Il dottor Alessandro Sebastiani, insieme al dott. Mario Cygielman, la dott.ssa Elena Chirico e il dott. Matteo Colombini, fa parte della direzione scientifica del “Progetto archeologico Albarese”. Lo abbiamo intervistato per voi.
Come e quando nasce il “Progetto archeologico Alberese”?
Il Progetto Archeologico Alberese nasce in seguito all’interessamento nella comprensione delle dinamiche insediative nell’area della Foce dell’Ombrone. L’area interessata era conosciuta per la sua importanza e anche per i molti dubbi connessi con alcuni siti chiave. Si tratta di un progetto giovane, che ha al suo attivo solo pochi mesi di attività ma che si configurerà in maniera diversa da tanti altri progetti. Burocraticamente però il progetto è iniziato l’estate scorsa con un lungo percorso. Sinceramente dobbiamo tanto alla disponibilità e all’interesse dimostrato dall’Azienda Regionale Agricola di Alberese e all’Ente Parco Regionale della Maremma che sin da subito ci hanno accolto ed aiutato. Senza di loro sarebbe stato impossibile iniziare!
Quali sono i siti interessati?
I siti interessati sono principalmente due: l’area templare dello Scoglietto e i resti di un probabile ponte romano in località Lo Spolverino.
Vuole fornirci un quadro storico generale dell’area interessata dal progetto?
L’area interessata dal progetto è ricca di ogni forma di testimonianza del passato, partendo dalla preistoria sino all’età contemporanea. Pensi che lungo l’area dello Scoglietto corre un tratto di muro di oltre 12km di lunghezza, costruito dall’Opera Nazionale Combattenti per dividere l’area boschiva da quella agricola. Un monumento nel monumento. Sinceramente ad oggi sappiamo alcune cose sul periodo preistorico, grazie ai vari scavi condotti durante gli anni, pochissimo del periodo etrusco, mentre del periodo romano si conoscono le presenze di alcune ville, ora di un tempio, e forse, il porto di Roselle. Anche la viabilità era importante in quest’area con il tratto di Aurelia Vetus/Aemilia Scauri che dovrebbe proprio passare dal ponte romano in fase di indagine. Vedremo. Per il periodo medievale sicuramente il marker sul territorio è dato dalla presenza della grande abbazia di San Rabano, un gioiello architettonico ancora racchiuso tra i monti dell’Uccellina. Pensi che ultimamente, dopo 700 anni di “letargo”, tornano a fiorire e a crescere le piante mediche una volta piantate dai monaci.
Quali sono gli obiettivi del progetto?
Dunque gli obbiettivi del progetto sono molteplici e si basano principalmente su due scale diverse: dal punto di vista scientifico si vogliono analizzare le dinamiche insediative di questa area di Maremma nel periodo compreso tra la romanizzazione (II secolo a.C) e la fine dei paesaggi romani (VI secolo d.C.). Si tratta di un lungo periodo come vede, ma già lo scavo di quest’anno ha prodotto dati interessanti e sicuramente in controtendenza con quanto affermato prima da alcuni studi di carattere generale. Dall’altra parte però, il progetto vuole creare percorsi archeologici per la visita agli scavi finalizzati ad una fruizione pubblica assieme alla costituzione di un museo per esporre i reperti rinvenuti. Il tutto deve essere restituito alla comunità locale di Alberese e coinvolgere gli enti locali. È per dare la maggior visibilità e trasparenza al progetto sono stati creati sia un sito internet www.progettoalberese.it, sia un gruppo su Facebook.
Quali enti sono coinvolti, e con quali compiti?
In primis vi sono l’Azienda Regionale Agricola di Alberese, proprietaria dei terreni dove sono effettuate le indagini archeologiche e l’Ente Parco Regionale della Maremma preposto alla valorizzazione e alla salvaguardia ambientale della zona. La Soprintendenza per i Beni Archeologici è ovviamente presente con una equipe fantastica in qualità di supervisore dell’intero progetto archeologico. La Proloco Alborensis ha svolto un ruolo fondamentale per il reperimento delle risorse finanziarie, concesse da Quercia Energia s.r.l, Roselle Costruzioni s.r.l e Vibralcementi s.r.l. assieme ad Alberto Mannucci e Moreno Mencagli. Senza di loro non si sarebbe potuto iniziare a scavare e mi sento in obbligo di ringraziarli per la loro lungimiranza e disponibilità. Infine, la circoscrizione 5 del Comune di Grosseto ha patrocinato la prima campagna di scavi mentre sono in corso di opera riunioni operative con altri enti e sponsor privati per la continuazione del progetto.
A chi è affidata la direzione scientifica?
La direzione scientifica del progetto è della Soprintendenza ai Beni Archeologici della Toscana nella figura del dott. Mario Cygielman assieme a me, la dott.ssa Elena Chirico e il dott. Matteo Colombini.
Come è composta l’equipe di scavo?
L’equipe di scavo di quest’anno era formata principalmente da studenti provenienti per lo più dall’Ateneo senese e da funzionari della Soprintendenza ai Beni Archeologici della Toscana. Vi sono stati anche altre persone, venute a scavare in maniera volontaria.
Il nostro team è anche formato da due docenti dell’Università di Siena, rispettivamente la Prof.ssa Mara Sternini per lo studio dei reperti vitrei e dal dott. Stefano Sagina per la valorizzazione dei siti archeologici. Il dr. Emanuele Vaccaro recentemente divenuto Fellow del McDonald Institute for Archaeological Research di Cambridge studierà i reperti ceramici assieme ad Irene Piro a cui sono state assegnate le lucerne, mentre il dott. Marco Innocenti si è occupato delle ricostruzioni 3D del tempio rinvenuto presso lo Scoglietto
Vuole parlarci della prima campagna di scavo (estate 2009)?
Sinceramente è stata una bellissima esperienza. Siamo partiti con una fitta macchia di lentisco di fronte a noi e si è terminato con il vedere uno splendido tempio ben conservato per oltre 70 mq. L’intera campagna è stata stimolante, non solo per noi ma anche per gli studenti che vi hanno preso parte. Si discuteva delle interpretazioni, si cercava di capire tutti assieme, si studiavano preliminarmente i reperti per comprendere in che ambito eravamo. Sono stati fatti seminari sulle monete, sulla ceramica, giornate intere passate a riguardare la letteratura e tutto questo mentre si “sfogliava” la terra per comprendere la sequenza stratigrafica. Abbiamo ricevuto la visita di importanti archeologi provenienti da tutta l’Europa e dall’America e con loro ci siamo confrontati, mettendo in discussione ogni cosa si stesse facendo. Credo che molti studenti abbiano percepito quest’atmosfera. E poi ci sono i rinvenimenti materiali…
Quali ritrovamenti sono emersi?
Il più grande rinvenimento è sicuramente la struttura templare conservata ancora in cima al promontorio dello Scoglietto. Si tratta di una struttura rettangolare di 11,5×6,5 m, costruita in opus testaceum e ricoperta da lastre di marmo. Antistante all’accesso vi era una rampa con scalini circondata da una piazza in opus spicatum. Nei vari contesti scavati sono stati rinvenuti ingenti quantità di reperti che, in fase del tutto preliminare ovviamente, orientano verso una datazione al III secolo d.C. della struttura. Abbiamo rinvenuto oltre 50 monete, alcune delle quali sembrano fior di conio, mentre i reperti ceramici provengono dall’intero bacino del Mediterraneo, con produzioni molto particolari. E paradossalmente non si tratta del tempio di Diana Umbronensis che dovrebbe sorgere proprio in questo sito. Si tratta, invece, di un secondo tempio, la cui intitolazione è ancora sconosciuta, ma che sono sicuro darà delle sorprese.
Ce ne spiega l’importanza nel contesto dell’area interessata?
L’importanza di questa area è cruciale. Nel periodo romano, specie nel corso della media e tarda età imperiale al di sotto delle pendici dello Scoglietto si infrangevano le onde del mare. Lo stesso mare che i livelli alluvionali depositatisi durante i secoli hanno spinto di 4 km ad ovest. Sottostante la nostra area di scavo vi è una grotta [dello Scoglietto anch’essa], dove lo studio del dr. Vaccaro ha dimostrato la presenza di una forte quantità di reperti ceramici ascrivibili al periodo tardoantico e anch’essi provenienti da molte aree del Mediterraneo, assieme a pesi aurei. Relazionare questa evidenza con quella riscontrata in cima al promontorio sarà interessantissimo. Pensi poi al momento in cui potremo collegare l’area dello Scoglietto a quella dello Spolverino dove pare passi una delle arterie viari principali dell’area del grossetano se non di tutta la provincia italiana. Siamo tutti sicuri che ci saranno novità e che esse stimoleranno il dibattito sulla formazione dei paesaggi romani e di quelli successivi.
Autore: Martina Calogero - pubblicato in data 3 novembre 2009 - Email info@archart.it
