e naturali, il “vedutismo” di cui si può trovare una “summa” nel racconto che facemmo della visita alla mostra su “La Campagna romana” al Vittoriano in www.abruzzocultura,it. E’ nato nei pressi di Utrecht, e ci piace sottolineare un’altra coincidenza, oltre quella sopra accennata sulla mostra delle Icone ucraine alla Mole vanvitelliana di Ancona: proprio oggi ad Utrecht è approdata la seconda tappa del Giro d’Italia, ed è la prima volta che questo avviene, onore al Gaspare ritrovato!

Entra in uno studio professionale di topografia e la tecnica acquisita si riflette nella minuzia dei suoi dipinti dove i palazzi sono scanditi in ogni minimo particolare architettonico, di qui prende avvio la vocazione del figlio Luigi. Venuto a Roma con l’incarico di uno studio topografico per ripristinare la navigazione del Tevere e utilizzare gli obelischi come meridiane, vi resta per sempre dipingendo in lungo e in largo le vedute cittadine e quelle della campagna. Da Villa Medici a Trinità de’ Monti, da Ponte Sisto a Piazza del Popolo, da Piazza San Pietro a Castel Sant’Angelo, da Campo Marzio al Colosseo, la galleria delle sue opere è quanto mai vasta, si ritrova anche nelle chiese e palazzi romani. Appartengono ad essa i due dipinti recuperati, quello con la Veduta di Grottaferrata e la Basilica di San Nilo è uno dei più citati nelle biografie dell’artista. Ma non si ferma nella capitale, soggetti delle sue vedute sono anche Firenze, dove si ferma nel 1694-95, Urbino e Napoli nel 1699. Minuziosità nei particolari, nitidezza del disegno, senso prospettico le sue caratteristiche salienti.

L’operazione è stata intitolata a lui con lo scherzoso riferimento agli occhiali, ma altrettanto valore viene riconosciuto all’altro Gaspar “ritrovato”, il pittore Dughet, vissuto cinquant’anni prima, parente ed ammiratore di Poissin, dal quale mutua sì la passione per le vedute, ma va alla ricerca di ambienti più naturali e tormentati senza preoccuparsi di dare un senso interiore ai paesaggi e a pervaderli di sottile malinconia, come faceva il suo precursore e primo maestro. Anche di Dughet, come di Vanvitelli, è vasta la galleria di paesaggi, si trovano in molti famosi palazzi romani e in alcune chiese. Basti pensare che nella Basilica dei santi Silvestro e Martino ai Monti, della quale abbiamo visitato gli scavi sotterranei raccontandoli in questa rivista, ci sono 18 suoi affreschi.

Certo, la forma circolare dei due Vanvitelli ritrovati evoca anch’essa gli occhiali, a prescindere dall’origine del soprannome; per l’altrettanta preziosa “Veduta” di Dughet basta lavorare di fantasia, chissà che qualcuno non trovi un termine accattivante per ricomprendere entrambe le opere!

I due “Gaspare con gli occhiali” e il Dughet recuperati dai carabinieri, la prima fiction

Siamo tornati dove eravamo partiti, ai due dipinti circolari, potrebbe essere la prima fiction, con le polizie di due paesi, il nucleo di Investigazioni scientifiche. Seguiamone l’appassionante vicenda.

I due dipinti sono tempere circolari dal diametro di venti centimetri, e vengono offerti in vendita separatamente a diverse gallerie inglesi e tedesche, olandesi e pure milanesi. Scatta l’allarme dei Carabinieri della Tutela del Patrimonio Culturale, i dipinti erano stati rubati due anni prima, nel gennaio 2007, e il biennio è il periodo di attesa minimo prima di mettere in commercio le opere trafugate. Si crede che così si calmino le acque e la vendita possa meglio passare inosservata.

Le “antenne” dei Carabinieri captano questo movimento, il mercato dei galleristi è monitorato per prevenire e reprimere azioni delittuose, questa volta sono i Carabinieri del nucleo Tutela di Monza a venire a conoscenza della vendita che l’ignoto collezionista propone. Quando arriva il momento opportuno si deve intervenire per evitare che con la vendita le opere si dileguino di nuovo.

Coordina le indagini il sostituto procuratore della Repubblica di Milano Ferdinando Esposito, i Carabinieri del nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Monza rintracciano la refurtiva in Svizzera, serve la collaborazione della polizia locale. Detto e fatto, si organizza il pedinamento con la Polizia giudiziaria del Canton Ticino in territorio svizzero. Il “collezionista” si rivela essere un ricettatore, viene arrestato appena mette piede in Italia. È un cinquantenne di Napoli con dei complici, scoperti e denunciati per ricettazione e riciclaggio in concorso con lui. Per riportare le opere trafugate in Italia, non ci sono problemi, la collaborazione delle autorità doganali svizzere accelera le procedure. “Gaspare con gli occhiali” torna a casa con le due belle vedute di paesaggi.

Ma c’è di più. Le indagini, che si sono avvalse degli accertamenti del reparto Investigazioni Scientifiche di Roma, hanno permesso di risalire dal ricettatore, che potremmo definire l’utilizzatore finale della catena delinquenziale prima del cliente più o meno consapevole, agli autori del furto dei dipinti, avvenuto scassinando la cassaforte dove erano custoditi: una banda, specializzata nell’uso della fiamma ossidrica , composta da italiani residenti nell’area napoletana ai quali vanno ascritti furti molto particolari, nelle anagrafi di alcuni comuni campani. Con la banda di napoletani operava una banda di nomadi della periferia di Roma specializzata a sua volta nell’effrazione degli infissi.

I carabinieri la definiscono “una vera e propria ‘joint venture’ del crimine organizzato”, “specialisti della fiamma ossidrica” per le casseforti più “professionisti dell’effrazione” per gli infissi.

Questa volta la refurtiva è costituita da opere d’arte e male gliene incoglie: i Carabinieri della Tutela non solo hanno recuperato le opere ed arrestato il ricettatore denunciando i complici; hanno anche portato alla luce l’intreccio operativo delinquenziale e smascherato la banda. D’ora in poi si terranno alla larga da tutto ciò che ha nome Gaspare e, si spera, dal furto, tanto più di opere d’arte.

La strategia e i limiti investigativi, il confine tra buona fede e incauto acquisto

E’ apprezzata consuetudine di questi incontri che all’informativa ampia e circostanziata segua una discussione, alle domande vengono date risposte altrettanto esaurienti. Questa volta lo ha fatto il Vicecomandante colonnello Cortellessa insieme al capitano Quagliarella. Si è potuto chiarire che la loro massima attenzione va alle opere d’arte, la loro attività è volta soprattutto ad impedire che tornino nel circuito illecito, “l’obiettivo primario è la messa in sicurezza delle opere, poi viene la ricerca delle responsabilità penali”. Il nucleo della Tutela del Patrimonio Culturale “cerca di spezzare il circuito criminoso e fermare la continuazione del reato per impedire che l’illecito produca altri effetti dannosi per il bene tutelato”. Qualcosa di più della repressione pura e semplice.

Sul caso di specie, come dicono i giuristi, è stato precisato che “la difficoltà dell’operazione è dovuta alla posizione di incensurato del ricettatore delle opere d’arte, che quindi si presentava sul mercato senza timori”, mentre “erano pluri-pregiudicati gli autori del furto”, ma non comparivano. “Il mercato ufficiale aveva respinto le proposte di acquisto, il rischio era che finissero nel mercato clandestino e svanissero nel nulla. Perché è raro l’acquisto in buona fede di opere di tale caratura”.

Il colonnello Cortellessa ha risposto con la consueta cortesia alle domande da noi poste sui due versanti, le indagini e le conseguenze penali per l’acquirente. Per cominciare abbiamo chiesto se i Carabinieri del nucleo usano presentarsi nelle vesti di collezionisti o galleristi, comunque di potenziali acquirenti per meglio smascherare i ricettatori che cercano di vendere le opere rubate, come poteva avvenire per quelle di Vanvitelli. Ha risposto che “non è possibile farlo perché la legge lo consente soltanto per le operazioni contro il traffico di droga e quello illecito di armi; si ricorda una vecchia proposta di legge per estendere tale possibilità anche al traffico di opere d’arte rubate ma poi è caduta nel nulla”. Si tratta di un vigile ascolto e di stretti collegamenti con l’ambiente galleristico interno e internazionale, l’intervento diretto con infiltrazioni non è’ ammesso.

L’altra domanda riguarda la possibile buona fede dell’acquirente, in mancanza della quale al sequestro del bene incautamente acquistato si aggiunge la denuncia per ricettazione. Cortellessa, pur rimandando alla libera e autonoma valutazione del magistrato, in assenza di una chiara giurisprudenza ha osservato che la buona fede andrebbe esclusa quando l’acquirente ha una competenza specifica, quindi è in grado di accorgersi se l’opera non può essere accessibile con mezzi leciti. “Usando la diligenza del buon padre di famiglia chiunque dovrebbe chiedere la provenienza e la certificazione delle opere d’arte prima di procedere all’acquisto se vuol essere garantito”. E ha aggiunto: “Abbiamo la banca dati dove ci sono le opere d’arte rubate ed è aperta alle associazioni interessate; sul nostro sito pubblichiamo anche un bollettino delle stesse per cui si può verificare”.

Comunicazione e divulgazione, “in house” e nella rivista on-line indipendente

Prendiamo atto dell’importanza della comunicazione anche nella configurazione delle responsabilità in relazione alla buona fede o meno. Forse è bene che il sito dei Carabinieri – che sebbene sia aperto potrebbe essere considerato “in house” - non resti solo nel rendere palese la natura furtiva; la comunicazione anche su una rivista privata di libero accesso on-line può avere carattere divulgativo esterno per cui invocare la buona fede diverrebbe ancora più problematico.

Abbiamo detto che la Rai, nella funzione di servizio pubblico che non si stanca di rivendicare potrebbe rendere un servizio ai cittadini con la “fiction” seriale ideata e proposta dal sottosegretario Giro come abbiamo ricordato all’inizio. Noi, come Rivista culturale nell’archeologia, arte antica e non solo, siamo pronti a svolgere una sistematica attività di divulgazione con le finalità di pubblico interesse ora sottolineate, mettendoci per amore dell’arte al servizio del cittadino e della giustizia.

Un interesse che va alle opere sottratte e trafugate con un “Warning!” a chi volesse acquistarle per l’illecito che si accinge a compiere senza poter fare affidamento sulla copertura della buona fede, esclusa dalla pubblicazione on-line su una rivista esterna e indipendente; e va anche alle opere ritrovate dai Carabinieri con un “Vittoria!” che saluta il successo delle operazioni del Corpo impegnato con le sue squadre di Carabinieri e specialisti nella diuturna lotta contro i trafugamenti. Iniziati, come ci disse il generale Nistri, ben prima dei furti e saccheggi alle Piramidi d’Egitto.

E’ un Corpo che ha festeggiato di recente i quarant’anni di vita con le mostre “L’Arma per l’Arte”, una galleria di capolavori recuperati a prezzo di difficili e spesso perigliose investigazioni, ed ha ora in corso la mostra “SOS Abruzzo” al Museo di Castel Sant’Angelo, nelle splendide antiche sale della grande spianata superiore, altra galleria d’arte straordinaria che dobbiamo alla loro opera meritoria.

Metterci a sua disposizione per divulgarne l’attività in modo sistematico e documentato è il meno che possiamo fare per rendere onore alla cultura di cui ci riteniamo al servizio; e dare una mano per quanto modesta a chi vigila e opera per difenderne i valori senza retorica ma con la forza dei fatti.

 

Questo articolo ha 3 commenti

  • ROBERTO MACRI' scrive:

    Ho trovato l’articolo di grande interesse per le problematiche di carattere generale di questa attività che fanno onore all’Arma dei Carabinieri e per il ritrovamento de dipinto dell’Abbazia di Grottaferrata perchè ci abito da trent’anni e ne conosco l’enorme importanza religiosa e culturale.Grottaferrata prende il nome dalla Cripta Ferrata di epoca romana, che costitui’ il primo nucleo dell’Abbazia ed è incorporato nella Chiesa di Santa Maria,ed è nata come Comune solo a fine Ottocento per merito di tanti immigrati marchigiani che permisero di raggiungere il minimo numero per affrancare Grottaferrata da Frascati da cui dipendeva .Ma Grottaferrata era già famosa dall’anno Mille per l’Abbazia di rito greco ortodosso ereditato dal fondatore Nilo monaco calabrese di impronta bizantina;oltre alla bellezza della imponente architettura religiosa e militare,fu fortificata da Papa Giulio il guerriero, è famosa e visitata oggi anche perchè custodisce in due biblioteche preziosi testi bizantini ,in un piccolo Museo tanti resti romani della zona e continua la tradizione antichissima di tipografia d’arte che dopo i libri scampati all’alluvione di Firenze è ricordata per ultimo per il restauro del Codice da Vinci.

  • Pierpaolo Merolla (Belgio) scrive:

    La lettura dell’interessante articolo del dr.Levante mi riporta ad un’esperienza vissuta in occasione della visita in Francia del “Musée des Beaux-Arts” di Dijon nell’agosto 2007.
    In esso sono esposte numerose opere trafugate dalle truppe napoleoniche durante le loro campagne e provenienti, in particolare, dal Belgio e dalla nostra Penisola. Notai con viva sorpresa ed irritazione che in margine alle opere erano indicati data del trafugamento e nome dell’autore del misfatto.A tali sentimenti negativi se ne aggiunse uno ancora più profondo nel leggere che anche in basso alle opere trafugate dalle truppe tedesche in Francia durante il secondo conflitto mondiale erano indicate delle date, ma stavolta erano quelle di recupero e restituzione da parte dell’apposita Commissione alleata. In parole povere, i francesi si sono tenuti cio’ che hanno trafugato e si sono ripresi cio’ che era stato loro tolto. Chiesi pertanto spiegazioni al Ministero dei Beni culturali, tanto più che nello stesso periodo i media davano molto risalto al recupero di opere illegalmente depositate al Getty Museum di New York. In particolare, ho allegato la foto di un’opera di Cecco di Pietro”I funerali di San Bernardo”, sulla quale era indicato in francese il corrispondente di”Proviene dal campo Santo di Pisa dove era stato prelevato da Vivant Denon nel 1811.Depositato al Museo del Louvre nel 1955″(Quel Vivant Denon che fondo’ il Museo Napoleonico poi divenuto il Louvre). Il Ministero ebbe la cortesia di inviarmi una risposta che riassumo come segue:
    °)l’Italia, particolarmente defraudata dalle spoliazioni napoleoniche, fu solo in minima parte risarcita dall’attuazione delle decisioni del Congresso di Vienna in quanto non ancora una sola nazione e quindi impossibilitata ad opporsi alle manovre di statisti quali Castlereagh, Metternich e Tayllerand. Tra l’altro é da tener presente che molte opere non furono rivendicate dalla classe politica che sarà poi sostituita dal nostro Risorgimento;
    °)l’intellighenzia ottocentesca non aveva ancora l’apertura della nostra civiltà che prevede la restituzione dei beni considerati”prede di guerra”, principio basilare nei trattati di pace che regolamentano la chiusura del secondo conflitto mondiale.
    Pur apprezzando la dettagliata e motivata risposta, sono restato dell’idea che in realtà i francesi si sono tenuti le “prede di guerra” e che sarebbe giusto tentarne il recupero.

  • Giovanni scrive:

    Ottima proposta!!! Come sempre le idee migliori vengono, absit inuiria verbis citando una citazione dell’autore, “dal basso”!

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