Intervista al Professor Philippe Pergola: musei e beni culturali e privati (parte 3)


 

Philippe Pergola, di nazionalità francese, lavora come professore di Topografia dell’Orbis christianus antiquus presso il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, ma riveste anche il ruolo di Directeur Directeur de Recherche au C.N.R.S., Université de Provence (Laboratoire d’Archéologie Médiévale Méditerranéenne, Maison Méditerranéenne des Science de l’Homme). Lo abbiamo intervistato per voi e oggi vi sveliamo la sua opinione sui musei e sui beni culturali e privati. 

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani?
R. Sui gloriosi musei, dalla lunga tradizione, statali soprattutto, tutto il bene possibile. Sono dei modelli, anche se forse, negli ultimi anni, è stata trascurata la didattica; in questo campo hanno certamente compiuto maggiori progressi i musei francesi o inglesi, ma anche spagnoli, specie per i più giovani.
Sono molto perplesso invece sulla moltitudine di musei locali, spesso con standard minimi e senza visibilità. Vi è un Italia dei Musei a tre velocità: quelli grandi con grandi mezzi e un numero impressionante di visitatori, quelli locali (in genere comunali) dove dal singolo responsabile dipende il livello qualitativo ma che possono avere e mantenere un ottimo livello e di cui il numero di visitatori giustifica l’apertura. Esistono anche musei semi nascosti, con un personale ridotto (addirittura con un solo custode e un responsabile non retribuito senza qualifica scientifica seria); sono un peso economico per la collettività, con un numero di visitatori che non giustifica la loro apertura. Esistono realtà in cui andrebbero collegate e riunite unità museali vicine (ed il loro personale) che non dialogano e sono deserte. Una seria riflessione dovrebbe partire dal potere centrale e associare gli enti locali, responsabilizzando le Regioni, per un serio inventario e stabilendo regole che mettano fine ad un disordine che non giova alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio.

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. Con la qualità della didattica, con l’applicazione di standard ben codificati, come ho appena detto.

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. Va bene il modello del British Museum per i grandi musei; per la sopravivenza nelle realtà locali più piccole, forme di finanziamento vanno ideate se si stabilisce la gratuita. Gli esercizi privati che hanno realmente un ritorno economico dalla presenza di musei frequentati dovrebbero contribuire al loro mantenimento.

D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. Certamente, fa parte ormai della nostra vita. Bisogna però un serio controllo scientifico che non sempre viene rispettato (anche qui la competenza dei giovani disoccupati competenti dovrebbe essere al primo piano).

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. Non sempre è facile trovare il tempo necessario per quello che dovrebbe essere un dovere di ognuno di noi… Spesso purtroppo e sempre più i media ricercano l’archeologia spettacolo gestita da personaggi (anche colleghi che da tempo hanno abbandonato la ricerca) che fanno più spettacolo che scienza…

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare? E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?

R. Direi di si e non sarei poi del tutto d’accordo con uno dei vostri intervistati che ha affermato recentemente che sono noiosi. Basta vedere il successo delle riviste divulgative, ma anche delle conferenze e delle giornate di apertura di siti e monumenti. Direi globalmente che in questo campo l’Italia ci sa fare molto bene.

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. Ne penso tutto il male possibile. Il patrimonio è un bene comune oltre i confini nazionali. Penso sia una grave dérive quella di mercificarli. Lo giudico una forma di prostituzione scandalosa. E’ fonte di clientelismi senza garanzia di serietà scientifica.

D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. Lascio la risposta a Rubens D’Oriano nell’intervista che vi ha rilasciato.

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. Assolutamente no. Sono una miseria infima rispetto alle necessità della tutela, della conservazione e dello studio. In Francia è peggio e mi esprimo così anche nel mio paese… I nostri politici dovrebbero vergognarsi di come viene trattato il patrimonio e di come ogni giorno si impoverisca la nostra storia con la perdita di beni che non si possono conservare adeguatamente.

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. Meglio proteggere, non scavare ciò che può attendere se non è adeguatamente giustificato da una programmazione archeologica che deve poi essere opportunamente valutata da organi che rimangono da creare… Certamente studiare e valorizzare l’immenso patrimonio dei magazzini, reclutando gli operatori che esistono e sono disoccupati o sotto e male occupati, dovrebbe essere una priorità. Ribadisco che una delle più gravi ingiustizie sociali ed intellettuali di questo momento politico e storico è quella del tentativo di asservire anche la cultura al dio denaro ed è indegno in una democrazia.

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. Certamente, ma evitando che i donatori tengano in ostaggio la cultura…

 

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