L’archeologa Marianna Bressan è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Archeologia dell’Università di Padova. La abbiamo intervistata per voi.
D. Qual è stato il suo percorso formativo?
R. Sono laureata in Lettere classiche a indirizzo archeologico, diplomata specialista in archeologia dopo aver frequentato il triennio di Scuola di Specializzazione e sono Dottore di ricerca in Archeologia.
D. E il suo percorso professionale?
R. Ho partecipato a diversi scavi archeologici in Italia e all’estero.
D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Lavoro con un assegno di ricerca a un progetto che riguarda la valorizzazione delle aree archeologiche di Montegrotto Terme (PD).
D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Per l’Università di Padova.
D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. Difficile dirlo; il progetto del quale mi occupo attualmente è certo il più ambizioso a lungo termine, perché si prefigge di seguire un contesto archeologico dalla scoperta all’ultimo passo, che è quello della fruizione da parte del pubblico anche di non addetti.
D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. Chissà…
D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. Per il dottorato di ricerca mi sono occupata dei teatri della Grecia romana e ho avuto modo di stare in Grecia per lunghi periodi, ospite della Scuola Italiana ad Atene. In quegli anni scavavo a Creta con un progetto del Dipartimento di Archeologia dell’Università di Padova, presso il teatro del tempio di Apollo Pizio di Gortina.
D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Fare il mio lavoro senza preoccuparmi di cosa succederà una volta scaduto il contratto in corso.
Archeologia italiana
D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. Che è una potenzialità pressoché ignorata.
D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. C’è un’emergenza a livello di conservazione del patrimonio archeologico: gli scavi musealizzati soprattutto soffrono della mancanza di manutenzione e non sono fruibili per mancanza di personale.
C’è poi un’emergenza a livello di conoscenza e valorizzazione del patrimonio, un tesoro immenso che resta come immobile e muto nella sua distanza cronologica, senza dialogare con il pubblico che perde così una straordinaria possibilità di trarne addirittura divertimento.
C’è infine un’emergenza a livello progettuale: i luoghi della ricerca anche molto qualificati (le Università, il CNR, anche le Soprintendenze che ricerca pura non possono fare, ma che hanno il fondamentale ruolo di catalogare il patrimonio e di codificare e aggiornare i metodi di catalogazione) dipendono da finanziamenti centellinati e mai sufficienti; così le nuove leve che si formano devono cambiare lavoro o mettersi in proprio, generalmente uscendo dal giro della ricerca pura, perché non ci sono prospettive di stabilità a lungo termine.
D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R. Il nesso tra paesaggio attuale e resti archeologici; non di tratta di un numero di peculiarità, ma un contenitore di immensa potenzialità.
D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. Non da tutto l’estero, ma da paesi come l’Inghilterra e la Germania, la capacità di far parlare la storia e incuriosire, restituendo al passato il significato profondo di origine della cultura attuale del territorio e nel contempo alimentando l’interesse dei contemporanei.
Anche forse un po’ più di orgoglio di possedere una certa storia.
D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. Che l’archeologia non è fatta di misteri e sensazionalismi, ma ricostruisce i piccoli gesti quotidiani che hanno fatto la storia dell’umanità. Non lo scavo archeologico come una Disneyland del passato, dunque…
D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. I governi.
D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. Sì, se oltre agli obblighi si inseriscono le opportunità: non si pubblica non sempre per cattiva volontà, quanto perché scrivere non paga, scavare o fare un mestiere più pratico sì.
Musei
D. La sua opinione sui musei italiani?
R. C’è museo e museo. I più riusciti sono quelli in cui alle idee innovative si affiancano adeguati finanziamenti. Penso al Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo o al Museo Archeologico di Bolzano
D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. Pubblicizzando di più, aumentando le attrattive per un pubblico non esperto.
D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. Dovrebbe essere gratuita per il fruitore, ma dare un dignitoso stipendio a chi fa ricerca e a chi crea il servizio culturale.
D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. Non utile, ma necessaria, nel mondo dell’immagine e della comunicazione immediata.
D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. E’ un rapporto necessario alla sopravvivenza dell’archeologia, ma un po’ trascurato.
D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. Secondo me si è cominciato da poco tempo a comprendere la necessità di una valida divulgazione, ma non tutti sono capaci di farne.
D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. Quali riviste? quelle specializzate sì, le altre non se ne curano proprio.
Beni culturali e privati
D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. Penso che dovrebbe essere estremamente limitato, il patrimonio archeologico è di tutti e deve essere lo Stato a curarlo e a garantirne la divulgazione.
D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. Ritengo che la legge vigente, il Codice dei Beni culturali, avrebbe potuto curare meglio l’archeologia.
D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. No!
D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. Perché una cosa deve escludere l’altra? C’è lavoro per tutti…
D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. D’istinto direi di sì, ma non conosco le questioni fiscali che le governano.
Autore: Martina Calogero - pubblicato in data 5 marzo 2010 - Email info@archart.it
