La visita ad Ancona, oggi 8 maggio, degli Ambasciatori presso la Santa Sede rappresenta il culmine della mostra “L’Epoca d’Oro delle Icone Ucraine”, che si chiuderà domani 9 maggio dopo un’apertura troppo breve di poco più di due mesi nella sede della Mole Vanvitelliana. Questo onore è dovuto al suo alto valore storico e artistico e alla circostanza che è la prima iniziativa culturale del Congresso Eucaristico Nazionale in programma ad Ancona dal 3 all’11 settembre 2011.
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Manca ancora tanto tempo al Congresso, perché non prolungare questo che ne va considerato il degno preludio? Capita spesso con le mostre, sarebbe il caso di farlo in questa circostanza tutta speciale. Anche perché la visita degli ambasciatori, un evento nell’evento, potrà avere una forza divulgativa da valorizzare nell’arte e nella fede. I problemi dei prestiti temporali potranno rendere non fattibile quanto ora proposto, in questo caso valga come riconoscimento della sua validità, anzi della sua unicità. Per questo i venti ambasciatori vengono accolti dalla massima autorità religiosa della città, l’Arcivescovo Metropolita di Ancona-Osimo Edoardo Menichelli, e dalle massime autorità civili, il presidente della Regione Marche Gian Mario Spacca e il sindaco di Ancona Fiorello Gramillano, e sono accompagnati nella visita da uno dei curatori e presidente di Artifex Giovanni Morello.
Le icone ucraine specchio del contatto con il sacro e con le radici popolari
Nelle mostre tematiche e in quelle comunque collettive l’esposizione di icone è sempre motivo di particolare attrazione, è stato così anche nella grande mostra di Palazzo Venezia, ”Il Potere e la Grazia”. La profonda religiosità che promana dalle figure ieratiche suscita emozione come i colori e l’oro che le impreziosisce, fanno sentire la profondità del tempo, che diventa tempo dello spirito.
Le icone in mostra sono dell’Ucraina, dove il cristianesimo ha radici millenarie risalendo a prima dell’anno mille, se non si considerano gli inizi leggendari dell’evangelizzazione attribuiti alla predicazione nelle terre sul Mar Nero del fratello di Pietro, l’apostolo Andrea. Con il principe Igor, tra il 914 e il 945, nascono le comunità cristiane, che si sviluppano con la reggenza della moglie Olga, dal 945 al 957; non solo fu battezzata, ma chiese che fosse mandato un vescovo per diffondere maggiormente la religione cristiana. I buoni rapporti con Bisanzio fecero sì che i monaci bizantini si impegnassero direttamente nell’evangelizzazione
Appartiene alla categoria dei Sovrani cristiani, alla quale era dedicata una sezione della citata mostra Il Potere e la Grazia, Vladimiro il Grande che unificò il territorio russo dal Baltico al Mar Nero e nel 988 aderì al Cristianesimo non solo in via personale ma con l’intera nazione mediante un atto solenne: il battesimo sul fiume Dniepr con i nobili e la popolazione di Kiev. Da quel momento ebbe forte impulso la diffusione del cristianesimo nel territorio russo, con l’Ucraina e la Bielorussia.
Al momento spirituale si associò presto quello rituale, le cerimonie liturgiche furono sempre più elaborate ed evocative, con grande attenzione ai paramenti sacri che diventano quanto mai preziosi. Il rito orientale esprimeva in forme anche esteriori la glorificazione di Dio, di qui l’uso di quanto vi fosse di più prezioso, non solo le sete e i broccati, le perle e i ricami, ma anche l’oro e l’argento.
L’oro si ritrova nelle sacre rappresentazioni pittoriche, che lo utilizzano come sfondo prezioso della figura divina. E’ l’icona la forma in cui si esprimono, e come l’evangelizzazione aveva avuto una matrice bizantina, così sarà per l’arte, nella quale la forma prescelta non è soltanto lo specchio della devozione, ma esprime una maggiore profondità, il contatto con il sacro. Di qui la ieraticità delle figure, quelle centrali sono di regola riferite ai massimi simboli del Cristianesimo, dal Cristo alla Madonna, mentre le scene e figurazioni sugli episodi evangelici, la vita e le opere e trovano posto normalmente ai lati, e fanno corona all’immagine centrale. Poi ci saranno sempre più i santi
Se l’immagine mantiene la ieraticità che trasmette uno straordinario senso del sacro, vi è una notevole evoluzione pittorica; all’iniziale impronta bizantina costantiniana che immergeva le figure ieratiche nella preziosità dell’oro, si sommano influssi locali sempre più forti che si esprimono nella terra ucraina attraverso i colori portati dalla luce. E non è solo un fatto stilistico, era il riflesso dell’insegnamento teologico che considerava la luce il segno visibile della benedizione divina.
Con la luce e il colore nelle raffigurazioni entra la vita: dalla ieraticità bizantina, assolutamente statica, si passa a una rappresentazione dove l’immobilità della figura è mitigata da un linguaggio più popolare; con il tempo nelle icone ucraine entrano anche i santi locali, cominciando con quelli bizantini, da santa Paraskeva ai fondatori del monastero di Kiev, di Lavra, sant’Antonio e san Fedossio di Pecersk, fino a un santo che ha unito nella fede Oriente e Occidente, san Nicola.
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Gli apparati liturgici e le icone nell’evoluzione dopo il XV secolo
La visita corale di venti ambasciatori presso la Santa Sede è più che giustificata dall’alto valore religioso e artistico della mostra, e dalla cura con cui è stata allestita. Sono opere che vanno dal XVI al XVIII secolo, alle icone si aggiungono i paramenti e oggetti liturgici la cui preziosità non è minore. Ricordiamo la mostra romana “Antichi Telai” che abbiamo a suo tempo commentato su http://www.abruzzocultura.it/, una straordinaria rassegna dell’arte e della ricchezza dei paramenti e paliotti d’altare custoditi nelle sacrestie delle antiche chiese italiane. Sarebbe interessante una grande mostra che raccogliesse queste espressioni liturgiche e artistiche delle più diverse provenienze. Riflettono la devozione popolare perché i paramenti sono le vesti delle cerimonie, e gli oggetti sacri fanno parte integrante del rituale dipanato nei templi gremiti di fedeli; ci sono rimasti impressi i paramenti siciliani intessuti di corallo e quelli istoriati di figure delle chiese romane e napoletane.
Ma sono le 40 icone l’attrazione principale, per l’ampio numero e la provenienza prestigiosa, vengono dalla Riserva Nazionale storico-culturale di Kyiv-Pechersk e Museo Nazionale “Andriy Sheptytskyi” di Lviv. Aggiunge interesse il fatto che la mostra è curata dal direttore generale della riserva Serhiv Krolevets e dal presidente della Fondazione per i beni e le Attività Artistiche della Chiesa, Giovanni Morello, a garanzia dell’inquadramento storico e religioso.
Nell’esposizione si può seguire lo sviluppo di questa espressione artistica, dalla provenienza slavo-bizantina riconoscibile dalla prevalenza di oro negli sfondi, all’evoluzione dal XV secolo dove alla ieraticità delle forme si unisce un maggiore senso plastico e un colore più intenso, al XVI quando lo stile ucraino si differenza sempre più da quello bizantino, con gli artisti della Galychyna e Volynia presenti in mostra. I secoli XVII e XVIII vedono in primo piano le icone delle zone di Kiev e di Cernighiv. Si sentono gli influssi dell’arte occidentale soprattutto in quello che viene definito “il principale centro religioso della Chiesa Ortodossa “, dove si sviluppa una vera scuola di pittura: si tratta di Kyiv-Pechersk, la Lavra delle Grotte di Kiev, da dove provengono le opere esposte e il prestigioso curatore della mostra.
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Le opere esposte alla Mole Vanvitelliana di Ancona
Una mostra nella mostra è rappresentata dalla “location” dell’esposizione, ma subito l’attenzione è attirata dalla straordinaria suggestione che promana dalla preziosità e dalla cromia delle icone. L’“ouverture” è d’eccezione, il Pantocratore, l’immagine iconica di Cristo trionfante che accoglie all’ingresso, ce n’è un’altra dallo stesso titolo, più il Salvatore Onnipotente e il Salvatore in Trono. Mandylion ci dà una suggestiva rappresentazione del volto di Cristo mentre la Trinità del Vecchio Testamento completa la celebrazione della gloria divina.
Le icone esposte fanno ripercorrere l’intera vicenda di Cristo che evoca il cammino della fede, cominciando dalla Madonna per la quale in Ucraina c’era una forte devozione, dagli albori dell’evangelizzazione. Una delle più venerate è la Vergine Odigitria, ne troviamo due, in legno e rame, con intaglio. Poi la Madonna di Pociayiv con i miracoli e la Vergine della Trinità di S. Illya, una Madonna col bambino Cristo e la Madonna della Confraternita, fino alla Protezione della Madre di Dio. Altre icone esposte celebrano la sua vita, dalle due Natività di Maria alle due Annunciazioni, fino all’Assunzione della Santa Vergine. Non c’è la Morte di Maria - l’abbiamo vista raffigurata solo nella mostra sugli “Apocrifi” commentata a suo tempo nella rivista on-line prima citata – per il resto si segue la sua splendida avventura di madre di Dio. La ritroviamo nelle Natività, ne sono esposte 4 in mostra, e nella Fuga in Egitto.
A questo punto le icone narrano la vicenda terrena di Cristo, cominciando dalle due sull’Arrivo a Gerusalemme e l’Ingresso di Gesù a Gerusalemme. Poi abbiamo la Trasfigurazione e la Passione di Gesù, la Discesa agli Inferi e la Ascensione. Si chiude con l’Esaltazione della Santa Croce.
Dopo la galleria evangelica quella dei santi, in testa ai quali mettiamo San Nicola, dei due emisferi orientale ed occidentale, due icone una argentata, l’altra a intaglio; quindi Santo Stefano protomartire e arcidiacono. Del primo diciamo che è stato avviato il restauro degli affreschi nella sua Cappella alla Basilica Inferiore di Assisi, ne abbiamo parlato di recente su questa rivista nei Colori di Giotto; di Santo Stefano ricordiamo i dipinti nella mostra “Il Potere e la Grazia”. E poi i santi legati alla terra di Ucraina, 3 icone di Santa Paraskeva con episodi della sua vita, I Santi Antonio e Feodossio di Pechersk, e I santi Barbara e Michele ; fino all’Ascesa di Elia profeta sul carro di fuoco, presentazione al tempio, i santi scelti e l’Adunata di tutti i santi di Pechersk.
Il Duomo di Arcangelo Michele e la Porta Regale in due raffigurazioni introducono, per così dire, nel mondo delle celebrazioni liturgiche che sappiamo essere particolarmente solenni nella Chiesa ortodossa. Immaginiamo le spettacolari iconostasi che dividevano l’assemblea da una specie di Sancta sanctorum cristiana, gli officianti con i preziosi paramenti e l’insieme di elementi che fanno parte di riti non solo della parola ma anche dei gesti devozionali assistiti da un’oggettistica preziosa. Emoziona il pensare che tutto questo si è sottratto ai saccheggi e alle spoliazioni in queste terre particolarmente martoriate per sommovimenti interni e per invasioni dall’esterno.
Velluti e ciniglia, perle e ricami, fili d’oro e d’argento, li troviamo in tutti i paramenti: nel Felonio, ce ne sono due, è il lungo paramento che nella liturgia russa copre anche il collo fino alla testa; e così nella Mitria, l’imponente copricapo e nel Sakkos, cuffia di stoffa; poi nell’Epitrachelion, il piviale o stola e nell’Epigonatio, il rombo di stoffa che rappresenta la spada divina, dei due in mostra uno raffigura “La vergine che affida l’icona ai costruttori di Grecia”, l’altro gli “Apostoli Santi Pietro e Paolo”. Così l’esposizione ci ha fatto conoscere i paramenti del rito ortodosso, che mostrano delle differenze rispetto al rito cattolico e sono molto elaborati e preziosi.
Tra gli oggetti sacri spiccano le croci: la “Croce da tavola di altare” e la “Croce di benedizione” in argento, la terza “Croce Encolpion”, cioè pendente, in rame; e le due “Palle a forma di croce” con tema eucaristico in seta e velluto e ricami anche in rilievo. I due Calici e la Patena fino al Tabernacolo, tutti in argento con dorature, fanno entrare direttamente nell’eucarestia.
Il Turibolo del 1769 per un’ideale spargimento del profumo d’incenso e la Lampada a sospensione del 1656, per illuminare la scena, fanno da ideale conclusione a una mostra che è di per sé una sacra rappresentazione. Da far conoscere per i suoi valori di storia e di arte, di tradizioni e di cultura; espressione di una terra come l’Ucraina, di intensa religiosità e devozione profonda
Noi abbiamo fatto la nostra parte, i venti Ambasciatori presso la Santa Sede in visita alla mostra faranno la loro.
Autore: Romano Maria Levante - pubblicato in data 7 maggio 2010 - Email levante@archart.it

per quanto riguarda la seconda immagine inserita nell’articolo, a prte il fondo d’oro e una certa rigidità, secondo la mia modetsta opinione ci sono chiari influssi dell’arte italiana, per lo stile, pre la realizzazione dell’incarnato, tipo dell’area emiliana, parmense. dal punto di vista iconog5rafico l’edificio al centro dovrebbe essere il santuaruio dedicato alla santa postaa sinistra di esso. La sua incoronazione da un angelo, per volere di Cristo, unito a Dio -padre, nella trinità, (notare il triangolo come nimbo nella figura dello stesso) è il soggetto della icona. questo mi conferma quello che intuisco dallo stile, cioè ci sono degli influssi iconografici pretridentini, XVI secolo. La figura a destra dovrebbe essere san michelke arcangelo , molto venerato nella tradizione orientale. Il suo culto ha avuto un ampia diffusione nell’impero bizantino e tutti i santuari, posti in grotte o collegati ad esso, che si trovano in Italia, sono collegabili all’influsso bizantino. Ci sono molto leggende sull’angelo e in particolare una, che è illuminante. I monaci che fondarono insieme a S,AUBERT il santuario del mont Saint Michel in normandia, dovettero andare in puglia(santuario di Monte S.Angelo) e in oriente a prendere delle”reliquie” dell’angelo. Occorre , però , fare un distinguo: in oriente anche la figura dell’angelo San Raffaele è raffigurata come un combattente, anche se è l’angelo collegato alla guarigione( ciclo di tobi ne ciclo veterotestamentario)., non ne sono sicura al 100% , ma mi rassicura il particolare della spada insanguinata, potrebbe essere la versione popolareggiante di San Michele.
L’icona del pantocratore è meravigliosa, si assimilla appunto allo stereotipo del volto di Cristo del mandilion, all’inizio conservato a Bisanzio. Ai lati ci sono i simboli tetramormi, degli evangelisti, e questo ricorda la decorazione musiva delle chiese orientali, dove venivano raffigurato ai nei pennacchi che sostengono la cupola, dove era uso mettere il volto di cristo. Qui l’immagine è molto stilizzata e appiattita, da quasi la sensazione che provenga da una miniatura o addirittura uhna decorazione sulla stoffa. Gli stessi angeli nei riquadri blu danno proprio la sensazione di un motivoi ornamentale ad “angeli”.
la rpima immagine fa pensare alla Natività di Maria, con un influsso fiammingo, per tutta l’atmosfera di casa e naturale, un racconto, dove ahanno importanza gli oggetti, in particolare la brocca in promio piano. Non credo sia la Natività di cristo. La fonte del ciclo della Vita di Maria primaria è proprio la tradizione orientale, e in Italia è stata mediatra da Jacopo da Varagine: Il ciclo dsi è evoluto dal VI-VII secolo in entrambi le parti del ex impero romano. Non bisogna scordare che all’inizio della sua diffusione l’arte bizantina era simile sia in oriente che occidente( vedi libro Kitzinger)