
L’Italia è un paese che trabocca di “vergogne”, situazioni riprovevoli delle quali una nazione civile non solo si vergognerebbe, me per le quali si adopererebbe immediatamente al fine di sanarle. Dato che questo non è un paese civile, ecco che le “vergogne”, oltre ad abbondare, incancreniscono come ferite non disinfettate. Cales è una di queste. Un area di sud Italia che racchiude, in pochi chilometri quadrati, una intera città romana semisepolta, una delle più antiche chiese del meridione – quella di San Casto -, un castello, una cattedrale, grotte e chiese rupestri; e questo solo per citare quel che emerge o che è stato scavato e conosciuto, perchè chissà cosa cela ancora il sottosuolo. Invece di trasformare questo straordinario patrimonio in un parco, luogo di turismo ed economia virtuosa, le amministrazioni e lo Stato lo hanno sventrato facendolo tagliare in due dall’autostrada del Sole, lo hanno abbandonato a se stesso, ai rovi e alla camorra del Casalesi.
Cales e il suo indicibile degrado
Calvi Risorta, moderno paese in provincia di Caserta, si trova ai piedi di monte Maggiore, lungo l’Autostrada del Sole. Nei pressi sorgeva l’antica città di Cales, che fu importante centro degli Aurunci e poi romana. Si estendeva su un altopiano tra l’agro Falerno, a sud della via Appia, e l’agro Stellatino. Oggi la sua collocazione è al km 187 della via Casilina, in località Calvi Vecchia.
Attualmente l’antica città di Cales versa in quella che oramai può definirsi come una vera e propria condizione di degrado storicizzato. Così ne parla l’archeologa Mariapia Statile:
“L’area archeologica è sconvolta dai rifiuti e seminascosta dalla vegetazione. Purtroppo a causa di quest’ultima si è verificato il crollo di una parte del tratto delle mura sulle quali insisteva il peso degli alberi con le relative radici assieme allo scorrimento incontrollato delle acque piovane provocando così l’inevitabile cedimento riversatosi sul passaggio dell’antica via Latina.
I resti del teatro giacciono dimenticati e anch’essi avvolti dai rovi. Il crollo delle mura verificatosi in località San Casto Vecchio rientra in un quadro di dissesto che ha inevitabilmente compromesso la staticità dei diversi monumenti. Infatti, un altro tratto delle mura fortemente a rischio si registra a est dell’anfiteatro: qui la struttura, in opera cementizia, risulta erosa nella parte inferiore esponendo così il proprio nucleo cementizio.
Per non parlare del Ponte delle Monache anch’esso a rischio poiché sottoposto a maggiori sollecitazioni di transito a seguito di alcuni lavori stradali; infatti, la strada è stata successivamente chiusa al traffico a causa delle incerte condizioni statiche in cui versa l’intera struttura. A ciò si aggiunge la presenza di notevoli cumuli di rifiuti ingombranti che vanno ad intasare il normale deflusso del cunicolo che attraversa il banco tufaceo, unitamente poi ai fenomeni erosivi che distruggono gli argini laterali. Il Ponte delle Monache era un apprestamento con funzione di viadotto su banco tufaceo attraversato da un cunicolo in cui erano convogliate le acque del Rio Pezzasecca e molto probabilmente rispondeva anche ad esigenze difensive.
Abbandonata a sé anche la porzione di terreno su cui sorgono la Cattedrale e il vicino Castello Aragonese (attualmente in restauro, 2011).
Stessa sorte per gli affreschi della Grotta dei Santi: sfigurati da una imbiancatura o addirittura trafugati, risultano in un completo stato di abbandono.
Complessivamente, le cause del degrado dei diversi monumenti archeologici dell’antica città risiedono nel naturale invecchiamento delle strutture, che per tale motivo avrebbe bisogno di una costante manutenzione, ma soprattutto nell’incuria generale che incombe su di esse da parte delle istituzioni competenti. Infatti, strade e scarpate lungo i costoni tufacei sono ormai impiegate come discariche di rifiuti, e i grossi cumuli che questi formano, vanno a guastare il normale deflusso delle acque provocando così ristagni idrici con tutte le loro conseguenze.
Il tutto, assieme allo stato di abbandono degli assi viari contribuisce a creare fenomeni di dissesto al quanto preoccupanti. Franco Arminio, ha posto l’attenzione sul problema nel suo libro “Terracarne” edito da Mondadori. Qui egli scrive di aver visto casualmente l’insegna ‘Antica Cales’ proprio perché seminascosta dai rifiuti e dalla vegetazione incolta.
Resti tanto decantati nei libri di storia antica quanto abbandonati e dimenticati in epoca moderna, a testimonianza dell’attuale indifferenza verso la cultura. Pertanto si tratta di un problema che meriterebbe maggiore attenzione.”
Viaggio nel degrado assoluto
Incuriositi da questa relazione abbiamo deciso di verificare con i nostri occhi e abbiamo preso contatto con una persona speciale, il giornalista Paolo Mesolella, un cronista coraggioso e appassionato del suo territorio che, assieme agli altri componenti della locale sede di Archeoclub d’Italia e ad alcuni studiosi locali (tra cui il prof. Pasquale De Stefano e il dott. Erminio Zona), si batte per la tutela e la rinascita di questo straordinario sito archeologico. Per comprendere le difficoltà con le quali si confronta e la mole del suo impegno non dimentichiamo, tra l’altro, che questa è terra di Casalesi…
Premetto: in 20 anni di professione come giornalista e fotoreporter nel settore dei beni culturali non avevo mai visto una situazione di degrado come questa, per ampiezza del sito e per assurdità della trascuratezza in atto. Piuttosto che dilungarmi in parole, preferisco mostrarvi delle immagini commentate.
Cattedrale e castello

Il seminario diocesano, ormai in totale abbandono

L’area del castello, come si presentava nell’estate 2011. Il terreno è stato appena liberato dai rovi, ma il monumento, dopo un parziale intervento di consolidamento dei solai, giace in abbandono. Sullo sfondo, a sinistra, il seminario diocesano.

La cattedrale romanica è l’unico monumento di Cales a essere in ottimo stato di conservazione e perfettamente fruibile, oltre che aperto al culto, ma è assediato dall’immondizia e dal degrado del contesto.
Ponte delle Monache

Il vasto cunicolo di epoca romana che si apre sotto al Ponte delle Monache, punto di confluenza di canalizzazioni sotterranee, oggi completamente in secco e invaso da tonnellate di immondizia gettata abusivamente lungo la scarpata. Nella foto in basso la sconvolgente visione del letto del torrente che fuoriesce dal Ponte delle Monache, privo di acqua ma con uno strato di un metro abbondante di spazzatura.

Grotta del Santi

L’ingresso alla Grotta dei Santi, con la cancellata parzialmente divelta dai ladri. La fortuna di questo sito è che gode di una sorta di “protezione naturale”, dato che si trova in un luogo praticamente irraggiungibile ed è quindi quasi impossibile arrivarvi. Per visitarlo abbiamo impiegato una intera mattinata trascorsa ad aprirci un varco nel bosco, attraverso una vegetazione fitta di rovi alti più di due metri, seguendo un percorso che solo la memoria di alcuni esperti del luogo conosce.

L’interno della Grotta dei Santi, ancora oggi adibito a luogo di culto. Sull’altare qualche ritratto sacro e alcune piantine fiorite in plastica. Nell’unico ambiente che costituisce la chiesa rupestre vi sono sedie abbandonate, una panca e ragnatele dell’estensione di un lenzuolo e dello spessore di una tappeto. Negli anni scorsi nella cripta si insediò una piccola comunità di fedeli guidata da una sorta di sacerdote-santone, al quale venne la geniale idea di coprire di calce tutte le pitture bizantine che decorano le pareti… Ancora oggi lo strato di bianco le ricopre in gran parte, ma probabilmente le ha conservate e persino salvate, in parte, sottraendole alla vista dei ladri.

Nonostante la collocazione quasi irraggiungibile e la posizione naturalmente protetta, la Grotta dei Santi non è scampata alla furia devastatrice dei ladri, molto probabilmente collegati in qualche maniera alla camorra degli spietati Casalesi, che qui fa da padrona e dice la sua su qualsiasi attività illegale vi si svolga. Come barbari, con la sega a motore hanno estratto la parte superiore delle figure di 5 santi, privandoli del volto, venduto poi sul mercato clandestino.
Cales romana

La situazione dell’area archeologica della Cales romana non è certo migliore del resto, anzi. Questo è quel che resta del teatro, scavato in passato e poi abbandonato a se stesso, nelle mani dei rovi.

Il teatro era stato cinto negli anni scorsi con una recizione di tipo Orsogrill, con basi in cemento e palificata metallica sulla quale erano fissati panneli di rete. Dalla foto si evince come tutti i pannelli di rete metallica siano stati rubati…

In questa fitta macchia si celano i resti delle terme dell’area archeologica della Cales romana. Il monumento fu scavato e liberato dai rovi negli anni scorsi grazie al lavoro di Paolo Mesolella e degli altri volontari di Archeoclub, ma con il passare del tempo, in totale assenza di qualsiasi intervento da parte della Soprintendenza o delle amministrazioni locali, la natura ha preso il sopravvento di nuovo.
Nella foto qui sotto di vedono i resti delle murature di un tempio, situato nei pressi del teatro, immersi nell’intrico vegetale come una nostrana Angkor.

Chiesa di San Casto

L’immagine di chiusura sugella in maniera terrificante l’incredibile stato di degrado in cui versa l’intera area archeologica di Cales. Questo luogo, segnato da una croce in ferro, vide sorgere la prima chiesa voluta da San Casto. Oggi è sormontato dal viadotto dell’autostrada del Sole e sommerso da tonnellate di immondizia scaricata abusivamente dagli abitanti del circondario.
Che dire? Vergogna? Sembra poco…
(si ringraziano il giornalista Paolo Mesolella e la locale sede Archeocub, in particolar modo il prof. Pasquale De Stefano ed il dott. Erminio Zona, per l’assistenza prestataci per la realizzazione di questo reportage)
Autore: Giovanni Lattanzi - pubblicato in data 22 febbraio 2012 - Email posta@giovannilattanzi.it

Carissimi, avete per caso sentito parlare di Arpi? Siete in buona compagnia! Santa Picazio- Archeoclub d’ Italia di Foggia