Intervista al Professor Philippe Pergola: archeologia (parte 2)


 

Philippe Pergola, di nazionalità francese, lavora come professore di Topografia dell’Orbis christianus antiquus presso il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, ma riveste anche il ruolo di Directeur Directeur de Recherche au C.N.R.S., Université de Provence (Laboratoire d’Archéologie Médiévale Méditerranéenne, Maison Méditerranéenne des Science de l’Homme). Lo abbiamo intervistato per voi e oggi vi proponiamo il suo giudizio sull’archeologia italiana.

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. Non è facile rispondere a questa domanda. Sono stato tentato di rimandare in blocco per questa parte dell’intervista a quella lucida, coraggiosa e coincidente con molto di quel che penso, che vi ha rilasciata Rubens D’Oriano, collega dall’attività eccellente e amico da oltre trent’anni. E’ competente, dinamico, ha costruito e ha saputo costruire collegialmente in quel angolo di paradiso (se si escludono le vergognose speculazioni edilizie…) della Sardegna nord orientale.
Abbiamo però esperienze diverse e vi sono sfumature per cui ho poi deciso di esprimermi, da straniero, ma pur sempre da straniero totalmente coinvolto nella realtà archeologica italiana; anche qui mi verrebbe da rispondere da mediterraneo e da europeo, per soluzioni non da campanile nazionale….
Lo stato attuale dell’archeologia italiana è molto preoccupante perché la ricerca programmata, quella che dà i maggiori frutti a lungo termine è sacrificata ed è sacrificato umanamente il suo bene più prezioso, le nuove generazioni.

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. 1) Al primo posto penso che l’emergenza maggiore dell’archeologia europea e mediterranea riguardi il futuro dei giovani, delle nuove generazioni che formiamo, che ho contribuito a formare nel mio campo negli ultimi 25 anni, e che si scontrano con muri spesso insormontabili, che vengono umiliati nella loro professionalità, sfruttati spesso in modo indecente. Vi è spesso in proposito un disprezzo da parte delle istituzioni per le nuove generazioni, vi è anche un grande e forte egoismo, forme di cinismo, da parte di chi gestisce il patrimonio, ma anche da parte di chi lo studia e mi riferisco agli egoismi universitari, laddove forme di clientelismo tarpano il futuro.

Non ci può essere futuro per il patrimonio storico ed archeologico se non vi sarà più chi è in grado di studiarlo, di tutelarlo, di valorizzarlo. In modo insidioso se ne creano le condizioni. Vi è attualmente un pericoloso invecchiamento di chi opera nelle strutture di ricerca e in quelle di tutela. L’età media supera spesso i 50 anni nelle singole Soprintendenze o nei Dipartimenti universitari. Ciò vale per l’Italia, ma vale anche per la Francia. Si punta a non sostituire chi va in pensione; si allontana l’età pensionabile; l’Italia ha anche inventato pericolosi meccanismi per cui dopo la pensione si continuano ad occupare cattedre e poltrone, ottima scusa per non bandire nuovi concorsi. Attualmente il numero dei “giovani” studiosi tra i 35 e i 45 anni è elevatissimo, perché i concorsi per le Soprintendenze sono pressoché inesistenti, perché così succede anche nelle università. Prima di cambiare definitivamente strada i giovani “sbarcano il lunario” passando di cantiere in cantiere, per delle emergenze che riguardano in genere periodi storici diversi di quelli che hanno studiato. Non vengono coinvolti nelle pubblicazioni (a volte nulla viene pubblicato di queste indagini). Sono “taillables et corvéables à merci” da cooperative e società private che hanno (non sempre, ma è una regola troppo diffusa) per solo scopo il profitto per pochi.

2) la seconda emergenza riguarda i finanziamenti, ed è intimamente legata alla prima. Si punta sempre più all’autonomia, all’auto finanziamento, nelle scienze umane come in quelle della ricerca scientifica e dei brevetti. Vi sono inoltre, per quel che rimane, meccanismi di decentramento che sono scandalosi, perché scompaiono le strutture statali o vengono svuotate di personale e di competenze; si dà il via a forme sempre più perverse di clientelismi incontrollati. Le risorse esistono ma vengono sperperate. Vi è inoltre il grave pericolo dei finanziamenti (europei e non) con budget faraonici da spendere in tempi brevi, mentre manca l’ossigeno per la normale amministrazione, per la ricerca e lo studio che hanno bisogno di tempi maggiori. Si finanzia l’archeologia con fondi “turistici” e progetti effimeri di valorizzazione scandalosi. Vi sono forme di commissariamento e di privatizzazione dei gioielli archeologici e culturali, sempre più pericolose (Pompei e area centrale di Roma sono solo un inizio se questo perverso sistema non verrà cassato). Si punta infine a siti privilegiati creando una serie A di monumenti, scavi e/o musei che vengono gratificati oltre misura e una grande maggioranza di monumenti, siti e scavi di serie B, condannati all’abbandono e al degrado. Eppure nel patrimonio tutto va gelosamente curato e tutelato e le risorse equamente ripartite, a prescindere dal colore politico degli amministratori locali…

3) La terza emergenza riguarda l’assenza di controllo, da parte di organi collegiali, dell’operato dei Soprintendenti e dei funzionari delle Soprintendenze e su questo torno più avanti su “cosa imparare dall’estero”. Lo stesso discorso vale per i reclutamenti sia nelle Soprintendenze che le università con procedimenti che diano meno spazio alle forme clientelari.

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R. 1) Si sa che l’Italia detiene una parte cospicua del patrimonio culturale dell’umanità. L’archeologia ne costituisce certamente una parte consistente. La parte delle risorse nazionali dedicata dallo Stato italiano alla protezione del proprio patrimonio è ridicola (rimando a quanto detto da Rubens D’Oriano). Si, questo patrimonio è sotto valorizzato, sotto studiato, sotto fruito e dagli italiani e da chi visita l’Italia. Spesso sono i volontari, il mondo delle associazioni ad avere un vero ruolo di valorizzazione più di quanto non facciano le istituzioni. In questa valorizzazione rientra anche la necessità di una razionalizzazione nella tutela e nella fruizione di questo patrimonio.
2) Questo può avvenire solo ed esclusivamente se i giovani archeologi italiani (e i meno giovani non ancora inquadrati) potranno finalmente accedere ad un indispensabile inquadramento professionale che si tratti di Università, Soprintendenze o Enti locali (in questo ultimo caso con “garde fous” statali e commissioni che non permettano forme di vergognosi clientelismo, di cui il patrimonio è il primo a patire!). Inoltre, il livello delle retribuzioni nelle Soprintendenze è ancora del tutto scandaloso per chi ha una preparazione professionale e delle responsabilità impegnative e non correttamente valutate.
3) La possibilità di rendere accessibili agli studiosi (per permetterne una seria valorizzazione), alle popolazioni locali, ai turisti siti, monumenti, materiali (addirittura musei già costituiti o parte delle loro immense riserve).

D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. La mia esperienza non italiana è essenzialmente francese e mi limiterò a questo unico paragone. La Francia ha imparato dall’Italia (che era anni luce più avanti) una seria organizzazione territoriale statale della tutela del patrimonio.
Dalla Francia mi pare che l’Italia possa imparare quattro cose: 1) un serio sistema di archeologia preventiva, 2) la sistematicità nello studio dell’archeologia del costruito, 3) il sistema dei progetti collettivi e 4) la creazione di organi esterni regionali e statali di controllo e valutazione dell’archeologia nazionale nel suo insieme.
1) Tardi, ma alla grande (anche se il progetto iniziale è stato in parte svilito), la Francia ha messo a punto una politica dell’archeologia preventiva (non più archeologia dell’emergenza), con decine di équipes archeologiche sparse sul territorio che intervengono sistematicamente, in territorio urbano o rurale prima di ogni sbancamento (dal passaggio di autostrade o ferrovie ad alta velocità e in occasione di qualsiasi lavoro per infrastrutture e strutture che incidano nel sottosuolo). Ciò avviene sistematicamente che ci sia o meno un presunto “rischio archeologico”, con una prima diagnosi (sistema di trincee sistematiche) che viene seguita sistematicamente da scavi in caso di ritrovamenti, secondo “cahiers des charges” ben preciso, in funzione di qualunque rinvenimento (fino all’età moderna). Diversamente da quanto avviene in Italia, almeno in molti casi, i finanziamenti riguardano gli scavi e la loro pubblicazione (quindi con il relativo finanziamento per lo studio dei materiali). Le Soprintendenze istruiscono le pratiche con gli operatori, il tutto controllato a monte, in corso d’opera e a valle dalle CIRA (v. punto 4).
2) In varie sedi universitarie italiane (Firenze, Siena, Roma o Genova) colleghi medievisti hanno messo a punto tecniche di studio e di rilevamento degli elevati. Tale cultura non è però entrata nelle pratiche di archeologia preventiva. Si continuano a ristrutturare centri storici o singoli complessi senza prendere in conto l’essenzialità, l’indispensabilità di studi preventivi degli elevati prima di ogni intervento di restauro. Da alcuni anni la Francia ha messo a punto protocolli in tal senso. Una prima iniziativa in tal senso avviene ora proprio a Ventimiglia, dove, in stretta collaborazioni con operatori scientifici francesi, Giuseppe Palmero organizza (da quest’anno affiancandomi a questa organizzazione) sul centro medievale un corso largamente aperto su “Leggere la città medievale” (rimando in proposito al sito www.intemelion.it e, in attesa del sito web AssoLab STARTAM alla pagina di Facebook “Leggere la città medievale” IIa edizione ((Ventimiglia 2009). Tanta, tanta strada rimane però da fare perché l’Italia (alla quale va riconosciuto di aver fatto già tanto, diversamente dalla Francia in passato, per non lasciar distruggere i suoi centri storici) imbocchi la strada di questi studi sistematici. Posso affermare che durante gli otto anni di esperienza, quale membro della CIRA Sud-Est ho assistito, grazie ai risultati dell’archeologia preventiva (compreso nello studio degli elevati) ad una vera e propria rivoluzione nelle nostre conoscenze dalla preistoria all’età moderna, spesso con grandissime sorprese. Il rischio, ed è già attualità in Francia (e in buona parte anche in Italia), è la morte o una vita di stenti, dell’archeologia programmata e degli studi di sintesi che nessuno fa più. Noi professionalmente “inquadrati” siamo oberati e spesso schiacciati da pratiche amministrative monopolizzanti (non riguarda solo chi opera nelle Soprintendenze ma anche negli organi di ricerca e le università); delle nuove generazioni si è già detto e ritengo disdicevole sfruttare dottorandi e post dottorandi, poi lasciati a spasso. Il nostro nuovo quotidiano combattimento deve essere anche quello di giuste retribuzioni per i nostri collaboratori, con contratti a termine in attesa di giuste sistemazioni.
3) Da alcuni anni una innovazione del sistema francese riguarda la sistematizzazione dei progetti collettivi, unici ormai a ricevere finanziamenti regolari e cospicui. Che si tratti di scavi programmati come di azioni territoriali, le ricerche di singoli, come avveniva una volta sono bandite. Per poter scavare, ricercare e studiare bisogna presentarsi in équipes pluridisciplinari che raggruppino tutte le competenze indispensabili per le azioni richieste. Le autorizzazioni sono in genere per tre anni, ma con un anno di prova per la prima richiesta e comunque rinnovabili annualmente dopo la presentazione di relazioni esaurienti (di diverse centinaia di pagine molto spesso) che vengono attentamente valutate dalle CIRA, le quali spesso interrompono progetti in corso o li riorientano. Se non vengono fornite le relazioni annuali i progetti si interrompono automaticamente.
4) Le CIRA (Commissions interrégionales de l’archéologie) sono cinque su tutto il territorio nazionale francese; sono composte di un numero fisso di membri che rappresentano tutte le realtà della ricerca archeologica (Ministero Beni Culturali, CNRS – Università, Enti locali) che rappresentano i maggiori periodi storici. Si riuniscono mensilmente per valutare tutti i progetti in corso, specie quelli dell’archeologia preventiva e dare pareri su pubblicazioni. Una volta all’anno la riunione dura una settimana per la valutazione di tutti gli scavi e i progetti di archeologia programmata. Vi sono sottocommissioni per progetti impegnativi e numerosi sopralluoghi durante l’anno, di tutta la Commissione per pareri impegnativi. La CIRA è consultiva (delibera e vota; i Soprintendenti sono presenti ma non possono votare). I pareri della CIRA sono, salvo rarissimi casi (nessuno in 8 anni della mia permanenza nella Commissione), sempre seguiti e comunicati ufficialmente dai Prefetti agli interessati (con un giudizio del quale possono fare appello, ma anche ciò capita rarissimamente). Ecco in poche battute una realtà molto articolata. Il Conseil National (CNRA) invece “governa”, quale comitato presieduto dal Ministro per i Beni Culturali, la politica archeologica nazionale (sempre come organo consultivo) ed è composto di membri eletti delle CIRA e di altri di nomina del Ministro, sempre provenienti dal mondo dello studio, della ricerca e della tutela e con alcuni studiosi stranieri. Al CNRA è toccato, mentre ne ero membro, seguire l’iter delle riforme per l’archeologia preventiva e la creazione dell’ente parastatale INRAP, ed in seguito dare anche gli “agréments” (autorizzazioni ad essere operatori di archeologia preventiva) a servizi archeologici degli enti locali, ma anche a enti privati.

Per quanto riguarda le pubblicazioni l’Italia ha ancora periodici e collane prestigiose, ma un controllo più rigoroso andrebbe esercitato per quelle che sono molto decadute negli ultimi vent’anni e beneficiano di finanziamenti pubblici che il loro scarso livello non giustifica più. La Francia ha compiuto drastici tagli negli ultimi anni e la giusta via è certamente intermedia (mancano per le pubblicazioni in Italia organi di valutazione seri che superino i clientelismi a tutti i livelli).

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. Plagerei Rubens D’Oriano con l’arte di arrangiarsi e barcamenarsi… ma non solo! La capillarità delle Soprintendenze e la loro presenza sul territorio, sia quantitativamente che qualitativamente è largamente più efficace in Italia che non in Francia, così come le leggi di tutela, la possibilità di espropriare temporaneamente, espropri più sistematici. Altro limite della legislazione francese è sulla proprietà dei rinvenimenti (premio di rinvenimento per i privati) mentre in Francia il proprietario detiene metà di quanto viene scoperto nel suo terreno e solo rinvenimenti eccezionali giustificano un’acquisizione da parte dello Stato.
Anche l’insegnamento delle archeologie (al di là di esagerazioni nel proliferare di cattedre clientelari ad personam in alcuni atenei italiani) dovrebbe essere di modello per le università francesi così come i cursus italiani.
Il savoir faire italiano rimane altissimo nell’organizzazione di congressi, anche a cadenze regolari; citerò in proposito quelli dell’Africa Romana a Sassari che esistono felicemente da oltre trent’annni. Ricordo anche le Settimane di Spoleto, per le quali però i temi degli ultimi anni denotano una caduta di livello e sono certamente stati meno ricchi e stimolanti di quanto produsse il Centro di Studi sull’Alto Medioevo dagli anni ’50 a metà degli anni ’80.

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. Lo Stato certamente perché è una delle maggiori risorse del paese e per una responsabilità a livello mondiale della conservazione di un patrimonio unico. Lo stesso discorso vale per le Regioni, le Province, i Comuni e le Comunità di Comuni. Bisognerebbe anche dare meglio, con una maggiore concertazione ed evitando micro finanziamenti incontrollati da seri controllori.

Il privato da molto in Italia, ma manca spesso di seri referenti per valutare la qualità delle iniziative finanziate.

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. Certamente si; blocchi di campagne di non più di cinque anni e due per pubblicare ma anche avere i mezzi per farlo, economici. Spesso in Italia non si pubblica perché non vengono finanziati gli studi. Comunque devono esistere delle regole, anche per i funzionari di Soprintendenza. Torniamo alla necessità degli organi di controllo. Le Soprintendenze rimangono organismi dove il Soprintendente fa il bello e il cattivo tempo e non esiste un vero controllo del suo operato. Allo stesso modo (e ho vissuto direttamente questo tipo di situazione, ma gli esempi sono innumerevoli) basta un cambiamento di funzionario per vedere interrotte indagini da tempo iniziate, regolarmente pubblicate, quando non si tratta di scavo in concessione, bensì in collaborazione con le Soprintendenze. Non esistono ricorsi, non esistono dialoghi. Per fortuna in trenta anni di attività in Italia dove ho avuto responsabilità in decine di campagne di scavo a Roma, Ostia, in Liguria, Piemonte e Lombardia, una sola volta ho visto una ricerca interrotta di punto in bianco senza reale motivo scientifico e per puro abuso di potere… Non è un caso isolato, ma, mancando la possibilità di seri ricorsi, tali abusi non vengono denunciati per giusta paura di ritorsioni dalle conseguenze incalcolabili. Tale sistema non è certo però un esempio di democrazia… Rispetto a quindici o vent’anni fa un miglioramento è avvenuto con la possibilità di firme di apposite convenzioni come nei casi sopra citati di Riva Ligure e Taggia.

 

Lascia un Commento

Si prega di inserire solo commenti inerenti l'articolo e relativi ad archeologia, storia e arte antica.