Il “venerdì di Archeorivista”entra nel vivo dell’archeologia del colore visitando i restauri della Basilica di San Francesco, dopo aver presentato nello scorso venerdì la mostra aperta dall’11 aprile al 5 settembre 2010 ad Assisi per celebrare eventi avvenuti rispettivamente otto e sette secoli fa: l’Accettazione della Regola francescana di Papa Innocenzo III e la presenza di Giotto ad Assisi.

Affresco della cappella di San Nicola posto al quarto livello in alto (Ph. R.M.Levante)
Abbiamo accennato ai lavori compiuti dopo il terremoto del 1997 ricordando le parole con cui il Sindaco di Assisi ha introdotto, insieme al Custode del Sacro Convento, la manifestazione che celebra i due centenari altamente simbolici: la trasformazione in mostra-spettacolo del lavoro di restauro dal vivo nella Basilica Inferiore e della “restituzione virtuale” dei “colori di Giotto” per riportare “Giotto com’era” nel ciclo di affreschi di storie francescane della Basilica Superiore.
L’archeologia del colore nel restauro dal vivo della cappella di San Nicola, Basilica Inferiore
Il restauro della Cappella di San Nicola, 240 metri quadrati di affreschi, riguarda un’“enclave” nello straordinario complesso pittorico della Basilica Inferiore, le cui volte affrescate con colori intensi contrastano con i dipinti della Cappella, dalle tinte tenui ed offuscate. Da cosa? Soprattutto dalle macchie sopravvenienti per effetto degli agenti deterioranti – dal tempo ai fumi e alle immissioni di varia natura – nonché degli interventi di restauro di un passato nel quale non ci si peritava di essere invasivi, al punto da dipingere, ci dicono, un’“Ultima cena” su una pittura di Cimabue ritenuta troppo deteriorata per essere restaurata. L’immagine del tutto estranea all’intera iconografia fu poi cancellata da uno strato di tinta blu, non potendosi recuperare la preesistenza, e questo è forse il massimo di invadenza alla quale può giungere un restauro dissennato; ma anche le ridipinture per ravvivare i colori ne hanno spesso tradito la tonalità originaria.
Parla dei lavori iniziati nella cappella il loro coordinatore, Sergio Fusetti, in camice bianco da restauratore, con l’autorevolezza e il carisma della sua alta competenza, sull’impalcatura nella quale siamo saliti anche noi con le autorità e gli altri giornalisti, nella presentazione “in sito” dell’innovativo programma che descriveremo in “itinere”, come nelle visite guidate ai siti archeologici che raccontiamo nei “venerdì di Archeorivista”. Perché anche questa è una visita guidata a dei siti suggestivi quant’altri mai, e inoltre vi troviamo l’“archeologia del colore”.

Il coordinatore dei restauri della cappella Sergio Fusetti (ph. R.M.Levante)
Saliamo lungo i quattro piani dell’impalcatura che consente di accedere direttamente ai diversi livelli di affreschi. In ogni piano c’è una persona addetta al restauro con camice bianco, targhetta nominativa e l’armamentario di attrezzi, Fusetti è all’ultimo piano. Una sensazione inconsueta, a livello dei dipinti sembra di entrare nella scena e nella vicenda oppure, se sono ritratti a figura intera, di affiancarsi ai personaggi in costume trecentesco. Ma non si ha tempo di indugiare in queste sensazioni, ci si sorprende a guardare negli occhi le persone raffigurate, non più personaggi, si è alla loro altezza come se si condividesse la medesima stanza, si potesse dialogare con loro.
Invece si dialoga con il restauratore prodigo di spiegazioni sulla tecnica adottata, si vede da vicino l’azione del tempo sui dipinti. Quello che da lontano è un colore omogeneo privo di brillantezza appare nella sua realtà, un addensamento di ombre e macchie scure sulla tinta originaria che ne è sopraffatta, così ci dice; lo scavo archeologico è nel colore, viene rimosso lo strato superficiale come si fa con i reperti per metterli a nudo nella loro integrità. Lo vediamo praticamente, l’azzurro liberato dall’addensamento scuro acquista un’altra lucentezza, anche se meno brillante delle origini, per l’effetto irreversibile del tempo sui pigmenti, non sempre adatti a resistere immutati nei secoli.
E’ di fronte a noi il riquadro blu che copre l’“Ultima Cena” aggiunta nel restauro invasivo sopra accennato: ora ci dicono che gli accertamenti se è recuperabile il Cimabue sottostante senza dubbio sono stati già fatti in passato, ma si pensa di farli di nuovo nella speranza, anche se remota, che sia possibile il recupero. Ci viene in mente il restauro della “Madonna della Gatta” di Federico Barocci ammirata nella mostra di Perugia, che ha consentito di portare alla luce una composizione di grande tenerezza oltre che di notevole pregio artistico, nonostante non vi fossero speranze perché si credeva carbonizzata nell’incendio di un corridoio degli Uffizi in tempi remoti; invece era solo di vernice il nero color carbone che la copriva facendo temere il peggio ed è stata così recuperata.
I lavori sono nella fase iniziale, quindi non è possibile ancora conoscere i problemi sopravvenuti rispetto alle ipotesi di partenza, c’è comunque la volontà di bruciare i tempi, potrebbero concludersi prima della fine delle celebrazioni del triennio francescano 2009-2011. Ci accorgiamo che corrisponde al 150° dell’Unità nazionale, le celebrazioni si incroceranno, d’altra parte San Francesco è patrono d’Italia, ed è stato definito “il più italiano dei Santi, il più santo degli Italiani”, quindi la coincidenza degli anniversari diventa un segno significativo e benaugurante.
Lasciamo a malincuore il “cantiere aperto”, di certo prestigioso, perché guardare da vicino il lavoro del restauro è interessante oltre che istruttivo. Diremmo che è avvincente, dovendo rispondere a continui interrogativi sul colore primigenio e sulle immissioni indesiderate da asportare, con la cura certosina ben nota al mondo dell’archeologia e a quello del restauro che è strettamente contiguo. Si mettono le mani su materiale prezioso dove si è posato il pennello del maestro e dei suoi allievi. Anzi, alcuni dubbi sul tempo di permanenza di Giotto ad Assisi e sugli allievi che lo hanno aiutato potranno essere chiariti nel lavoro di restauro che mette a confronto colori e pennellate.
Il rammarico di dover lasciare il cantiere è attenuato dal fatto che ci si potrà tornare, anche dopo la presentazione ai giornalisti. Perché la grande novità è che sarà aperto ai visitatori durante tutto il tempo del restauro. Scaglionati in gruppi avranno accesso come oggi e potranno seguire i lavori ancora meglio di ora perché saranno entrati presto nel vivo, rispetto all’attuale fase di esplorazione.

Sergio Fusetti tra la neoeletta presidente della Regione Umbra Maria Rita Lorenzetti (a sinistra) e la sovrintendente dell’Umbria direttrice dei restauri Vittoria Garibaldi (a destra) (ph. R.M.Levante)
A questo punto il pensiero va spontaneamente alle “idee in libertà” lanciate dal nostro Direttore dopo il terremoto che ha messo in ginocchio L’Aquila e il suo centro storico, oltre a provocare 308 vittime che hanno seminato il lutto nella gente d’Abruzzo: una di queste idee era il “turismo del restauro”, cioè “visite guidate o addirittura dei veri e propri tour”. In quale direzione? “L’idea è quella di consentire al vasto pubblico degli appassionati d’arte di poter seguire dal vivo lo stato dei lavori di recupero” (Giovanni Lattanzi su http://www.abruzzocultura.it/ del 18 aprile 2009). In tal modo si unisce il dilettevole del restauro presentato in diretta con l’utile dell’apporto di contributi finanziari.
Quest’idea vede ora un’attuazione particolarmente prestigiosa ad Assisi, nientemeno che nella Basilica di San Francesco sui dipinti di una Cappella. Cosa si aspetta ad attuarla nei cantieri aperti e da aprire per l’arte d’Abruzzo? Ai problemi organizzativi c’è sempre una soluzione, e l’esperienza in atto può dare consigli utili, basta sentire l’associazione Civita e quant’altri ne sono partecipi.
Le visite ai lavori di restauro della Cappella di San Nicola sono, infatti a pagamento, 10 euro ridotti ad 8 per i minori di 18 anni e i maggiori di 65. Una fonte di finanziamento non trascurabile se si tiene conto che l’attrazione non si esaurisce con una visita, come avviene di norma, in quanto il lavoro di restauro è “in progress”, si sviluppa nel tempo e acuisce l’interesse a vederne gli esiti nelle singole scene e nei ritratti dei cicli pittorici ; una fidelizzazione che promette ritorni nel dipanarsi di una vicenda che si può seguire fino alla fine con il “turismo del restauro”.
Non è l’unica offerta dell’iniziativa celebrativa dell’VIII centenario dell’accettazione della regola e del VII centenario della presenza di Giotto ad Assisi. Un’altra, di importanza comparabile, ci fa vedere il film interamente, già concluso, e non manca la “moviola” per scandagliare da vicino l’“archeologia del colore” e la possibilità di entrare nel cuore della vicenda. Lo faremo presto.

LA VELA DI SAN MATTEO PRIMA E DOPO IL CROLLO
I restauri effettuati nella Basilica Superiore dopo il terremoto del 1997
Dopo aver visitato la Cappella di San Nicola, dove iniziano i restauri, il pensiero torna ai lavori effettuati nella Basilica Superiore dopo il terremoto del 26 settembre 1997, durati otto anni con l’intervento delle più disparate competenze specialistiche, dagli storici dell’arte agli architetti, dai restauratori ai grafici, dagli elaboratori di immagini agli informatici, dai fisici-chimici ai biologi.
In una prima fase, fino al Giubileo del 2000, è stato riparato l’edificio, restaurati arredi e decorazioni, ricollocati sulla volta due degli otto dipinti di santi, e avviato il recupero dalle macerie di 300 mila frammenti dei 180 metri quadri di dipinti murali crollati dalla volta con le vele distrutte. E il 29 novembre 1999 la Basilica Superiore poteva essere riaperta prima dell’anno giubilare.
Poi una serrata cronologia scandisce i tempi dell’operazione, la traccia Giuseppe Basile con molta precisione e ricchezza di particolari, e un senso di soddisfazione per il lavoro compiuto. Senza clamore ma con grande efficacia, adottando tecniche sperimentate messe a punto da Cesare Brandi con l’ausilio aggiuntivo dell’informatica, che è stato prezioso per la vela di San Matteo.
2001, dal 21 al 23 marzo: nel consesso internazionale dal titolo significativo, “La realtà dell’Utopia”, si discute con i membri del Comitato scientifico europeo per il restauro delle decorazioni murali della Basilica se e come integrare le parti perdute; il 26 settembre gli otto santi dipinti sono tutti ricollocati nell’arcone della volta.
2002, 26 settembre: si inaugura la vela di San Girolamo, per la quale sono stati utilizzati 80 mila frammenti in 80 metri quadri di superficie.
2004, 12 novembre e 2005, 27 maggio: in due seminari specialistici internazionali si decide sulla vela di San Matteo, con il santo dipinto da Cimabue, e sulla vela “stellata”: la prima verrà ricostituita con i frammenti recuperati e riassemblati, respingendo l’alternativa di musealizzarli, cercando invece di riprodurre l’“unità potenziale” dell’opera, mentre per l’altra ci si limiterà a ricostituire l’intonaco adeguatamente trattato essendo stata ridipinta nel restauro ottocentesco.
2006, 5 aprile: inaugurazione del restauro completato, dopo un lavoro certosino.

LA VELA DI SAN GIROLAMO PRIMA E DOPO IL CROLLO
Per dare il giusto rilievo a quest’opera molto complessa che ha avuto pieno successo, ne riportiamo gli aspetti essenziali dal minuzioso resoconto che ne fa Basile.
Si pensi che il lavoro sui frammenti è durato ben due anni, con l’attenta osservazione della pellicola pittorica e dell’intonaco per rilevarne i segni del disegno preparatorio e degli strumenti di lavorazione, l’immagine con le pennellate e la colorazione e granulometria, e gli altri indizi.
Il problema era “restituire un’immagine il più possibile aderente al suo aspetto originario ricercando il giusto posizionamento dei frammenti, dato che non tutte le tessere del gigantesco puzzle erano collegabili per incastro naturale dei bordi”. E qui c’è stato l’ausilio delle immagini fotografiche preesistenti i cui fotogrammi, selezionati ad uno ad uno, sono stati collocati al loro posto su una mappa a grandezza naturale ricostruita al computer con un modello matematico.
Si è poi proceduto a fissare i frammenti servendosi dei grafici ottenuti dalle fotografie a scala naturale su pannelli appositamente sperimentati in precedenza anche per superfici concave.
Nella vela di san Matteo la situazione era molto compromessa, dato che i frammenti riutilizzabili non superavano un quarto-un quinto del totale e mancavano quelli di parti significative del dipinto di Cimabue, come i volti e le mani. Si è proceduto ugualmente alla ricomposizione mediante “un sistema di corrispondenza automatica tra frammento reale e frammento virtuale”, gli uni e gli altri raccolti in due appositi “archivi” collegati da un sistema informatizzato con il quale si è effettuato il riassemblaggio su una “copia a fresco”: inizialmente della testa del santo, poi dell’intera figura, dei due angeli e della raffigurazione simbolica della Giudea. “Sorella tecnologia” è stata utilizzata in questo modo per la prima volta, e dato il successo potranno esserci sviluppi anche più eclatanti.
Per la vela di San Girolamo si è proceduto a ricollocare sulla volta due degli otto santi ricostruiti, in via sperimentale per poterne valutare l’effetto; si è constatato come la vista da 20 metri dal basso era molto diversa da quella ravvicinata e dava un effetto di sfarfallio, anche perché avulsa dal resto, quindi si è atteso di avere ricomposto l’intera decorazione per decidere la soluzione più adeguata. “Solo così – spiega Basile – sarebbe stato possibile ricostituire la struttura formale della decorazione tenendo conto del rapporto intrinseco con l’architettura reale e con quella dipinta, riportando le figure dei santi a campeggiare, per quanto possibile, all’interno delle finte bifore con fondo azzurro pur senza doverne ripristinare mimeticamente le mancanze”.
Hanno seguito questi criteri, rinunciando alla “ricostruzione mimetica” delle parti mancanti che le facesse sembrare integre, anche perché sia gli otto santi dipinti sulle pareti sia buona parte della decorazione circostante era degradata: meglio “attenuare al massimo l’interruzione del tessuto pittorico in corrispondenza dell’architettura dipinta e del fondo azzurro”; e limitarsi, per le figure di santi, ad “attutire il disturbo visivo” che avrebbero comportato “le lacune all’interno delle figure di santi se il loro intonaco non fosse stato otticamente e tonalmente ‘abbassato’ ad acquerello fino a farle risultare retrocesse rispetto al riemergere delle zone originali delle immagini ricostituite”.
Basile sostiene che del restauro compiuto va sottolineato non tanto “l’aspetto macroscopico” che potrebbe apparire “miracoloso”, cioè il recupero e il riassemblaggio dei 300 mila frammenti “in puzzle sterminati” e la ricollocazione nella volta; quanto il fatto che si è svolto in “tempi complessivamente brevi e, soprattutto, senza sacrificare in nessun caso , nonostante la situazione di emergenza, la correttezza metodologica”.
Perciò sono stati ricollocati solo i frammenti la cui identificazione e posizione erano certe al 100%, rinunciando a utilizzarne diecine di migliaia; e si è ottenuta “la ‘ricostituzione dell’immagine’ impiegando solo i frammenti originali senza ricorrere alle copie in pittura o in fotografia”, scelta che “ha avuto come risultato la ‘non riconoscibilità’ della figura di San Matteo e dei due angeli, riproponendo pertanto il problema della idoneità della soluzione adottata fin dall’inizio”.
Ma era la scelta giusta perché si verificavano le condizioni indicate da Brandi per far assumere al restauro “un valore di riferimento positivo”: cioè l’esistenza di “contesto artistico vivo e funzionante, qual è senza dubbio il complesso della decorazione murale della Basilica Superiore”.

LA VELA DI SAN GIROLAMO E L’ARCONE DEI SANTI RICOLLOCATI DOPO IL RESTAURO
Nella ricostruzione e restauro delle volte crollate si è fatto il lavoro più difficile e complesso, ma anche sull’intero ciclo di affreschi della Basilica Superiore è stato operato un delicato intervento perché la nuvola di polvere e detriti conseguente al crollo aveva depositato una sorta di pellicola sull’intera superficie, che l’aveva offuscata come un velo opaco. E’ stato possibile rimuoverlo con un opportuno trattamento riportando gli affreschi allo stato anteriore al sisma, che non era ottimale, presentando i segni del tempo con un evidente appannamento e iscurimemto dei colori, in particolare il cielo e le vesti, le colonne dipinte ed altri elementi architettonici.
A questi si è rivolta l’iniziativa di “restituzione virtuale” dei colori, oggetto del prossimo “venerdì di Archeorivista”, con l’autore dell’intervento, Fabio Fernetti, che ne illustrerà i particolari.
(le ultime tre foto sono tratte da: “I Colori di Giotto, La Basilica di Assisi: restauro e restituzione virtuale”, a cura di Giuseppe Basile, Silvana Editoriale, aprile 2010)
Autore: Romano Maria Levante
