Ha recentemente preso il via la IV Campagna di Scavo sul sito di Villa San Silvestro a Cascia sotto la direzione del Professor Paolo Braconi, archeologo-storico che si occupa di ricerche presso il Dipartimento Uomo e Territorio dell’Università di Perugia. Lo abbiamo intervistato per voi.
D. Qual’è stato il suo percorso formativo?
R. Laurea in Lettere indirizzo archeologico (1981).
D. E il suo percorso professionale?
R. Concorso per Tecnico laureato (1986), poi per Ricercatore (2001).
D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Storia dell’agricoltura Romana, Scavo e Musealizzazione della Villa di Plinio il Giovane a San Giustino, Scavo dell’antica Tadinum (G. Tadino); progetto sulle Mura di Pompei, scavo a San Secondo di Isola Polvese; scavo di Villa s. Silvestro (Cascia); insegno Antichità Romane alla Laurea Specialistica di Beni e Attività Culturali e Storia dell’Agricoltura e dell’Alimentazione in età romana al Corso di LAurea Interfacoltà ECOCAL (Economia e Cultura dell’Alimentazione); partecipo al progetto “Ruta de la oxidiana” (Mexico), con il Circolo Amerindiano, sto collaborando ad una mostra sulla Tecnologia romana e al catalogo Electa.
D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Università di Perugia, Dipartimento Uomo e Territorio.
D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. “Rileggere Pompei”, nuove acquisizioni sull’urbanistica e la storia di Pompei.
D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. Le mura di Pompei.
D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. Sì, con colleghi spagnoli.
D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Introdurre la bioarchitettura nelle musealizzazioni delle aree archeologiche.
Archeologia italiana
D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. Troppa burocrazia nelle soprintendenze, scarso ricambio e poca circolazione dei cervelli negli Atenei.
D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. Un Ministro (e un Ministero) all’altezza dell’Italia; istituzione dell’archeologo municipale (come in Spagna); favorire i finanziamenti privati della ricerca.
D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R. Il paesaggio come sintesi storica; l’architettura antica come simbolo delle nostre origini; le radici antiche del modo italiano di vivere (arte, gusto, moda: il made in Italy); tutte realtà non esportabili e non riproducibili.
D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R.La capacità di trovare fondi per la ricerca.
D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. Un approccio multidisciplinare all’archeologia, ma con solide basi umanistiche.
D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. Basterebbe che tutti facessero bene il loro mestiere: i politici il bene di tutti; i funzianari l’interesse della collettività e gli accademici ricerca di qualità alta formazione e selezione dei successori.
D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. No, dipende dalle situazioni: una tomba non è come una città; al massimo per grandi imprese, si possono rendere obbligatori rapporti ad intetrim.
Musei
D. La sua opinione sui musei italiani?
R.Troppi e mal gestiti
D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. Facendo sentire un cretino chi non ha mai visitato i musei più vicini a lui.
D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. Come le biblioteche: gratis
D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. Pochissima, perché invecchia rapidamente e i musei italiani non hanno energia per inseguire la modernità.
D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. Bene, se l’informazione è corretta e parla chiaro, con linguaggio accessibile a tutti (tutti è un concetto pericoloso: tutti quelli che abbiano una cultura che un tempo si definiva di “Scuola dell’obbligo”, tale che non occorra un giro di parole per indicare l’”età augustea”, ma si debba sciogliere “ariballos monoansato protocorinzio”)
D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. Alcuni sì e altri meno. Alcuni sono bravissimi. Molti tuttavia faticano a staccarsi dal linguaggio tecnico, anche quando “divulgano”.
D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. Quelle che conosco mi pare di sì.
Beni culturali e privati
D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. Dipende da che cosa e a quali condizioni: abbiamo milioni di oggetti inventariati come patrimonio dello Stato e fanno solo volume nei magazzini: si potrebbero dare in deposito a privati che ne garantiscano studio e visibilità da parte degli studiosi. Altro discorso per gli oggetti con alto valore artistico o documentario che potrtebbero ruotare nei Musei e nelle mostre; questi non sono cedibili.
D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. Sicuramente perfettibile.
D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. Assolutamente no.
D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. Una scienza che rimugina solo su se stessa è come una società che si occupa solo dei vecchi. Molti scavi e molti reperti nei magazzini sono inutilizzabili secondo i parametri dell’archeologia moderna (i contesti di scavo sono perduti o ignoti). Non si deve far scavare un ricercatore che non abbia chiuso i conti con ricerche precedenti, ma chi ricerca e pubblica deve potere andare avanti senza essere costretto a sanare colpe altrui.
D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. Sì, se contestualmente si promuove la cultura come benessere sociale, non come semplice modo di risparmiare tasse.
Autore: Martina Calogero - pubblicato in data 28 luglio 2009 - Email info@archart.it
