Fori Imperiali: visita al riaperto Complesso Severiano


 

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Una visita a un nuovo percorso nei Fori a Roma, il Complesso Severiano all’angolo sudest del Palatino, con le Arcate e le Terme del palazzo panoramico dell’imperatore Flavio.

Forse una cosa mancava ai Fori romani: il panorama. Non è necessario che ci sia in un’area archeologica, anzi spesso si trova al di sotto della zona circostante, non fosse altro perché è frutto di scavi; c’è il Partenone che svetta in alto ed è visibile da ogni parte di Atene, ma qui siamo a Roma, e anche se ha sette colli non è detto che le evidenze archeologiche siano sulla loro sommità.

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Una visione d’insieme

Ebbene, se questa era la “lacuna” dei Fori ora è stata colmata. Abbiamo visitato per la prima volta i Fori panoramici. Una prima volta anche per coloro che erano con noi quando i nuovi Fori sono stati aperti a una visita straordinaria, perché se ne parlasse sulla stampa, il “dies domini” 12 novembre 2009, con le autorità in testa che hanno fatto gli onori di casa. L’apertura al pubblico ci sarà più avanti, quando saranno risolti i problemi delle modalità di accesso e del personale di vigilanza; non semplici perché si tratta di un’area particolarmente vasta, due ettari tra il Complesso Severiano e la Vigna Barberini, con preesistenze archeologiche e ambientali di grande valore.

Ne parleremo in dettaglio dopo, ora ci piace descrivere il primo impatto con questi Fori così inconsueti. Lo è anche l’ingresso, si entra dove dai Fori accessibili al pubblico si esce, presso l’Arco di Tito che fa da terminale alla Via Sacra. Gli oraziani reciteranno l’ “ibam forte via sacra”, gli arguti inviteranno a “rallentare” per non cadere sulle caratteristiche pietre romane, i visitatori come noi cercano il luogo del raduno.

E’ più avanti in una posizione inconsuetamente panoramica per i Fori. Un panorama senza pari, nemmeno il Partenone lo assicura; perché qui la vista panoramica è dall’archeologia all’archeologia, si vedono nientemeno che il Colosseo e il Palatino con i templi circostanti, e dall’altra parte il Circo Massimo, e non si può non citare il Cupolone. E’ straordinario l’effetto dall’alto con scorci finora sconosciuti, come è straordinario l’effetto dello “skyline” romano traguardato tra i resti imponenti di antichi edifici, i pini che sembrano toccare il cielo. E poi c’è la vastità di quest’area panoramica, anche se ovviamente si deve arrivare alle terrazze più esposte per avere l’effetto coinvolgente e, senza esagerare, sconvolgente.

Dunque i Fori sono diventati, intanto per un giorno, panoramici; lo diventeranno stabilmente in un domani che non è stato precisato ma non dovrebbe tardare troppo. Lo riteniamo possibile perché l’area è già completamente sistemata, il verde è quanto di più curato ci possa essere pur mantenendosi naturale e spontaneo, la segnaletica con le sommarie, essenziali spiegazioni fa bella mostra di sé. Vanno risolti i problemi di accesso e vigilanza, è stato detto; bene, siano risolti presto.
Non si deve attendere la fine degli scavi delle stanze che sono state rinvenute, possono continuare senza interferire sull’utilizzo del resto, sono all’estremo margine e quasi non si vede l’area del cantiere.

Tutto pronto, dunque, all’apertura, non ci vorrà molto a definire modalità adeguate, come numero limitato di visitatori, gruppi organizzati e altro, la vigilanza in primis. Importante è che dopo una chiusura ininterrotta questa parte dei Fori sia accessibile agli amanti della bellezza, in essa si realizza la fusione tra archeologia, arte e ambiente in un modo che è difficile poter descrivere.

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I particolari del Complesso Severiano

Ed ora che abbiamo dato la visione d’insieme, qualche particolare. Si tratta di un percorso tra preesistenze romane di notevole consistenza, non ruderi di piccola entità, che si snoda nel verde, una sorta di “passeggiata” che costeggia le Arcate Severiane, delle “sostruzioni” imponenti che fanno bella mostra di sé perché ben visibili; a differenza degli ambienti e stanze rinvenute ma su cui si sta svolgendo un lavoro di scavo molto delicato che si protrarrà ancora a lungo. Sembra ci sia un intrico di vani collegato al sistema del Palatino che è stato paragonato alla “città proibita” di Pechino e sta rivelando i suoi segreti. E culmina in una terrazza dal panorama mozzafiato.

E’ il piano alto del palazzo imperiale dei Flavi, viene chiamato Complesso Severiano. Le “sostruzioni” dei due ordini di Arcate con piloni in laterizio ampliavano quella parte di collina con una piattaforma artificiale sopraelevata, che ne fanno una terrazza panoramica sulla quale in effetti nell’antichità sorgeva la costruzione. Ci si trova anche qui ad ammirare le “sostruzioni” quasi fossero l’edificio, mentre ne rappresentano il basamento, un po’ come per il “Tempio di Giove” a Terracina, che in effetti è fatto di “sostruzioni” e non della costruzione soprastante andata perduta.

Le Terme sono nella parte posteriore delle Arcate, collocate su vari livelli, e la loro esistenza è documentata nella Historia, a proposito di Severus, per questo sono dette Severiane. C’è un sistema di canalizzazioni e vasche, la destinazione è stata termale anche in epoca successiva, perché Massenzio, pur ristrutturandole, le mantenne.

Sono prospicienti la preesistenza forse più spettacolare, lo Stadio, sia come esedra sia come resti di un colonnato particolarmente esteso. Si è circondati da preesistenze costruttive nei caratteristici mattoni rossi romani di dimensioni notevoli che danno l’idea del grande complesso urbanistico immerso in un ambiente naturale di particolare pregio. E in una posizione veramente strategica: il panorama tutt’intorno è unico al mondo, dall’Aventino al Palatino, dalle terme di Caracalla al Celio, dalla Sinagoga al Cupolone di San Pietro. E siamo nella parte dei Fori finora chiusa al pubblico al lato del Colosseo, da qualche punto sembra a portata di mano, e si domina il Circo Massimo.

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L’incontro con le autorità dei Beni culturali

Gli interventi delle autorità presenti non sono di circostanza, il Sottosegretario ai beni culturali Francesco Maria Giro offre un numero fuori programma, intervista il Commissario alle antichità archeologiche di Roma e Ostia antica Roberto Cecchi, al quale dà il merito della rivitalizzazione dell’area con iniziative fattibili che danno risultati tangibili in un approccio pragmatico e concreto.

Cecchi snocciola alcuni dati – citiamo solo che si sono impiegati 60 giorni di lavoro con una spesa di 150mila euro – ed esprime un giudizio che va al di là del pur notevole valore archeologico:”E’ un valore paesaggistico emblematico che va assunto come paradigma della fusione di natura e storia, non c’è solo la conservazione del Palatino, ma la riconsegna di un paesaggio unico dopo 2000 anni”. Il Commissario è anche Direttore generale per l’architettura e il paesaggio, nella nuova impostazione del Ministero per i beni culturali che li vede abbinati nella valorizzazione. Una settantina di progetti in corso, l’ammontare di risorse disponibili dell’ordine di 30 milioni di euro.

Il sottosegretario Giro ha ricordato che nell’archeologia come nella rete di musei si deve vedere una grande risorsa del paese: “L’archeologia di Roma è il futuro di questa città, considerando anche Pompei è il futuro della nazione. Dovremo svilupparla e promuoverla nel mondo intero con un grande lavoro di valorizzazione. Ce lo chiedono i cittadini italiani e soprattutto i cittadini del mondo”. Ha poi rivelato di adoperarsi per l’illuminazione, almeno nelle ore più buie della notte, di quella parte dei Fori che appare come “un buco nero tra Colosseo e Vittoriano ben illuminati”. E ha ribadito che i settanta progetti in atto fanno parte di una strategia di piccoli passi fattivi e concreti.

L’elogio dell’archeologia e la presenza di tutti i protagonisti – c’era anche il direttore generale per la valorizzazione del patrimonio Mario Resca – ci ha incoraggiato a riproporre il tema di una nostra “pillola romana”: avere il coraggio di affrontare il problema di via dei Fori Imperiali, a destra e a sinistra dell’arteria le colonne, gli archi trionfali, i templi rinvenuti in passato; negli immediati dintorni vengono alla luce di continuo nuove scoperte. Il nastro d’asfalto, in parte ripavimentato in “sampietrini”, rappresenta una cesura di un “continuum” che non merita di essere interrotto.

“Non si interrompe un ‘emozione” è uno slogan applicabile non solo alle pubblicità invasive della televisione, ma anche a quest’interruzione e a quest’emozione: la storia che scorre sotto l’asfalto.

Ne abbiamo parlato con le autorità sopra citate, dai direttori generali al sottosegretario, per trarre la conclusione che sarà difficile, almeno nell’immediato, un progetto impegnativo di questo tipo anche se nessuno lo contrasta.

A pensarci bene, però, senza nessuna presunzione, sarebbe la “grande opera” per eccellenza, quella che consegna alla storia chi se ne fa artefice, altro che il ponte sullo Stretto di Messina in termini di messaggio culturale e di rilancio d’immagine a livello globale con l’incalcolabile richiamo turistico e non solo mondiale! Con il vantaggio che non vi sono le controindicazioni dell’altra opera appena citata. E un’iniziativa simile non avrebbe difficoltà a trovare finanziamenti adeguati da ogni parte.

Un “muro” virtuale che offende la cultura

Siamo approdati infine all’architetto Piero Meogrossi, che in passato è stato tra i direttori dei lavori svoltisi negli anni nel Complesso Severiano. Una conversazione molto istruttiva, l’archeologia va vista nell’intero contesto storico e ambientale, vanno considerati i vasti spazi. Per questo invita a traguardare dalla Via Sacra fino al Monte Cavo, che anche l’addetto culturale del Presidente Napolitano e un altro illustre intervenuto hanno invitato a reintegrare nei suoi valori di “santuario dei latini”, bonificandolo dalle grandi antenne televisive che vanno rimosse dalla sua sommità; è un territorio che va considerato nella sua interezza per interpretarne fino in fondo i valori e l’identità.

Meogrossi non si è limitato a questo. Ci ha dato una pista per rintracciare il progetto che risolve il problema viario dei Fori imperiali in modo eccellente e può, quindi, eliminare l’asfalto della ex Via dell’Impero; secondo la sollecitazione che rivolgemmo, di recente, proprio al Commissario Cecchi. Gli ricordiamo che i settanta progetti su cui si sta lavorando meritoriamente non sono assimilabili all’impatto che avrebbe in tutto il mondo la semplice notizia che si sta pensando di ristabilire “l’emozione”millenaria data dai Fori ricostituiti nella loro unitarietà fisica e anche storica. “Cento conigli non fanno un cavallo”, settanta progetti non fanno un’area archeologica che sarebbe unica al mondo se riportata alla sua consistenza e globalità originaria che è sotto gli occhi di tutti.

A vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino continuiamo a chiedere che cada anche quest’altro muro virtuale che offende la cultura: un muro non in altezza ma in larghezza ed estensione, quanto sono larghe ed estese le corsie stradali e gli ampi marciapiedi e camminamenti laterali di Via dei Fori Imperiali. Alla quale si può dare il “merito” di aver liberato la zona con lo “sventramento” delle preesistenze dell’abitato medioevale, il cui valore storico oggi ne inibirebbe la rimozione. Il “lavoro sporco” fu fatto allora, e quindi l’area è sgombra di presenze imbarazzanti, basta scavare, anche solo cinque metri come si è visto di recente, per trovare il tesoro. Perché chiudere gli occhi?

Per ora li chiudiamo anche noi ma per immaginare, forse sognare. Ci vedremo meglio quando avremo recuperato il progetto cui abbiamo sopra accennato e potremo rivelare ai lettori il suo contenuto. Almeno se la pista dataci dall’architetto Meogrossi ci condurrà, come una mappa, a quello che per noi è un tesoro da scoprire, e da valorizzare.

Per questo oltre al Commissario Cecchi ci rivolgiamo al direttore generale Resca. E per quanto concerne la volontà politica – alla quale i tecnici hanno fatto riferimento – passiamo la palla al sottosegretario Giro che ha tessuto giustamente le lodi dell’archeologia come “futuro della città e della nazione” da “promuovere nel mondo intero”. Lo prendiamo in parola, “hic Rhodus…”. Quale maggiore valorizzazione dopo i Fori panoramici di quella che riproponiamo all’attenzione perché le sia dedicato l’impegno che merita? Quale migliore suggello all’intensa attività svolta dal Ministero?

Non chiediamo una realizzazione immediata, conosciamo i tempi della politica, le emergenze e le priorità, ma almeno a livello di studio sul piano progettuale si potrebbe partire subito. Quanti anni è stato studiato il progetto per il Ponte sullo Stretto? Sembrava fantascienza, alla fine si è partiti. Cosa si aspetta ad avviare gli studi su Via dei Fori Imperiali in modo da essere pronti al momento giusto?

 

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