Maurizio Martinelli dell’Area Cultura Regione Toscana ha partecipato al Convegno tenutosi a Trento con tema “L’orizzonte sonoro del mondo antico: incontri di archeologia musicale” proponendo l’intervento “La musica degli Etruschi, dallo strumento verso il suono” e gli abbiamo chiesto di raccontarci questo suo lavoro con un breve riassunto.
L’Etruria ha restituito una ricca documentazione relativa al suo mondo sonoro, principalmente attraverso l’iconografia, ma anche con resti di strumenti rinvenuti nel corso di scavi archeologici, che si aggiungono a qualche utile passo delle fonti letterarie antiche. Tutto ciò ci permette di rilevare che, almeno dall’arcaismo, la musica -oltre che a fini sacri- era divenuta anche un diffuso fenomeno profano, che accompagnava spesso la quotidianità degli Etruschi. Tra gli strumenti, vanno ricordati quelli a fiato come l’aulòs o “doppio flauto” -in realtà uno strumento ad ancia-, ed il flauto di pan, entrambi simili a strumenti greci; riferibili a quella categoria che oggi definiremmo “ottoni” erano invece il corno e il lituo -strumento dal lungo canneggio dritto terminante in una estremità ricurva che rendeva l’oggetto affine, nella forma, all’omonimo bastone etrusco-. Il cornu o buccina era un altro “ottone” dal canneggio conico fortemente curvo, descrivente ben più di metà di un cerchio.
Tra gli strumenti a corda vi erano invece la lira, dalla cassa armonica realizzata col carapace della tartaruga, e la kithara, o cetra, caratterizzata dalla sua cassa in legno, piatta e dai fianchi arcuati, alle cui estremità superiori si collegavano dei bracci. Le percussioni usate assieme agli strumenti a fiato ed a corda erano dei crotali –o nacchere-, usati dalle danzatrici, e dalla forma di tavolette lignee incernierate ad una estremità; esistevano anche dei sonagli e forse, in età tarda, dei tamburelli.
L’iconografia ci consente di ricostruire parzialmente le caratteristiche degli strumenti, le tecniche dei musicisti e le associazioni di strumenti in contesti situazionali diversi. Tra gli strumenti più comuni nelle immagini, il cosiddetto “doppio flauto” è in realtà molto raro tra i reperti archeologici. Un esemplare frammentario di condotto in osso, con quattro fori ma lacunoso delle due estremità, proviene dal sito di Morelli presso Chianciano (SI) ed è oggi esposto al Museo Civico Archeologico di Chianciano Terme. Su questo reperto, sebbene privo di contesto, è possibile svolgere un’analisi che fornisce non pochi elementi d’interesse: al fine di ricostruirne col minor margine d’errore possibile le caratteristiche originarie, esso può essere utilmente messo in raffronto con la ricostruzione grafica di alcuni degli strumenti musicali raffigurati nelle pitture tombali d’Etruria, e con dei frammenti analoghi provenienti dal relitto di Giglio Campese –seppur probabilmente non etruschi-. Quest’opera di confronto costituisce il primo passo di un metodo d’indagine che, già sperimentato in condizioni più favorevoli con strumenti del Medio Regno egizio, può consentire la ricostruzione fisica dello strumento e, con esso, dell’orizzonte sonoro degli Etruschi.
Autore: Martina Calogero
