Italia, Modena – In mostra le “Sepolture devianti”


 
cortesia Sopr. BC Emilia Romagna

cortesia Sopr. BC Emilia Romagna

Da sabato 19 dicembre 2009 fino a domenica 21 febbraio 2010 presso il Museo Civico Archeologico di Castelfranco Emilia, in provincia di Modena, si terrà l’esposizione Sepolture anomale. Indagini archeologiche e antropologiche dall’epoca classica al Medioevo in Emilia Romagna che mostra una serie di comportamenti devianti o poco conformi da parte degli antichi fra il quarto secolo avanti Cristo e il Medioevo nei riti di trattamento e deposizione dei morti.

La mostra è curata dagli archeologi Diana Neri, Luca Cesari e Jacopo Ortalli e dagli antropologi Valentina Mariotti, Maria Giovanna Belcastro e Marco Milella ed è sostenuta dal Museo Civico Archeologico di Castelfranco Emilia, con il contributo dell’Università degli Studi di Bologna e del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e con la collaborazione del Dipartimento di Scienze Storiche dell’Università di Ferrara, il Dipartimento di Chimica dell’Università di Modena, il Dipartimento di Scienze dell’Antichità e del Vicino Oriente dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna.

Le sepolture anomale venute alla luce nel corso degli scavi coordinati dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna a Bologna, nel Modenese e a Casalecchio di Reno ed esposti dalla mostra appartengono principalmente a giovani maschi adulti (25-35 anni) con arti amputati orrendamente, crani trafitti da chiodi o asportati, corpi deposti con la faccia rivolta a terra, a volte legati, in parte cremati o deturpati in maniera cruenta. Queste sepolture sono conosciute col nome di deviant burials, ovvero sepolture devianti. L’archeologia riesuma sempre più spesso dal passato queste tombe inconsuete in cui pare sia saltata la relazione di causalità tra la morte e la pietà. Malgrado ciò, in questi rituali non c’è odio o desiderio di vendetta, ma solo terrore poiché quando si infieriva sul cadavere in maniera così brutale era per scongiurare il risveglio dei revenants, letteralmente coloro che ritornano.

Sepolture anomale espone una decina di esemplari: i resti scheletrici sono presentati con il relativo corredo per ricreare la situazione di ritrovamento delle tombe. Archeologi e antropologi hanno lavorato a stretto contatto per esporre in maniera accurata i rituali e le caratteristiche di queste sepolture, che coprono un periodo che va dal quarto secolo avanti Cristo all’epoca medievale.

Queste pratiche anomale sono testimoniate dai rinvenimenti archeologici relativi allo sfaccettato mondo religioso dei Romani ma anche alla dottrina monoteista dei Cristiani e rivelano una concreta necrofobia, collegata al tentativo di impedire al cadavere di nuocere ai vivi. Quindi, la legatura dei morti nelle necropoli d’epoca Celtica, l’inconsueto rapporto fra calzature e cremazione in una necropoli romana del II-IV secolo, le sepolture prone, amputazioni rituali e altre usanze post-mortem rilevate in molte sepolture d’epoca tardo-romana oppure i crani trafitti da chiodi del dodicesimo secolo scoperti in San Pietro a Bologna rappresentano le originali soluzioni che i nostri antenati inventarono per proteggersi dai defunti. Infatti, gli antichi cercavano di scongiurare il ritorno del morto per mezzo di impedimenti fisici, inchiodando, mutilando testa e arti, bruciando, legando e disorientando il defunto per non consentirgli di emergere in superficie.

Gli esperti non conoscono le ragioni che spinsero i nostri antenati ad adottare misure così drastiche nei confronti di alcuni individui. Le storie popolari raccontano di persone molto negative, con un’esistenza passata da emarginate sociali: vita che sembrava si rifiutasse di lasciare il corpo anche dopo il decesso.

Rimane aperta la questione di che cosa facilitasse la comparsa di questi esseri maligni, come venissero identificati e in quale maniera venissero trattati per fermare le loro azioni. Il revenant poteva nascere per cause differenti: predisposizione individuale (come nel caso di stregoni, malfattori, praticanti di religione diversa da quella della maggioranza), predestinazione (come nel caso di malformati o di nati in determinati periodi dell’anno), per azioni compiute in vita o per i motivi del decesso (soprattutto se repentino, suicida o violento) e infine per il contagio causato dal morso di un revenant (tematica cara alla fiction più che alla storia poiché nei racconti folklorici non compare la figura del vampiro che dà vita a schiere di fedeli sudditi succhiando il loro sangue).

Quindi, nei confronti di queste persone, nel momento in cui morivano, venivano prese determinate precauzioni per impedire che ritornassero dal mondo dei morti: sepoltura non canonica (tumulazione del corpo in posizione prona o legato), deposizione di oggetti particolari nella tomba con funzione apotropaica, cremazione del cadavere, violazione del corpo con amputazioni e inserzioni di oggetti appuntiti.

A volte, però, il revenant si mostrava a scoppio ritardato, preceduto da una serie di eventi nefasti e soprannaturali, attribuibili soltanto a un essere malvagio. In queste circostanze, i corpi dei sospetti erano riesumati e visto che, per via della decomposizione in corso, essi presentavano i segni tipici dell’attività dei non-morti (bocca aperta, gonfiori al ventre, membra flessibili e denti scoperti), si operava su di loro con diverse strategie letali.

La maggior parte di questi rituali non lascia testimonianze archeologiche poiché estrarre il cuore per bruciarlo, deporre spine, reti da pesca o rovi nel sepolcro o percuotere le membra sono difficili da determinare. E anche il rimedio più famoso, trapassare il cuore per mezzo di un paletto appuntito, può non essere riscontrato a meno che lo sterno del cadavere non sia stato sfondato.

Invece, a volte, restano tracce di questi riti sui resti ossei. Per assicurare che l’azione abbia un effetto mortale, all’intervento magico-religioso si unisce sovente l’intervento meccanico che avrebbe avuto effetto anche su una persona viva. Gli oggetti appuntiti o taglienti funzionano sempre per impedire il risveglio di un revenant, allo stesso modo della disarticolazione o del taglio dei piedi affinché non possa camminare, oppure della sepoltura prona affinché non si possa far strada verso la superficie o della decapitazione.

L’inaugurazione dell’esposizione sarà preceduta da una giornata di studio che si terrà dalle 9.30 del 19 dicembre 2009 presso la Biblioteca Comunale di Castelfranco Emilia.

 

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